Tra vita e scienza nella prospettiva di Kazuo Ishiguro

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Inizia nell’Inghilterra dei tardi anni Novanta il romanzo distopico di Kazuo Ishiguro intitolato “Never let me go” (“Non lasciarmi”), tradotto dall’inglese da Paola Novarese. Il titolo è preso da una canzone alla quale una dei protagonisti, nonché voce narrante, è attaccata sin dall’infanzia:

(…) di qualunque cosa parlasse quella canzone, nella mia testa, mentre ballavo, io conservavo dentro di me la mia versione. Vede, immaginavo parlasse di una donna a cui era stato detto che non avrebbe potuto avere dei bambini. Poi però ne aveva partorito uno, ed era così felice che lo teneva stretto al cuore, ma nello stesso tempo aveva una gran paura che qualcosa potesse separarli, e allora cantava, tesoro, tesoro, non lasciarmi.

Ishiguro propone un tema poco affrontato nella letteratura contemporanea, ma molto attuale e profondamente umano.

Dei bambini chiusi in un istituto, delle vite fatte di cultura, bellezza, arte, amore, sogni, illusioni… inconsapevoli della verità del loro destino. Sentono parlare di “donazioni” senza sapere cosa sarà il futuro, se mai ce ne sarà uno e se mai potrà essere definito davvero tale. La “galleria” dei loro lavori, espressioni artistiche della loro anima, rappresenta un mero esperimento scientifico. Ma nemmeno di questo sono consapevoli. Attanagliati dai dubbi, vivono ingenuamente la loro infanzia, ma non sanno che non avranno libertà di scelta.

Un destino crudele ma tanto realistico se racchiuso nella sua distopia. Un mondo possibile che trascina con sé l’egoismo che il mondo reale fa solo intravedere, sforzandosi di velarlo di bellezza e illusione. Vissuto con spensierata ingenuità, ma nell’insicurezza del dubbio e nel delicato equilibrio della vita. Che nella prospettiva egoistica del mondo vita vera non è, ma tale rimane in quanto vissuta dall’anima umana di chi ne è protagonista. O da una copia, dalla ricreazione analoga e imperfetta del suo “possibile”, dal modello da cui quella vita e quell’anima sono state artificialmente create.

Ciò che colpisce del romanzo è la maestria nell’accompagnare il lettore lungo il percorso di vita di chi narra e delle persone narrate, facendogli scoprire passo dopo passo quanto fossero vere e reali quelle insicurezze nate nell’infanzia, mentre piano piano si fanno certezze nell’età adulta. I sentimenti non si staccano dalla carta, non avvolgono il lettore, ma lo lasciano freddo e chiuso nella paura di scoprire il destino di quelle anime. La narrazione riproduce l’effetto del sentimento del mondo rispetto alla vita.

Vite parallele create per salvarne altre, senza chiedere nulla in cambio, solo il breve soffio di un’esistenza data e definita “fortunata”, e forse bella solo perché breve. Vite “doppie” alle quali non è dato ricrearne altre. L’immagine della speranza di qualcosa di bello che non si realizzerà mai, ma al quale si attacca l’anima umana: un bambino concepito per miracolo che non nascerà mai, e non per libera scelta. La prospettiva di un “rifiuto umano”, del niente che però è vita. Una nuova interpretazione da parte di chi sa e muove le pedine, i guardiani della vita che perpetuano la morte:

Mentre ti osservavo ballare quel giorno, ho visto qualcos’altro. Ho visto un nuovo mondo che si avvicinava a grandi passi. Più scientifico, più efficiente, certo. Più cure per le vecchie malattie. Splendido. E tuttavia un mondo duro, crudele. Ho visto una ragazzina, con gli occhi chiusi, stringere al petto il vecchio mondo gentile, quello che nel suo cuore sapeva che non sarebbe durato per sempre, e lei lo teneva fra le braccia e implorava, che non la abbandonasse.

Duro, crudele, spietato: l’immagine del mondo sovrastato dalla ragione, la natura sconfitta dalla scienza, la lotta dei sentimenti che vincono la realtà ma non il destino. I rifiuti umani che si attaccano alla vita:

Mi ritrovai in piedi davanti ad acri di terreno coltivato. Un reticolato mi impediva di entrare nel campo, dove correvano due strisce di filo spinato, e mi accorsi che quella rete e un gruppetto di tre o quattro alberi di fronte a me erano le uniche cose a interrompere la corsa del vento fin dove l’occhio spaziava. Lungo tutto il reticolato, e in particolare in basso vicino al terreno, erano rimasti impigliati e intrappolati ogni genere di rifiuti. Erano simili ai detriti che si trovano sulla spiaggia: il vento doveva averli trasportati per miglia e miglia, prima di incontrare finalmente quegli alberi e quelle due strisce di filo spinato. Anche sulle fronde si scorgevano svolazzare laceri fogli di plastica e resti di vecchi sacchetti. Fu quella l’unica volta, mentre stavo lì in piedi a osservare quegli strani rifiuti, sentendo il rumore del vento che attraversava quei campi vuoti, che mi feci trasportare da quella piccola fantasia (…). Pensavo ai rifiuti, alla plastica che sventolava tra i rami, alla linea di strane cose intrappolate lungo il reticolato, e allora chiusi quasi gli occhi e immaginai che quello fosse il punto dove tutto ciò che avevo perduto dagli anni dell’infanzia era stato gettato a riva.

Il campo appare duro, freddo, è quello che esiste, è il reale, ed è stato creato da qualcosa di indipendente dalla ragione umana. Ma è l’uomo a doverlo coltivare. Con qualsiasi mezzo, perpetrando il suo oscuro egoismo. E il doppio non riesce a entrare, perché quel filo spinato, quell’ostacolo che fa male, rappresenta sia la crudeltà del mondo che l’egoismo dell’essere umano. Ed è doppio anche il filo, perché l’uomo vero e la sua copia sono al confine tra la vita e la sua illusione. Gli alberi che nascono e crescono su quel terreno coltivato arrestano la corsa del vento, che è il tempo, il destino inesorabile, l’universo spietato. Quegli alberi, quella vita, sono gli uomini, anime reali alle quali si attaccano disperatamente i rifiuti, gli organi vitali, perché in realtà sono loro che cercano appiglio. Si attaccano in basso, perché è da lì che vengono, ma sono al contempo le radici della nuova vita. Così come chi li ha donati, nemici del vento, guerrieri disperati ma destinati a essere sconfitti. E qui si ferma la prospettiva: è fin lì che può spaziare l’occhio umano. Oltre c’è la vita che continua, sconosciuta a chi la osserva. E l’umano si immedesima nel rifiuto, e il rifiuto si fa ricordo. Ricordo di qualcosa che apparteneva e che non appartiene più. Era del mondo dell’infanzia. Ma poi è stato donato. Per distruggere la seconda vita e perpetrare il più a lungo possibile la certezza di un’altra vita, quella naturale, quella arrivata per prima. Quella che, dalla limitata prospettiva umana, è l’unica che merita di vivere e di essere vissuta.

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