IEO International Online Conference 2020 “Language Access and the New Reality” winter edition

Interpreter Education Online (IEO) is organizing the winter edition of the International Online Conference 2020 “Language Access and the New Reality”, which is due to take place on Zoom on 3-4 December 2020.
The big question is: what have been the new trends in the language sector during the pandemic and how will the new year impact interpreters, translators, and the language services industry worldwide?

Which topics will be covered?
On 3 December IEO international guests will discuss the use, misuse or abuse of HIPAA (the U.S. federal law protecting patients’ confidential health information) and the entrepreneurial side – attitudes, behaviours and technologies – of surviving the pandemic.
On 4 December other interesting topics will be discussed, such as the impact and challenges of COVID-19, medical interpreter certification and new assessment procedures, new laws on language access in healthcare and education, diversification opportunities like content writing and live subtitling, new market trends, non-profit organizations’ involvement, individual and collective actions to advocate for interpreters’ professional standing.

In particular, in the afternoon panel entitled “Expanding skills and careers” from 2:30 pm to 3:30 pm EST (8:30-9:30 pm CEST) Rafa Lombardino, Natali Lekka and Alessandra Checcarelli will discuss the potential to diversify your translator and/or interpreter career by acquiring new knowledge and skills.
Featured Interpreter Alessandra Checcarelli will contribute to discussions about the disruptions and opportunities of the years 2020 and 2021 in terms of innovation, digitalization and impact on the language industry and language professionals. The main topic she will cover is what interpreters could think about doing in terms of new language services to be performed on site or remotely. Besides the latest remote interpreting trends, in her capacity as board member of the International Association of Respeaking onA.I.R.-Intersteno Italia, she will be talking about the most innovative live subtitling techniques, especially respeaking through speech recognition software, as well as accessibility for the deaf and subtitled simultaneous interpreting.

Do not miss this opportunity to jump-start your career or to take it to the next level!
Sign up for the conference and stay tuned!

Il primo ghetto del mondo

La parola ghetto ha varie origini etimologiche possibili: l’italiano borghetto (piccolo borgo), l’ebraico Ghet (divorzio), il tedesco Gitter (cancello) o Gasse (vicolo), il provenzale gaita (guardia), il veneziano getar (gettare: zona nella quale venivano scaricati i rifiuti delle fonderie di rame).

È proprio nella Serenissima Repubblica di Venezia che nasce il primo ghetto del mondo il 29 marzo 1526. Da quel momento in poi gli ebrei vivono nella Corte de Case, un’area separata da due cancellate ai due lati del ponte del Ghetto Vecchio, che vengono aperte la mattina e chiuse a mezzanotte da quattro guardie cristiane. Questo accade fino al 9 luglio 1797, quando Napoleone decide di aprire le porte del ghetto. Un secolo dopo, molti ebrei sono già integrati nella società italiana, ma negli anni Trenta 1.200 ebrei vivono ancora a Venezia e negli anni Quaranta più di 200 vengono deportati nei campi di sterminio. Oggi la comunità ebraica di Venezia è composta da 500 persone.

Già 400 anni prima della nascita del primo ghetto gli ebrei indossavano un distintivo giallo (in seguito rosso) sul copricapo e uno appeso al collo, oltre a un ciondolo di piombo recante la parola dhimmi (infedele tollerato) e una cintura. Le donne erano obbligate a indossare una scarpa rossa e una nera e una campanella appesa al collo o sulle scarpe.

Tra l’inizio del Cinquecento e la metà del Seicento (quando la popolazione ebrea contava 5.000 persone) a Venezia vengono costruite le sinagoghe, dette schole (scuole), erette su fondamenta di edifici vecchi e in stile architettonico semplice, in contrasto con l’interno sontuoso, che presentava alle estremità opposte l’altare contenente la Torah e il pulpito. Nel Ghetto Novo sono presenti la sinagoga Canton e quella tedesca (la più antica) degli ebrei ashkenaziti, quella italiana degli ebrei di Roma, quella levantina degli ebrei Turchi e Greci di origine iberica e quella spagnola (la più grande) degli ebrei spagnoli e portoghesi.

Gli ebrei del ghetto erano perlopiù mercanti (i levantini), dottori, straccivendoli e prestatori di denaro su pegno. Oltre ai luoghi di culto e di studio, il ghetto aveva un teatro, un’accademia di musica e vari salotti letterari ed era una città nella città frequentata anche dai veneziani cristiani.

Le principali feste ebraiche erano: lo Shabbat (il sabato ebraico, salutato al tramonto con il suono dello Shofar), Simchat Torah (l’esultanza della legge, ovvero l’ultimo giorno della festa di Sukkot, la fine del vecchio ciclo annuale di lettura della Torah in sinagoga e l’inizio di uno nuovo), Hanukkah (la festa in ricordo del miracolo della Menorah per la commemorazione della rivolta dei maccabei contro l’impero seleucidico e la riconsacrazione del secondo Tempio a Gerusalemme), Purim (il trionfo del bene sul male con la vittoria di Esther contro Haman che voleva sterminare gli ebrei dell’impero persiano), Pesach (il ricordo della liberazione dalla schiavitù d’Egitto).

Dopo più di 500 anni dalla sua nascita, il ghetto ebraico di Venezia è rimasto simbolo della tenacia di un popolo che nei secoli ha risposto alle limitazioni imposte dalla Serenissima con la gioia e l’allegria dei colori che caratterizzano tuttora i quadri raffiguranti la vita del ghetto.

Tra i canali di due Venezie

Venezia

Ma quando siamo usciti, stanchi e intontiti, dalla stazione di Venezia e abbiamo visto il Canal Grande e i palazzi marmorei che sfioravano l’acqua melmosa, quel gioiello di cultura che si dondolava sui canali fetidi e muffosi, abbiamo improvvisamente compreso quanto forte e tenace è l’uomo e quanto meraviglioso è il suo spirito, e si è destato in noi un tale amore per l’umanità, l’umanità con le sue pene e le sue epidemie; e siamo penetrati ad occhi aperti dentro un sogno, perché Venezia è il sogno di ogni città…

(Abraham Yeshoua)

Amsterdam

Chi dice „Amsterdam Venezia del Nord“ deve aver visto queste città solo sull’atlante. L’acqua di Venezia è un’acqua estetica colata direttamente dal sogno, quella di Amsterdam è un’acqua idraulica, utile alle faccende umane. Venezia è una città sul mare, Amsterdam sta sulla terra. Amstel dam: diga sul fiume Amstel, per fermare l’acqua, controllarla, ben piantati sulla terra. Durezza e resistenza della pietra, dolcezza e fluidità dell’acqua. I canali sono stati scavati nella terra, per imporre un ordine, non per tracciare un disegno.

(Claudio Canal)

Il fallimento del liberalismo istituzionale

Traduzione dall’inglese dell’articolo “The Challenge of Marxism” di Yoram Hazony apparso su Quillette: https://quillette.com/2020/08/16/the-challenge-of-marxism

I. Il crollo del liberalismo istituzionale

Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, per un’intera generazione gran parte degli americani e degli europei ha considerato il marxismo un nemico che era stato sconfitto una volta per tutte. Ma non era così. Solo 30 anni dopo, il marxismo è tornato, ed è riuscito incredibilmente bene ad assumere il controllo delle più importanti agenzie stampa, delle università e delle scuole, delle multinazionali e delle organizzazioni filantropiche, addirittura dei tribunali, della burocrazia statale e di alcune chiese in America. Mentre le città americane affrontano disordini, incendi e saccheggi, sembra proprio che i custodi liberali di molte di queste istituzioni, dal New York Times all’Università di Princeton, stiano disperatamente cercando di riottenerne il controllo, adottando piuttosto una politica di accomodamento. In altre parole, tentano di ingraziarsi i dipendenti marxisti cedendo ad alcune loro richieste nella speranza di non essere completamente sopraffatti.

Non sappiamo cosa accadrà con certezza. Ma se consideriamo l’esperienza degli ultimi anni possiamo azzardare un’ipotesi. Al liberalismo istituzionale mancano le risorse per fare i conti con questa minaccia. Il liberalismo viene allontanato da quelli che erano i suoi capisaldi, e l’egemonia delle idee liberali, così come la conosciamo dagli anni Sessanta, finirà. I liberali anti-marxisti si ritroveranno nella stessa situazione che caratterizza da tempo l’esperienza conservatrice, nazionalista, e cristiana: si ritroveranno all’opposizione.

Questo significa che qualche ardito liberale dichiarerà presto guerra alle stesse istituzioni che finora sono state sotto il suo controllo. Cercherà di creare piattaforme di comunicazione e di formazione alternative, all’ombra di quelle istituzioni potenti, ricche e prestigiose delle quali non ha più il controllo. Nel frattempo qualche altro liberale continuerà a lavorare nei media di regime, nelle università, nelle società di tecnologia, nelle organizzazioni filantropiche, e nella burocrazia statale, imparando a tenersi per sé le sue liberali e facendo credere ai colleghi di essere marxista, proprio come molto tempo fa i conservatori avevano imparato a tenersi per sé le loro idee conservatrici facendo credere ai colleghi di essere liberali.

Questa è la nuova realtà che sta emergendo. La politica si tinge di rosso e i neomarxisti non si accontenteranno delle loro recenti vittorie. In America sfrutteranno il vantaggio che hanno per tentare di impossessarsi del Partito Democratico. Tenteranno di ridurre il Partito Repubblicano a una flebile imitazione della loro nuova ideologia o di vietarne del tutto l’esistenza in quanto organizzazione razzista. In altri paesi democratici cercheranno di imitare i successi raggiunti in America. Nessuna nazione libera sarà risparmiata. Perciò non facciamo finta di nulla, dicendoci che questa maledizione non si abbatterà su di noi. Perché lo farà.

Nel presente saggio vorrei introdurre alcune considerazioni sulle ultime vittorie dei marxisti in America, in merito a quanto è accaduto e a quanto probabilmente accadrà ancora.

II. Lo schema marxista

Nelle loro recenti battaglie per mantenere il controllo delle organizzazioni liberali, i liberali anti-marxisti hanno dovuto affrontare numerosi svantaggi. Uno di questi è che spesso non se la sentono di usare il termine “marxista” in buona fede per definire coloro i quali cercano di distruggerli. Ciò accade perché i loro carnefici non seguono l’esempio del Partito Comunista, dei Nazisti, e di vari altri movimenti politici che si contraddistinguevano usando un certo nome di partito e pubblicando un manifesto esplicito per definirlo. Piuttosto disorientano i loro oppositori servendosi di un vocabolario mutevole di termini come “la Sinistra”, “Progressismo”, “Giustizia Sociale”, “Anti-Razzismo”, “Anti-Fascismo”, “Black Lives Matter”, “Teoria Critica della Razza”, “Politica dell’Identità”, “Politicamente Corretto”, “Non-Abbassate-La-Guardia”, tra gli altri, per fare riferimento al loro credo politico. Quando i liberali tentano di usare questi termini vengono spesso criticati perché non li usano correttamente e questa diventa un’arma nelle mani di coloro i quali vogliono umiliarli e, in definitiva, annientarli.

Il modo migliore per sfuggire da questa trappola è riconoscere il movimento che attualmente sta tentando di distruggere il liberalismo per quello che è: una versione recente del marxismo. Non lo dico per screditare qualcuno. Lo dico perché è vero. E perché comprendere questa verità ci aiuterà a capire ciò che ci troviamo ad affrontare.

I neomarxisti non usano il gergo tecnico coniato dai Comunisti dell’Ottocento. Non parlano di borghesia, proletariato, lotta di classe, alienazione del lavoro, feticismo delle merci, e così via, al contrario hanno sviluppato un proprio gergo adatto all’attuale situazione in America, in Gran Bretagna e in altri paesi. Tuttavia le loro politiche si basano su uno schema marxista fatto apposta per criticare e annientare il liberalismo (quello che Marx definiva “l’ideologia della borghesia”). Possiamo descrivere lo schema politico di Marx nel modo seguente:

  1. Oppressore e oppresso
    Marx afferma che, a livello empirico, le persone tendono invariabilmente a costituirsi in gruppi coesi (quelle che lui chiama classi), ciascuno dei quali sfrutta un altro gruppo finché riesce a farlo. Un ordine politico liberale in questo non è diverso da qualunque altro e tende verso due classi, una delle quali possiede e controlla praticamente tutto (l’oppressore), mentre l’altra viene sfruttata ed espropriata del frutto del suo lavoro, tanto da non riuscire a progredire, al contrario resta per sempre schiava (l’oppresso). Inoltre, Marx considera lo Stato stesso, con le sue leggi e i suoi meccanismi di coercizione, uno strumento del quale la classe dell’oppressore si serve per mantenere il regime di oppressione e per aiutarla a portare avanti il suo piano.
  2. Falsa coscienza
    Marx capisce che gli imprenditori, i politici, i giuristi, e gli intellettuali liberali che tengono in vita questo sistema non sono consapevoli di essere gli oppressori e che quello che loro considerano progresso ha creato soltanto nuove condizioni di oppressione. In realtà nemmeno la classe lavoratrice può essere consapevole di essere sfruttata e oppressa. Questo è vero in quanto pensano tutti in termini di categorie liberali (es., il diritto dell’individuo di vendere liberamente il proprio lavoro) che nascondono un’oppressione sistematica. Tale ignoranza del fatto che si è oppressori o oppressi è definita ideologia dominante (in seguito Engels la descrisse coniando l’espressione falsa coscienza) ed è possibile superarla soltanto quando si è coscienti di ciò che accade e si impara a riconoscere la realtà utilizzando le vere categorie.
  3. Ricostruzione rivoluzionaria della società
    Marx afferma che, storicamente, le classi oppresse hanno materialmente migliorato le loro condizioni soltanto grazie a una ricostruzione rivoluzionaria della società nel suo insieme, ovvero attraverso la distruzione della classe dell’oppressore, nonché delle idee e delle norme sociali che tengono in vita il regime di oppressione sistematica. Specifica inoltre che i liberali forniranno agli oppressi gli strumenti necessari per rovesciarli. Ci sarà un periodo di “guerra civile più o meno velata, che infurierà all’interno della società esistente, fino al punto in cui la guerra scoppierà fino a sfociare nella rivoluzione aperta” e nel “rovesciamento violento” degli oppressori liberali. A questo punto gli oppressi assumeranno il controllo dello stato.
  4. Totale scomparsa degli antagonismi di classe
    Marx promette che dopo che la classe proletaria oppressa avrà assunto il controllo dello stato, “si porrà fine” allo sfruttamento degli individui da parte di altri individui e l’antagonismo tra le classi di individui finalmente scomparirà. Il modo per fare tutto questo non è specificato.

Le teorie politiche marxiste sono state ulteriormente sviluppate ed elaborate nel corso di circa due secoli. La storia di come il “neomarxismo” sia emerso dopo la Prima Guerra Mondiale negli scritti della Scuola di Francoforte e di Antonio Gramsci è stata raccontata più volte, e gli accademici avranno molto da fare per molti anni ancora a raccontare quanta influenza sia stata esercitata sui vari movimenti successivi da Michel Foucault, il post-modernismo, e altri. Ma per i nostri fini non è necessario scendere così tanto nel dettaglio, perciò userò il termine “marxista” in senso lato per fare riferimento a qualsiasi movimento politico o intellettuale che si basi sullo schema generale di Marx così come lo ho descritto. Questo comprende il movimento “Progressista” o “Anti-Razzista” che attualmente avanza verso la conquista del liberalismo in America e in Gran Bretagna. Questo movimento utilizza categorie razziali quali bianchi e persone di colore per descrivere gli oppressori e gli oppressi di oggi. Ma è basato interamente sullo schema generale di Marx per la critica del liberalismo e per il piano d’azione contro l’ordine politico liberale. Si tratta semplicemente di una versione recente del marxismo.

III. Il fascino e la forza del marxismo

Nonostante molti liberali e conservatori affermino che il marxismo non è “nient’altro che una grande menzogna”, questo non è del tutto vero. Le società liberali si sono dimostrate più volte vulnerabili al marxismo e ora stiamo vedendo con i nostri occhi come le maggiori istituzioni liberali del mondo vengano cedute ai marxisti e ai loro alleati. Se è vero che il marxismo non è nient’altro che una grande menzogna, perché le società liberali sono così vulnerabili al marxismo? Dobbiamo comprendere la sua forza e il suo perenne fascino. Non lo capiremo mai senza ammettere che il marxismo coglie certi aspetti della verità che mancano al liberalismo illuminista.

Quali aspetti della verità?

La maggiore intuizione di Marx è aver capito che le categorie che i liberali utilizzano per costruire la loro teoria della realtà politica (libertà, uguaglianza, diritti e consenso) non sono sufficienti per comprendere la sfera politica. Non sono sufficienti in quanto lo schema liberale del mondo politico esclude due fenomeni che secondo Marx sono assolutamente centrali nell’esperienza politica umana: il fatto che le persone formino invariabilmente classi o gruppi politici coesi, e il fatto che queste classi o gruppi invariabilmente opprimano o sfruttino un’altra classe o gruppo, mentre lo stato funge da strumento nelle mani della classe degli oppressori.

I miei amici liberali tendono a credere che l’oppressione e lo sfruttamento esistano soltanto nelle società tradizionali o autoritarie, mentre la società liberale sarebbe libera (o quasi libera) da tutto questo. Ma questo non è vero. Marx ha ragione quando afferma che ogni società consiste di classi o gruppi coesi e che la vita politica, in ogni parte del mondo, riguarda soprattutto i rapporti di potere tra diversi gruppi. Ha ragione anche quando afferma che in un dato momento un gruppo (o una coalizione di gruppi) domina lo stato, e che le leggi e le politiche dello stato tendono a riflettere gli interessi e gli ideali del gruppo dominante. Inoltre, Marx ha ragione quando afferma che il gruppo dominante tende a considerare le sue leggi e le sue politiche un riflesso della “ragione” o della “natura” e si impegna a diffondere il suo modo di vedere le cose in tutta la società, tanto che vari tipi di ingiustizia e di oppressione tendono a rimanere nascosti.

Per esempio, malgrado decenni di sperimentazione con i voucher [soldi pubblici distribuiti alle famiglie per pagare scuole private, N.d.T.] e le charter school [scuole gestite privatamente con denaro pubblico, N.d.T.], la forma prevalente di liberalismo americano resta fortemente impegnata verso il sistema scolastico pubblico. In gran parte dei casi esiste un sistema monopolistico che stabilisce che i bambini e i ragazzi di ogni provenienza debbano ricevere quella che di fatto è un’istruzione atea spogliata di ogni riferimento a Dio e alla Bibbia. Sebbene i liberali siano sinceramente convinti che tale politica sia giustificata dalla teoria della “separazione tra stato e chiesa”, o dalla tesi secondo la quale la società necessita di scuole “per tutti”, rimane il fatto che queste teorie giustificano in realtà un sistema che mira a inculcare il liberalismo illuminista. Tutto ciò, visto da una prospettiva conservatrice, corrisponde a una tacita persecuzione delle famiglie religiose. Analogamente, il settore della pornografia non sarebbe nient’altro che un orribile strumento per sfruttare le donne povere, benché sia giustificato dalle élite liberali per ragioni di “libertà di espressione” e altre libertà riservate agli “adulti consenzienti”. Sulla stessa linea, la delocalizzazione indiscriminata della capacità produttiva è considerata espressione dei diritti di proprietà da parte delle élite liberali che traggono vantaggio dalla manodopera cinese a basso costo a discapito della classe lavoratrice dei paesi vicini.

No, la teoria politica marxista non è soltanto una grande menzogna. Analizzando la società in termini di rapporti di potere tra classi o gruppi, è possibile far emergere importanti fenomeni politici nei confronti dei quali le teorie liberali illuministe (teorie che tendono a ridurre la politica all’individuo e alle sue libertà private) sono sistematicamente cieche.

Questo è il motivo principale per il quale le idee marxiste esercitano un tale fascino. In tutte le società ci saranno sempre tante persone che hanno ragione di credere di essere state oppresse o sfruttate. Ad alcune di queste affermazioni è possibile porre rimedio, ad altre meno. Ma quasi tutte sono suscettibili di interpretazioni marxiste, il che dimostra quanto esse siano il risultato di un’oppressione sistematica da parte delle classi dominanti e giustifica una risposta carica di indignazione e violenza. Chi è tormentato da tale oppressione apparente si ritroverà spesso a militare tra le fila marxiste.

Certamente i liberali non sono rimasti fermi di fronte alle critiche basate sulla realtà dei rapporti di potere tra i gruppi. Tra le iniziative, la Legge sui Diritti Civili del 1964 proibiva esplicitamente pratiche discriminatorie nei confronti di varie classi o gruppi; i successivi programmi di “Affirmative Action” miravano a rafforzare la posizione delle classi svantaggiate attraverso quote, obiettivi di assunzione, e altri metodi. Tuttavia questi tentativi non hanno fatto nulla per creare una società libera dai rapporti di potere tra classi o gruppi. Anzi, la sensazione che “il sistema sia marcio” in quanto favorisce certe classi o gruppi piuttosto che altre si è soltanto accentuata.

Nonostante abbia avuto a disposizione più di 150 anni per lavorarci, il liberalismo non ha ancora trovato il modo per affrontare in maniera convincente il problema posto dal pensiero di Marx.

IV. Gli errori che rendono fatale il marxismo

Abbiamo analizzato gli aspetti veritieri della teoria politica marxista e il motivo per il quale è una dottrina così potente. Ma lo schema marxista presenta anche molti problemi, alcuni dei quali sono fatali.

Il primo è che proponendo un’analisi critica dei rapporti di potere tra classi o gruppi, il marxismo parte dal semplice presupposto che laddove si scopra un rapporto tra un gruppo più forte e uno più debole, si tratterà di un rapporto tra un oppressore e un oppresso. Ciò farebbe pensare che tutti i rapporti gerarchici siano soltanto un’altra versione del terribile sfruttamento degli schiavi neri da parte dei proprietari di piantagioni in Virginia prima della Guerra Civile. Ma nella maggior parte dei casi i rapporti gerarchici non sono sinonimo di schiavitù. Se è vero che i re sono generalmente stati più potenti dei sudditi, i datori di lavoro più potenti dei lavoratori, e i genitori più potenti dei figli, in questi casi non si è trattato di rapporti diretti tra oppressori e oppressi. Di gran lunga più comuni sono i rapporti misti, nei quali sia la parte forte che la parte debole ottengono certi vantaggi, e nei quali entrambe le parti si fanno carico delle difficoltà per poter mantenere il rapporto.

Il fatto che lo schema marxista presupponga un rapporto tra oppressore e oppresso ci conduce alla seconda grande difficoltà, che è l’assunto secondo il quale tutte le società sono talmente sfruttatrici da tendere verso il sovvertimento della classe o gruppo dominante. Ma se è possibile che i gruppi più deboli traggano vantaggio dalla loro posizione, e non siano soltanto oppressi, siamo allora giunti alla possibilità di una società conservatrice: una società nella quale esiste una classe dominante o un gruppo (o una coalizione di gruppi) fidelizzato che cerca di trovare un equilibrio tra i benefici e gli oneri dell’ordine esistente, in maniera tale da evitare un’oppressione effettiva. In tal caso, il sovvertimento e la distruzione del gruppo dominante potrebbero non essere necessari. Anzi, dovendo considerare le probabili conseguenze di una ricostruzione rivoluzionaria della società (che spesso non comprende soltanto la guerra vicile, ma anche l’invasione straniera in caso di crollo dell’ordine politico), la maggior parte dei gruppi in una società conservatrice potrebbe preferire mantenere l’ordine esistente, o mantenerlo in larga parte, piuttosto che sopportare l’alternativa di Marx.

Questo ci porta al terzo fallimento dello schema di Marx. Qui manca notoriamente una visione chiara in merito a quello che la classe svantaggiata, dopo aver sovvertito gli oppressori ed essersi impadronita dello stato, dovrebbe fare con il potere neoassunto. Marx afferma con enfasi che una volta preso il controllo dello stato, le classi oppresse saranno in grado di porre fine all’oppressione. Ma queste affermazioni sembrano essere infondate. Dopotutto, abbiamo detto che la forza dello schema marxista sta nella sua volontà di riconoscere che i rapporti di potere esistono tra le classi e i gruppi in ogni società, e che questi possono essere oppressivi e sfruttatori in ogni società. E se questo è un fatto empirico (come infatti sembra essere) allora in che modo i marxisti che hanno sovvertito l’ordine liberale saranno in grado di ottenere la totale abolizione degli antagonismi di classe? A questo punto l’approccio empirico di Marx sfuma e il suo schema diventa del tutto utopistico.

Quando i liberali e i conservatori definiscono il marxismo come “nient’altro che una grande menzogna”, si riferiscono a questo. L’obiettivo marxista di impadronirsi dello stato e di usarlo per eliminare tutta l’oppressione è una vacua promessa. Marx non sapeva in che modo lo stato sarebbe riuscito a realizzare tutto questo e non lo sanno nemmeno i suoi seguaci. In realtà oggi abbiamo molti esempi storici nei quali i marxisti si sono impadroniti dello stato: in Russia e nell’Europa dell’Est, Cina, Corea del Nord e Cambogia, Cuba e Venezuela. Ma in tutti questi paesi il tentativo dei marxisti di una “ricostruzione rivoluzionaria della società” da parte dello stato ha portato soltanto a un lungo corteo di atrocità. In ogni caso, i marxisti stessi formano una nuova classe o gruppo, usando il potere dello stato per sfruttare e opprimere le altre classi nei modi più estremi, fino a fare continuo ricorso all’uccisione di milioni di persone. Ma per tutte queste persone, l’utopia non arriva mai e l’oppressione non finisce mai.

La società marxista, come tutte le altre società, consiste di classi e gruppi organizzati in ordine gerarchico. Ma l’obiettivo di ricostruzione della società e l’affermazione che lo stato è responsabile della riuscita dell’impresa rende lo stato marxista molto più aggressivo e propenso a ricorrere alla coercizione e allo spargimento di sangue di quanto non faccia il regime liberale che esso cerca di soppiantare.

V. La danza del liberalismo e del marxismo

Spesso si dice che il liberalismo e il marxismo siano “opposti”: il liberalismo è impegnato a liberare l’individuo dalla coercizione dello stato, il marxismo supporta una coercizione illimitata alla ricerca di una società ricostruita. Se fosse invece che il liberalismo abbia avuto la tendenza a cedere e trasferire potere ai marxisti nel corso di pochi decenni? Lungi dall’essere l’estremo opposto del marxismo, il liberalismo sarebbe soltanto una via verso il marxismo.

Un’interessante analisi delle analogie strutturali tra il liberalismo illuminista e il marxismo è stata pubblicata dal teorico politico polacco Ryszard Legutko in un libro dal titolo The Demon in Democracy: Totalitarian Temptations in Free Societies (2016). Un libro successivo di Christopher Caldwell, The Age of Entitlement (2020), ha documentato in maniera analoga il modo in cui la rivoluzione costituzionale americana degli anni Sessanta, il cui scopo era stabilire il dominio del liberalismo, abbia in realtà condotto a una rapida transizione verso una politica “progressista” che è, come ho detto, una versione del marxismo. In considerazione delle mie riflessioni, vorrei proporre un modo per comprendere il rapporto centrale che lega il liberalismo e il marxismo e li rende tutt’altro che “opposti”.

Il liberalismo illuminista è un sistema razionalista costruito sulla premessa che gli esseri umani sono, per natura, liberi e uguali. Inoltre afferma che questa verità è “ovvia”, ovvero che tutti noi possiamo riconoscerla attraverso il mero esercizio della ragione, senza alcun riferimento alle tradizioni nazionali o religiose particolari della nostra epoca e del nostro paese.

Tuttavia ci sono delle difficoltà insite nel sistema. Una di queste è che, come accade, a termini estremamente astratti come libertà, uguaglianza e giustizia non è possibile attribuire un significato stabile con il solo mezzo della ragione. Per capire cosa intendo, considerate i seguenti problemi:

  1. Se tutti gli uomini sono liberi e uguali, come è possibile che non tutti coloro i quali desiderano stabilire la residenza negli Stati Uniti lo facciano?

Secondo ragione, si potrebbe ritenere che poiché tutti gli uomini sono liberi e uguali, essi dovrebbero essere ugualmente liberi di stabilire la residenza negli Stati Uniti. Questo appare ovvio e un’eventuale argomentazione contraria dovrà dipendere da concetti tradizionali come nazione, stato, territorio, confine, cittadinanza, e così via, nessuno dei quali sarebbe ovvio o comprensibile con la sola ragione.

  1. Se tutti gli uomini sono liberli e uguali, come è possibile che non tutti coloro i quali desiderano iscriversi ai corsi all’Università di Princeton lo facciano?

Secondo ragione, si potrebbe ritenere che se tutti gli uomini sono liberi e uguali, essi dovrebbero essere ugualmente liberi di iscriversi ai corsi all’Università di Princeton in base all’ordine di arrivo, fino a esaurimento. Anche questo appare ovvio. Un’eventuale argomentazione contraria dovrà dipendere da concetti tradizionali come proprietà privata, corporazione, libertà di associazione, istruzione, corso di studi, merito, e così via. E, anche in questo caso, nessuno di questi concetti sarebbe ovvio.

  1. Se tutti gli uomini sono liberi e uguali, come è possibile giustificare il fatto di impedire a un uomo che si sente donna di competere nella squadra di atletica femminile della scuola pubblica?

Secondo ragione, si potrebbe ritenere che poiché tutti sono liberi e uguali, un uomo che si sente donna dovrebbe essere ugualmente libero di competere in una squadra di atletica femminile. Un’eventuale argomentazione contraria dovrà dipendere da concetti tradizionali come uomo, donna, diritti delle donne, gara di atletica, categoria di gara, imparzialità, e così via, ma nessuno di questi concetti sarebbe accessibile alla sola ragione.

Questi esempi potrebbero essere ripetuti all’infinito. La verità è che la ragione da sola non ci porta quasi da nessuna parte se tentiamo di porre fine alla questione relativa ai concetti di libertà e uguaglianza. Dunque da dove viene il significato di questi termini?

Come ho detto, tutte le società consistono di classi o gruppi. Questi si relazionano tra di loro in termini di rapporti di potere diversi, che trovano espressione nelle tradizioni politiche, giuridiche, religiose, e morali, che vengono tramandate dalle classi o gruppi più forti. Soltanto nel contesto di queste tradizioni siamo giunti a credere che parole come libertà e uguaglianza hanno un significato piuttosto che un altro, e a sviluppare una “logica comune” sul modo di bilanciare tra di loro gli interessi e i dubbi relativamente ai casi specifici.

Ma cosa accade se rinunciamo a quelle tradizioni? Questo sarebbe, in fin dei conti, ciò che tenta di fare il liberalismo illuminista. I liberali illuministi osservano che le tradizioni ereditate sono sempre sbagliate o ingiuste in qualche misura e per questa ragione si sentono giustificati nel mettere da parte la tradizione ereditata appellandosi direttamente a principi astratti come la libertà e l’uguaglianza. Il problema è che non esiste una società nella quale tutti siano liberi e uguali sotto ogni aspetto. Anche in una società liberale ci saranno sempre mille modi in cui una certa classe o gruppo possa non essere libera o uguale rispetto alle altre. E poiché questo è vero, i marxisti potranno sempre dire che alcuni o tutti questi casi di non libertà e non uguaglianza sono esempi di oppressione.

Ed ecco la danza del liberalismo e del marxismo, che fa così:

1. I liberali dichiarano che d’ora in poi tutti saranno liberi e uguali, sottolineando che sarà la ragione (non la tradizione) a determinare quali saranno i diritti di ciascuno.

2. I marxisti, esercitando la ragione, evidenziano molti esempi concreti di non libertà e non uguaglianza nella società, condannandoli come esempi di oppressione e chiedendo nuovi diritti.

3. I liberali, seccati dalla presenza di casi di non libertà e non uguaglianza dopo aver dichiarato che tutti sarebbero stati liberi e uguali, adottano alcune delle richieste dei marxisti di nuovi diritti.

4. Tornare al punto 1 e ripetere.

Ovviamente non tutti i liberali cedono alle richieste dei marxisti e sicuramente non sempre. Ciò nonostante, la danza continua. Come visione generale di quello che accade nel corso del tempo, questo schema è accurato, come abbiamo potuto vedere in tutto il mondo democratico negli ultimi 70 anni. I liberali adottano progressivamente le teorie critiche dei marxisti nel corso del tempo, che si tratti di Dio e religione, di uomo e donna, di onore e dovere, di famiglia, di nazione, o di qualsiasi altra istanza.

Ora qualche osservazione sulla danza del liberalismo e del marxismo:

Innanzitutto notiamo che questa danza è un sottoprodotto del liberalismo. Esiste perché il liberalismo illuminista stabilisce la libertà e l’uguaglianza come standard in base ai quali il governo deve essere giudicato, e considera soltanto la forza della ragione individuale, indipendente dalla tradizione, come lo strumento tramite il quale formulare questo giudizio. In questo modo il liberalismo crea marxisti. Come fosse un apprendista stregone, dà continuamente vita a individui che esercitano la ragione, identificano istanze di non libertà e non uguaglianza nella società, e giungono alla conclusione che loro (o gli altri) sono oppressi e che una ricostruzione rivoluzionaria della società è necessaria per eliminare l’oppressione. Questa dinamica era già palese durante la Rivoluzione Francese e nei regimi radicali della Pennsylvania e di altri stati durante la Rivoluzione Americana. Una sorta di proto-marxismo era stato creato dal liberalismo illuminista anche prima che Marx proponesse una struttura formale per descriverlo qualche decennio dopo.

In secondo luogo, la danza segue solo una direzione. In una società liberale, la critica marxista spinge molti liberali ad abbandonare progressivamente le loro idee iniziali di libertà e uguaglianza, adottandone nuove proposte dai marxisti. Ma il movimento inverso, quello dei marxisti verso il liberalismo, sembra terribilmente debole al confronto. Come è possibile? Se il liberalismo illuminista è vero e se le sue premesse sono così “ovvie” o un “prodotto della ragione”, allora in certe condizioni di libertà gli individui dovrebbero esercitare la ragione giungendo a conclusioni liberali. Perché allora le società liberali fanno un rapido movimento verso le idee marxiste e non hanno una fiducia più forte nel liberalismo?

La chiave per capire questa dinamica è questa: sebbene i liberali siano convinti che le loro idee sono “ovvie” o il “prodotto della ragione”, di fatto spesso si affidano a idee ereditate sul significato di libertà e uguaglianza, nonché a norme ereditate sul modo in cui applicare questi concetti a casi reali. In altre parole, il conflitto tra il liberalismo e i suoi critici marxisti è in realtà uno scontro tra una classe o gruppo dominante che vuole conservare le tradizioni (i liberali) e un gruppo rivoluzionario (i marxisti) che combina il ragionamento critico con la volontà di disfarsi di tutti i vincoli ereditati per sovvertire queste tradizioni. Ma mentre i marxisti sono ben consapevoli che il loro obiettivo è distruggere le tradizioni intellettuali e culturali alla base dell’esistenza del liberalismo, i loro oppositori liberali si rifiutano perlopiù di impegnarsi in un genere di conservatorismo che sarebbe necessario per difendere le loro tradizioni e per rafforzarle. Infatti i liberali disprezzano spesso la tradizione e dicono ai figli e agli studenti che è sufficiente ragionare liberamente e “trarre ciascuno le proprie conclusioni”.

Il risultato è un radicale squilibrio tra i marxisti, che si impegnano consapevolmente per realizzare una rivoluzione concettuale, e i liberali, la cui insistenza sulla “libertà dalla tradizione ereditata” fornisce una difesa scarsa o inesistente, anzi apre le porte alle stesse identiche argomentazioni e tattiche che i marxisti usano contro di loro. Questo squilibrio implica che la danza seguirà solo una direzione e che le idee liberali tenderanno a crollare di fronte alla critica marxista nel giro di qualche decennio.

VI. La mossa finale dei marxisti e la fine della democrazia

Non molto tempo fa, molti di coloro che vivevano nelle società libere sapevano che il marxismo non era compatibile con la democrazia. Ma da quando le istituzioni liberali sono state invase dal “progressisti” e dagli “anti-razzisti”, molte cose che una volta erano ovvie riguardo al marxismo e molte cose che una volta erano ovvie riguardo alla democrazia sono cadute nel dimenticatoio. È giunto il momento di riconsiderare alcune di queste verità che un tempo erano ovvie.

Con il governo democratico lo scontro violento tra classi e gruppi in competizione non esiste più ed è sostituito dalla rivalità non violenta tra i partiti politici. Questo non significa porre fine ai rapporti di potere tra gruppi. Non significa porre fine all’ingiustizia e all’oppressione. Significa soltanto che, invece di risolvere i disaccordi con uno spargimento di sangue, i vari gruppi che costituiscono una data società formano dei partiti politici che cercano di spodestarsi a vicenda nel corso di elezioni periodiche. Con un sistema di questo tipo un partito governa per un termine stabilito, ma i suoi rivali sanno che a loro volta governeranno se riusciranno a vincere le elezioni successive. È proprio questa possibilità di riuscire a prendere il potere e governare il paese senza uccisioni e distruzione diffusi a spingere le parti a deporre le armi e ad aderire invece a una politica elettorale.

L’aspetto più basilare di un regime democratico che dobbiamo conoscere è dunque questo: ci devono essere almeno due partiti politici legittimi affinché la democrazia funzioni. Per partito politico legittimo intendo un partito del quale i rivali riconoscano il diritto a governare in caso di vittoria alle elezioni. Per esempio, un partito liberale può garantire legittimità a un partito conservatore e in cambio questo partito conservatore può garantire legittimità a un partito liberale (sebbene non vadano molto d’accordo). È proprio così che sono state governate molte nazioni democratiche.

Ma la legittimità è uno di quei concetti politici tradizionali che la critica marxista è sul punto di distruggere. Dalla prospettiva marxista, il nostro concetto ereditato di legittimità non è nient’altro che uno strumento utilizzato dalle classi dominanti per perpetrare ingiustizia e oppressione. La parola legittimità assume il suo vero significato solo se si riferisce a classi o gruppi oppressi che i marxisti vedono come soli legittimi governatori della nazione. In altre parole, la teoria politica marxista conferisce legittimità a un unico partito politico, il partito dell’oppresso, il cui obiettivo è la ricostruzione rivoluzionaria della società. Questo significa che lo schema politico marxista non può coesistere con un governo democratico. Infatti il fine ultimo del governo democratico, con la sua pluralità di partiti legittimi, è evitare la ricostruzione violenta della società, che invece la teoria politica marxista considera come unico obiettivo sensato della politica.

In parole povere, lo schema marxista e la teoria politica democratica si oppongono nella sostanza. Un marxista non può garantire legittimità a punti di vista liberali o conservatori senza rinunciare agli aspetti fondamentali della teoria marxista, che afferma che questi punti di vista sono inestricabilmente legati all’ingiustizia sistematica e devono essere eliminati, se necessario anche con la violenza. Questo è il motivo per il quale l’idea stessa che un’opinione contraria (un’opinione che non sia “progressista” o “anti-razzista”) possa essere considerata legittima è scomparsa dalle istituzioni liberali dal momento in cui i marxisti hanno ottenuto il potere. In primo luogo i liberali hanno ceduto alla richiesta dei colleghi marxisti che i punti di vista conservatori vengano considerati illegittimi (perché i conservatori sono “autoritari” o “fascisti”). È stata questa la dinamica che ha condotto all’eliminazione dei conservatori dalla maggior parte delle principali università e degli organi di stampa americani.

Ma per l’estate del 2020 questo accordo aveva fatto il suo corso. Negli Stati Uniti i marxisti erano ormai abbastanza forti da chiedere ai liberali di allinearsi a qualsiasi questione che loro considerassero urgente da attuare. Anche in quelle che fino a poco tempo fa erano istituzioni liberali il punto di vista liberale non è più legittimo. Questo è il motivo dell’espulsione dei giornalisti liberali dal New York Times e da altre testate giornalistiche. Questo è il motivo per il quale il nome di Woodrow Wilson è stato rimosso dagli edifici dell’Università di Princeton, e il motivo di atti simili in altre università e scuole. Queste espulsioni e ridenominazioni sono l’equivalente di innalzare una bandiera marxista sul tetto delle università, delle agenzie stampa, e di conseguenza delle multinazionali, in quanto la legittimità del vecchio liberalismo è stata cancellata.

Fino al 2016 l’America aveva ancora due partiti politici legittimi. Ma quando Donald Trump è stato eletto presidente, termini come “autoritario” o “fascista” sono stati usati per screditare il punto di vista liberale tradizionale, in base al quale a un presidente legittimamente eletto, il candidato scelto dalla metà degli elettori attraverso una procedura costituzionale, va accordata la legittimità. Piuttosto è stata dichiarata una “resistenza”, con lo scopo di delegittimare il presidente, chi ha lavorato con lui, e chi lo ha votato.

So che molti liberali credono che questo rifiuto della legittimità di Trump sia diretto soltanto a lui personalmente. Sono convinti, come ultimamente mi ha scritto un amico liberale, che quando questo presidente in particolare sarà rimosso dalla carica, l’America potrà tornare alla normalità.

Ma nulla del genere accadrà. I marxisti che hanno assunto il controllo dei mezzi di produzione e di diffusione delle idee in America non potranno, se non tradendo la loro causa, conferire legittimità a nessun governo conservatore. E non potranno garantire legittimità a nessuna forma di liberalismo che non si pieghi davanti alle loro idee. Questo significa che a prescindere dalla sorte elettorale del presidente Trump, la “resistenza” non finirà. È solo l’inizio.

Con la conquista marxista delle istituzioni liberali siamo entrati in una nuova fase della storia americana (e, di conseguenza, della storia di tutte le nazioni democratiche). Siamo entrati nella fase in cui i marxisti, avendo conquistato le università, i media, e le multinazionali, cercheranno di applicare questo modello alla conquista di tutto lo scacchiere politico.

In che modo lo faranno? Così come hanno fatto nelle università e nei media, sfrutteranno la loro presenza all’interno delle istituzioni liberali per costringere i liberali stessi a spezzare i legami di legittimità reciproca che li legano ai conservatori e di conseguenza al sistema democratico bipartitico. Non chiederanno soltanto la delegittimazione del presidente Trump, ma di tutti i conservatori. Lo abbiamo già visto quando hanno tentato di delegittimare le idee dei senatori Josh Hawley, Tom Cotton, e Tim Scott, nonché della figura mediatica di Tucker Carlson e altri. In seguito delegittimeranno liberali come James Bennet, Bari Weiss, e Andrew Sullivan, i quali considerano legittime le idee conservatrici. Così come è successo nelle università e nei media, molti liberali asseconderanno queste tattiche marxiste credendo che delegittimando i conservatori potranno ingraziarsi i marxisti e trasformarli in alleati strategici.

Ma i marxisti non si accontenteranno, perché quello che cercano è la conquista del liberalismo stesso, cosa che sta già accadendo nel momento in cui persuadono i liberali ad abbandonare la concezione tradizionale di legittimità politica del sistema bipartitico e con essa il loro impegno nei confronti di un regime democratico. Il crollo dei legami di legittimità reciproca che hanno unito i liberali ai conservatori in un sistema di governo democratico non trasformerà ancora i liberali in questione in marxisti. Ma li farà diventare umili leccapiedi dei marxisti, privi della forza di resistere a qualsiasi cosa i “progressisti” e gli “anti-razzisti” considerino importante. E questo li farà abituare al prossimo regime monopartitico, nel quale i liberali avranno uno splendido ruolo da ricoprire, sempre che abbiano rinunciato al loro liberalismo.

So che molti liberali sono confusi e che pensano ancora di avere di fronte varie alternative. Ma non è così. A questo punto, gran parte delle alternative che esistevano qualche anno fa ora non esistono più. I liberali dovranno scegliere tra due sole alternative: o arrendersi ai marxisti e aiutarli a porre fine alla democrazia in America. O stabilire un’alleanza a favore della democrazia con i conservatori. Non avranno altra scelta.

Parco Villa Gregoriana a Tivoli: natura, storia e l’estetica del sublime

Nel 1832 Papa Gregorio XVI promosse una grandiosa opera di ingegneria idraulica per contenere le continue esondazioni dell’Aniene, incanalando le sue acque in un doppio traforo scavato nel monte Catillo e ingrossandole poi artificialmente dando così vita ai 120 metri di salto della nuova Cascata Grande, seconda in Italia dopo le Marmore. Compiuta l’opera, il Papa creò il Parco che porta il suo nome e che per oltre un secolo fu meta di artisti, letterati e uomini di cultura che ne raccontarono al mondo la bellezza.

(testo tratto dal sito del FAI)

“CuoconA.I.R. 2.0”: subtitled international recipes

WhatsApp Image 2020-04-16 2.0 at 11.55.44

After the first launch of “CuoconA.I.R.” initiative, the International Association of Respeaking onA.I.R. – Intersteno Italia is back with its second edition, “CuoconA.I.R. 2.0”!

With “CuoconA.I.R. 2.0”, onA.I.R. – Intersteno Italia is pleased to invite international old and potential new members and friends of the whole Intersteno federation to present a video recipe in their native language.

Those willing to take part in the initiative are warmly invited to send their short video (max. 5 minutes) together with English translation (Word file) at info@respeakingonair.org. It will be subtitled by onA.I.R. subtitling trainees and professionals!

See you on “onA.I.R. – Intersteno Italia” YouTube channel! Please help us share our wonderful linguistic and culinary heritage with the world!

 

onA.I.R. is the Italian national delegate association of Intersteno, the international federation for information and communication processing. Among its general goals is the dissemination of live and pre-recorded subtitling, transcription and speech capturing with respeaking (real-time speech-to-text rendition through speech-recognition software).

For more information on the International Association of Respeaking onA.I.R. (no profit association established in 2012) see: https://www.facebook.com/onA.I.R.InterstenoItalia/.

La soluzione oggettivista al problema degli universali

Epistemologia oggettivista

La conoscenza umana si acquisisce e si conserva in forma concettuale, perciò la validità della conoscenza umana dipende dalla validità dei concetti. Se i concetti corrispondono a qualcosa di reale, sono reali e la conoscenza umana ha senso; se i concetti non corrispondono alla realtà, non sono reali e la conoscenza umana è immaginazione. I concetti sono astrazioni o universali, mentre tutto ciò che l’uomo percepisce è concreto. Qual è dunque il rapporto tra le astrazioni e gli oggetti concreti e a cosa si riferiscono i concetti nella realtà?

Il problema degli universali pone il problema del rapporto tra pensiero, linguaggio e realtà e riguarda l’essere dei concetti generali, la definizione della natura e della fonte delle astrazioni, e la determinazione del rapporto tra i concetti e i dati percettivi.
I concetti generali esistono solo nella mente umana (nominalismo) oppure rispecchiano la realtà (realismo)?
Per i nominalisti estremi, gli universali non esistono né nelle cose né nella mente umana, bensì sono soltanto nomi che corrispondono a immagini arbitrarie della realtà basate su vaghe somiglianze.
Per i nominalisti moderati o concettualisti (Abelardo e Guglielmo di Ockham), gli universali esistono solo nella mente umana ma non nelle cose, sono parole dotate di un significato in quanto designano un’idea nel pensiero di una pluralità di individui di natura simile.
Per i realisti estremi, di scuola platonica, gli universali esistono come entità reali o archetipi perfetti ed eterni in un’altra dimensione della realtà; gli oggetti concreti che l’uomo percepisce evocano quelle astrazioni nella mente umana e ne sono i riflessi imperfetti.
Per i realisti moderati, di scuola aristotelica (Tommaso d’Aquino), gli universali esistono nella realtà, ma solo negli oggetti concreti sotto forma di essenze metafisiche, e i concetti si riferiscono a queste essenze.

A partire dalla filosofia medievale, il problema degli universali non è stato risolto dalle varie scuole di pensiero filosofico, se non attaccando la mente umana e mettendo in dubbio la sua capacità di comprendere la realtà attraverso i sensi, sfociando così nell’arbitrio della logica e nel nichilismo. La filosofa e scrittrice oggettivista Ayn Rand offre una soluzione originale al problema degli universali, partendo dall’assioma che l’esistenza esiste, per cui esiste qualcosa che si percepisce ed esiste qualcuno dotato di coscienza, ovvero della facoltà di percepire ciò che esiste. Ayn Rand espone la sua teoria dei concetti in Introduction to Objectivist epistemology, uno scritto che racchiude una serie di articoli apparsi per la prima volta in The Objectivist nel luglio 1966-febbraio 1967. In questo post ne forniamo una sintesi, indagando la branca della filosofia che studia il funzionamento della mente umana nella conoscenza del mondo: l’epistemologia.

Conoscenza e misurazione

La base della conoscenza umana è il livello percettivo della coscienza: l’uomo percepisce prova dei sensi e comprende la realtà sotto forma di percetti (oggetti percepiti). Il mattone della conoscenza umana è il concetto di “esistente”, che è implicito in ogni percetto e attraversa tre stadi di sviluppo nella mente umana: entità-identità-unità. Il metodo di conoscenza distintivo dell’uomo è la capacità di considerare l’entità come unità, ovvero l’esistente come membro separato di un gruppo di due o più membri simili. La misurazione è l’identificazione di un rapporto quantitativo per mezzo di uno standard che funge da unità. Lo scopo della misurazione è espandere la gamma della conoscenza umana al di là degli oggetti concreti direttamente percepibili.

Formazione dei concetti

La somiglianza è il rapporto tra due o più esistenti che possiedono le stesse caratteristiche, ma in diversa misura o grado. I concetti si formano isolando mentalmente due o più esistenti per le loro caratteristiche distintive, considerando queste caratteristiche e omettendo le loro misurazioni (che devono esistere in qualche quantità, ma possono esistere in qualunque quantità). Un concetto è dunque un’integrazione mentale di due o più unità che possiedono le stesse caratteristiche distintive, omettendone le misurazioni.

Astrazione dalle astrazioni

Quando i concetti sono integrati in un concetto più ampio, essi fungono da unità e sono trattati epistemologicamente come se fossero un unico oggetto mentale concreto. Ogni unità rappresenta metafisicamente un numero illimitato di oggetti concreti di un certo tipo. Quando i concetti sono integrati in un concetto più ampio, il nuovo concetto comprende tutte le caratteristiche delle sue unità costitutive, ma le caratteristiche distintive sono considerate misurazioni omesse e una delle caratteristiche comuni diventa la caratteristica distintiva del nuovo concetto. Quando un concetto è suddiviso in concetti più ristretti, la sua caratteristica distintiva viene mantenuta e le viene attribuita una gamma più ristretta di misurazioni specifiche, oppure è combinata con caratteristiche aggiuntive per formare le singole caratteristiche distintive dei nuovi concetti.

Concetti di coscienza

Ciascuno stato di coscienza prevede due attributi fondamentali: il contenuto (oggetto) e l’azione (processo). Un concetto relativo alla coscienza è un’integrazione mentale di due o più istanze di un processo psicologico che possiede le stesse caratteristiche distintive, omettendo i contenuti e le misurazioni dell’intensità dell’azione. L’intensità di un processo psicologico si misura su scala comparativa. I concetti relativi alla conoscenza si misurano per ambito di contenuto e per lunghezza della catena concettuale necessaria per comprenderne il contenuto. I concetti relativi alla valutazione si misurano facendo riferimento alla gerarchia di valori di una persona. Ciò implica un processo di “misurazione teleologica” tramite numeri ordinali, che stabiliscono un rapporto graduato di fini per i mezzi e di azioni per gli standard di valori. Una categoria speciale di concetti di coscienza consiste di concetti riguardanti i prodotti della conoscenza (conoscenze) e i concetti di metodo (logica).

Definizioni

Una definizione è un’affermazione che identifica la natura di un’unità concettuale, specificando le caratteristiche distintive delle unità e indicando il genere o categoria degli esistenti da cui si differenziano. Le caratteristiche distintive essenziali delle unità e le caratteristiche definenti proprie del concetto devono essere caratteristiche fondamentali, ovvero caratteristiche distintive che metafisicamente rendono possibile il maggior numero di altre caratteristiche distintive e che epistemologicamente spiegano il maggior numero delle altre. Se il processo di formazione dei concetti è contestuale, lo sono anche tutte le definizioni. La designazione di una caratteristica essenziale dipende dal contesto della conoscenza umana. Una definizione primitiva è corretta se non contraddice una definizione più avanzata, in quanto quest’ultima espande la prima. Le definizioni sono assolute contestualmente al grado di conoscenza umana disponibile in un dato momento e sono false se non specificano i rapporti conosciuti tra esistenti (caratteristiche essenziali conosciute) oppure se contraddicono ciò che è conosciuto. Ogni concetto rappresenta un numero di proposizioni implicite. Una definizione è la condensazione di un vasto corpo di osservazioni e la sua validità dipende della veridicità o dalla falsità di queste osservazioni, rappresentate e riassunte dalla designazione delle caratteristiche essenziali di un concetto. La veridicità o falsità delle conclusioni, delle inferenze e delle conoscenze dipende dalla veridicità o dalla falsità delle definizioni. Mentre per Aristotele l’essenza è metafisica, per gli oggettivisti la visione dei concetti è epistemologica.

Concetti assiomatici

Un concetto assiomatico è l’identificazione di un fatto primario della realtà implicito in tutti i fatti e in tutta la conoscenza, percepito direttamente ma compreso concettualmente. I concetti assiomatici primari sono: esistenza, identità, coscienza. Essi identificano in maniera esplicita l’omissione di misurazioni temporali psicologiche implicite in tutti i concetti, e comprendono l’intero ambito della coscienza umana, delimitandola dal vuoto dell’irrealtà. I concetti assiomatici sono la base dell’oggettività, non sono scelte arbitrarie, ma si riconoscono in quanto devono essere necessariamente accettati e utilizzati anche quando si tenta di negarli.

Il ruolo cognitivo dei concetti

Le informazioni di cui un individuo può essere consapevolmente cosciente in un dato momento sono limitate. L’essenza della sua forza cognitiva è la capacità di ridurre una vasta quantità di informazioni a un numero minimo di unità. I concetti sono condensazioni di conoscenze, classificazioni “aperte” che ricomprendono tutte le caratteristiche di ciò a cui si riferiscono, ciò che è conosciuto e ciò che ancora è da scoprire. I requisiti della conoscenza controllano la formazione di nuovi concetti e vietano raggruppamenti arbitrari. Nel processo di determinazione delle classificazioni concettuali, non è possibile ignorare né le differenze essenziali né le somiglianze essenziali tra esistenti. I concetti non vanno moltiplicati oltre necessità e non vanno integrati a scapito della necessità.

Coscienza e identità

L’attacco alla facoltà concettuale dell’uomo ha iniziato a subire un’accelerazione a partire da Kant, ampliando il divario tra la mente dell’uomo e la realtà. Per comprendere la forza della filosofia è necessario capire il motivo per il quale l’uomo ha bisogno dell’epistemologia. Poiché l’uomo non è né infallibile né onnisciente, esso deve scoprire un metodo di conoscenza valido. Le sue conclusioni o decisioni devono basarsi su due domande: cosa conosco e come conosco. Alla prima domanda risponde la scienza, alla seconda l’epistemologia. Nella storia della filosofia, le teorie epistemologiche sono state soprattutto dei tentativi di sfuggire a una o all’altra domanda, tramite lo scetticismo o il misticismo. La premessa dell’attacco alla facoltà razionale dell’uomo è sempre il desiderio di eliminare la coscienza dalla legge dell’identità. Secondo la filosofia moderna, la vera conoscenza si acquisisce senza mezzi di conoscenza e l’identità è l’elemento squalificante della coscienza. La dottrina kantiana rappresenta la negazione di qualsiasi coscienza, della coscienza in sé. L’oggettività inizia con il rendersi conto che l’uomo, insieme alla sua coscienza, è un’entità con una natura specifica che deve agire in base a essa, che non può sfuggire alla legge dell’identità, che non esiste arbitrarietà nella sua attività, tanto meno nel suo metodo di conoscenza, e che deve essere guidato da criteri oggettivi nel formare i suoi strumenti di conoscenza, ovvero i concetti. L’uomo ha liberato la sua esistenza fisica quando ha capito che “la natura, per essere dominata, deve essere obbedita”; allo stesso modo, le regole della conoscenza umana devono derivare dalla natura dell’esistenza e dalla natura (identità) della facoltà cognitiva dell’uomo.

La memoria, uno strumento del mestiere dell’interprete

La persistenza della memoria

“La persistenza della memoria” (1931), Salvador Dalì

Nel trasmettere un messaggio da una lingua a un’altra, l’interprete non deve soltanto conoscere e saper applicare le tecniche di interpretazione simultanea e consecutiva, ma anche avere una vasta cultura generale, avere studiato a fondo l’argomento e la terminologia del convegno o della trattativa e ricordare le informazioni ottenute sul momento. Per fare tutto questo entra in gioco la memoria.

Traduzione dall’inglese dell’articolo “Human memory: How we make, remember, and forget memories” di Michael Greshko apparso su National Geographic: https://www.nationalgeographic.com/science/health-and-human-body/human-body/human-memory/

La memoria umana avviene in molte parti del cervello contemporaneamente, e alcuni tipi di ricordi si conservano più a lungo di altri.

Fin dal momento in cui nasciamo, il nostro cervello è bombardato da un’immensa quantità di informazioni su di noi e sul mondo che ci circonda. Allora, come conserviamo tutto quello che abbiamo imparato e vissuto? I ricordi.

Gli esseri umani conservano diversi tipi di ricordi per diversi periodi di tempo. I ricordi a breve termine durano da secondi a ore, mentre i ricordi a lungo termine durano anni. Siamo anche dotati di una memoria di lavoro, che ci permette di conservare nella mente un’informazione per un periodo di tempo limitato ripetendola. Quando ripetiamo più volte un numero di telefono per ricordarcelo, utilizziamo la nostra memoria di lavoro.

Un altro modo di classificare i ricordi avviene in base all’oggetto del ricordo stesso e al fatto che ne siamo coscienti. La memoria dichiarativa, detta anche memoria esplicita, consiste nei tipi di ricordi che viviamo in maniera conscia. Alcuni di questi ricordi sono fatti o “conoscenze comuni”: cose come la capitale del Portogallo (Lisbona) o il numero di carte in un mazzo standard (52). Altri consistono di eventi passati che abbiamo vissuto, come una festa di compleanno quando eravamo bambini.

La memoria non dichiarativa, detta anche memoria implicita, si costruisce in maniera inconscia. Questa memoria comprende la memoria procedurale, che il vostro corpo utilizza per ricordare le abilità che avete imparato. Suonate uno strumento o andate in bicicletta? In questi casi attivate la memorie procedurale. La memoria non dichiarativa può anche essere responsabile delle risposte inconsapevoli del vostro corpo, come quando vi aumenta la salivazione alla vista del vostro piatto preferito o vi irrigidite quando vedete qualcosa che vi spaventa.

In generale, la memoria dichiarativa si forma più facilmente rispetto alla memoria non dichiarativa. Impieghiamo meno tempo a ricordare la capitale di un paese rispetto a imparare a suonare il violino. Ma la memoria non dichiarativa si conserva più facilmente. Una volta che avete imparato ad andare in bicicletta, probabilmente non ve lo dimenticherete.

I tipi di amnesia

Per capire in che modo ricordiamo le cose, è incredibilmente utile studiare in che modo ce le dimentichiamo – ragione per cui i ricercatori studiano l’amnesia, la perdita della memoria o la capacità di apprendimento. L’amnesia è solitamente il risultato di qualche genere di trauma al cervello, come un trauma cranico, un ictus, un tumore al cervello, o l’alcolismo cronico.

Esistono due tipi principali di amnesia. La prima, l’amnesia retrograda, si verifica quando ci dimentichiamo le cose che conoscevamo prima del trauma cranico. L’amnesia anterograda si verifica quando il trauma al cervello compromette o interrompe la capacità di formare nuovi ricordi.

Il caso di studio più famoso di amnesia anterograda è Henry Molaison, al quale nel 1953 sono state rimosse alcune parti del cervello nell’ultimo disperato tentativo di trattare le sue crisi epilettiche gravi. Molaison – conosciuto quando era in vita come H.M. – ricordava molte cose della sua infanzia, ma non era in grado di formare nuova memoria dichiarativa. Le persone che lavoravano con lui per decenni si dovevano ripresentare ogni volta che lo incontravano.

Studiando soggetti come H.M. e animali affetti da diversi tipi di danni al cervello, i ricercatori sono ora in grado di rintracciare in quali aree e in che modo si formano diversi tipi di ricordi nel cervello. Sembra che la memoria a breve e termine e la memoria a lungo termine non si formino esattamente allo stesso modo, e nemmeno la memoria dichiarativa e la memoria procedurale.

Nessuna area del cervello conserva tutti i vostri ricordi; diverse aree del cervello formano e conservano diversi tipi di ricordi, e ciascuna di esse può essere coinvolta in processi diversi. Per esempio, le reazioni emotive come la paura risiedono in un’area del cervello detta amigdala. I ricordi delle abilità che avete imparato sono associati a un’area diversa detta corpo striato. Un’area detta ippocampo è fondamentale per formare, conservare e mantenere la memoria dichiarativa. I lobi temporali, le aree del cervello che in parte mancavano a H.M., svolgono un ruolo essenziale nella formazione e nella conservazione dei ricordi.

Come si formano, conservano e mantengono i ricordi

Fin dagli anni Quaranta i ricercatori hanno ipotizzato che i ricordi si conservano all’interno di gruppi di neuroni, o cellule nervose, dette aggregati neuronali. Queste cellule collegate tra loro si attivano come gruppo in risposta a uno stimolo specifico, che sia il volto di un amico o il profumo del pane appena sfornato. Quanto più i neuroni si attivano contemporaneamente, tanto più le interconnessioni tra le cellule si rafforzano. In questo modo, quando un futuro stimolo innesca la risposta delle cellule, è più probabile che si attivi tutto l’aggregato. L’attività collettiva delle cellule nervose trascrive ciò che noi percepiamo come ricordo. I ricercatori studiano ancora i dettagli del funzionamento di questo meccanismo.

Affinché la memoria a breve termine diventi memoria a lungo termine, essa deve essere rafforzata per essere conservata a lungo termine, un processo chiamato consolidamento della memoria. I ricercatori ritengono che il consolidamento avvenga tramite diversi processi. Uno, detto potenziamento a lungo termine, consiste di cellule nervose singole che cambiano per crescere e comunicare con le cellule nervose vicine in maniera diversa. Questo rimodellamento altera le connessioni tra le cellule nervose sul lungo termine, cosa che stabilizza la memoria. Tutti gli animali dotati di memoria a lungo termine utilizzano questo stesso meccanismo cellulare di base; i ricercatori hanno elaborato i dettagli del potenziamento a lungo termine studiando le lumache di mare della California. Tuttavia, non tutti i ricordi a lungo termine devono necessariamente cominciare come ricordi a breve termine.

Quando conserviamo un ricordo, molte parti del cervello comunicano rapidamente tra di loro, anche le aree della corteccia cerebrale che elaborano informazioni ad alto livello, aree che controllano gli input grezzi dei nostri sensi, e un’area detta lobo temporale mediale, che sembra contribuire a coordinare il processo. In un recente studio, nel momento in cui i pazienti conservavano ricordi nuovi, le onde dell’attività nervosa all’interno del lobo temporale mediale si sincronizzavano con le onde della corteccia cerebrale.

Molti misteri della memoria restano tali. In che modo precisamente i ricordi sono codificati all’interno di gruppi di neuroni? Quanto largamente sono distribuite nel cervello le cellule che codificano un dato ricordo? In che modo la nostra attività cerebrale corrisponde al nostro modo di vivere i ricordi? Queste aree di ricerca attive un giorno potranno fornire nuove informazioni sulle funzioni cerebrali e sul modo di trattare le malattie legate alla memoria.

Per esempio, ricerche recenti hanno dimostrato che alcuni ricordi devono essere “riconsolidati” ogni volta che riaffiorano alla mente. Se fosse vero, l’atto di ricordare qualcosa renderebbe la memoria temporaneamente malleabile – possibile da rafforzare, da indebolire, oppure da alterare. I ricordi possono essere più facilmente trattabili con farmaci durante il riconsolidamento e questo potrebbe aiutare a trattare malattie come il disturbo da stress post-traumatico (PTSD).

“Ideal” (1934), A. Rand

IMG_20200731_095110

Ideal è il primo romanzo inedito di Ayn Rand, scritto nel 1934 e trasformato in una pièce teatrale nello stesso anno per insoddisfazione dell’autrice, che si rifiutò di pubblicarlo.

Nell’introduzione al libro Leonard Peikoff spiega la differenza epistemologica tra i due generi letterari: un romanzo si serve solo di concetti per presentare eventi, personaggi e universo; una pièce (o un film) si serve sia di concetti sia di percetti (in filosofia, oggetti percepiti, ovvero le osservazioni degli attori, i movimenti, i dialoghi ecc.). Se da un libro è possibile immaginare la rappresentazione scenica di una storia, un film non lascia immaginare in che modo si potrebbe leggere quella storia. La natura di “Ideale” e dei suoi personaggi richiede un’esperienza percettiva, un completa immedesimazione dei suoi fruitori nel contesto dell’azione, ed è proprio la pièce teatrale a creare la percezione dei personaggi e a renderne filosoficamente intuibile il contrasto.

Protagonista della vicenda, che si svolge nell’arco di nemmeno due giornate, è l’attrice Kay Gonda, che incarna l’ideale di vita randiano e appare improvvisamente come un fantasma nella vita dei suoi fan, ciascuno protagonista di un capitolo del romanzo o di una scena della pièce. Dall’uomo di famiglia all’attivista comunista, dall’artista cinico al pastore evangelico, al playboy fino al ragazzo dall’anima smarrita, una varietà di vite con lo stesso comune denominatore: l’incapacità di vivere l’ideale, quel modello di vita incarnato dall’attrice inarrivabile, un sogno che quando si fa realtà diventa inquietante e spinge alla rinuncia, alla negazione o al suicidio. Sono le vite mediocri di chi ha cercato sicurezza non nell’elevazione del proprio io, ma nella normalità quotidiana, nella spinta al sociale o verso l’inconcepibile.

Alla fine è l’anima smarrita a chiedere all’attrice, come a chiedere a se stessa:

“Have you ever been in a temple and seen men kneeling silently, reverently, their souls raised to the greatest height they can reach? To the height where they know they are clean, and clear, and perfect? When their spirit is the end and the reason of all things? Then have you wondered why that has to exist only in a temple? Why men can’t carry it also into their lives? Why, if they can know the height, they can still want to live less than the highest? That’s what we want to live, you and I. And if we can dream, we must also see our dreams in life. If not – of what account are dreams?”

“Ah, Johnnie, Johnnie, of what account is life?”

“None. But who made it so?”

“Those who cannot dream.”

“No. Those who can only dream.”

“Sei mai stata in un tempio e visto uomini inginocchiarsi in silenzio, con riverenza, le loro anime elevate a ciò che di più alto possono raggiungere? Lassù dove sanno di essere puliti, e chiari, e perfetti? Quando il loro spirito è il fine e la ragione di tutte le cose? Poi ti sei chiesta perché tutto questo debba esistere solo in un tempio? Perché gli uomini non riescano a portare tutto questo anche nella loro vita? Perché, se riescono a conoscere quell’elevazione, possano ancora voler vivere a un livello inferiore? È ciò che vogliamo vivere, tu e io. E se possiamo sognare, dobbiamo anche vedere i nostri sogni nella nostra vita. Altrimenti – a cosa servono i sogni?

“Ah, Johnnie, Johnnie, a cosa serve la vita?”

“A nulla. Ma chi l’ha resa così?”

“Chi non sa sognare.”

“No. Chi sa solo sognare.”

Questa stessa anima è l’unica a riuscire a riconoscere il valore della vera vita vissuta, il suo modello irraggiungibile e mai raggiunto, quell’ideale per il quale è disposta a togliersi la vita. È un ideale che negli uomini “normali” rimane nella dimensione platonica del trascendente, un ideale sognato ma non voluto, negato e disconosciuto. Perché è l’ideale che quando si fa reale diventa colpa tangibile in una vita non vissuta secondo gli standard e i valori propri dell’uomo. L’ideale fantasma delle vite degli altri sul palcoscenico dell’esistenza umana.

Tutti pronti per l’interpretariato da remoto? Breve guida pratica per utenti e interpreti (parte 3)

Interpretariato da remoto 3

Dopo aver definito le modalità di interpretariato da remoto e aver dato alcuni suggerimenti agli organizzatori e ai partecipanti degli eventi virtuali, passiamo ora all’ultima parte di questa breve guida dedicata a coloro che sono passati dagli eventi dal vivo agli eventi online. In questo articolo offriamo alcuni spunti e suggerimenti pratici dettati dall’esperienza e validi per le agenzie di interpretariato e/o per gli interpreti.

Organizzare un servizio di interpretariato da remoto

Una volta chiarito con il cliente l’obiettivo dell’evento online, è necessario consigliarlo in merito a quale piattaforma adottare. Ce ne sono tante sul mercato e ognuna di esse offre possibilità diverse per quanto riguarda sia la tecnica di interpretazione (simultanea, consecutiva, trattativa) sia la modalità di interpretariato da remoto. Prima di utilizzarle è necessaria un’approfondita ricerca sulle caratteristiche e la qualità tecnica della strumentazione (es. sistema audio e video) e del software (es. modalità di interazione tra i membri del team, modalità di cambio turno per gli interpreti). Molto spesso le società che noleggiano le piattaforme mettono a disposizione il proprio staff tecnico, in caso contrario è necessario assicurarsi che sia disponibile, qualora le caratteristiche tecniche del sistema lo rendano necessario.

Oltre alla prassi usuale del lavoro di intermediazione tra i clienti e gli interpreti, al fine di garantire un buon servizio le agenzie dovrebbero considerare anche i seguenti aspetti:

  • testare la piattaforma prima di sceglierla, insieme ai fornitori, agli interpreti, allo staff tecnico e al cliente;
  • richiedere il materiale di studio per gli interpreti: nomi e ruoli degli organizzatori e degli speaker, termini tecnici, slide di presentazione ecc.;
  • chiedere il consenso scritto degli interpreti in caso di evento registrato;
  • definire contrattualmente le responsabilità in caso di problemi tecnici: l’interprete garantisce di avere un computer con certe specifiche, una cuffia con microfono di qualità e una di riserva, una connessione Internet ad alta velocità, ma non garantisce per i rischi associati alla connettività o a eventi fuori dal suo controllo;
  • evitare possibilmente le tariffe orarie: organizzare un evento da remoto può favorire i clienti in termini di costi e logistica, ma non facilita il lavoro degli interpreti, che oltre alle difficoltà usuali dell’interpretazione simultanea o consecutiva si trovano a dover imparare a gestire la cabina virtuale. Non si tratta solo di saper usare i comandi, ma anche di comunicare via chat con lo staff tecnico e i membri del team durante il lavoro, di fare i conti con un audio non sempre pulito, e di rinunciare a tutti i vantaggi degli eventi dal vivo: osservare il linguaggio del corpo dello speaker, farsi aiutare dal collega di cabina che è seduto vicino ecc.;
  • se gli interpreti e gli speaker sono connessi da casa o dal proprio studio, assicurarsi che lavorino in un ambiente silenzioso e con una strumentazione di qualità: connessione Internet, cuffie e microfono, eventuale videocamera ben posizionata a livello degli occhi con una buona illuminazione;
  • se gli interpreti sono connessi da una sede con cabine fisiche dotate di computer collegato in remoto, assicurarsi che siano adottate tutte le misure tecniche e di sicurezza. In tempi di pandemia le cabine andrebbero disinfettate e ventilate prima e dopo il lavoro, ciascun interprete dovrebbe lavorare in una cabina usando le proprie cuffie e i guanti per la console, le cabine andrebbero affiancate e separate l’una dall’altra con un vetro trasparente.

Ambiente e strumentazione di lavoro

Per l’interpretariato da remoto è fondamentale che il sistema audio (e video) sia di buona qualità.
L’ideale sarebbe insonorizzare completamente la stanza nella quale si lavora, come consiglia di fare questa guida. In alternativa si può lavorare da una cabina insonorizzata.
Inoltre è necessaria una connessione Internet ad alta velocità e via cavo. Se ad esempio si lavora su Zoom, può risultare utile spegnere il video per velocizzare la connessione e modificare le impostazioni audio per ridurre il rumore di sottofondo.
Per quanto riguarda le cuffie, sono preferibili quelle semiaperte, con microfono, dotate di USB per collegarle al computer e capaci di limitare lo shock acustico.
Il microfono deve avere la funzionalità di cancellazione del rumore (ambientale e riverbero della voce) e possibilmente una risposta in frequenza tra 125 e 15.000 Hz e livelli di impedenza di 16-32 Ohm.

 

Per approfondimenti sulle caratteristiche tecniche delle cuffie e del microfono per l’interpretariato da remoto:

Naomi Bowman, How to choose a headset for RSI (Remote Simultaneous Interpreting):
https://www.linkedin.com/pulse/how-choose-headset-rsi-remote-simultaneous-naomi-bowman/?trackingId=e1%2BY8xnS7r5WE4Y%2FpXbq8Q%3D%3D

Andrea Caniato, Headsets Won’t Work Miracles: Here is How Digital Sound Gets Degraded in the 21st Century:
https://www.linkedin.com/pulse/headsets-wont-work-miracles-here-how-digital-sound-gets-caniato/?trackingId=hgwqDmbCtWSLgJlKuLLRrA%3D%3D

Linee guida dell’Associazione Internazionale degli Interpreti di Conferenza AIIC: https://aiic.net/page/9007

 

Per richiedere un servizio di interpretariato telefonico, da remoto, in videoconferenza, sottotitolazione o resocontazione in tempo reale: https://www.interpretetraduttricesimultanea.com.