Il Natale in Umbria tra colori e sapori del Medioevo

Dall’alto si contemplano paesaggi come patinati, conche di un verde argenteo, colline che scendono lentamente a valle recando torri, campanili, basiliche, monasteri. Tramonti limpidi, di un rosso privo di eccesso, sfumano sulle rocche e sugli oliveti, tra suoni di campane e rondini.

Così il giornalista Guido Piovene descriveva l’Umbria, cuore verde d’Italia e regione ricca di storia e simbolismo medievale, radicata nel passato delle arti, dei mestieri e delle tradizioni. Una terra dove il Natale si arricchisce di spiritualità e misticismo e l’aria invernale si impregna di profumi e sapori che portano con sé il ricordo di antichi borghi, fortezze e monasteri.

È in uno di questi borghi medievali, Gubbio, che ogni anno l’albero di Natale più grande del mondo accende di luce le colline.

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Dal 1981 a Gubbio, nella città testimone della conversione di Francesco, che ospita ogni 15 maggio la famosa Corsa dei Ceri in onore del patrono Sant’Ubaldo, più precisamente sullo stesso “colle eletto del Beato Ubaldo” (Dante, Paradiso, canto XI), il Comitato degli Alberaioli prepara l’albero di Natale più grande del mondo. La struttura ha una base di 450 metri e un’altezza di più di 750 metri e si estende per 130 km quadrati lungo le pendici del Monte Igino, dalle mura della città medievale a valle fino alla Basilica di Sant’Ubaldo in cima alla montagna. È composta da più di 800 corpi luminosi (di cui più di 300 verdi per la sagoma e più di 400 multicolore per il corpo centrale) collegati da 7.500 cavi elettrici e una stella cometa di 1 km quadrato. L’albero viene acceso il 7 dicembre, durante una cerimonia ufficiale alla quale partecipano figure istituzionali, gli Sbandieratori, il Corteo Storico e i musici tradizionali, e resta illuminato fino a dopo il 6 gennaio.

È invece nella tradizione dolciaria che l’Umbria ricorda le lotte medievali tra il potere spirituale e il potere temporale. Si chiamano “pinoccate”, “pinocchiate”, “pinoccati” o “pinocchiati” i tipici dolci bianchi e neri a forma di losanga simbolo delle fazioni dell’età comunale, i Guelfi bianchi e i Guelfi neri.

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Già nel XIII secolo Perugia aveva sottomesso Gubbio e Assisi e aveva subito una scomunica per aver portato avanti un’offensiva contro i ghibellini, contravvenendo al veto papale. Inoltre la città, attuale capoluogo dell’Umbria, si era espansa anche verso Città di Castello, il Lago Trasimeno, Città della Pieve e la Val di Chiana, ereditando l’architettura e l’araldica della vicina Toscana (in particolare di Firenze e Siena), caratterizzata dalle tipiche decorazioni a balzana. Il significato simbolico era forte: la losanga raddoppiata formava un ottaedro regolare, uno dei cinque solidi platonici del mondo medievale e rinascimentale, simbolo in epoca umanistica dell’uomo “faber fortunae suae” (artefice del proprio destino); inoltre, l’ottaedro è costituito da triangoli equilateri, simbolo di trascendenza e perfezione divina.

Ed ecco che, in ricordo delle lotte tra fazioni e dell’importanza emblematica dell’araldica toscana in epoca medievale, l’Umbria propose fin da allora questi tipici dolci a losanga dai colori e dai sapori contrapposti: le pinoccate bianche al limone dal gusto più sottile, aromatico e freddo, e quelle nere al cioccolato dal gusto più denso, corposo e caldo. Le vere pinoccate si preparano senza farina, solo con acqua, zucchero, pinoli, limone o cioccolato. Basta sciogliere 1 kg di zucchero in 150 ml di acqua facendolo bollire a fuoco basso finché non si raggiunge una consistenza a filo. Dopodiché si aggiungono i pinoli e la scorza grattugiata di un limone oppure un cucchiaio di cacao amaro. Una volta mescolati tutti gli ingredienti fino a ottenere un composto morbido, l’impasto va prima versato su marmo o una placca da forno, poi steso con un coltello fino a ottenere uno spessore di 2 cm e poi va tagliato a losanghe e fatto rapprendere. Una volta fredde, le pinoccate vanno incartate a coppie, una bianca e una nera, come grosse caramelle, così come si faceva nel Medioevo, quando venivano lanciate in aria sui nobili che assistevano alle giostre o durante i finti scontri tra dame e cavalieri.

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