Il mondo degli interpreti – Intervista alla radio

Intervista integrale del 24 ottobre 2018 ad Alessandra Checcarelli, ospite del programma Live Social in onda su Radio Roma Capitale il 20 novembre 2018.

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Buonasera, bentrovati. La confidenza, la conoscenza di una lingua non è sufficiente, certamente, per essere una brava o un bravo interprete, perché già nella parola “interpretare” c’è molto di più, c’è anche l’aspetto diciamo paraverbale, se non a volte anche non verbale. Anche se, quando assistiamo magari ad una conferenza o semplicemente a una persona che viene accompagnata dall’interprete, ci rendiamo conto di quanto sia, soprattutto nella traduzione quella simultanea, complicato stare al passo di una persona che magari non è neanche abituata ad avere l’interprete vicino. Comunque a un certo punto del discorso magari si dimentica che quella è la situazione nella quale si trova e naturalmente comincia a parlare anche con la velocità e con la modulazione che gli è propria nella vita di tutti i giorni. Allora oggi andiamo a conoscere proprio la figura dell’interprete e della traduttrice, quindi, di conseguenza. Ne abbiamo scovata una grazie alla redazione, una professionista che ha qui sito operativo a Roma, ma che naturalmente lavora in tanti contesti. Vi presento Alessandra Checcarelli. Buonasera, Alessandra, bentrovata!

Buonasera.

Oh, devo dire la verità: tanti anni che faccio questa trasmissione, tante (inevitabilmente) professioni che vado a conoscere, no? Perché poi è vero che parliamo di tanti argomenti, però si appoggiano sempre ai professionisti e alle professioni. Questa è la prima volta che mi capita di conoscere direttamente vis à vis (questo è bolognese: vis à vis) un’interprete. Un’interprete nel senso tecnico della parola. Ho avuto modo di parlare con i traduttori, ma il traduttore appunto lavora per lo più su roba scritta e quindi…

Esatto.

…è tutt’altro mestiere. Allora, ti faccio una domanda a ampio raggio: però quali sono i segreti, o meglio, le difficoltà anche, che incontra un traduttore?

Allora…

…un interprete, pardon? 

Un interprete. Allora, iniziamo con il dire che in realtà la parola “traduttore” di suo è molto spesso utilizzata per designare entrambe le professioni, anche se in realtà la vera denominazione è appunto per chi traduce la lingua orale “interprete”, per chi traduce la lingua scritta appunto “traduttore”. Io svolgo entrambe le professioni, ma prevalentemente ho una formazione da interprete di conferenza e lavoro soprattutto come interprete di conferenza. Quali sono le difficoltà? Dunque, un po’, un paio le hai nominate: la velocità, il fatto di calarsi nei panni di chi parla, e quindi rendere le sfumature linguistiche, l’intenzione…

Esatto, l’intenzione…

…più che le parole, l’intenzione del messaggio.

Esatto.

Esatto.

Perché poi quando parliamo noi inevitabilmente rimarchiamo un parola, una frase piuttosto che un’altra per far capire…

Esatto.

…per mandare un determinato messaggio, no? E anche…

Esattamente.

…come dicevi tu prima il tono che si usa ci fa capire anche se c’è, come dire, una lettura possibilmente ironica…

Esatto, e quindi…

…della cosa stessa.

…l’interprete cosa fa? Deve rendere tutta quell’ironia, deve rendere l’ironia, deve rendere la tristezza, deve rendere… è un po’ diciamo un “attore dell’ordinario”, perché comunque le situazioni ordinarie sono tante e l’interprete un po’…

Esatto.

…per poter svolgere appieno il suo mestiere deve un po’ calarsi nei panni…

Bravissima.

…un po’ essere attore.

È un po’, sai, come nel doppiaggio, dove sì, è importantissimo, fondamentale, avere una dizione perfetta, avere un buon timbro di voce, una buona gestione anche, come dire, della voce stessa, ma molti dei doppiatori italiani (non so, abbiamo una scuola importante in Italia) sono anche, se non prima di tutto, degli attori.

Esatto, esatto.

Eh capisci, quindi…

Esatto.

…bisogna entrare proprio nel personaggio e nella vicenda, è necessario.

C’è chiaramente un’affinità, anche se non siamo dei doppiatori.

Certo…

C’è un’affinità…

Sì sì sì, chiaro.

…ma ci sono chiaramente delle differenze, perché non è per forza richiesto un timbro particolare all’interprete.

Nooo, è chiaro! È chiaro, è chiaro!

Questo c’è da dire.

Anche perché voi traducete o in simultanea o in modo…

Consecutiva.

…consecutivo non film o serie televisive, ma quello che succede nella realtà con persone…

Esatto, diciamo così, sì.

…che non stanno lì a recitare, diciamo, tra virgolette.

Più che altro lo facciamo sul momento…

Ecco…

…quindi…

Allora, simultanea e consecutiva…

…e consecutiva.

Perché? Perché simultanea è come se tu dovessi tradurre adesso quello che io ti sto dicendo.

Esattamente, io parlerei sopra la tua voce e tradurrei esattamente, anzi, interpreterei…

Sì.

…detto nella maniera corretta, quello che tu stai dicendo, nel modo in cui lo dici, cercando prima di calarmi nei tuoi panni. Consecutiva vuol dire che, invece, lo farei dopo, cioè tu parli, fai il tuo discorso, dopo un po’, dopo qualche minuto, mentre io prendo appunti, mi rielaboro il messaggio e poi lo rendo dopo la fine del tuo discorso.

Infatti. Infatti spesso, quando assistiamo a questa seconda tipologia di interpretazione, ci rendiamo conto che a volte quello che il traduttore dice dura meno tempo rispetto a quello che ha detto la persona stessa.

A volte capita e personalmente io credo che sia anche un fatto soggettivo…

Ah, ok.

…nel senso che non è una professione che, nonostante abbia chiaramente delle regole… non è una professione che stabilisce esattamente come devi interpretare, cioè è anche un po’ soggettiva, diciamo, in un certo senso. Può essere più breve la resa, semplicemente perché quello che si intende fare è trasmettere un messaggio. Di conseguenza, se l’oratore, magari nella sua cultura, è abituato a parlare di più… facciamo finta, la lingua italiana)…

Sì.

…si parla tantissimo, si utilizzano tante frasi, tante parole, magari per dire un concetto molto più riduttivo, che ad esempio nella lingua inglese si tradurrebbe con molte meno parole, e quindi in quel caso non è magari un riassunto, ma è una maniera diversa di rendere lo stesso messaggio in un’altra cultura.

Assolutamente. Allora, Alessandra, veniamo un po’ alle lingue. Quante ne parli? Quali parli, soprattutto?

Allora, se consideriamo l’italiano, che è la mia lingua madre, parlo l’inglese, il tedesco e il francese…

Ok.

…quindi sono quattro complessivamente.

Certo, assolutamente. I contesti dove solitamente finora ti sei trovata a lavorare quali sono stati, quali sono?

Tantissimi, tanti e i più diversi e disparati, molto distanti anche l’uno dall’altro, tant’è che ogni volta sembra una prima volta. Ogni volta è un riadattarsi a una situazione nuova, che è anche la cosa bellissima, a mio avviso, di questo mestiere, cioè trovarsi ogni volta davanti ad una cosa completamente diversa ed è come se tu non l’avessi mai fatto. Conferenze istituzionali, conferenze aziendali, meeting, riunioni, televisione… ambito religioso, ad esempio, quindi anche lì siamo sempre in conferenza, però…

Il latino, lei traduce…

Ha ha ha.

Sto scherzando, naturalmente.

Ha ha ha. No.

No no, nel senso, lei parla il latino, cioè loro fanno la messa in italiano… no, scherzo… in italiano e lei traduce, come una volta, in latino…

Beh, le congregazioni diciamo…

Eh va beh, va beh…

…sono un po’ sparse per il mondo, quindi anche loro costituiscono…

Certo…

…diciamo…

…assolutamente.

…una committenza.

Assolutamente. Insomma, si può vedere qualcosa dei tuoi lavori, delle tue partecipazioni sul tuo sito: www.interpretetraduttricesimultanea.com; questo è il sito. Alessandra, ecco, prima ne parlavamo anche fuori onda, si immagina sempre dall’esterno che il vostro sia un lavoro dove bisogna sempre continuare un po’ ad esercitarsi…

Sì…

Eh…

Sì, è un esercizio…

…ad allenare anche l’orecchio…

Esatto. Diciamo che chi sceglie di fare questo mestiere sceglie di farsi assorbire completamente la vita da questo lavoro. Perché? Perché è impossibile pensare di poter svolgere questo lavoro senza un costante aggiornamento, senza una costante formazione personale, riformazione personale, perché chiaramente il percorso di studi non basta… esercizio continuo, esercizio che continua e che si continua a svolgere lavorando, perché il lavoro è la migliore pratica, diciamo.

Assolutamente. Senti, una conferenza a cui partecipi o un qualsiasi altro contesto similare insomma, che ti ha visto protagonista quanto dura solitamente? Cioè, hai anche tradotto… non so se hai anche interpretato… perché io immagino una conferenza, qualcuno che parla, magari che è invitato che parla quei 50 minuti, un’ora, un’ora e mezza… anche più.

Sì, allora…

Quanto si può tenere botta? Questo mi chiedo…

Quanto si tiene botta? Allora, chiaramente le conferenze o gli incarichi in generale hanno ciascuno una sua durata.

Sì.

Quello televisivo molto spesso, se si tratta ad esempio di conferenze stampa, un’ora, e allora in quel caso tieni botta per forza, perché è così. Altrimenti, quando si tratta di conferenze dal vivo, in cui la tua voce viene trasmessa direttamente nell’aula dove tu sei…

Sì.

…ma anche per esempio in una modalità remota…

Sì.

…anche a distanza, visto che adesso è una modalità abbastanza gettonata, si tiene botta 20 minuti, poi c’è il collega…

Mmm.

…che in simultanea ti sostituisce per gli altri 20 minuti…

…e poi ritocca a te?

…e poi ritocca a te.

Ho fatto caso a questo, non ricordo veramente, se no ne farei menzione, lo direi… sì, una conferenza di quelle che, sai, durano due o tre giorni, che poi esce magari il video, il filmato, è tutto, diciamo, compresso in cinque-sei ore. Io me la sono vista, questa conferenza interessante, un po’ a pezzetti. Ricordo che c’erano tre speaker (tre speakers, tre voci), appunto, che poi ogni… sì, forse mezz’ora…

…mezz’ora…

…20 minuti, si alternavano.

Ci alternavamo.

Caspita… caspita!

Per una questione di concentrazione, perché chiaramente…

Eh, per quello, per quello, no, era da lì che nasceva un po’ la mia curiosità, perché comunque…

Certo.

…è un lavoro importante, proprio fisico, direi, non solo mentale…

Sì sì.

…proprio fisico.

Sì sì, è esattamente tutte e due.

Eh…

Molto fisico, anche.

Bene. Come si diventa interpreti? Esiste una scuola?

Allora… esiste una scuola…

Adesso dice: “La mia scuola!”.

No… no no.

No?

Assolutamente.

Ancora no?

Assolutamente… no, non lo dico, perché non è così, perché adesso ce ne sono tante, diciamo che il mercato si è molto allargato, quindi le scuole interpreti sono tante. Si chiamano scuole interpreti, ma in realtà sono dei percorsi di laurea, delle facoltà, che sostituiscono quelle che una volta erano le famose scuole interpreti. Continuiamo a chiamarle così, anche perché molto spesso ci scambiano per dei laureati in lingue, cosa che non è, perché si tratta di percorsi di studio molto diversi. Quindi esistono quelle che ancora chiamiamo scuole interpreti o facoltà di traduzione e interpretariato o meglio lauree specialistiche in interpretariato di conferenza o in traduzione. Quindi, come si diventa interpreti? Così, ma non basta. Questo è un percorso di formazione basilare, a cui segue, ovviamente, il percorso professionale, la pratica professionale, che si acquista facendo, con tutte le difficoltà del caso, perché all’inizio, essendo un mercato competitivo, è anche un mercato di difficile accesso, un mercato in cui è necessaria molta pazienza, molta costanza, tantissima passione, perché altrimenti è un lavoro che non si farebbe mai, se non fosse per la passione. E quindi si diventa interpreti un po’ con la formazione e un po’ con la pratica, ma soprattutto con la pratica.

Molto bene. E allora io ricordo: Alessandra Checcarelli, la trovate anche su Facebook, vediamo un po’, perché ho qualche problema di diottria. È questa pagina: Alessandra Checcarelli… respeaker, giusto?

Anche.

Translator… scusate, conference interpreter… come si pronuncia bene, fammelo tu?

Conference interpreter, translator, respeaker.

Ecco, giustamente mi sono servito della tua pronunzia. www.interpretetraduttricesimultanea.com: questo è il tuo sito, c’è anche il numero: 3200363892. Grazie, Alessandra, per essere stata con noi!

Grazie a voi!

Grazie!

Grazie!

Andiamo avanti qui su Live Social, e aspettiamo ancora tanti ospiti, tante interviste e sorprese. Rimanete con noi! 

 

Il video integrale dell’intervista è disponibile su YouTube al link: https://youtu.be/YEk-BtF6d0E

Il video ridotto dell’intervista è disponibile su Facebook al link: https://www.facebook.com/intervisteestorie/videos/2206301889611067/ 

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Sapori dalla Grecia (parte 2)

Eccoci di nuovo dopo il nostro primo post sulla cucina greca “Sapori dalla Grecia (parte 1)“.

Oggi proponiamo MOUSSAKA, SAGANAKI E MELITZANOSALATA.

La ricetta tradizionale del moussaka, parmigiana di melanzane alla greca

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1 chilo di melanzane – 1 chilo di pomodori – 500 grammi di carne di manzo macinata – 400 grammi di patate – 100 ml di brodo di carne – 100 ml di vino bianco – ½ cipolla – 35 grammi di burro – 2 cucchiai di parmigiano – 1 litro di olio di semi – ½ litro di latte – prezzemolo e cannella – olio extravergine d’oliva – sale grosso – sale e pepe

Pelare e tritare la cipolla e soffriggerla nell’olio di oliva. Aggiungere la carne e farla rosolare. Evaporare con il vino bianco e condire con prezzemolo, cannella, sale e pepe. Aggiungere i pomodori lavati, pelati e tagliati a pezzetti, mescolare e fare cuocere per un’ora. Tagliare le melanzane a fette dopo averle lavate in acqua e sale grosso e le patate a rondelle sottili. Friggere in olio di semi le melanzane e le patate, scolare e salare. Preparare la besciamella con il latte, il burro, la farina, il sale e il pepe. Imburrare una teglia da forno e creare un primo strato di patate seguito da uno strato di melanzane e da uno di carne. Proseguire fino a terminare gli ingredienti e coprire con la besciamella e il parmigiano. Cuocere in forno preriscaldato a 180° per 45 minuti.

La ricetta del saganaki, formaggio fritto alla greca

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Formaggio di pecora, mucca o Feta – 100 ml di acqua – farina – 1 cucchiaino di olio extravergine di oliva – olio per friggere – sale e pepe

Tagliare il formaggio a fette di 1 cm di spessore e bagnarlo in acqua e olio di oliva. Girare il formaggio bagnato in un piatto contenente farina, sale e pepe. Friggere il formaggio in olio facendolo dorare su entrambi i lati.

La ricetta della melitzanosalata, salsa di melanzane

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600 grammi di melanzane – 1 spicchio di aglio – 1 cucchiaio di yogurt greco – 2 o 3 gocce di succo di limone – 2 cucchiai di olio extravergine di oliva – prezzemolo e menta – sale grosso – sale e pepe

Lavare le melanzane in acqua e sale grosso, affettarle e cuocerle in forno caldo a 180° per 45 minuti o alla griglia. Tagliarle a pezzi e premerle con il dorso di un colino per eliminare l’acqua. Aggiungere l’aglio e le altre spezie, lo yogurt, il limone, l’olio di oliva, il sale e il pepe. Frullare e lasciare in frigorifero per almeno un’ora. Ottima da gustare con la pita (si veda la ricetta nel precedente articolo “Sapori dalla Grecia (parte 1)“).

καλή όρεξη (kalí órexi)

I primi interpreti della storia

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Schiavi, religiosi, cristiani convertiti, dragomanni, militari, diplomatici, commercianti, navigatori… erano loro i primi interpreti della storia del mondo, costretti all’improvvisazione, talvolta alla conversione religiosa, allo studio delle lingue, ai viaggi d’oltreoceano.

Quello dell’interprete è uno dei mestieri più antichi della storia, ma raramente queste figure hanno goduto di riconoscimento e di dignità professionale: erano spesso intermediari scelti a caso e molte volte non conoscevano nemmeno due lingue.

Chi erano questi personaggi misteriosi, questi attori improvvisati ma indispensabili per le sorti degli imperi e delle più svariate strutture sociali e politiche del mondo?

Gli interpreti nel mondo antico

Prima della nascita di Cristo, già alcuni bassorilievi ritrovati nella tomba di un principe dell’Antico Egitto risalente al 3° millennio a.C. attestavano la presenza e l’impiego di interpreti nella società.

Nell’Antica Roma gli interpreti comparivano nelle lettere di Cicerone (Claudius e soprattutto Marcilius erano due figure di spicco tra gli interpreti degli ambasciatori che si rivolgevano al Senato romano) e nei racconti della conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare. All’epoca, benché fossero figure invisibili e menzionate soltanto in circostanze eccezionali, gli interpreti erano presenti in quanto necessari per la presenza di numerosi dialetti diversi dal latino e di lingue straniere delle varie nazioni con cui i Romani erano quotidianamente a contatto.

Gli interpreti nel Medioevo

Nel 9° secolo d.C. “Historiae” o “De dissensionibus filiorum Ludovicii pii” di Nitardo rappresentava un documento fondamentale per raccontare un’epoca in cui dominava il multilinguismo e scarseggiavano le fonti storiche. Sin dai tempi del Giuramento di Strasburgo coesistevano lingue come il latino, la lingua romanza e quella germanica.

Nel 10° secolo d.C. gli ambasciatori di Cordova venivano da gruppi minoritari ebrei e cristiani e fungevano da intermediari naturali nei negoziati tra il Califfato Omayyade e i paesi cristiani, data la loro duplice lingua e cultura. In questa epoca di intensi rapporti diplomatici tra Bisanzio e l’Europa medievale, ricordiamo gli interpreti Hasday ibn Shaprut, il capo della comunità ebraica di Cordova, e Recemund, un funzionario cristiano di corte. All’epoca, in Iberia e in Nord Africa coesistevano musulmani, ebrei e cristiani, e gli interpreti erano figure che conoscevano le tradizioni musulmane, vivevano in paesi cristiani oppure erano ufficiali dell’esercito al confine. Le comunità mercantili cristiane nel Maghreb parlavano arabo e i mercenari cristiani (Frendji) erano al servizio dei sultani come truppe di élite. Ricordiamo anche Père Robert, che svolse un ruolo chiave presso la corte di Giacomo II d’Aragona nello scambio della corrispondenza in arabo e in aragonese, e Renegade Anselm Turmeda, un frate francescano che conosceva il catalano e l’arabo.

Gli interpreti popolavano il mondo diplomatico e militare anche intorno all’anno 1000, presso il regno di Alexios I Komnenos negli accordi con i Normanni e i Turchi. Erano anche attivi nello scambio di corrispondenza in lingua greca, nell’esercito, come guardie imperiali dei contingenti nordici, turchi o franchi, o nelle basi navali nel Mare Adriatico e nel Mare Ionio per la difesa di Costantinopoli.

Ai tempi di Papa Urbano II e della Prima Crociata, dominavano lo scenario interpreti di lingua latina tra i bizantini e i crociati, tanto che le classi politiche erano abituate a servirsi di intermediari nelle questioni miliari e amministrative. Interpreti di spicco all’epoca erano Herluin e Bohemond.

Ai tempi della conquista normanna dell’Inghilterra, lo stesso Guglielmo il Conquistatore si serviva di questi mediatori linguistici e culturali, ma solo di pochi privilegiati si faceva menzione nella documentazione ufficiale. Nei territori in cui dominavano l’anglosassone e il latino, si aggiunsero gli interpreti di danese o Wealhstodas. L’anglosassone era la lingua del governo, mentre il latino e il francese divennero le lingue ufficiali del nuovo regno: il latino divenne la lingua della chiesa e dei tribunali, il francese quella di corte, dei campi di battaglia, e forse anche dei tribunali. Nel Galles, gli interpreti di allora erano definiti Latimers.

Gli interpreti dei primi esploratori

Facciamo ora un salto storico verso l’epoca dei grandi esploratori del globo, ai quali abbiamo dedicato un capitolo a parte (“Il primo viaggio intorno al mondo“).

Nel Quattrocento, i portoghesi esploravano la costa occidentale dell’Africa (Costa della Guinea, Fiume Senegal, Angola meridionale) in cerca di avorio, oro e schiavi e in quell’occasione si sviluppò una classe di intermediari per facilitare le negoziazioni. Schiavi berberi presi dal Sahara furono portati a Lisbona per imparare il portoghese, che divenne lingua franca nel Cinquecento. A proposito di schiavi, nel Settecento il paese che vantava il loro più grande commercio nella Costa della Guinea era la Gran Bretagna, che li acquistava in cambio di beni. Questi stessi schiavi venivano poi portati nelle Americhe fino a sbarcare in Europa; un famoso interprete dell’epoca era Buttenoe.

Cristoforo Colombo portò gli intermediari dai Caraibi alla Corte di Spagna per insegnare loro lo spagnolo. Famosi erano Diego Colòn e Juan Pèrez, quest’ultimo uno schiavo indiano che mediava con gli indigeni della costa dell’Honduras.

Magellano assunse Enrique come interprete di malese durante l’assedio di Malacca e lo portò nel suo viaggio verso le isole delle spezie. Enrique seguì Magellano a Siviglia e poi nelle Filippine, dove il malese era la lingua franca della diplomazia e del commercio, e fu attivo come intermediario durante la missione di conversione degli indigeni al cattolicesimo.

Francisco Hernández de Córdoba fece imparare lo spagnolo agli schiavi Melchor e Julián per assumerli come interpreti nella spedizione verso quello che poi sarebbe diventato il Messico. Non assunse gli indiani, che parlavano la lingua dei Maya e dei Taino, finché non giunse nello Yucatan, dove gli interpreti Pedro Barba e Julián furono il primo esempio di relais o “traduzione doppia” (termine attribuito a Hugh Thomas per indicare la traduzione tra due lingue passando per un’altra).

Il relais fu poi riadottato da Hernán Cortés nello Yucatan durante la sua spedizione verso il Messico, con l’interprete Géronimo de Aguilar. Figura di spicco dell’epoca era Marina, figlia di mercanti aztechi e parlante di lingua nahuatl venduta ai mercanti maya, che in seguito imparò lo spagnolo presso la corte di Hernán Cortés. Era chiamata Malintzin in lingua nahuatl e Malinche in spagnolo; anch’essa lavorò in relais insieme a Géronimo de Aguilar e fu indispensabile durante il viaggio di Cortés verso l’Honduras nella comunicazione in lingua spagnola e maya.

Altre figure di spicco dell’epoca delle prime esplorazioni erano Gaspar Antonio Chi, Felipillo, Squanto ed Estevanico. Gaspar era un interprete indiano dello Yucatan che nel tardo Cinquecento facilitò la comunicazione tra gli spagnoli di Carlo V e i Maya. Felipillo era nativo di un’isola al largo della costa dell’Impero Inca e fu catturato dagli spagnoli per fungere da intermediario nella conquista del Perù. Squanto era un nativo americano della tribù Patuxet che aiutò i padri pellegrini a comunicare nel Nuovo Mondo; rimase famoso anche per aver attraversato l’Oceano Atlantico per ben sei volte. Estevanico, infine, era uno schiavo del Marocco e fu probabilmente il primo musulmano a giungere in Nord America. Partecipò alla spedizione del capitano Dorantes alla conquista della Nuova Spagna e giunto in Messico fu venduto al primo viceré della Nuova Spagna per ulteriori spedizioni verso nord.

Gli interpreti dell’Impero Ottomano

Nel Cinquecento, l’Impero Ottomano comprendeva l’Europa Centrale, la Crimea, il Medio Oriente e l’Africa. Gli intermediari tra l’impero e l’Europa erano allora chiamati dragomanni (dal turco “tercüman”, dall’arabo “tarjuman” ovvero interprete o guida) e dopo la caduta di Costantinopoli molti di loro lavoravano con il greco e l’italiano. Con la crescita del commercio, le lingue di corte divennero l’arabo, il persiano e il vernacolare turco. I primi dragomanni erano schiavi italiani, greci, austriaci, tedeschi, ungheresi e polacchi catturati in battaglia e convertiti all’islam, ma ben presto le autorità musulmane sostituirono gli infedeli con dragomanni musulmani di madrelingua turca.

Gli interpreti in Giappone

Nel Giappone del 16° e 17° secolo, la missione gesuita favorì l’impiego di intermediari per la Società. Tra questi, João Rodrigues Tçuzzu era un gesuita che da Lisbona fu inviato in Giappone, dove imparò il giapponese e contribuì alla liberazione della fede cristiana dalle caratteristiche europee. In seguito partecipò come interprete anche alla missione gesuita nelle Indie e in varie missioni diplomatiche con l’Europa. Come lui, molti portoghesi si recarono in Asia per lavorare come intermediari anche negli scambi commerciali. In questo ambito, l’interprete gesuita divenne una figura di profilo elevato, a metà tra la sfera temporale e quella spirituale.

Gli interpreti del colonialismo

Nel 1584, la Regina Elisabetta I inviò vari esploratori nel nuovo continente: Walter Raleigh si insediò nella costa sud-orientale del Nord America, mentre i Capitani Philip Amadas e Arthur Barlowe si stabilirono in Virginia. Si esprimevano a gesti nelle negoziazioni commerciali, ma in ambito diplomatico impiegarono due indigeni che poi li seguirono in Inghilterra: Wanchese e Manteo. Lì essi impararono l’inglese e successivamente seguirono Sir Richard Grenville e Ralph Lane all’Isola Roanoke. In particolare, Manteo fu interprete di Francis Drake e di John White.

Nei primi anni del Seicento, gli inglesi giunsero fino a Jamestown, e allora quella dell’interprete divenne una professione affermata nel nuovo mondo: ricordiamo Thomas Savage, Henry Spelman e Robert Poole.

L’avanzata degli inglesi proseguì nel Settecento, quando il Capitano James Cook fu spedito a Tahiti per osservare il transito di Venere attraverso il Sole e in seguito in cerca della Terra Australis, il continente più a sud del mondo. James Cook esplorò il Pacifico meridionale con l’aiuto dell’interprete Tupaia, prete polinesiano nonché navigatore.

Altre due figure di spicco del Settecento erano Sacagawea e Sarah Winnemucca. La prima era figlia di un capo tribù dell’Idaho che conosceva le lingue hidatsa e shoshoni e fu venduta al mercante di pellicce Toussaint Charbonneau, che parlava hidatsa e francese. Sacagawea fu la prima donna ad aver partecipato alla prima spedizione americana di Louis e Clark alla scoperta della costa del Pacifico via terra. Sara Winnemucca fungeva invece da intermediario con le lingue inglese e spagnolo tra le famiglie bianche in California. In seguito fu interprete militare durante le guerre tra nativi americani e coloni.

La nascita dell’interpretazione simultanea   

Nel raccontare questi viaggi intorno al mondo e nel ricordare i primi interpreti che li hanno resi possibili, non possiamo dimenticare le origini della forma di interpretazione ad oggi più utilizzata nell’ambito delle conferenze: l’interpretazione simultanea.

È nella Norimberga del 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che tre gruppi di interpreti erano presenti al processo dei principali criminali di guerra davanti al Tribunale militare internazionale: gli interpreti di tribunale, i testimoni e la difesa. Allora la figura dell’interprete divenne importante di pari passo con la necessità di portare avanti dei processi il più possibile equi e veloci. Furono loro i fondatori dell’interpretariato di conferenza moderno, poliglotti chiamati a svolgere un compito mai svolto prima, così come prima di loro avevano fatto Enrique, Marina, Tçuzzu, Manteo o Tupaia.

Nacque così una professione che rimase esclusivamente face-to-face fino agli anni Settanta del secolo scorso, ovvero fino all’avvento delle nuove tecnologie di interpretariato telefonico e remoto. Queste vanno via via integrando il settore dell’interpretariato di conferenza, nato di recente ma in continua evoluzione grazie ai rapidi progressi del mondo contemporaneo.

 

Tra vita e scienza nella prospettiva di Kazuo Ishiguro

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Inizia nell’Inghilterra dei tardi anni Novanta il romanzo distopico di Kazuo Ishiguro intitolato “Never let me go” (“Non lasciarmi”), tradotto dall’inglese da Paola Novarese. Il titolo è preso da una canzone alla quale una dei protagonisti, nonché voce narrante, è attaccata sin dall’infanzia:

(…) di qualunque cosa parlasse quella canzone, nella mia testa, mentre ballavo, io conservavo dentro di me la mia versione. Vede, immaginavo parlasse di una donna a cui era stato detto che non avrebbe potuto avere dei bambini. Poi però ne aveva partorito uno, ed era così felice che lo teneva stretto al cuore, ma nello stesso tempo aveva una gran paura che qualcosa potesse separarli, e allora cantava, tesoro, tesoro, non lasciarmi.

Ishiguro propone un tema poco affrontato nella letteratura contemporanea, ma molto attuale e profondamente umano.

Dei bambini chiusi in un istituto, delle vite fatte di cultura, bellezza, arte, amore, sogni, illusioni… inconsapevoli della verità del loro destino. Sentono parlare di “donazioni” senza sapere cosa sarà il futuro, se mai ce ne sarà uno e se mai potrà essere definito davvero tale. La “galleria” dei loro lavori, espressioni artistiche della loro anima, rappresenta un mero esperimento scientifico. Ma nemmeno di questo sono consapevoli. Attanagliati dai dubbi, vivono ingenuamente la loro infanzia, ma non sanno che non avranno libertà di scelta.

Un destino crudele ma tanto realistico se racchiuso nella sua distopia. Un mondo possibile che trascina con sé l’egoismo che il mondo reale fa solo intravedere, sforzandosi di velarlo di bellezza e illusione. Vissuto con spensierata ingenuità, ma nell’insicurezza del dubbio e nel delicato equilibrio della vita. Che nella prospettiva egoistica del mondo vita vera non è, ma tale rimane in quanto vissuta dall’anima umana di chi ne è protagonista. O da una copia, dalla ricreazione analoga e imperfetta del suo “possibile”, dal modello da cui quella vita e quell’anima sono state artificialmente create.

Ciò che colpisce del romanzo è la maestria nell’accompagnare il lettore lungo il percorso di vita di chi narra e delle persone narrate, facendogli scoprire passo dopo passo quanto fossero vere e reali quelle insicurezze nate nell’infanzia, mentre piano piano si fanno certezze nell’età adulta. I sentimenti non si staccano dalla carta, non avvolgono il lettore, ma lo lasciano freddo e chiuso nella paura di scoprire il destino di quelle anime. La narrazione riproduce l’effetto del sentimento del mondo rispetto alla vita.

Vite parallele create per salvarne altre, senza chiedere nulla in cambio, solo il breve soffio di un’esistenza data e definita “fortunata”, e forse bella solo perché breve. Vite “doppie” alle quali non è dato ricrearne altre. L’immagine della speranza di qualcosa di bello che non si realizzerà mai, ma al quale si attacca l’anima umana: un bambino concepito per miracolo che non nascerà mai, e non per libera scelta. La prospettiva di un “rifiuto umano”, del niente che però è vita. Una nuova interpretazione da parte di chi sa e muove le pedine, i guardiani della vita che perpetuano la morte:

Mentre ti osservavo ballare quel giorno, ho visto qualcos’altro. Ho visto un nuovo mondo che si avvicinava a grandi passi. Più scientifico, più efficiente, certo. Più cure per le vecchie malattie. Splendido. E tuttavia un mondo duro, crudele. Ho visto una ragazzina, con gli occhi chiusi, stringere al petto il vecchio mondo gentile, quello che nel suo cuore sapeva che non sarebbe durato per sempre, e lei lo teneva fra le braccia e implorava, che non la abbandonasse.

Duro, crudele, spietato: l’immagine del mondo sovrastato dalla ragione, la natura sconfitta dalla scienza, la lotta dei sentimenti che vincono la realtà ma non il destino. I rifiuti umani che si attaccano alla vita:

Mi ritrovai in piedi davanti ad acri di terreno coltivato. Un reticolato mi impediva di entrare nel campo, dove correvano due strisce di filo spinato, e mi accorsi che quella rete e un gruppetto di tre o quattro alberi di fronte a me erano le uniche cose a interrompere la corsa del vento fin dove l’occhio spaziava. Lungo tutto il reticolato, e in particolare in basso vicino al terreno, erano rimasti impigliati e intrappolati ogni genere di rifiuti. Erano simili ai detriti che si trovano sulla spiaggia: il vento doveva averli trasportati per miglia e miglia, prima di incontrare finalmente quegli alberi e quelle due strisce di filo spinato. Anche sulle fronde si scorgevano svolazzare laceri fogli di plastica e resti di vecchi sacchetti. Fu quella l’unica volta, mentre stavo lì in piedi a osservare quegli strani rifiuti, sentendo il rumore del vento che attraversava quei campi vuoti, che mi feci trasportare da quella piccola fantasia (…). Pensavo ai rifiuti, alla plastica che sventolava tra i rami, alla linea di strane cose intrappolate lungo il reticolato, e allora chiusi quasi gli occhi e immaginai che quello fosse il punto dove tutto ciò che avevo perduto dagli anni dell’infanzia era stato gettato a riva.

Il campo appare duro, freddo, è quello che esiste, è il reale, ed è stato creato da qualcosa di indipendente dalla ragione umana. Ma è l’uomo a doverlo coltivare. Con qualsiasi mezzo, perpetrando il suo oscuro egoismo. E il doppio non riesce a entrare, perché quel filo spinato, quell’ostacolo che fa male, rappresenta sia la crudeltà del mondo che l’egoismo dell’essere umano. Ed è doppio anche il filo, perché l’uomo vero e la sua copia sono al confine tra la vita e la sua illusione. Gli alberi che nascono e crescono su quel terreno coltivato arrestano la corsa del vento, che è il tempo, il destino inesorabile, l’universo spietato. Quegli alberi, quella vita, sono gli uomini, anime reali alle quali si attaccano disperatamente i rifiuti, gli organi vitali, perché in realtà sono loro che cercano appiglio. Si attaccano in basso, perché è da lì che vengono, ma sono al contempo le radici della nuova vita. Così come chi li ha donati, nemici del vento, guerrieri disperati ma destinati a essere sconfitti. E qui si ferma la prospettiva: è fin lì che può spaziare l’occhio umano. Oltre c’è la vita che continua, sconosciuta a chi la osserva. E l’umano si immedesima nel rifiuto, e il rifiuto si fa ricordo. Ricordo di qualcosa che apparteneva e che non appartiene più. Era del mondo dell’infanzia. Ma poi è stato donato. Per distruggere la seconda vita e perpetrare il più a lungo possibile la certezza di un’altra vita, quella naturale, quella arrivata per prima. Quella che, dalla limitata prospettiva umana, è l’unica che merita di vivere e di essere vissuta.

L’origine del linguaggio tra evoluzionismo e romanticismo

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A cosa serve il linguaggio e perché si è sviluppato? Le parole sono etichette arbitrarie create dall’uomo o entità naturali dotate di un’anima? Il linguaggio è un’invenzione umana o un riflesso del cosmo?

La teoria evoluzionista

La visione dominante che spiega l’origine del linguaggio è quella sostenuta dallo psicologo evoluzionista Robin Dunbar, che sostiene che il linguaggio sarebbe nato per permettere agli esseri umani di scambiarsi informazioni relative al mondo fisico, al fine di facilitare i legami sociali e aumentare le possibilità di sopravvivenza. In seguito, secondo lo storico Yuval Noah Harari, il linguaggio si sarebbe evoluto per consentire all’uomo di trasmettere informazioni su oggetti che non esistono e concetti astratti. In altre parole, i versi dei nostri antenati primitivi con il tempo sarebbero diventati parole e grammatica, invenzioni arbitrarie della mente umana. Successivamente, la maggiore complessità della lingua avrebbe permesso la creazione delle metafore e la descrizione degli oggetti astratti, fino alla letteratura come espressione creativa del mondo umano interiore.

La teoria romantica

Esiste tuttavia una visione più “romantica” dell’origine del linguaggio, la quale riconosce alle parole un’anima. Tra i sostenitori di questa teoria figurano lo psicoterapeuta Mark Vernon, il poeta Simon Armitage e il filosofo Owen Barfield, che affermano che le parole e la grammatica sono suggerite all’uomo dalla Terra, per cui sono dotate di una vitalità che esprime e rispecchia la vita interiore del cosmo.

Secondo i romantici, il linguaggio non può essere un mezzo per parlare di finzioni, altrimenti ciò che si dice sulla scienza sarebbe falso. Inoltre, se le parole non avessero una carica poetica aborigena, le metafore non avrebbero potere su chi le legge o le ascolta, ma avrebbero un significato solo per chi le usa. Invece, le metafore combinano i significati in modo nuovo, esprimendo la poesia innata e insita nelle parole e nel cosmo. Così, gli oggetti fisici e gli oggetti astratti indicati dalla stessa parola hanno un’affinità e possiedono la stessa anima. Ad esempio, la parola “cuore” in origine indicava la sede delle emozioni e soltanto nel 17° secolo ha iniziato a indicare l’organo, quindi il significato immateriale è nato prima di quello materiale.

Il sociologo Robert Bellah rafforza la teoria romantica parlando di “teoria offline”: le attività offline sono quelle rituali, il gioco e la musica, contrapposte alle attività online, ovvero i bisogni materiali. In quanto tali, le attività offline non hanno un vantaggio competitivo utile legato alla sopravvivenza, ma esprimono il desiderio umano di partecipare alla vita del cosmo. L’evoluzione del linguaggio si sarebbe quindi verificata in modo opposto rispetto a quanto affermato dalla teoria evoluzionista: le parole sono nate dalla musica e dai rituali primitivi cosmici, si sono evolute nelle storie e nei miti, poi nel pensiero e nella letteratura e infine hanno indicato gli oggetti materiali.

Rimanendo in bilico tra le due teorie, ci limitiamo semplicemente a esprimere il fascino rivoluzionario della teoria romantica del linguaggio con le parole di Alexander von Humboldt, che affermava che “ovunque la natura parla all’uomo con una voce familiare alla sua anima”.

Il primo viaggio intorno al mondo

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Tu che sei in viaggio
sono le tue orme la strada
nient’altro
Tu che sei in viaggio
non sei su una strada
la strada la fai tu andando
Mentre vai si fa la strada
e girandoti indietro
vedrai il sentiero che mai più calpesterai
Tu che sei in viaggio
non hai una strada, ma solo scie nel mare.

(Antonio Machado)

Viaggiare e scoprire nuovi sentieri inseguendo nuove mete. Per necessità di sopravvivenza, curiosità verso ciò che è altro, instabilità dell’anima, apertura all’infinito. Da sempre l’uomo si è evoluto muovendosi nello spazio, ma chi ha iniziato e compiuto per primo il viaggio intorno al mondo?

Facciamo un salto indietro nel tempo. Siamo nel 1453: i Turchi conquistano Costantinopoli, rendendo pericolosa e instabile l’attività commerciale nel Mediterraneo orientale, che fino ad ora è stata la principale rotta commerciale degli europei per l’importazione di beni di lusso e spezie dall’Oriente. Venezia e Genova, i maggiori porti commerciali di accoglienza delle navi provenienti dall’Adriatico, rimangono isolati, e l’Europa è costretta a cercare altre rotte per il commercio con l’Asia. Nel frattempo, anche le miniere del Nord Africa si esauriscono, le monarchie nazionali europee sono disposte a finanziare le esportazioni e la cultura umanistica lascia spazio alla convinzione che la terra non è piatta, ma sferica.

Bartolomeo Diaz, Vasco da Gama, Cristoforo Colombo, Pedro Cabral, Amerigo Vespucci e Ferdinando Magellano sono i primi a superare la concezione tolemaico-aristotelica correndo il rischio di avventurarsi intorno al mondo. Diaz giunge al Capo di Buona Speranza, l’estremità del Sud Africa. Da Gama arriva a Calicut, in India. Cristoforo Colombo, finanziato da Isabella di Spagna, si avventura alla ricerca delle Indie partendo da Los Palos de la Frontera, ma arriva a San Salvador nei Caraibi. Pedro Cabral, alla ricerca di una via di collegamento tra il Portogallo e l’India, a causa di una tempesta oceanica finisce in Brasile. Amerigo Vespucci, partito anche lui dal Portogallo, è il primo a capire di essere finito in un nuovo continente, che per questa ragione prenderà il suo nome. Ma tra i primi esploratori passati alla storia, è Ferdinando Magellano a circumnavigare per primo la Terra.

Magellano, finanziato da Carlo V di Spagna, parte da Siviglia con cinque caravelle seguendo il corso del Guadalquivir. Vuole arrivare in Asia passando a occidente, così giunge in Sud America scoprendo nel 1520 lo stretto che prenderà il suo nome e denominando quel mare Oceano Pacifico. Arriverà fino alle Filippine, dove resterà ucciso, ma la sua esplorazione si concluderà in Spagna nel 1522, grazie ai diciotto superstiti della nave Vittoria.
Queste le principali tappe del viaggio di Magellano:

  • Isole Canarie sull’Oceano Atlantico, davanti alla costa nord-occidentale dell’Africa;
  • costa sudamericana, con soggiorno alla baia di Santa Lucia (attuale Rio de Janeiro), per raggiungere l’Oceano Pacifico;
  • Rio de la Plata (attuale Buenos Aires) fino alla Baia di San Julian in Patagonia;
  • Stretto di Magellano: durante la traversata dello stretto che le porterà dall’Oceano Atlantico al Pacifico, le navi si trovano a destra la Patagonia e a sinistra la “Terra del Fuoco”, un promontorio, un’isola o forse un arcipelago;
  • Isole Molucche (attuale Indonesia): qui Magellano dimostra finalmente che la Terra è sferica. Ma non riesce a raggiungere le isole d’Oriente in un mese, bensì in tre mesi e venti giorni, dimostrando anche che l’estensione dell’Oceano Pacifico supera quella di tutti i continenti della Terra messi insieme;
  • Isole Marianne fino alle Filippine, dove trova l’area linguistica malese lasciata dodici anni prima;
  • Isola di Cebu fino all’Isola di Mactan, dove rimane ucciso durante la ribellione delle popolazioni locali all’opera di conversione al cristianesimo tentata dai suoi marinai;
  • Borneo fino alle Isole Molucche, dove l’equipaggio riesce a riportare un carico di spezie, ma la nave Trinidad rimane bloccata per poi ripartire verso oriente per raggiungere l’Europa;
  • la nave Vittoria fa una sosta alle Isole di Capo Verde mentre è in viaggio verso il Capo di Buona Speranza, con l’intento di risalire verso la Spagna attraverso l’Atlantico;
  • dalle Azzorre all’imbocco del Guadalquivir fino a Siviglia.

Da allora il famoso stretto a sud della Patagonia che ha preso il nome di Magellano non viene più percorso a causa della pericolosità della rotta, almeno fino ai tempi del pirata inglese Francis Drake, che lo sfrutta per derubare i coloni spagnoli dell’area. Nel 1914 viene riaperto anche il Canale di Panama, rendendo ormai inutile la traversata tra l’Atlantico e il Pacifico attraverso lo stretto.

Forte spirito di avventura, irrefrenabile curiosità, cieco coraggio:  i grandi esploratori della storia hanno iniziato così i loro viaggi e così hanno scoperto il mondo. E come diceva Lao Tse:

Un viaggio di mille miglia ha inizio sotto la pianta dei tuoi piedi.

L’uso delle parole nel giornalismo: si dice “traduttori” o “interpreti”?

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Nel luglio scorso ha suscitato scalpore la notizia della richiesta di citare in giudizio Marina Gross affinché comunicasse i segreti appresi nel corso del vertice di Helsinki tra i presidenti Trump e Putin. Molte testate americane hanno ampiamente discusso l’argomento, usando il più delle volte la parola “translator” o “traduttore” per definire il ruolo di Marina Gross, incaricata di trasporre la conversazione dalla lingua russa alla lingua inglese.

Tuttavia, un professionista del mondo della traduzione non è necessariamente un “traduttore”, o meglio, il ruolo del traduttore propriamente detto è solo ed esclusivamente quello di tradurre un testo scritto. Nel caso specifico del vertice di Helsinki, Trump e Putin stavano parlando, per cui Marina Gross stava traducendo un testo orale. La sua professione non è “traduttrice”, bensì “interprete”. Non si tratta né di finezza linguistica né di pignoleria voluta, ma di due professioni diverse, con percorsi di formazione diversi e funzioni diverse. Così come diversa è la funzione della lingua scritta rispetto a quella della lingua orale.

Sicuramente non è una novità il fatto che nel linguaggio comune si impieghi più spesso la parola “traduttore” per riferirsi indifferentemente all’una o all’altra figura professionale. Tuttavia un professionista della comunicazione, quale è un giornalista, dovrebbe usare le parole con cura, soprattutto nella lingua scritta, che al contrario di quella orale, lascia il tempo per riflettere. Invece ciò non accade. Così, bande furiose di interpreti scaricano la loro frustrazione davanti alle tastiere e agli schermi di computer e cellulari, riempiendo di post e tweet i profili di ignari giornalisti, che nonostante tutto, ancora si ostinano a non voler capire.

Nel suo articolo “Stop inter’plaining me!” (dove per inter’plaining si intende la fastidiosa abitudine propria degli interpreti di correggere i giornalisti che osano definirli “traduttori”), l’interprete Alexander Drechsel si cala ironicamente nei panni di un giornalista che ha commesso l’errore di usare la parola “traduttori” e difende la posizione dei giornalisti sfruttati e tormentati dai tweet minacciosi degli interpreti che piuttosto che lavorare o farsi una vita, si sentono come Nicole Kidman in “The interpreter”.

In risposta a questa ironia, l’interprete Jonathan Downie pubblica l’articolo “A Defence of Inter’plaining”, sottolineando giustamente la differenza tra le due professioni e difendendo gli interpreti lamentosi per diverse ragioni:

  • se un giornalista usasse un nome piuttosto che un altro per riferirsi a una persona, risulterebbe meno credibile;
  • per una questione di riconoscimento: così come scrivere un articolo seduti a una scrivania non è lo stesso che fare interviste viaggiando, un traduttore ha delle abilità diverse rispetto a quelle di un interprete, anche se non per questo inferiori;
  • i giornalisti hanno un grande potere, che è quello di condizionare la visione del mondo, legittimando o emarginando i ruoli in base al linguaggio che usano. Molto spesso i giornalisti lavorano a fianco degli interpreti, dunque perché non chiamarli con il loro nome?

Motivo di sollievo per i combattivi interpreti è la sezione “Corrections and clarifications” di “The Guardian”, nella quale i giornalisti correggono l’errore con riferimento agli articoli sul vertice di Helsinki, precisando che quello che intendevano era “interpreti” e non “traduttori”, in quanto i professionisti in questione lavorano con la lingua orale.

Tuttavia, come se questo non bastasse, la diffusione di questa bella notizia nei gruppi di interpreti e traduttori ha addirittura suscitato il fastidio dei colleghi, che accusano i loro omologhi di pignoleria o di spreco di energie nel voler educare le persone all’uso corretto delle parole! Forse l’uso del termine corretto al posto di quello errato richiede un eccessivo sforzo fisico o mentale? Forse farsi chiamare con il proprio nome è una pretesa troppo grande? Forse la comunicazione non è più davvero così importante? Va bene, dunque visto che noi siamo pignoli (e voi non siete pigri, buonisti o rassegnati), a questo punto avete ragione: che si lasci spazio al relativismo. Evviva i professionisti, evviva i dilettanti… chiamiamoli come vogliamo, tanto diciamo sempre la stessa cosa.