Libertà e stato nella prospettiva liberale e oggettivista

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Nella conferenza dal titolo provocatorio “Loving liberty vs. hating government – Lessons from Ayn Rand” (“Amare la libertà vs. odiare lo stato – Lezioni da Ayn Rand”), il prof. Gregory Salmieri dell’Ayn Rand Institute ha presentato una visione della libertà basata sull’oggettivismo di Ayn Rand e sulla tradizione liberale classica, offrendo molti spunti di riflessione, che riproponiamo in questo articolo di blog.

Il prof. Salmieri ha spiegato come molti sostenitori della libertà in politica in realtà non difendevano la vera libertà. Questi aderivano alle ideologie e alle posizioni politiche socialiste più disparate: Locke, Wilde, Bernard-Shaw, e tutte le varie schiere di “eserciti di liberazione”. Anche i loro oppositori, i “liberali”, pur avendo in comune, inter alia, la difesa del libero mercato e l’economia capitalista, non hanno mai avuto un’identità definita, tanto è vero che si possono raggruppare principalmente in tre filoni:

1) i minarchici (sostenitori di uno stato minimo che si limita a sostenere i diritti individuali, es. Rand, Nozick, Mises);

2) gli anarco-capitalisti (sostenitori dell’assenza di stato, es. Rothbard);

3) i libertari (sostenitori di uno stato che non si limita soltanto alla difesa dei diritti individuali, ma si estende anche alle politiche di welfare).

Anche all’interno di questi tre filoni si sono distinte ulteriori correnti del pensiero liberale.

I liberali – In origine, il liberalismo classico era il primo stadio del movimento liberale, non una posizione politica. Alla fine della seconda guerra mondiale, i liberali hanno criticato l’interventismo dello stato nell’economia, esprimendo un orientamento politico di destra. Oggi il termine “liberale” in Europa ha mantenuto questa accezione, ma in America i “Liberals” hanno un orientamento politico di sinistra, tanto che, per mantenere la distinzione, i sostenitori della destra sono spesso definiti “neoliberali”. Ad ogni modo, attualmente i liberali non hanno un’identità politica definita né una solida base filosofica a difesa della libertà.

I libertari – Sempre per ragioni di chiarezza, nel corso degli anni il termine “libertario” è andato a sostituire il termine “liberale” nella sua accezione originaria. Tuttavia, nel corso del tempo anche il significato del termine “libertario” è cambiato, e molti individui e organizzazioni che portano questo nome possono avere idee che si discostano dal significato originario. Lo stesso termine raggruppa infatti più visioni, tra le quali quella soggettivista e priva di fondamenti filosofici capitanata da Murray Rothbard negli anni Sessanta e Settanta, che si esprime in politica con posizioni anarchiche o anarco-capitaliste ed è caratterizzata da un feroce non-interventismo. Oggi il movimento libertario non ha necessariamente un orientamento antifilosofico, bensì manca di coesione e di una guida intellettuale e organizzativa. Negli ultimi anni, il termine “libertario” ha preso a indicare una vaga tendenza verso la libertà rispetto al controllo statale. Poiché ormai la percezione diffusa è che né i liberali né i conservatori difendono la libertà, il termine “libertario” è usato per indicare chi pende più dalla parte della libertà. Tuttavia, nessuno dei tre termini politici ha un significato chiaramente definito.

Gli oggettivisti – Alla domanda: “E’ una scrittrice o una filosofa?” Ayn Rand rispondeva: “Entrambe le cose.” Si interessava di filosofia per dare corpo alle sue storie e per definire le idee e i principi che guidavano i suoi personaggi. Secondo Rand, i principi filosofici sono imprescindibili, in quanto coinvolgono l’esistenza degli individui, che a loro volta riflettono i principi filosofici. La filosofia è una forza che guida la vita degli individui e il corso della storia, ed è necessaria in quanto offre una visione del mondo e uno scopo di vita. Le premesse filosofiche sono acquisite da una mente e da un pensiero indipendente: in tal senso, l’oggettivismo è “una filosofia per vivere sulla Terra”. Avendo una visione chiara, ben definita e unica dei principi politici, che scaturiscono da basi filosofiche, gli oggettivisti si discostano dalle posizioni liberali, conservatrici e libertarie. Sono pro-capitalisti e sostengono il capitalismo “laissez-faire”: per Rand, il capitalismo è un sistema sociale basato sul riconoscimento dei diritti individuali, compresa la proprietà privata, ma essendo la politica un ramo della filosofia, l’oggettivismo si discosta da una visione politica come obiettivo primario raggiungibile senza un contesto ideologico. In questo senso, gli oggettivisti non sono conservatori, ma sostenitori radicali del capitalismo e fautori della sua base filosofica. Poiché per loro la politica non è indipendente dalla filosofia, raramente sono in completo accordo con le posizioni di altre organizzazioni politiche di pensiero liberale.

Rand criticava i libertari stile Murray Rothbard, che hanno assunto il suo principio di non violenza convertendolo in assioma, negando così la rilevanza dei fondamenti filosofici (la morale, la metafisica e l’epistemologia) e mettendo a nudo l’essenza nichilistica del movimento libertario. Il valore della libertà e il male insito nell’azione di chi inizia la violenza diventano assiomi ovvi, che non necessitano di spiegazione: i concetti di libertà, violenza, giustizia, bene e male rimangono quindi indefiniti. Di contrasto, Rand era avversa ai conservatori, che subordinano la ragione alla fede e sostituiscono la teocrazia al capitalismo, e agli “hippy libertari”, che subordinano la ragione al capriccio e sostituiscono l’anarchismo al capitalismo. Come tale, secondo Rand, il libertarismo è nemico del capitalismo e della libertà.

Torniamo quindi all’intento provocatorio del titolo dell’intervento del prof. Salmieri: i sostenitori dell’assenza di stato sono mossi da un vero amore per la libertà o da un odio verso lo stato? Qual è la motivazione che li spinge, quella di abbattere il sistema, mossi dalla paura, oppure di realizzare un ideale?

Secondo la prospettiva oggettivista, l’amore per la libertà è il rifiuto di una perversione del concetto di stato e la libertà è una ricerca onesta di ciò che è nell’interesse di tutti, mentre la paura è secondaria all’obiettivo da raggiungere. Secondo gli oggettivisti, la libertà è la capacità di vivere in modo indipendente, la possibilità di seguire la ragione e la propria capacità di giudizio senza l’interferenza degli altri. In tal senso, l’essere umano è un individuo, non una parte anonima di un tutto più grande, la società. L’essere umano è in primis dotato di una mente che ragiona, quindi la mente è un attributo dell’individuo. La ragione si pone obiettivi e li persegue, non dà retta agli istinti primari, e ciò distingue l’uomo dall’animale, che segue i propri desideri sulla base di un programma che lo fa vivere e sopravvivere. L’uomo come individuo ha il potenziale di scegliere cosa raggiungere e di costruire la sua felicità e la sua vita senza l’interferenza degli altri. In questo, la persuasione e il commercio sono mezzi di scambio volontario che riflettono una mente razionale e come tali si dispiegano al meglio se sono vantaggiosi per entrambe le parti.

Lo scopo della politica è estrarre la violenza dalla società, in quanto la violenza esclude la libertà d’azione degli individui e quindi il libero mercato. Allo stato di natura, gli esseri umani non sono sicuri dalla violenza dell’altro, pertanto senza uno stato che garantisca la sicurezza dalla violenza, nessun individuo può essere veramente libero. La violenza è ammessa solo come risposta a chi la inizia, ma ciò non basta per rendere gli esseri umani liberi dalla violenza. Infatti, il concetto di violenza può essere soggettivo e la sua percezione può variare da individuo a individuo. Pertanto, di fronte a un individuo che inizia verso di me ciò che io considero violenza, io non sono libero di vivere in modo indipendente. Quindi, è necessario un sistema che stabilisca cos’è la violenza e che ne controlli la risposta. Il diritto umano non è quindi inteso nell’accezione attribuitagli delle politiche di sinistra, ma è il diritto alla libertà d’azione secondo ragione. Cosa si intende per libertà d’azione? Spesso i confini della vita umana non sono ovvi: possiamo prendere e assumere su di noi qualcosa dall’esterno, possiamo creare la proprietà, ma per non violare la libertà dell’altro abbiamo bisogno di un sistema che specifichi norme che non rimangano astratte e di un consenso condiviso, di un codice giuridico che mantenga la pace definendo cos’è il diritto alla vita, alla proprietà e alla libertà. Questo sistema va sottoposto a un rigido limite consensuale ai compiti e all’azione dello stato, affinché esso non espanda la sua sfera di influenza ad altri settori della vita umana e sociale.

Quindi, se lo stato è necessario, cosa succede nel caso di molteplici stati che competono l’uno con l’altro? Tra uno stato e l’altro, le interazioni che vanno oltre lo scambio di merci sono poche, ma ciò che conta di più sono le interazioni tra gli individui vicini all’interno di un territorio più ristretto. In una società anarchica, priva un’istituzione che controlli la violenza, si possono creare gruppi di pressione che non permettono agli individui di vivere liberamente e in modo indipendente. Cosa succede se si devia dalla vera libertà? Nel corso dei secoli, le tesi socialiste “a favore della libertà” hanno iniziato a prendere piede, esprimendo odio nei confronti della ricchezza non acquisita e quindi immeritata dell’aristocrazia e della chiesa. Questo atteggiamento che sembra favorire la libertà è in realtà soltanto espressione di odio nei confronti di certe categorie, che si realizza in politica con una centralizzazione del potere. E se invece i ricchi fossero diventati tali in un sistema libero che garantiva loro la capacità di vivere in modo indipendente dispiegando le possibilità della loro mente razionale? Cosa dire degli industriali del Nord America? Sarebbe il caso di opporvisi o di difenderli in quanto prodotti della libertà? Quindi, amare la libertà o odiare la ricchezza? Nel caso del socialismo, la paura della ricchezza ha vinto sull’amore per la libertà.

Tornando a parlare di stato giusto, qual è la dimensione giusta dello stato? Se ci fosse un solo governo centralizzato nel mondo e questo fallisse, non ci sarebbe via di scampo, quindi sono necessari vari stati. Nella prospettiva oggettivista, la dimensione minima di uno stato corrisponde alla dimensione di un territorio in cui una persona potrebbe vivere la sua vita. Per quanto sia complesso dare e stabilire una definizione di dimensione di uno stato, in un’ottica oggettivista resta comunque positivo il fatto che vi siano stati di dimensioni diverse e che governino nel modo giusto.

Partendo da questi spunti di riflessione e consapevoli che la complessità delle tematiche esposte non si possa esaurire in un articolo di blog, quale potrebbe essere l’idea più giusta di politica e di organizzazione sociale che rispetta la libertà e i diritti umani individuali?

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Fede e scienza: “The carrier” di J. Mahjoub

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Con questo unico occhio puoi scrutare il mondo. Al di sopra del burrascoso tambureggiare di onde senza requie, lungo la cerea distesa verde dell’oceano verso quella semplice, perfetta pennellata dell’orizzonte che resta, come sempre, irraggiungibile. Fino ai margini estremi della Terra, e oltre. Lo strumento tubolare, cavo, porta vicino ciò che è lontano. Un condotto lucente che può spingersi in avanti nella distanza e nel futuro, e all’indietro nel passato.

Lo strumento in questione è ingannevolmente semplice. Un cilindro di ottone, aperto alle due estremità, in cui sono fissate dure gocce di cristallo. La luce passa attraverso la lente, si piega – tale è la relazione fra aria e cristallo – e passa, così trasformata, nel lungo tubo d’ottone del tempo. I raggi sono raccolti come altrettanti fili e riuniti come nella narrazione di un racconto. Ciò che prima sembrava lontano adesso diventa vicino. Il tempo è scagliato verso il vuoto e le lontane stelle estinte. Il passato si protende e per un breve, fuggevole istante il presente è appena illuminato.

Con queste parole inizia l’epilogo del romanzo del giornalista e scrittore Jamal Mahjoub “The carrier” (1998), intitolato in italiano “I cristalli del cielo”. Il libro narra le avventure di un astronomo, Rashid al-Kenzy, che dal grande impero della Sublime Porta giunge fino all’estremo Settentrione della terra degli infedeli, alla ricerca di un telescopio per sondare le meraviglie dell’universo. La storia è ambientata nel Seicento, tempo in cui la luce della conoscenza fa fatica ad affermarsi nell’oscurità di una fede buia, imposta, inattaccabile. I rapidi progressi della scienza danno nuova vita al sistema eliocentrico di Copernico, in contrasto con il sistema geocentrico di Tolomeo, appoggiato dalla Chiesa.

Prima del Seicento si riconosceva la validità del modello di Ipparco, che affermava che la Terra era al centro dell’universo e intorno a essa, circolarmente, ruotavano i pianeti e le stelle fisse, ciascuno seguendo la propria orbita. Questo modello, però, non prendeva in considerazione i cosiddetti moti retrogradi, ovvero il fatto che a un certo punto i pianeti tornavano indietro, prima di riprendere il loro verso. Così, Tolomeo immaginò che i pianeti ruotassero, oltre che su un’orbita circolare con la Terra al centro, intorno a un’orbita più piccola (epiciclo), il cui centro si muoveva su un’orbita circolare intorno alla Terra (deferente). Nel 1543 Copernico propose un sistema ancora più semplice: sia i pianeti che la Terra si muovono intorno al Sole, ciascuno a velocità diverse, e le stelle sembrano fisse solo perché lontane dalla Terra. In seguito Tycho Brahe, più volte menzionato nel romanzo tra le figure storiche chiave dello studio dei corpi celesti, iniziò a osservare il cielo con l’ausilio del telescopio e trasmise le sue misurazioni all’allievo Keplero, le cui leggi furono in seguito confermate dalle leggi della dinamica e della gravitazione universale di Newton.

Scardinare il sistema geocentrico significava scardinare la visione antropocentrica della Chiesa e abbracciare una nuova visione della vita: dopo Copernico, l’Uomo, la creatura di Dio, non era più al centro dell’universo. Nel Seicento, le teorie di Keplero e Newton furono supportate dagli scritti (e dalla condanna al rogo per opera dell’Inquisizione) di Galileo Galilei e Giordano Bruno: non esistevano più il Terrestre (il mondo sensibile, con l’Uomo al centro, soggetto al peccato) e l’Etere (il mondo incorruttibile di Dio) di Aristotele, bensì l’universo era diventato relativo, privo di centro, composto da pianeti fatti della stessa materia della Terra. La cultura affermata e diffusa dalla Chiesa venne così scardinata, e tutto ciò che era “altro” veniva messo al rogo. L’esito della rivoluzione scientifica non ha potuto che spaccare la cultura in due: la scienza da una parte e la fede dall’altra.

Ma è proprio vero che scienza e fede sono inconciliabili? Nel 1914, il grande matematico italiano Fantappiè ha sviluppato la “teoria unitaria del mondo fisico e biologico”, introducendo la nozione di “sintropia” associata all’ordine rispetto all'”entropia” associata al disordine. In Fantappiè, la sintropia è inserita nella scienza come conseguenza logica e necessaria della relatività e della meccanica quantistica. Mentre l’essenza del mondo entropico, meccanico, è il principio di causalità, l’essenza del mondo sintropico, vivente, è il principio di finalità. In altre parole, l’essenza della vita è tendere a fini e l’attrazione verso un fine è sentita come amore. Le leggi della natura contengono quindi le stesse leggi dell’amore scritte nei testi sacri delle religioni. Scriveva Fantappiè:

La legge della vita è dunque legge d’amore e di differenziazione, non va verso il livellamento, ma verso una diversificazione sempre più spinta. Ogni essere vivente, modesto o illustre, ha i suoi compiti e i suoi fini che, nell’economia generale dell’universo, sono sempre pregevoli, importanti, grandi.

“The Fountainhead” (1943), A. Rand

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“The Fountainhead” (“La fonte meravigliosa”) è uno dei romanzi più importanti di Ayn Rand e contiene i semi della filosofia oggettivista. E’ la storia di un architetto intransigente e della sua violenta battaglia contro gli standard convenzionali.

Come afferma Leonard Peikoff nella postfazione del libro, Rand scriveva profusamente nei suoi diari circa il tema, i personaggi e la trama dei suoi romanzi e lo faceva solo per se stessa, per fare chiarezza dentro di sé prima di dare forma alla sua creazione definitiva. Il titolo provvisorio di questo romanzo era “Second-hand lives” (letteralmente “Vite di seconda mano”), per porre l’accento sul modo di vivere degli uomini comuni, incapaci di godere della Vita vera (si rimanda all’articolo di questo blog “”Atlas shrugged” (1957), A. Rand”). In seguito, Rand cambia il titolo in “The Fountainhead”, spostando l’enfasi sul protagonista Howard Roark, l’eroe creativo, l’uomo che usa la mente “in prima mano”, diventando così “la fonte meravigliosa” di tutto ciò che raggiunge (“achievement”).

Tra i tanti personaggi che pullulano in “The Fountainhead”, vi sono due estremi morali, che Rand descrive con ricchezza di dettagli sia fisici che morali. Volendoci concentrare sugli aspetti morali dei due personaggi al fine di rendere l’idea dell’individuo ideale secondo la filosofia oggettivista in antitesi con il suo opposto morale, riportiamo alcuni estratti di quanto Rand scriveva nelle sue bozze con uno stile secco, crudo, profondamente oggettivo.

Howard Roark (1936):

“Non combatte né affronta il suo totale egoismo. Non più di quanto possa affrontare il suo diritto di respirare e di nutrirsi. Ha la calma tranquilla, completa, irrevocabile di una convinzione di ferro. Nessun atteggiamento drammatico, isterico, sensibile a tal proposito – perché non vi sono dubbi. Un’accettazione quieta, quasi indifferente, di un fatto irrevocabile.

“Una mente rapida, acuta, coraggiosa e senza timore di essere ferita, ha colto e compreso da tempo che il mondo non è come lui, ma ciò che è esattamente questo mondo. Di conseguenza, non può più essere ferito. Il mondo non ha sorprese dolorose per lui, poiché ha accettato tanto tempo fa cosa può aspettarsi dal mondo…

“Non soffre, perché non crede nella sofferenza. La sconfitta o la delusione fanno semplicemente parte della lotta. Nulla può toccarlo davvero. E’ concentrato solo su ciò che fa. Non su ciò che sente. Come si sente riguarda soltanto lui, e non può essere influenzato da nulla e da nessuno al di fuori di se stesso. Il suo sentimento è una fiamma costante, imperturbata, profonda e nascosta, una profonda gioia di vivere e di conoscere la sua forza, una gioia che non è neanche cosciente di essere gioia, perché è così costante, naturale e inalterabile…

“Sarà se stesso a ogni costo – l’unica cosa che voglia davvero nella vita. E dentro di sé, nel profondo, sa di avere la capacità di rivendicare questo diritto per sé. Di conseguenza, la sua vita è chiara, semplice, soddisfacente e gioiosa – anche se dura all’esterno.

“E’ in conflitto con il mondo in ogni modo possibile – e in completa pace con se stesso. E la sua principale differenza rispetto al mondo è essere nato privo della capacità di considerare gli altri. Per una questione di forma e necessità nel suo percorso, come quando si incontrano i compagni di viaggio – sì. Per una questione di considerazione di base, primaria – no.”

Ellsworth Monkton Toohey (1937):

“L’uomo di seconda mano non creativo per eccellenza – il critico, che esprime e ricalca la voce dell’opinione pubblica, l’uomo medio in generale – condensato, rappresenta le qualità dell’uomo medio più le qualità peculiari del suo genere che lo rendono il leader naturale dell’uomo medio. Una vanità viziosa, innata, messa insieme a un’insana volontà di comandare, una voglia sfrenata di superiorità che può essere espressa solo attraverso gli altri, che pertanto deve dominare, un naturale complesso di inferiorità che porta in maniera subconscia a rendere tutto inferiore.

“E’ entrato nell'”intellettualismo” in maniera eclatante. Due ragioni: innanzitutto, una vendetta subconscia verso la sua palese inferiorità fisica, un mezzo che il suo corpo non potrebbe mai dargli; – in secondo luogo, una scaltra percezione che soltanto il controllo mentale sugli altri è il vero controllo, che se li può dominare nella mente li può dominare in tutto…

“Si è reso conto tanti anni prima dell’enorme potere dei numeri, del potere delle masse che, per la prima volta nel XX secolo, stanno acquistando importanza anche negli aspetti intellettuali della vita. In questo senso, è l’uomo del secolo, il genio della democrazia moderna nella sua accezione peggiore. Il primo fondamento delle sue convinzioni è l’uguaglianza – la sua passione più grande. Questo comprende l’idea che, come creature bipedi, tutti possiedono un certo valore intrinseco per il semplice fatto di essere nati nella forma di uomini, non di scimmie. Qualsiasi contenuto concreto, mentale dentro la forma umana non ha importanza. Una grande mente o un grande talento o un carattere magnifico non hanno importanza se paragonati al valore intrinseco che tutti possiedono in quanto uomini – qualunque esso sia…

“Fintanto che le sue idee sono importanti per lui come mezzi per il suo fine, e questo è fin dove arriva la sua fiducia nelle idee, non è disturbato dalle sue incoerenze, dalla vaghezza e dalla fallacia logica delle sue convinzioni. Esse sono efficienti ed efficaci per garantire i fini che cerca. Loro lavorano – e sono fatti solo per questo…

“Toohey studia voracemente. Ha una memoria sorprendente per i fatti e le statistiche, è conosciuto come “enciclopedia vivente”. Ciò è naturale – perché non ha una mente creativa, solo una mente di seconda mano che ripete, imita e assorbe. Per la stessa ragione – il suo assorbimento nello studio: non ha nulla di nuovo da creare, ma può acquisire importanza assorbendo le opere e i risultati raggiunti dagli altri. E’ una spugna, non una fresca primavera…”

Chuchotage

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“Chuchotage” è un cortometraggio di genere drammatico di Barnabás Tóth prodotto da Laokoon Filmgroup e uscito nel luglio 2018. È visibile su Vimeo al seguente link: https://vimeo.com/309900652 e illustra il lavoro degli interpreti simultaneisti durante una conferenza internazionale… quando ad ascoltarli è un solo partecipante.

Infatti, come citato alla fine del film, lo “chuchotage” è “la forma più difficile di interpretazione, nella quale l’interprete effettua l’interpretazione simultanea senza l’ausilio di un dispositivo o di un sistema di interpretazione. Seduto a fianco del cliente, il linguista sussurra l’interpretazione di quanto detto dagli altri, ma interpreta ad alta voce le parole del cliente. Questa forma di interpretazione può essere svolta con un livello di qualità sufficiente solo se un gruppo molto ristretto di persone necessita dell’interpretazione” (fonte: Associazione ungherese di traduttori e interpreti).

How many hours have I spoken, in these dark, tiny booths… hidden in the back of the room… I’m a man in the shadows. I’m not part of the protocol, I’m not part of the official program, yet here I am. Translating politicians, tradesmen, lawyers. I’m the guardian of secrets. Countries and millions depend on me. I live by strict rules, nothing ever puts me off. Except you. I’ve never been so confidential with someone before. I can see your hair, your neck, your earrings. I see you’re listening to me. There are 70 people in that room, but you’re the only one hearing me. I flew over half of Europe, I got up at 4 am, landed in Prague at 7, watching you since 9 o’ clock. Can’t take my eyes off you since then. I want to meet you. I want to see you. Up close. I want to hear your voice. For you I would step out of the shadows, into the light. You don’t speak English, I will be your interpreter. I’ll follow you everywhere, sitting behind you. Whispering into your ear. Showing you what chuchotage is.

Citazione dal film: “Quante ore ho parlato, in queste minuscole cabine buie… nascosto sul retro della stanza… sono un uomo nell’ombra. Non faccio parte del protocollo, non faccio parte del programma ufficiale, ma sono qui. A tradurre politici, imprenditori, avvocati. Sono il guardiano dei segreti. Interi paesi e milioni di persone dipendono da me. Seguo regole rigide, nulla mai mi dissuade. Tranne te. Non sono stato mai così confidenziale con qualcuno prima d’ora. Vedo i tuoi capelli, il tuo collo, i tuoi orecchini. Vedo che mi stai ascoltando. Ci sono 70 persone in quella stanza, ma tu sei l’unica che mi sente. Ho percorso mezza Europa in aereo, mi sono alzato alle 4:00 di mattina, sono atterrato a Praga alle 7:00, e ti osservo dalle 9:00. Non riesco a toglierti gli occhi di dosso da allora. Voglio incontrarti. Voglio vederti. Da vicino. Voglio sentire la tua voce. Per te uscirei dall’ombra, sotto la luce. Non conosci l’inglese, io sarò il tuo interprete. Ti seguirò ovunque, seduto dietro di te. Per sussurrarti all’orecchio. Per farti vedere cos’è lo chuchotage.”

Il Natale in Umbria tra colori e sapori del Medioevo

Dall’alto si contemplano paesaggi come patinati, conche di un verde argenteo, colline che scendono lentamente a valle recando torri, campanili, basiliche, monasteri. Tramonti limpidi, di un rosso privo di eccesso, sfumano sulle rocche e sugli oliveti, tra suoni di campane e rondini.

Così il giornalista Guido Piovene descriveva l’Umbria, cuore verde d’Italia e regione ricca di storia e simbolismo medievale, radicata nel passato delle arti, dei mestieri e delle tradizioni. Una terra dove il Natale si arricchisce di spiritualità e misticismo e l’aria invernale si impregna di profumi e sapori che portano con sé il ricordo di antichi borghi, fortezze e monasteri.

È in uno di questi borghi medievali, Gubbio, che ogni anno l’albero di Natale più grande del mondo accende di luce le colline.

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Dal 1981 a Gubbio, nella città testimone della conversione di Francesco, che ospita ogni 15 maggio la famosa Corsa dei Ceri in onore del patrono Sant’Ubaldo, più precisamente sullo stesso “colle eletto del Beato Ubaldo” (Dante, Paradiso, canto XI), il Comitato degli Alberaioli prepara l’albero di Natale più grande del mondo. La struttura ha una base di 450 metri e un’altezza di più di 750 metri e si estende per 130 km quadrati lungo le pendici del Monte Igino, dalle mura della città medievale a valle fino alla Basilica di Sant’Ubaldo in cima alla montagna. È composta da più di 800 corpi luminosi (di cui più di 300 verdi per la sagoma e più di 400 multicolore per il corpo centrale) collegati da 7.500 cavi elettrici e una stella cometa di 1 km quadrato. L’albero viene acceso il 7 dicembre, durante una cerimonia ufficiale alla quale partecipano figure istituzionali, gli Sbandieratori, il Corteo Storico e i musici tradizionali, e resta illuminato fino a dopo il 6 gennaio.

È invece nella tradizione dolciaria che l’Umbria ricorda le lotte medievali tra il potere spirituale e il potere temporale. Si chiamano “pinoccate”, “pinocchiate”, “pinoccati” o “pinocchiati” i tipici dolci bianchi e neri a forma di losanga simbolo delle fazioni dell’età comunale, i Guelfi bianchi e i Guelfi neri.

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Già nel XIII secolo Perugia aveva sottomesso Gubbio e Assisi e aveva subito una scomunica per aver portato avanti un’offensiva contro i ghibellini, contravvenendo al veto papale. Inoltre la città, attuale capoluogo dell’Umbria, si era espansa anche verso Città di Castello, il Lago Trasimeno, Città della Pieve e la Val di Chiana, ereditando l’architettura e l’araldica della vicina Toscana (in particolare di Firenze e Siena), caratterizzata dalle tipiche decorazioni a balzana. Il significato simbolico era forte: la losanga raddoppiata formava un ottaedro regolare, uno dei cinque solidi platonici del mondo medievale e rinascimentale, simbolo in epoca umanistica dell’uomo “faber fortunae suae” (artefice del proprio destino); inoltre, l’ottaedro è costituito da triangoli equilateri, simbolo di trascendenza e perfezione divina.

Ed ecco che, in ricordo delle lotte tra fazioni e dell’importanza emblematica dell’araldica toscana in epoca medievale, l’Umbria propose fin da allora questi tipici dolci a losanga dai colori e dai sapori contrapposti: le pinoccate bianche al limone dal gusto più sottile, aromatico e freddo, e quelle nere al cioccolato dal gusto più denso, corposo e caldo. Le vere pinoccate si preparano senza farina, solo con acqua, zucchero, pinoli, limone o cioccolato. Basta sciogliere 1 kg di zucchero in 150 ml di acqua facendolo bollire a fuoco basso finché non si raggiunge una consistenza a filo. Dopodiché si aggiungono i pinoli e la scorza grattugiata di un limone oppure un cucchiaio di cacao amaro. Una volta mescolati tutti gli ingredienti fino a ottenere un composto morbido, l’impasto va prima versato su marmo o una placca da forno, poi steso con un coltello fino a ottenere uno spessore di 2 cm e poi va tagliato a losanghe e fatto rapprendere. Una volta fredde, le pinoccate vanno incartate a coppie, una bianca e una nera, come grosse caramelle, così come si faceva nel Medioevo, quando venivano lanciate in aria sui nobili che assistevano alle giostre o durante i finti scontri tra dame e cavalieri.