L’origine del linguaggio tra evoluzionismo e romanticismo

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A cosa serve il linguaggio e perché si è sviluppato? Le parole sono etichette arbitrarie create dall’uomo o entità naturali dotate di un’anima? Il linguaggio è un’invenzione umana o un riflesso del cosmo?

La teoria evoluzionista

La visione dominante che spiega l’origine del linguaggio è quella sostenuta dallo psicologo evoluzionista Robin Dunbar, che sostiene che il linguaggio sarebbe nato per permettere agli esseri umani di scambiarsi informazioni relative al mondo fisico, al fine di facilitare i legami sociali e aumentare le possibilità di sopravvivenza. In seguito, secondo lo storico Yuval Noah Harari, il linguaggio si sarebbe evoluto per consentire all’uomo di trasmettere informazioni su oggetti che non esistono e concetti astratti. In altre parole, i versi dei nostri antenati primitivi con il tempo sarebbero diventati parole e grammatica, invenzioni arbitrarie della mente umana. Successivamente, la maggiore complessità della lingua avrebbe permesso la creazione delle metafore e la descrizione degli oggetti astratti, fino alla letteratura come espressione creativa del mondo umano interiore.

La teoria romantica

Esiste tuttavia una visione più “romantica” dell’origine del linguaggio, la quale riconosce alle parole un’anima. Tra i sostenitori di questa teoria figurano lo psicoterapeuta Mark Vernon, il poeta Simon Armitage e il filosofo Owen Barfield, che affermano che le parole e la grammatica sono suggerite all’uomo dalla Terra, per cui sono dotate di una vitalità che esprime e rispecchia la vita interiore del cosmo.

Secondo i romantici, il linguaggio non può essere un mezzo per parlare di finzioni, altrimenti ciò che si dice sulla scienza sarebbe falso. Inoltre, se le parole non avessero una carica poetica aborigena, le metafore non avrebbero potere su chi le legge o le ascolta, ma avrebbero un significato solo per chi le usa. Invece, le metafore combinano i significati in modo nuovo, esprimendo la poesia innata e insita nelle parole e nel cosmo. Così, gli oggetti fisici e gli oggetti astratti indicati dalla stessa parola hanno un’affinità e possiedono la stessa anima. Ad esempio, la parola “cuore” in origine indicava la sede delle emozioni e soltanto nel 17° secolo ha iniziato a indicare l’organo, quindi il significato immateriale è nato prima di quello materiale.

Il sociologo Robert Bellah rafforza la teoria romantica parlando di “teoria offline”: le attività offline sono quelle rituali, il gioco e la musica, contrapposte alle attività online, ovvero i bisogni materiali. In quanto tali, le attività offline non hanno un vantaggio competitivo utile legato alla sopravvivenza, ma esprimono il desiderio umano di partecipare alla vita del cosmo. L’evoluzione del linguaggio si sarebbe quindi verificata in modo opposto rispetto a quanto affermato dalla teoria evoluzionista: le parole sono nate dalla musica e dai rituali primitivi cosmici, si sono evolute nelle storie e nei miti, poi nel pensiero e nella letteratura e infine hanno indicato gli oggetti materiali.

Rimanendo in bilico tra le due teorie, ci limitiamo semplicemente a esprimere il fascino rivoluzionario della teoria romantica del linguaggio con le parole di Alexander von Humboldt, che affermava che “ovunque la natura parla all’uomo con una voce familiare alla sua anima”.

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