Gli interpreti e il principio di riservatezza dopo il vertice di Helsinki 2018

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Il recente vertice di Helsinki rischia di entrare nella storia dell’interpretariato di conferenza in ambito diplomatico. Perché?

La particolarità del vertice di Helsinki: tra segretezza e controversie

Partiamo dai fatti: lo scorso 16 luglio 2018, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Presidente russo Vladimir Putin hanno avuto un colloquio a porte chiuse durato novanta minuti. Ci sono vari elementi che hanno colpito l’attenzione dei media:

  • Trump non ha richiesto la presenza né del Segretario di Stato né del Consigliere per la Sicurezza Nazionale;
  • al termine del vertice, i funzionari della Casa Bianca non hanno organizzato alcun briefing per la stampa;
  • la successiva conferenza stampa ha scatenato non poche controversie: in un primo momento, il Presidente americano ha sminuito l’influenza russa nelle elezioni del 2016, smentendo quanto dichiarato dai servizi di intelligence; in un secondo momento, lo stesso Presidente ha ritrattato le sue dichiarazioni;
  • l’unica persona “estranea” presente al vertice per la parte americana è stata l’interprete Marina Gross, dipendente a tempo pieno del Dipartimento di Stato americano.

Tutto questo ha suscitato la curiosità e il dibattito della stampa e dell’opinione pubblica: che Trump abbia sfruttato la sua posizione per perseguire i suoi interessi finanziari nell’incontro con Putin? Qual è la futura rotta che il Presidente ha intenzione di tracciare per il suo paese? Il Congresso ha il diritto di conoscere gli impegni presi da Trump in materia di sicurezza?

La proposta dei Democratici: interrogare l’interprete

Con una lettera aperta indirizzata ai membri dello House Committee on Oversight and Government (il comitato della Camera dei Rappresentanti del Congresso per la governance e il controllo), il deputato democratico Bill Pascrell del New Jersey ha espresso la proposta dei legislatori democratici (in primis Jeanne Shaheen, New Hampton) di chiamare a testimoniare davanti al Congresso l’interprete Marina Gross, qualora si rifiutasse di esporre volontariamente le informazioni apprese oppure se la Casa Bianca non rivelasse i dettagli del vertice. Tale proposta, già bloccata dai Repubblicani dello House Intelligence Committee, troverà difficilmente approvazione, data la minoranza democratica al Congresso e la dichiarazione dei funzionari USA, che affermano che, non trattandosi di reato, la testimonianza dell’interprete sarebbe un evento senza precedenti.

Il codice etico degli interpreti: perché mantenere la riservatezza

Con ogni probabilità, Marina Gross non rilascerà dichiarazioni volontarie. Infatti, l’interprete è tenuta al rispetto di un codice di deontologia professionale, che include tra i suoi principi cardine quello della riservatezza: ciò significa che l’interprete non può rivelare i dettagli e le informazioni apprese prima, durante e dopo una riunione. Vi sono tuttavia delle eccezioni, basate sul principio do no harm (“non arrecare danno”): le informazioni sono richieste tramite un’ordinanza di un tribunale, in caso di sospettato abuso nei confronti di persone, in caso di minaccia di violenza o reato. Di fatto, se il caso in questione non rientra in due di queste circostanze, la convocazione dell’interprete sarebbe l’unico modo che il Congresso avrebbe a disposizione per costringere l’interprete a parlare.

Secondo le principali associazioni di professionisti, quali l’AIIC (Association Internationale des Interprètes de Conférence) e l’ATA (American Translators Association), gli interpreti sono tenuti al più stretto riserbo relativamente alle informazioni acquisite nel lavoro, nel caso specifico nelle riunioni private (si veda l’articolo “The principle of confidentiality for professional interpreters”). Come afferma inoltre Barry Slaughter-Olsen, già interprete del Dipartimento di Stato, nell’intervista “What the interpreter’s code of ethics says about conversations in private meetings”, la violazione del principio di riservatezza comporterebbe la perdita di fiducia del cliente nei confronti del suo interprete, distruggendo anche la credibilità degli interpreti e mettendoli a rischio nei settori in cui sono maggiormente esposti, come nelle zone di conflitto.

Detto ciò, è ragionevole ritenere che Marina Gross non debba essere costretta a testimoniare, e comunque, non lo farebbe di certo spontaneamente “per ragioni di coscienza o di responsabilità verso la verità”, come è stato affermato.

Gli appunti dell’interprete: una miniera d’oro o una richiesta insensata?

L’ex consulente di sei Segretari di Stato nei negoziati in Medio Oriente Aaron David Miller e il Senatore Bob Corker hanno spostato l’attenzione sull’unico strumento di prova a testimonianza della verità: gli appunti presi da Marina Gross durante la riunione. Entrambi hanno ribadito che l’interprete non dovrebbe essere esposta alla procedura auspicata dal Congresso, in quanto creerebbe un precedente, oltre a costituire una violazione dell’executive priviledge (il diritto del Presidente di non divulgare informazioni riservate), stando alle parole dell’ex Ambasciatore russo Alexander Vershbow. In ogni caso, la richiesta di visionare gli appunti dell’interprete è del tutto infondata. Perché?

Nel suo intervento “Notes on an interpreter’s notes”, Ewandro Magalhaes, già capo interpreti all’ONU, adduce tre motivazioni, rappresentando il punto di vista degli interpreti professionisti:

  • al termine di un incarico, gli interpreti eliminano gli appunti;
  • gli interpreti non sono stenografi: i simboli che utilizzano non sostituiscono parole, ma sono casuali e assumono senso e significato solo per l’interprete che li ha prodotti in quel contesto, perché sono soltanto un supporto alla memoria a breve termine. L’interprete veicola un messaggio e un intento e si serve di questa mappa mentale semantica solo per ricostruire la logica del discorso, ma non è il resocontista ufficiale dell’evento (per maggiori informazioni sulla tecnica di presa di appunti degli interpreti consecutivisti, si veda “What’s inside a consecutive interpreter’s notebook”);
  • l’interprete, anche se chiamata a testimoniare, probabilmente non ricorderebbe quanto tradotto: il compito di un interprete, infatti, non è concentrarsi sul contenuto di una conversazione, ma comprendere le singole unità di significato e il linguaggio del corpo per rielaborare questo messaggio originale nella lingua e nella cultura verso la quale “traduce”.

L’opinione di un’interprete

Avendo riassunto il nocciolo della questione e spiegato le motivazioni pratiche per le quali costringere l’interprete a violare il codice etico non servirebbe ad alcuno scopo, vorrei aggiungere la mia opinione, ponendo la questione su altri tre piani:

  • il non rispetto dei principi democratici;
  • la strumentalizzazione dei servizi professionali per scopi politici;
  • il rispetto dei contratti stipulati tra un professionista e il suo cliente.

Punto primo: che Trump non sia di gradimento dell’opinione pubblica e della stampa non è una novità. Che vi siano buone ragioni e motivazioni sarà anche vero, ma resta il fatto che il Presidente è stato eletto, per cui la sfiducia nei suoi confronti in merito al suo modo di condurre i negoziati lascia il tempo che trova, almeno sul piano pratico.

Punto secondo: i professionisti esistono per servire i committenti. Che la politica possa ricorrere a ogni mezzo per fare valere la sua posizione di forza per scopi politici strumentalizzando la professionalità degli individui crea un precedente grave, che va oltre il non rispetto dei principi di un codice etico. Esistono delle eccezioni secondo le quali il codice etico degli interpreti può essere violato per ragioni di sicurezza e incolumità, ma non sulla base di un presupposto di sospetta sfiducia nei confronti dell’operato di qualcuno, fermo restando che in tal modo si metterebbe anche a rischio la sicurezza e l’incolumità dei professionisti stessi.

Punto terzo: la stipula di un contratto tra un professionista e un committente è già di per sé vincolante per le parti. Qui stiamo addirittura parlando di un’interprete che ha firmato un contratto con il Dipartimento di Stato americano, che come minimo include già un accordo di riservatezza esteso a vita. Inoltre, Marina Gross non si trova lì per caso: il suo percorso professionale e la sua scelta di vita vanno ben oltre il già arduo percorso che un interprete di conferenza affronta per diventare tale. L’interprete diplomatico è una figura particolare, che combina alle abilità di un interprete, tra le altre, anche spiccate abilità etiche, diplomatiche e interpersonali (per maggiori informazioni sulla figura dell’interprete diplomatico, si veda l’articolo di Tony Rosado “Diplomatic Interpreting: misunderstood and little known”).

In conclusione, Marina Gross, in seguito alla sua mancata testimonianza volontaria, se sarà chiamata a testimoniare lo farà, ma sempre nel rispetto degli impegni presi e dei contratti stipulati, almeno finché vige l’executive priviledge. Tutto questo non è un segreto, non lo è per alcun vertice politico e tantomeno deve esserlo per la stampa.

Un pensiero riguardo “Gli interpreti e il principio di riservatezza dopo il vertice di Helsinki 2018

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