I primi interpreti della storia

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Schiavi, religiosi, cristiani convertiti, dragomanni, militari, diplomatici, commercianti, navigatori… erano loro i primi interpreti della storia del mondo, costretti all’improvvisazione, talvolta alla conversione religiosa, allo studio delle lingue, ai viaggi d’oltreoceano.

Quello dell’interprete è uno dei mestieri più antichi della storia, ma raramente queste figure hanno goduto di riconoscimento e di dignità professionale: erano spesso intermediari scelti a caso e molte volte non conoscevano nemmeno due lingue.

Chi erano questi personaggi misteriosi, questi attori improvvisati ma indispensabili per le sorti degli imperi e delle più svariate strutture sociali e politiche del mondo?

Gli interpreti nel mondo antico

Prima della nascita di Cristo, già alcuni bassorilievi ritrovati nella tomba di un principe dell’Antico Egitto risalente al 3° millennio a.C. attestavano la presenza e l’impiego di interpreti nella società. Le “Storie” di Erodoto raccontavano che in Egitto i bambini ai quali si insegnava il greco affinché interagissero con le comunità di lingua greca furono i precursori della futura classe professionale degli interpreti. All’epoca queste figure venivano riconosciute a volte implicitamente, a volte in maniera più esplicita, altre volte erano accusate di tradimento e uccise. Lo stesso Erodoto le lasciava anonime, tranne Temistocle, il generale ateniese che imparò il persiano perché non si fidava dei suoi interpreti.

Nell’Antica Roma gli interpreti comparivano nelle lettere di Cicerone (Claudio e soprattutto Marcilio erano due figure di spicco tra gli interpreti degli ambasciatori che si rivolgevano al Senato romano) e nei racconti di Giulio Cesare sulla conquista della Gallia (uno degli interpreti di Giulio Cesare fu Procillo) . All’epoca, benché fossero figure invisibili e menzionate soltanto in circostanze eccezionali, gli interpreti erano necessari per la presenza di numerosi dialetti diversi dal latino e di lingue straniere nelle varie nazioni con cui i Romani erano quotidianamente a contatto.

Gli interpreti nel Medioevo

Nel 9° secolo d.C. “Historiae” o “De dissensionibus filiorum Ludovicii pii” di Nitardo rappresentava un documento fondamentale per raccontare un’epoca in cui dominava il multilinguismo e scarseggiavano le fonti storiche. Sin dai tempi del Giuramento di Strasburgo coesistevano lingue come il latino, la lingua romanza e quella germanica.

Nel 10° secolo d.C. gli ambasciatori di Cordova venivano da gruppi minoritari ebrei e cristiani e fungevano da intermediari naturali nei negoziati tra il Califfato Omayyade e i paesi cristiani, data la loro duplice lingua e cultura. In questa epoca di intensi rapporti diplomatici tra Bisanzio e l’Europa medievale, ricordiamo gli interpreti Hasday ibn Shaprut, il capo della comunità ebraica di Cordova, e Recemund, un funzionario cristiano di corte. All’epoca, in Iberia e in Nord Africa coesistevano musulmani, ebrei e cristiani, e gli interpreti erano figure che conoscevano le tradizioni musulmane, vivevano in paesi cristiani oppure erano ufficiali dell’esercito al confine. Le comunità mercantili cristiane nel Maghreb parlavano arabo e i mercenari cristiani (Frendji) erano al servizio dei sultani come truppe di élite. Ricordiamo anche Père Robert, che svolse un ruolo chiave presso la corte di Giacomo II d’Aragona nello scambio della corrispondenza in arabo e in aragonese, e Renegade Anselm Turmeda, un frate francescano che conosceva il catalano e l’arabo.

Gli interpreti popolavano il mondo diplomatico e militare anche intorno all’anno 1000, presso il regno di Alexios I Komnenos negli accordi con i Normanni e i Turchi. Erano anche attivi nello scambio di corrispondenza in lingua greca, nell’esercito, come guardie imperiali dei contingenti nordici, turchi o franchi, o nelle basi navali nel Mare Adriatico e nel Mare Ionio per la difesa di Costantinopoli.

Ai tempi di Papa Urbano II e della Prima Crociata, dominavano lo scenario interpreti di lingua latina tra i bizantini e i crociati, tanto che le classi politiche erano abituate a servirsi di intermediari nelle questioni miliari e amministrative. Interpreti di spicco all’epoca erano Herluin e Bohemond.

Ai tempi della conquista normanna dell’Inghilterra, lo stesso Guglielmo il Conquistatore si serviva di questi mediatori linguistici e culturali, ma solo di pochi privilegiati si faceva menzione nella documentazione ufficiale. Nei territori in cui dominavano l’anglosassone e il latino, si aggiunsero gli interpreti di danese o Wealhstodas. L’anglosassone era la lingua del governo, mentre il latino e il francese divennero le lingue ufficiali del nuovo regno: il latino divenne la lingua della chiesa e dei tribunali, il francese quella di corte, dei campi di battaglia, e forse anche dei tribunali. Nel Galles, gli interpreti di allora erano definiti Latimers.

Gli interpreti dei primi esploratori

Facciamo ora un salto storico verso l’epoca dei grandi esploratori del globo, ai quali abbiamo dedicato un capitolo a parte (“Il primo viaggio intorno al mondo“).

Nel Quattrocento, i portoghesi esploravano la costa occidentale dell’Africa (Costa della Guinea, Fiume Senegal, Angola meridionale) in cerca di avorio, oro e schiavi e in quell’occasione si sviluppò una classe di intermediari per facilitare le negoziazioni. Schiavi berberi presi dal Sahara furono portati a Lisbona per imparare il portoghese, che divenne lingua franca nel Cinquecento. A proposito di schiavi, nel Settecento il paese che vantava il loro più grande commercio nella Costa della Guinea era la Gran Bretagna, che li acquistava in cambio di beni. Questi stessi schiavi venivano poi portati nelle Americhe fino a sbarcare in Europa; un famoso interprete dell’epoca era Buttenoe.

Cristoforo Colombo portò gli intermediari dai Caraibi alla Corte di Spagna per insegnare loro lo spagnolo. Famosi erano Diego Colòn e Juan Pèrez, quest’ultimo uno schiavo indiano che mediava con gli indigeni della costa dell’Honduras.

Magellano assunse Enrique come interprete di malese durante l’assedio di Malacca e lo portò nel suo viaggio verso le isole delle spezie. Enrique seguì Magellano a Siviglia e poi nelle Filippine, dove il malese era la lingua franca della diplomazia e del commercio, e fu attivo come intermediario durante la missione di conversione degli indigeni al cattolicesimo.

Francisco Hernández de Córdoba fece imparare lo spagnolo agli schiavi Melchor e Julián per assumerli come interpreti nella spedizione verso quello che poi sarebbe diventato il Messico. Non assunse gli indiani, che parlavano la lingua dei Maya e dei Taino, finché non giunse nello Yucatan, dove gli interpreti Pedro Barba e Julián furono il primo esempio di relais o “traduzione doppia” (termine attribuito a Hugh Thomas per indicare la traduzione tra due lingue passando per un’altra).

Il relais fu poi riadottato da Hernán Cortés nello Yucatan durante la sua spedizione verso il Messico, con l’interprete Géronimo de Aguilar. Figura di spicco dell’epoca era Marina, figlia di mercanti aztechi e parlante di lingua nahuatl venduta ai mercanti maya, che in seguito imparò lo spagnolo presso la corte di Hernán Cortés. Era chiamata Malintzin in lingua nahuatl e Malinche in spagnolo; anch’essa lavorò in relais insieme a Géronimo de Aguilar e fu indispensabile durante il viaggio di Cortés verso l’Honduras nella comunicazione in lingua spagnola e maya.

Altre figure di spicco dell’epoca delle prime esplorazioni erano Gaspar Antonio Chi, Felipillo, Squanto ed Estevanico. Gaspar era un interprete indiano dello Yucatan che nel tardo Cinquecento facilitò la comunicazione tra gli spagnoli di Carlo V e i Maya. Felipillo era nativo di un’isola al largo della costa dell’Impero Inca e fu catturato dagli spagnoli per fungere da intermediario nella conquista del Perù. Squanto era un nativo americano della tribù Patuxet che aiutò i padri pellegrini a comunicare nel Nuovo Mondo; rimase famoso anche per aver attraversato l’Oceano Atlantico per ben sei volte. Estevanico, infine, era uno schiavo del Marocco e fu probabilmente il primo musulmano a giungere in Nord America. Partecipò alla spedizione del capitano Dorantes alla conquista della Nuova Spagna e giunto in Messico fu venduto al primo viceré della Nuova Spagna per ulteriori spedizioni verso nord.

Gli interpreti dell’Impero Ottomano

Nel Cinquecento, l’Impero Ottomano comprendeva l’Europa Centrale, la Crimea, il Medio Oriente e l’Africa. Gli intermediari tra l’impero e l’Europa erano allora chiamati dragomanni (dal turco “tercüman”, dall’arabo “tarjuman” ovvero interprete o guida) e dopo la caduta di Costantinopoli molti di loro lavoravano con il greco e l’italiano. Con la crescita del commercio, le lingue di corte divennero l’arabo, il persiano e il vernacolare turco. I primi dragomanni erano schiavi italiani, greci, austriaci, tedeschi, ungheresi e polacchi catturati in battaglia e convertiti all’islam, ma ben presto le autorità musulmane sostituirono gli infedeli con dragomanni musulmani di madrelingua turca.

Gli interpreti in Giappone

Nel Giappone del 16° e 17° secolo, la missione gesuita favorì l’impiego di intermediari per la Società. Tra questi, João Rodrigues Tçuzzu era un gesuita che da Lisbona fu inviato in Giappone, dove imparò il giapponese e contribuì alla liberazione della fede cristiana dalle caratteristiche europee. In seguito partecipò come interprete anche alla missione gesuita nelle Indie e in varie missioni diplomatiche con l’Europa. Come lui, molti portoghesi si recarono in Asia per lavorare come intermediari anche negli scambi commerciali. In questo ambito, l’interprete gesuita divenne una figura di profilo elevato, a metà tra la sfera temporale e quella spirituale.

Gli interpreti del colonialismo

Nel 1584, la Regina Elisabetta I inviò vari esploratori nel nuovo continente: Walter Raleigh si insediò nella costa sud-orientale del Nord America, mentre i Capitani Philip Amadas e Arthur Barlowe si stabilirono in Virginia. Si esprimevano a gesti nelle negoziazioni commerciali, ma in ambito diplomatico impiegarono due indigeni che poi li seguirono in Inghilterra: Wanchese e Manteo. Lì essi impararono l’inglese e successivamente seguirono Sir Richard Grenville e Ralph Lane all’Isola Roanoke. In particolare, Manteo fu interprete di Francis Drake e di John White.

Nei primi anni del Seicento, gli inglesi giunsero fino a Jamestown, e allora quella dell’interprete divenne una professione affermata nel nuovo mondo: ricordiamo Thomas Savage, Henry Spelman e Robert Poole.

L’avanzata degli inglesi proseguì nel Settecento, quando il Capitano James Cook fu spedito a Tahiti per osservare il transito di Venere attraverso il Sole e in seguito in cerca della Terra Australis, il continente più a sud del mondo. James Cook esplorò il Pacifico meridionale con l’aiuto dell’interprete Tupaia, prete polinesiano nonché navigatore.

Altre due figure di spicco del Settecento erano Sacagawea e Sarah Winnemucca. La prima era figlia di un capo tribù dell’Idaho che conosceva le lingue hidatsa e shoshoni e fu venduta al mercante di pellicce Toussaint Charbonneau, che parlava hidatsa e francese. Sacagawea fu la prima donna ad aver partecipato alla prima spedizione americana di Louis e Clark alla scoperta della costa del Pacifico via terra. Sara Winnemucca fungeva invece da intermediario con le lingue inglese e spagnolo tra le famiglie bianche in California. In seguito fu interprete militare durante le guerre tra nativi americani e coloni.

Gli interpreti diplomatici tra Ottocento e Novecento  

La figura dell’interprete professionista non esisteva ancora all’inizio dell’Ottocento, ma il mondo diplomatico iniziava gradualmente ad avvertirne la necessità. Durante il Congresso di Vienna nel 1815, il principe di Metternich fu chiamato a fungere da interprete di francese e tedesco, lingue che aveva appreso sin dall’infanzia.

Più tardi, alla fine dell’Ottocento, Eleanor Marx fu chiamata come interprete del padre Karl Marx durante le prime conferenze internazionali socialiste. Conosceva l’inglese e lo yiddish da bilingue e aveva studiato il francese. Pur non essendo interprete di professione bensì traduttrice letteraria, fu forse la prima donna ad aver lavorato come interprete di conferenza.

Alla Conferenza di Algeciras del 1906, Elie Cohen, membro della comunità ebraica di Tangeri, interpretò dal francese all’arabo per il visir marocchino Mohamed Ben Abdessalem El-Mokri. Nemmeno in questo caso si trattava di un’interprete professionista: si dovette attendere fino al 1919 per vedere gli albori della professione così come la conosciamo oggi.

La nascita dell’interpretazione di conferenza moderna

Il 18 gennaio 1919 fu convocata la Conferenza di Pace di Parigi (Versailles) per stabilire i termini di pace con la Germania dopo la vittoria degli alleati nella Seconda Guerra Mondiale. Lo storico della rivoluzione industriale britannica Paul Mantoux, nonché insegnante e già interprete militare, interpretò gli interventi dal francese in inglese per Woodrow Wilson e David Lloyd George, e fu anche l’unico interprete al Consiglio dei Quattro per i leader delle principali delegazioni alleate (Gran Bretagna, Francia, Italia, Stati Uniti). Grazie a Paul Mantoux, personalità dalle spiccate potenzialità linguistiche, mnemoniche e interpretative, nacque l’interpretazione consecutiva di conferenza, una tecnica usata per tradurre discorsi lunghi con l’ausilio della presa di appunti. Tuttora in uso, l’interpretazione consecutiva rimase la forma di interpretazione di conferenza più utilizzata fino al Processo di Norimberga.

Nella Norimberga del 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, tre gruppi di interpreti erano presenti al processo dei principali criminali di guerra davanti al Tribunale militare internazionale: gli interpreti di tribunale, i testimoni e la difesa. Allora la figura dell’interprete divenne importante di pari passo con la necessità di portare avanti processi il più possibile equi e veloci. Nacque così l’interpretazione simultanea, grazie a poliglotti chiamati a svolgere un compito mai svolto prima, così come in passato prima di loro avevano fatto Enrique, Marina, Tçuzzu, Manteo o Tupaia. In seguito, l’interpretazione simultanea fu impiegata anche dall’allora Lega delle Nazioni, con Léon Dostert e Antoine Velleman; quest’ultimo fu anche il primo direttore della famosa scuola interpreti di Ginevra.

La professione dell’interprete rimase esclusivamente face-to-face fino agli anni Settanta del secolo scorso, ovvero fino all’avvento delle nuove tecnologie di interpretariato telefonico e in remoto. Queste vanno via via integrando il settore dell’interpretariato di conferenza, nato di recente ma in continua evoluzione grazie ai rapidi progressi del mondo contemporaneo.

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