L’uso delle parole nel giornalismo: si dice “traduttori” o “interpreti”?

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Nel luglio scorso ha suscitato scalpore la notizia della richiesta di citare in giudizio Marina Gross affinché comunicasse i segreti appresi nel corso del vertice di Helsinki tra i presidenti Trump e Putin. Molte testate americane hanno ampiamente discusso l’argomento, usando il più delle volte la parola “translator” o “traduttore” per definire il ruolo di Marina Gross, incaricata di trasporre la conversazione dalla lingua russa alla lingua inglese.

Tuttavia, un professionista del mondo della traduzione non è necessariamente un “traduttore”, o meglio, il ruolo del traduttore propriamente detto è solo ed esclusivamente quello di tradurre un testo scritto. Nel caso specifico del vertice di Helsinki, Trump e Putin stavano parlando, per cui Marina Gross stava traducendo un testo orale. La sua professione non è “traduttrice”, bensì “interprete”. Non si tratta né di finezza linguistica né di pignoleria voluta, ma di due professioni diverse, con percorsi di formazione diversi e funzioni diverse. Così come diversa è la funzione della lingua scritta rispetto a quella della lingua orale.

Sicuramente non è una novità il fatto che nel linguaggio comune si impieghi più spesso la parola “traduttore” per riferirsi indifferentemente all’una o all’altra figura professionale. Tuttavia un professionista della comunicazione, quale è un giornalista, dovrebbe usare le parole con cura, soprattutto nella lingua scritta, che al contrario di quella orale, lascia il tempo per riflettere. Invece ciò non accade. Così, bande furiose di interpreti scaricano la loro frustrazione davanti alle tastiere e agli schermi di computer e cellulari, riempiendo di post e tweet i profili di ignari giornalisti, che nonostante tutto, ancora si ostinano a non voler capire.

Nel suo articolo “Stop inter’plaining me!” (dove per inter’plaining si intende la fastidiosa abitudine propria degli interpreti di correggere i giornalisti che osano definirli “traduttori”), l’interprete Alexander Drechsel si cala ironicamente nei panni di un giornalista che ha commesso l’errore di usare la parola “traduttori” e difende la posizione dei giornalisti sfruttati e tormentati dai tweet minacciosi degli interpreti che piuttosto che lavorare o farsi una vita, si sentono come Nicole Kidman in “The interpreter”.

In risposta a questa ironia, l’interprete Jonathan Downie pubblica l’articolo “A Defence of Inter’plaining”, sottolineando giustamente la differenza tra le due professioni e difendendo gli interpreti lamentosi per diverse ragioni:

  • se un giornalista usasse un nome piuttosto che un altro per riferirsi a una persona, risulterebbe meno credibile;
  • per una questione di riconoscimento: così come scrivere un articolo seduti a una scrivania non è lo stesso che fare interviste viaggiando, un traduttore ha delle abilità diverse rispetto a quelle di un interprete, anche se non per questo inferiori;
  • i giornalisti hanno un grande potere, che è quello di condizionare la visione del mondo, legittimando o emarginando i ruoli in base al linguaggio che usano. Molto spesso i giornalisti lavorano a fianco degli interpreti, dunque perché non chiamarli con il loro nome?

Motivo di sollievo per i combattivi interpreti è la sezione “Corrections and clarifications” di “The Guardian”, nella quale i giornalisti correggono l’errore con riferimento agli articoli sul vertice di Helsinki, precisando che quello che intendevano era “interpreti” e non “traduttori”, in quanto i professionisti in questione lavorano con la lingua orale.

Tuttavia, come se questo non bastasse, la diffusione di questa bella notizia nei gruppi di interpreti e traduttori ha addirittura suscitato il fastidio dei colleghi, che accusano i loro omologhi di pignoleria o di spreco di energie nel voler educare le persone all’uso corretto delle parole! Forse l’uso del termine corretto al posto di quello errato richiede un eccessivo sforzo fisico o mentale? Forse farsi chiamare con il proprio nome è una pretesa troppo grande? Forse la comunicazione non è più davvero così importante? Va bene, dunque visto che noi siamo pignoli (e voi non siete pigri, buonisti o rassegnati), a questo punto avete ragione: che si lasci spazio al relativismo. Evviva i professionisti, evviva i dilettanti… chiamiamoli come vogliamo, tanto diciamo sempre la stessa cosa.

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