Parco Villa Gregoriana a Tivoli: natura, storia e l’estetica del sublime

Nel 1832 Papa Gregorio XVI promosse una grandiosa opera di ingegneria idraulica per contenere le continue esondazioni dell’Aniene, incanalando le sue acque in un doppio traforo scavato nel monte Catillo e ingrossandole poi artificialmente dando così vita ai 120 metri di salto della nuova Cascata Grande, seconda in Italia dopo le Marmore. Compiuta l’opera, il Papa creò il Parco che porta il suo nome e che per oltre un secolo fu meta di artisti, letterati e uomini di cultura che ne raccontarono al mondo la bellezza.

(testo tratto dal sito del FAI)

“CuoconA.I.R. 2.0”: subtitled international recipes

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After the first launch of “CuoconA.I.R.” initiative, the International Association of Respeaking onA.I.R. – Intersteno Italia is back with its second edition, “CuoconA.I.R. 2.0”!

With “CuoconA.I.R. 2.0”, onA.I.R. – Intersteno Italia is pleased to invite international old and potential new members and friends of the whole Intersteno federation to present a video recipe in their native language.

Those willing to take part in the initiative are warmly invited to send their short video (max. 5 minutes) together with English translation (Word file) at info@respeakingonair.org. It will be subtitled by onA.I.R. subtitling trainees and professionals!

See you on “onA.I.R. – Intersteno Italia” YouTube channel! Please help us share our wonderful linguistic and culinary heritage with the world!

 

onA.I.R. is the Italian national delegate association of Intersteno, the international federation for information and communication processing. Among its general goals is the dissemination of live and pre-recorded subtitling, transcription and speech capturing with respeaking (real-time speech-to-text rendition through speech-recognition software).

For more information on the International Association of Respeaking onA.I.R. (no profit association established in 2012) see: https://www.facebook.com/onA.I.R.InterstenoItalia/.

La soluzione oggettivista al problema degli universali

Epistemologia oggettivista

La conoscenza umana si acquisisce e si conserva in forma concettuale, perciò la validità della conoscenza umana dipende dalla validità dei concetti. Se i concetti corrispondono a qualcosa di reale, sono reali e la conoscenza umana ha senso; se i concetti non corrispondono alla realtà, non sono reali e la conoscenza umana è immaginazione. I concetti sono astrazioni o universali, mentre tutto ciò che l’uomo percepisce è concreto. Qual è dunque il rapporto tra le astrazioni e gli oggetti concreti e a cosa si riferiscono i concetti nella realtà?

Il problema degli universali pone il problema del rapporto tra pensiero, linguaggio e realtà e riguarda l’essere dei concetti generali, la definizione della natura e della fonte delle astrazioni, e la determinazione del rapporto tra i concetti e i dati percettivi.
I concetti generali esistono solo nella mente umana (nominalismo) oppure rispecchiano la realtà (realismo)?
Per i nominalisti estremi, gli universali non esistono né nelle cose né nella mente umana, bensì sono soltanto nomi che corrispondono a immagini arbitrarie della realtà basate su vaghe somiglianze.
Per i nominalisti moderati o concettualisti (Abelardo e Guglielmo di Ockham), gli universali esistono solo nella mente umana ma non nelle cose, sono parole dotate di un significato in quanto designano un’idea nel pensiero di una pluralità di individui di natura simile.
Per i realisti estremi, di scuola platonica, gli universali esistono come entità reali o archetipi perfetti ed eterni in un’altra dimensione della realtà; gli oggetti concreti che l’uomo percepisce evocano quelle astrazioni nella mente umana e ne sono i riflessi imperfetti.
Per i realisti moderati, di scuola aristotelica (Tommaso d’Aquino), gli universali esistono nella realtà, ma solo negli oggetti concreti sotto forma di essenze metafisiche, e i concetti si riferiscono a queste essenze.

A partire dalla filosofia medievale, il problema degli universali non è stato risolto dalle varie scuole di pensiero filosofico, se non attaccando la mente umana e mettendo in dubbio la sua capacità di comprendere la realtà attraverso i sensi, sfociando così nell’arbitrio della logica e nel nichilismo. La filosofa e scrittrice oggettivista Ayn Rand offre una soluzione originale al problema degli universali, partendo dall’assioma che l’esistenza esiste, per cui esiste qualcosa che si percepisce ed esiste qualcuno dotato di coscienza, ovvero della facoltà di percepire ciò che esiste. Ayn Rand espone la sua teoria dei concetti in Introduction to Objectivist epistemology, uno scritto che racchiude una serie di articoli apparsi per la prima volta in The Objectivist nel luglio 1966-febbraio 1967. In questo post ne forniamo una sintesi, indagando la branca della filosofia che studia il funzionamento della mente umana nella conoscenza del mondo: l’epistemologia.

Conoscenza e misurazione

La base della conoscenza umana è il livello percettivo della coscienza: l’uomo percepisce prova dei sensi e comprende la realtà sotto forma di percetti (oggetti percepiti). Il mattone della conoscenza umana è il concetto di “esistente”, che è implicito in ogni percetto e attraversa tre stadi di sviluppo nella mente umana: entità-identità-unità. Il metodo di conoscenza distintivo dell’uomo è la capacità di considerare l’entità come unità, ovvero l’esistente come membro separato di un gruppo di due o più membri simili. La misurazione è l’identificazione di un rapporto quantitativo per mezzo di uno standard che funge da unità. Lo scopo della misurazione è espandere la gamma della conoscenza umana al di là degli oggetti concreti direttamente percepibili.

Formazione dei concetti

La somiglianza è il rapporto tra due o più esistenti che possiedono le stesse caratteristiche, ma in diversa misura o grado. I concetti si formano isolando mentalmente due o più esistenti per le loro caratteristiche distintive, considerando queste caratteristiche e omettendo le loro misurazioni (che devono esistere in qualche quantità, ma possono esistere in qualunque quantità). Un concetto è dunque un’integrazione mentale di due o più unità che possiedono le stesse caratteristiche distintive, omettendone le misurazioni.

Astrazione dalle astrazioni

Quando i concetti sono integrati in un concetto più ampio, essi fungono da unità e sono trattati epistemologicamente come se fossero un unico oggetto mentale concreto. Ogni unità rappresenta metafisicamente un numero illimitato di oggetti concreti di un certo tipo. Quando i concetti sono integrati in un concetto più ampio, il nuovo concetto comprende tutte le caratteristiche delle sue unità costitutive, ma le caratteristiche distintive sono considerate misurazioni omesse e una delle caratteristiche comuni diventa la caratteristica distintiva del nuovo concetto. Quando un concetto è suddiviso in concetti più ristretti, la sua caratteristica distintiva viene mantenuta e le viene attribuita una gamma più ristretta di misurazioni specifiche, oppure è combinata con caratteristiche aggiuntive per formare le singole caratteristiche distintive dei nuovi concetti.

Concetti di coscienza

Ciascuno stato di coscienza prevede due attributi fondamentali: il contenuto (oggetto) e l’azione (processo). Un concetto relativo alla coscienza è un’integrazione mentale di due o più istanze di un processo psicologico che possiede le stesse caratteristiche distintive, omettendo i contenuti e le misurazioni dell’intensità dell’azione. L’intensità di un processo psicologico si misura su scala comparativa. I concetti relativi alla conoscenza si misurano per ambito di contenuto e per lunghezza della catena concettuale necessaria per comprenderne il contenuto. I concetti relativi alla valutazione si misurano facendo riferimento alla gerarchia di valori di una persona. Ciò implica un processo di “misurazione teleologica” tramite numeri ordinali, che stabiliscono un rapporto graduato di fini per i mezzi e di azioni per gli standard di valori. Una categoria speciale di concetti di coscienza consiste di concetti riguardanti i prodotti della conoscenza (conoscenze) e i concetti di metodo (logica).

Definizioni

Una definizione è un’affermazione che identifica la natura di un’unità concettuale, specificando le caratteristiche distintive delle unità e indicando il genere o categoria degli esistenti da cui si differenziano. Le caratteristiche distintive essenziali delle unità e le caratteristiche definenti proprie del concetto devono essere caratteristiche fondamentali, ovvero caratteristiche distintive che metafisicamente rendono possibile il maggior numero di altre caratteristiche distintive e che epistemologicamente spiegano il maggior numero delle altre. Se il processo di formazione dei concetti è contestuale, lo sono anche tutte le definizioni. La designazione di una caratteristica essenziale dipende dal contesto della conoscenza umana. Una definizione primitiva è corretta se non contraddice una definizione più avanzata, in quanto quest’ultima espande la prima. Le definizioni sono assolute contestualmente al grado di conoscenza umana disponibile in un dato momento e sono false se non specificano i rapporti conosciuti tra esistenti (caratteristiche essenziali conosciute) oppure se contraddicono ciò che è conosciuto. Ogni concetto rappresenta un numero di proposizioni implicite. Una definizione è la condensazione di un vasto corpo di osservazioni e la sua validità dipende della veridicità o dalla falsità di queste osservazioni, rappresentate e riassunte dalla designazione delle caratteristiche essenziali di un concetto. La veridicità o falsità delle conclusioni, delle inferenze e delle conoscenze dipende dalla veridicità o dalla falsità delle definizioni. Mentre per Aristotele l’essenza è metafisica, per gli oggettivisti la visione dei concetti è epistemologica.

Concetti assiomatici

Un concetto assiomatico è l’identificazione di un fatto primario della realtà implicito in tutti i fatti e in tutta la conoscenza, percepito direttamente ma compreso concettualmente. I concetti assiomatici primari sono: esistenza, identità, coscienza. Essi identificano in maniera esplicita l’omissione di misurazioni temporali psicologiche implicite in tutti i concetti, e comprendono l’intero ambito della coscienza umana, delimitandola dal vuoto dell’irrealtà. I concetti assiomatici sono la base dell’oggettività, non sono scelte arbitrarie, ma si riconoscono in quanto devono essere necessariamente accettati e utilizzati anche quando si tenta di negarli.

Il ruolo cognitivo dei concetti

Le informazioni di cui un individuo può essere consapevolmente cosciente in un dato momento sono limitate. L’essenza della sua forza cognitiva è la capacità di ridurre una vasta quantità di informazioni a un numero minimo di unità. I concetti sono condensazioni di conoscenze, classificazioni “aperte” che ricomprendono tutte le caratteristiche di ciò a cui si riferiscono, ciò che è conosciuto e ciò che ancora è da scoprire. I requisiti della conoscenza controllano la formazione di nuovi concetti e vietano raggruppamenti arbitrari. Nel processo di determinazione delle classificazioni concettuali, non è possibile ignorare né le differenze essenziali né le somiglianze essenziali tra esistenti. I concetti non vanno moltiplicati oltre necessità e non vanno integrati a scapito della necessità.

Coscienza e identità

L’attacco alla facoltà concettuale dell’uomo ha iniziato a subire un’accelerazione a partire da Kant, ampliando il divario tra la mente dell’uomo e la realtà. Per comprendere la forza della filosofia è necessario capire il motivo per il quale l’uomo ha bisogno dell’epistemologia. Poiché l’uomo non è né infallibile né onnisciente, esso deve scoprire un metodo di conoscenza valido. Le sue conclusioni o decisioni devono basarsi su due domande: cosa conosco e come conosco. Alla prima domanda risponde la scienza, alla seconda l’epistemologia. Nella storia della filosofia, le teorie epistemologiche sono state soprattutto dei tentativi di sfuggire a una o all’altra domanda, tramite lo scetticismo o il misticismo. La premessa dell’attacco alla facoltà razionale dell’uomo è sempre il desiderio di eliminare la coscienza dalla legge dell’identità. Secondo la filosofia moderna, la vera conoscenza si acquisisce senza mezzi di conoscenza e l’identità è l’elemento squalificante della coscienza. La dottrina kantiana rappresenta la negazione di qualsiasi coscienza, della coscienza in sé. L’oggettività inizia con il rendersi conto che l’uomo, insieme alla sua coscienza, è un’entità con una natura specifica che deve agire in base a essa, che non può sfuggire alla legge dell’identità, che non esiste arbitrarietà nella sua attività, tanto meno nel suo metodo di conoscenza, e che deve essere guidato da criteri oggettivi nel formare i suoi strumenti di conoscenza, ovvero i concetti. L’uomo ha liberato la sua esistenza fisica quando ha capito che “la natura, per essere dominata, deve essere obbedita”; allo stesso modo, le regole della conoscenza umana devono derivare dalla natura dell’esistenza e dalla natura (identità) della facoltà cognitiva dell’uomo.

La memoria, uno strumento del mestiere dell’interprete

La persistenza della memoria

“La persistenza della memoria” (1931), Salvador Dalì

Nel trasmettere un messaggio da una lingua a un’altra, l’interprete non deve soltanto conoscere e saper applicare le tecniche di interpretazione simultanea e consecutiva, ma anche avere una vasta cultura generale, avere studiato a fondo l’argomento e la terminologia del convegno o della trattativa e ricordare le informazioni ottenute sul momento. Per fare tutto questo entra in gioco la memoria.

Traduzione dall’inglese dell’articolo “Human memory: How we make, remember, and forget memories” di Michael Greshko apparso su National Geographic: https://www.nationalgeographic.com/science/health-and-human-body/human-body/human-memory/

La memoria umana avviene in molte parti del cervello contemporaneamente, e alcuni tipi di ricordi si conservano più a lungo di altri.

Fin dal momento in cui nasciamo, il nostro cervello è bombardato da un’immensa quantità di informazioni su di noi e sul mondo che ci circonda. Allora, come conserviamo tutto quello che abbiamo imparato e vissuto? I ricordi.

Gli esseri umani conservano diversi tipi di ricordi per diversi periodi di tempo. I ricordi a breve termine durano da secondi a ore, mentre i ricordi a lungo termine durano anni. Siamo anche dotati di una memoria di lavoro, che ci permette di conservare nella mente un’informazione per un periodo di tempo limitato ripetendola. Quando ripetiamo più volte un numero di telefono per ricordarcelo, utilizziamo la nostra memoria di lavoro.

Un altro modo di classificare i ricordi avviene in base all’oggetto del ricordo stesso e al fatto che ne siamo coscienti. La memoria dichiarativa, detta anche memoria esplicita, consiste nei tipi di ricordi che viviamo in maniera conscia. Alcuni di questi ricordi sono fatti o “conoscenze comuni”: cose come la capitale del Portogallo (Lisbona) o il numero di carte in un mazzo standard (52). Altri consistono di eventi passati che abbiamo vissuto, come una festa di compleanno quando eravamo bambini.

La memoria non dichiarativa, detta anche memoria implicita, si costruisce in maniera inconscia. Questa memoria comprende la memoria procedurale, che il vostro corpo utilizza per ricordare le abilità che avete imparato. Suonate uno strumento o andate in bicicletta? In questi casi attivate la memorie procedurale. La memoria non dichiarativa può anche essere responsabile delle risposte inconsapevoli del vostro corpo, come quando vi aumenta la salivazione alla vista del vostro piatto preferito o vi irrigidite quando vedete qualcosa che vi spaventa.

In generale, la memoria dichiarativa si forma più facilmente rispetto alla memoria non dichiarativa. Impieghiamo meno tempo a ricordare la capitale di un paese rispetto a imparare a suonare il violino. Ma la memoria non dichiarativa si conserva più facilmente. Una volta che avete imparato ad andare in bicicletta, probabilmente non ve lo dimenticherete.

I tipi di amnesia

Per capire in che modo ricordiamo le cose, è incredibilmente utile studiare in che modo ce le dimentichiamo – ragione per cui i ricercatori studiano l’amnesia, la perdita della memoria o la capacità di apprendimento. L’amnesia è solitamente il risultato di qualche genere di trauma al cervello, come un trauma cranico, un ictus, un tumore al cervello, o l’alcolismo cronico.

Esistono due tipi principali di amnesia. La prima, l’amnesia retrograda, si verifica quando ci dimentichiamo le cose che conoscevamo prima del trauma cranico. L’amnesia anterograda si verifica quando il trauma al cervello compromette o interrompe la capacità di formare nuovi ricordi.

Il caso di studio più famoso di amnesia anterograda è Henry Molaison, al quale nel 1953 sono state rimosse alcune parti del cervello nell’ultimo disperato tentativo di trattare le sue crisi epilettiche gravi. Molaison – conosciuto quando era in vita come H.M. – ricordava molte cose della sua infanzia, ma non era in grado di formare nuova memoria dichiarativa. Le persone che lavoravano con lui per decenni si dovevano ripresentare ogni volta che lo incontravano.

Studiando soggetti come H.M. e animali affetti da diversi tipi di danni al cervello, i ricercatori sono ora in grado di rintracciare in quali aree e in che modo si formano diversi tipi di ricordi nel cervello. Sembra che la memoria a breve e termine e la memoria a lungo termine non si formino esattamente allo stesso modo, e nemmeno la memoria dichiarativa e la memoria procedurale.

Nessuna area del cervello conserva tutti i vostri ricordi; diverse aree del cervello formano e conservano diversi tipi di ricordi, e ciascuna di esse può essere coinvolta in processi diversi. Per esempio, le reazioni emotive come la paura risiedono in un’area del cervello detta amigdala. I ricordi delle abilità che avete imparato sono associati a un’area diversa detta corpo striato. Un’area detta ippocampo è fondamentale per formare, conservare e mantenere la memoria dichiarativa. I lobi temporali, le aree del cervello che in parte mancavano a H.M., svolgono un ruolo essenziale nella formazione e nella conservazione dei ricordi.

Come si formano, conservano e mantengono i ricordi

Fin dagli anni Quaranta i ricercatori hanno ipotizzato che i ricordi si conservano all’interno di gruppi di neuroni, o cellule nervose, dette aggregati neuronali. Queste cellule collegate tra loro si attivano come gruppo in risposta a uno stimolo specifico, che sia il volto di un amico o il profumo del pane appena sfornato. Quanto più i neuroni si attivano contemporaneamente, tanto più le interconnessioni tra le cellule si rafforzano. In questo modo, quando un futuro stimolo innesca la risposta delle cellule, è più probabile che si attivi tutto l’aggregato. L’attività collettiva delle cellule nervose trascrive ciò che noi percepiamo come ricordo. I ricercatori studiano ancora i dettagli del funzionamento di questo meccanismo.

Affinché la memoria a breve termine diventi memoria a lungo termine, essa deve essere rafforzata per essere conservata a lungo termine, un processo chiamato consolidamento della memoria. I ricercatori ritengono che il consolidamento avvenga tramite diversi processi. Uno, detto potenziamento a lungo termine, consiste di cellule nervose singole che cambiano per crescere e comunicare con le cellule nervose vicine in maniera diversa. Questo rimodellamento altera le connessioni tra le cellule nervose sul lungo termine, cosa che stabilizza la memoria. Tutti gli animali dotati di memoria a lungo termine utilizzano questo stesso meccanismo cellulare di base; i ricercatori hanno elaborato i dettagli del potenziamento a lungo termine studiando le lumache di mare della California. Tuttavia, non tutti i ricordi a lungo termine devono necessariamente cominciare come ricordi a breve termine.

Quando conserviamo un ricordo, molte parti del cervello comunicano rapidamente tra di loro, anche le aree della corteccia cerebrale che elaborano informazioni ad alto livello, aree che controllano gli input grezzi dei nostri sensi, e un’area detta lobo temporale mediale, che sembra contribuire a coordinare il processo. In un recente studio, nel momento in cui i pazienti conservavano ricordi nuovi, le onde dell’attività nervosa all’interno del lobo temporale mediale si sincronizzavano con le onde della corteccia cerebrale.

Molti misteri della memoria restano tali. In che modo precisamente i ricordi sono codificati all’interno di gruppi di neuroni? Quanto largamente sono distribuite nel cervello le cellule che codificano un dato ricordo? In che modo la nostra attività cerebrale corrisponde al nostro modo di vivere i ricordi? Queste aree di ricerca attive un giorno potranno fornire nuove informazioni sulle funzioni cerebrali e sul modo di trattare le malattie legate alla memoria.

Per esempio, ricerche recenti hanno dimostrato che alcuni ricordi devono essere “riconsolidati” ogni volta che riaffiorano alla mente. Se fosse vero, l’atto di ricordare qualcosa renderebbe la memoria temporaneamente malleabile – possibile da rafforzare, da indebolire, oppure da alterare. I ricordi possono essere più facilmente trattabili con farmaci durante il riconsolidamento e questo potrebbe aiutare a trattare malattie come il disturbo da stress post-traumatico (PTSD).

“Ideal” (1934), A. Rand

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Ideal è il primo romanzo inedito di Ayn Rand, scritto nel 1934 e trasformato in una pièce teatrale nello stesso anno per insoddisfazione dell’autrice, che si rifiutò di pubblicarlo.

Nell’introduzione al libro Leonard Peikoff spiega la differenza epistemologica tra i due generi letterari: un romanzo si serve solo di concetti per presentare eventi, personaggi e universo; una pièce (o un film) si serve sia di concetti sia di percetti (in filosofia, oggetti percepiti, ovvero le osservazioni degli attori, i movimenti, i dialoghi ecc.). Se da un libro è possibile immaginare la rappresentazione scenica di una storia, un film non lascia immaginare in che modo si potrebbe leggere quella storia. La natura di “Ideale” e dei suoi personaggi richiede un’esperienza percettiva, un completa immedesimazione dei suoi fruitori nel contesto dell’azione, ed è proprio la pièce teatrale a creare la percezione dei personaggi e a renderne filosoficamente intuibile il contrasto.

Protagonista della vicenda, che si svolge nell’arco di nemmeno due giornate, è l’attrice Kay Gonda, che incarna l’ideale di vita randiano e appare improvvisamente come un fantasma nella vita dei suoi fan, ciascuno protagonista di un capitolo del romanzo o di una scena della pièce. Dall’uomo di famiglia all’attivista comunista, dall’artista cinico al pastore evangelico, al playboy fino al ragazzo dall’anima smarrita, una varietà di vite con lo stesso comune denominatore: l’incapacità di vivere l’ideale, quel modello di vita incarnato dall’attrice inarrivabile, un sogno che quando si fa realtà diventa inquietante e spinge alla rinuncia, alla negazione o al suicidio. Sono le vite mediocri di chi ha cercato sicurezza non nell’elevazione del proprio io, ma nella normalità quotidiana, nella spinta al sociale o verso l’inconcepibile.

Alla fine è l’anima smarrita a chiedere all’attrice, come a chiedere a se stessa:

“Have you ever been in a temple and seen men kneeling silently, reverently, their souls raised to the greatest height they can reach? To the height where they know they are clean, and clear, and perfect? When their spirit is the end and the reason of all things? Then have you wondered why that has to exist only in a temple? Why men can’t carry it also into their lives? Why, if they can know the height, they can still want to live less than the highest? That’s what we want to live, you and I. And if we can dream, we must also see our dreams in life. If not – of what account are dreams?”

“Ah, Johnnie, Johnnie, of what account is life?”

“None. But who made it so?”

“Those who cannot dream.”

“No. Those who can only dream.”

“Sei mai stata in un tempio e visto uomini inginocchiarsi in silenzio, con riverenza, le loro anime elevate a ciò che di più alto possono raggiungere? Lassù dove sanno di essere puliti, e chiari, e perfetti? Quando il loro spirito è il fine e la ragione di tutte le cose? Poi ti sei chiesta perché tutto questo debba esistere solo in un tempio? Perché gli uomini non riescano a portare tutto questo anche nella loro vita? Perché, se riescono a conoscere quell’elevazione, possano ancora voler vivere a un livello inferiore? È ciò che vogliamo vivere, tu e io. E se possiamo sognare, dobbiamo anche vedere i nostri sogni nella nostra vita. Altrimenti – a cosa servono i sogni?

“Ah, Johnnie, Johnnie, a cosa serve la vita?”

“A nulla. Ma chi l’ha resa così?”

“Chi non sa sognare.”

“No. Chi sa solo sognare.”

Questa stessa anima è l’unica a riuscire a riconoscere il valore della vera vita vissuta, il suo modello irraggiungibile e mai raggiunto, quell’ideale per il quale è disposta a togliersi la vita. È un ideale che negli uomini “normali” rimane nella dimensione platonica del trascendente, un ideale sognato ma non voluto, negato e disconosciuto. Perché è l’ideale che quando si fa reale diventa colpa tangibile in una vita non vissuta secondo gli standard e i valori propri dell’uomo. L’ideale fantasma delle vite degli altri sul palcoscenico dell’esistenza umana.

Tutti pronti per l’interpretariato da remoto? Breve guida pratica per utenti e interpreti (parte 3)

Interpretariato da remoto 3

Dopo aver definito le modalità di interpretariato da remoto e aver dato alcuni suggerimenti agli organizzatori e ai partecipanti degli eventi virtuali, passiamo ora all’ultima parte di questa breve guida dedicata a coloro che sono passati dagli eventi dal vivo agli eventi online. In questo articolo offriamo alcuni spunti e suggerimenti pratici dettati dall’esperienza e validi per le agenzie di interpretariato e/o per gli interpreti.

Organizzare un servizio di interpretariato da remoto

Una volta chiarito con il cliente l’obiettivo dell’evento online, è necessario consigliarlo in merito a quale piattaforma adottare. Ce ne sono tante sul mercato e ognuna di esse offre possibilità diverse per quanto riguarda sia la tecnica di interpretazione (simultanea, consecutiva, trattativa) sia la modalità di interpretariato da remoto. Prima di utilizzarle è necessaria un’approfondita ricerca sulle caratteristiche e la qualità tecnica della strumentazione (es. sistema audio e video) e del software (es. modalità di interazione tra i membri del team, modalità di cambio turno per gli interpreti). Molto spesso le società che noleggiano le piattaforme mettono a disposizione il proprio staff tecnico, in caso contrario è necessario assicurarsi che sia disponibile, qualora le caratteristiche tecniche del sistema lo rendano necessario.

Oltre alla prassi usuale del lavoro di intermediazione tra i clienti e gli interpreti, al fine di garantire un buon servizio le agenzie dovrebbero considerare anche i seguenti aspetti:

  • testare la piattaforma prima di sceglierla, insieme ai fornitori, agli interpreti, allo staff tecnico e al cliente;
  • richiedere il materiale di studio per gli interpreti: nomi e ruoli degli organizzatori e degli speaker, termini tecnici, slide di presentazione ecc.;
  • chiedere il consenso scritto degli interpreti in caso di evento registrato;
  • definire contrattualmente le responsabilità in caso di problemi tecnici: l’interprete garantisce di avere un computer con certe specifiche, una cuffia con microfono di qualità e una di riserva, una connessione Internet ad alta velocità, ma non garantisce per i rischi associati alla connettività o a eventi fuori dal suo controllo;
  • evitare possibilmente le tariffe orarie: organizzare un evento da remoto può favorire i clienti in termini di costi e logistica, ma non facilita il lavoro degli interpreti, che oltre alle difficoltà usuali dell’interpretazione simultanea o consecutiva si trovano a dover imparare a gestire la cabina virtuale. Non si tratta solo di saper usare i comandi, ma anche di comunicare via chat con lo staff tecnico e i membri del team durante il lavoro, di fare i conti con un audio non sempre pulito, e di rinunciare a tutti i vantaggi degli eventi dal vivo: osservare il linguaggio del corpo dello speaker, farsi aiutare dal collega di cabina che è seduto vicino ecc.;
  • se gli interpreti e gli speaker sono connessi da casa o dal proprio studio, assicurarsi che lavorino in un ambiente silenzioso e con una strumentazione di qualità: connessione Internet, cuffie e microfono, eventuale videocamera ben posizionata a livello degli occhi con una buona illuminazione;
  • se gli interpreti sono connessi da una sede con cabine fisiche dotate di computer collegato in remoto, assicurarsi che siano adottate tutte le misure tecniche e di sicurezza. In tempi di pandemia le cabine andrebbero disinfettate e ventilate prima e dopo il lavoro, ciascun interprete dovrebbe lavorare in una cabina usando le proprie cuffie e i guanti per la console, le cabine andrebbero affiancate e separate l’una dall’altra con un vetro trasparente.

Ambiente e strumentazione di lavoro

Per l’interpretariato da remoto è fondamentale che il sistema audio (e video) sia di buona qualità.
L’ideale sarebbe insonorizzare completamente la stanza nella quale si lavora, come consiglia di fare questa guida. In alternativa si può lavorare da una cabina insonorizzata.
Inoltre è necessaria una connessione Internet ad alta velocità e via cavo. Se ad esempio si lavora su Zoom, può risultare utile spegnere il video per velocizzare la connessione e modificare le impostazioni audio per ridurre il rumore di sottofondo.
Per quanto riguarda le cuffie, sono preferibili quelle semiaperte, con microfono, dotate di USB per collegarle al computer e capaci di limitare lo shock acustico.
Il microfono deve avere la funzionalità di cancellazione del rumore (ambientale e riverbero della voce) e possibilmente una risposta in frequenza tra 125 e 15.000 Hz e livelli di impedenza di 16-32 Ohm.

 

Per approfondimenti sulle caratteristiche tecniche delle cuffie e del microfono per l’interpretariato da remoto:

Naomi Bowman, How to choose a headset for RSI (Remote Simultaneous Interpreting):
https://www.linkedin.com/pulse/how-choose-headset-rsi-remote-simultaneous-naomi-bowman/?trackingId=e1%2BY8xnS7r5WE4Y%2FpXbq8Q%3D%3D

Andrea Caniato, Headsets Won’t Work Miracles: Here is How Digital Sound Gets Degraded in the 21st Century:
https://www.linkedin.com/pulse/headsets-wont-work-miracles-here-how-digital-sound-gets-caniato/?trackingId=hgwqDmbCtWSLgJlKuLLRrA%3D%3D

Linee guida dell’Associazione Internazionale degli Interpreti di Conferenza AIIC: https://aiic.net/page/9007

 

Per richiedere un servizio di interpretariato telefonico, da remoto, in videoconferenza, sottotitolazione o resocontazione in tempo reale: https://www.interpretetraduttricesimultanea.com.

Tutti pronti per l’interpretariato da remoto? Breve guida pratica per utenti e interpreti (parte 2)

Interpretariato da remoto 2

Dopo aver definito le modalità di interpretariato da remoto nel precedente articolo, presentiamo ora qualche suggerimento frutto dell’esperienza personale che può tornare utile a chi organizza e a chi partecipa agli eventi online.

Gli eventi online non sostituiscono gli eventi dal vivo

Tutto ciò che si organizza online è spesso frutto di un compromesso. A volte la telefonata o la videoconferenza rappresentano lo strumento più utile e veloce per rispondere alla necessità di comunicare nell’immediato o per sopperire alla mancanza di interpreti sul posto qualora si decidesse all’ultimo minuto di invitare un ospite straniero. Altre volte, come in questo periodo, trasformare un evento face-to-face in un evento virtuale è necessario per evitare cancellazioni.

Ricordiamoci però che la comunicazione non è solo verbale e non è fatta semplicemente di scambi di battute o interventi frontali a cui far seguire sessioni Q&A di domande e risposte. Comunicare vuol dire esprimere la propria personalità e quello che si ha da dire soprattutto con il linguaggio del corpo, vuol dire incontrarsi e confrontarsi di persona e non limitarsi al semplice argomento da trattare, ma favorire spunti di discussione e riflessione e altre occasioni di incontro.

Anche gli interpreti sono lì per “interpretare”, non per tradurre in maniera fredda o soltanto tecnica i discorsi degli speaker, ma per poter dare espressione al messaggio di chi parla, interpretandone il linguaggio del corpo, lo stato d’animo, il tono di voce, partendo dal contesto comunicativo e tenendo sempre conto della cultura di chi trasmette e di chi riceve quel messaggio. Senza tutti questi indizi visivi la difficoltà di interpretazione aumenta e ne può risentire la qualità.

Utilizzare i video nelle conferenze online è sicuramente utile, ma rispetto alle conferenze dal vivo la tecnologia può rappresentare un ostacolo che si interpone nell’atto comunicativo naturale tra chi parla, chi ascolta e chi è chiamato a mediare la comunicazione.

Prima dell’evento online

Per organizzare un evento nel migliore dei modi sono necessari molto tempo e un’attenta pianificazione, senza trascurare mai l’eventuale scelta della piattaforma e degli interpreti, che possibilmente devono avere esperienza nel settore e conoscenze pregresse dell’argomento da trattare, o quantomeno avere il tempo per prepararsi adeguatamente e produrre e studiare glossari specifici nelle lingue di lavoro. Questo vale anche per gli eventi online ed è sicuramente imprescindibile per quelli face-to-face.

Una volta stabiliti l’argomento, l’obiettivo, la struttura dell’evento online nonché il tipo di piattaforma e la modalità più adatta di interpretariato da remoto qualora vi fossero ospiti stranieri, chi organizza l’evento non dovrebbe trascurare alcuni semplici accorgimenti prima di iniziare.

Innanzitutto sarebbe opportuno inviare a partecipanti la richiesta di adesione con allegato un programma che descriva lo scopo e le aspettative della riunione o conferenza. In base al tipo di evento, sarebbe anche utile stabilire i ruoli dei partecipanti e anticipare agli ospiti se dovranno prendere parte attiva alle decisioni durante la riunione, in modo da potersi preparare. Inoltre, qualora si intendesse registrare l’evento, in questa fase è necessario informare gli interpreti in merito all’utilizzo e alle finalità della registrazione.

Una volta registrati all’evento, i partecipanti dovrebbero ricevere una email nella quale si chiede conferma di partecipazione in quella data e a quel determinato orario. Possibilmente sarebbe anche opportuno inviare una richiesta di partecipazione a una demo della piattaforma che si intende utilizzare, in modo da permettere a tutti, interpreti e tecnici compresi, di testare le funzionalità audio e video della stessa.

Durante l’evento online

Un evento online coinvolgente e dinamico idealmente non dovrebbe durare più di un’ora, ma la durata varia sempre in base alla natura e all’obiettivo dell’evento stesso.

Prima di avviare i lavori, si dovrebbe iniziare con la presentazione dell’evento (argomento, obiettivi, risultati attesi, struttura ecc.) e degli ospiti (ruoli e temi da trattare) e incoraggiare a utilizzare la chat per fare domande durante le presentazioni, in modo da mantenere l’ordine ed evitare interruzioni.

Se si organizzano interventi frontali, l’ideale sarebbe usare presentazioni in PowerPoint e renderle visibili a tutti con la funzionalità di condivisione dello schermo, aggiungendo brevi pause musicali o video. In questo caso, prestare anche attenzione a non mostrare eventuali dati sensibili (es. compilazione automatica) e a chiudere varie app e finestre aperte.

In generale, per mantenere l’attenzione degli ospiti durante la conferenza sarebbe utile fare delle pause di tanto in tanto oppure intervallare presentazioni frontali a sessioni parallele, Q&A, interviste, esercizi di gruppo, giochi di ruolo, sondaggi ecc.

Per agevolare la comprensione del messaggio ai partecipanti e agli interpreti, sarebbe opportuno parlare in un ambiente ordinato, adeguatamente illuminato e silenzioso, con una buona connessione Internet e cuffie e microfono di qualità. Gli speaker dovrebbero moderare il ritmo, anche per prevenire problemi dovuti a una connessione instabile, e parlare uno alla volta, con il microfono e la videocamera ben posizionati. Quando non intervengono, dovrebbero silenziare il microfono e mantenere l’attenzione rivolta all’evento, quindi chiudere eventuali app o finestre aperte per eliminare le notifiche.

Dopo l’evento online

Al termine dell’evento, può risultare utile fare una rapida sintesi dei punti trattati e delle iniziative e decisioni prese (anche per gli ospiti arrivati in ritardo), informando i partecipanti in merito a eventuali follow-up, senza dimenticare di ringraziarli per la partecipazione.

 

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Tutti pronti per l’interpretariato da remoto? Breve guida pratica per utenti e interpreti (parte 1)

Interpretariato da remoto 1

Le misure preventive messe in atto di recente su scala globale durante l’emergenza sanitaria scatenata dal COVID-19 hanno causato l’annullamento di molti eventi locali, nazionali e internazionali. Per adattarsi a questa nuova situazione, gli organizzatori di riunioni, meeting, convegni e conferenze hanno dovuto spostare i loro eventi online, convertendo gli eventi face-to-face in meeting virtuali su piattaforme apposite che permettono di collegare i partecipanti in rete dalla propria abitazione o dal proprio luogo di lavoro.
Per gli eventi internazionali anche gli interpreti e le società di servizi linguistici si sono dovuti adattare alle tecnologie di interpretazione simultanea e consecutiva da remoto. Nel precedente articolo abbiamo affrontato il tema delle tecnologie di interpretazione automatica e assistita; le piattaforme di interpretariato da remoto rientrano nel gruppo delle tecnologie CAI (Computer-Aided Interpreting) di tipo setting-oriented.

Le modalità di interpretariato da remoto

Esistono varie modalità di traduzione della lingua orale da remoto, che esistevano già prima dell’emergenza sanitaria, e che la nuova situazione venutasi a creare ha fatto emergere con maggiore forza:

1. Interpretariato telefonico (OPI – Over-The-Phone Interpreting) – I parlanti e l’interprete sono collegati attraverso una linea telefonica tradizionale o un’apposita applicazione che richiede il collegamento a Internet. È una modalità usata ad esempio per interviste, colloqui tra esperti e in tutte quelle situazioni comunicative di tipo dialogico nelle quali l’interprete traduce in consecutiva le domande e le risposte.

2. Interpretariato simultaneo da remoto (RSI – Remote Simultaneous Interpreting) – Un’apposita piattaforma sostituisce la cabina e diventa la console virtuale dell’interprete, dalla quale esso ascolta e vede via video gli speaker, gestisce i pulsanti per modulare l’audio e la lingua in entrata e in uscita, e ha la possibilità di comunicare via chat con gli organizzatori, i tecnici e il collega di cabina. È una modalità usata per conferenze di vario tipo alle quali i partecipanti e gli interpreti si possono collegare da casa o da una sede apposita (una stanza dotata di cabine fisiche per gli interpreti collegate via Internet per fornire il servizio online ai partecipanti collegati da casa, oppure il luogo della conferenza nel quale si trovano i partecipanti che ascoltano gli interpreti collegati da remoto). In questa modalità, la app della piattaforma che fornisce il servizio permette ai partecipanti che necessitano della traduzione di selezionare il canale della lingua e di ascoltarla dal computer o dal proprio smartphone.

3. Interpretariato in videoconferenza (VRI – Video Remote Interpreting) – Un’apposita piattaforma virtuale permette all’interprete di lavorare via video in modalità simultanea o consecutiva e all’utente di collegarsi per ascoltare e vedere l’interprete che fornisce il servizio da remoto. È una modalità molto usata nell’interpretariato di comunità, soprattutto nei tribunali e negli ospedali o nei casi in cui la specificità del servizio richiede un’interazione più diretta tra tutti i partecipanti alla comunicazione.

4. Sottotitolazione in tempo reale da remoto (Remote Live Subtitling) – In questa modalità il professionista può produrre i sottotitoli o nella stessa lingua della conferenza a beneficio dei partecipanti sordi (tramite respeaking intralinguistico) oppure in un’altra lingua a beneficio dei partecipanti che non conoscono la lingua dello speaker (tramite respeaking interlinguistico). La piattaforma Zoom offre la funzionalità Closed Captioning per i sottotitoli delle conferenze online.

5. Resocontazione in tempo reale da remoto (Remote Live Reporting) – Con questa modalità il professionista può produrre il testo scritto degli interventi della conferenza online in tempo reale in modalità sia intralinguistica (nella stessa lingua) sia interlinguistica (da una lingua all’altra). In questo caso si serve di un’apposita piattaforma che gli permette di inviare il testo o la traduzione prodotti in tempo reale con la tecnica del respeaking dal proprio computer al server remoto. I partecipanti possono leggere in tempo reale la trascrizione o la traduzione dei discorsi accedendo al link tramite il proprio tablet o smartphone.

Per maggiori informazioni sulle tecniche di respeaking si vedano gli articoli: “L’innovazione nel settore dell’interpretariato” e “”Trans-pretation”: il futuro dell’interpretazione simultanea è scritto?”.

 

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Il rapporto tra l’interprete e l’intelligenza artificiale

Interprete e intelligenza artificiale

Le innovazioni tecnologiche nel settore della lingua scritta sono antecedenti rispetto a quelle della lingua orale e ne costituiscono la base.

Esiste una differenza tra machine translation (MT – traduzione automatica) e computer-aided/-assisted translation (CAT – traduzione assistita): la prima consiste nell’impiego di un sistema informatico per tradurre un testo scritto da una lingua all’altra senza l’intervento del traduttore; la seconda è la traduzione effettuata con l’ausilio di programmi informatici o software al fine di ridurre il carico lavorativo del traduttore umano e migliorare lo stile e la terminologia del testo.

Così come nel settore della traduzione, anche in quello dell’interpretazione esiste una distinzione tra machine interpretation (MI – interpretazione automatica) e computer-aided/computer-assisted interpretation (CAI – interpretazione assistita): mentre la prima non richiede l’intervento dell’interprete, la seconda utilizza un software per facilitare alcuni aspetti del processo di traduzione orale, al fine di rendere il servizio dell’interprete umano migliore e più efficiente.

Quali sono stati nel corso del tempo gli sviluppi dell’intelligenza artificiale (I.A.) e della linguistica computazionale nel settore dell’elaborazione del linguaggio naturale e in seguito in quello dell’interpretazione automatica e assistita?

L’intelligenza artificiale

Secondo il professor Bruce G. Buchanan dell’Università di Pittsburgh, la storia antica dell’I.A. parte dalla mitologia greca e concerne la creazione di artefatti “intelligenti” costruiti con strumenti meccanici reali o fraudolenti, mentre la storia moderna dell’I.A. inizia a partire dalla seconda guerra mondiale e riguarda la creazione dei primi elaboratori elettronici moderni e di programmi che svolgono complessi compiti intellettuali.

L’intelligenza artificiale nel ventunesimo secolo è lo studio dei meccanismi alla base della conoscenza umana, dal ragionamento logico-matematico alla comprensione del linguaggio naturale, al fine di riprodurli tramite elaboratori elettronici che possano compiere azioni “intelligenti”. Oggi il principale motivo di scontro tra gli esperti del settore è riducibile alla suddivisione dell’I.A. in due branche: l’I.A. forte (un computer può avere un’intelligenza pari a quella umana) e l’I.A. debole (un computer non sarà mai equivalente alla mente umana, dal momento che quest’ultima è dotata anche di creatività, socialità ed emozioni). Se si considera la programmazione classica basata su linguaggi simbolici e lineari, domina l’I.A. debole. Se invece si considera la diffusione di reti neurali, di algoritmi generici e di sistemi di calcolo parallelo, l’ago della bilancia si sposta a favore dei sostenitori dell’I.A. forte. In ogni caso la chiave dell’intelligenza artificiale è sempre l’imitazione dell’intelligenza naturale basata sul processo di apprendimento delle macchine.

La linguistica computazionale

Spesso la linguistica computazionale è considerata un sotto-campo dell’I.A., anche se la sua nascita come settore di studi è precedente. La linguistica computazionale nacque infatti negli anni Cinquanta negli Stati Uniti per opera di linguisti computazionali che si servivano del computer per tradurre gli articoli delle riviste scientifiche dal russo all’inglese. Notando che le traduzioni automatiche non erano accurate, proposero la linguistica computazionale come nuovo campo per sviluppare algoritmi e programmi per elaborare dati linguistici. In altre parole, la disciplina divenne un sotto-settore dell’I.A. nel momento in cui ci si rese conto che per tradurre automaticamente era necessario capire il funzionamento della comprensione e della produzione umana del linguaggio naturale, elaborandolo tramite un computer.

Tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, la sinergia tra le teorie formali del linguaggio e il calcolo simbolico ha portato alla realizzazione di programmi informatici che rappresentano modelli linguistici. Poiché per riprodurre i processi linguistici non era più sufficiente l’informatica, si iniziò a diffondere l’idea di utilizzare la linguistica computazionale per tradurre da una lingua all’altra. L’idea era già nata nel 1949, quando Warren Weaver, uno dei padri della Teoria della Comunicazione, propose di affiancare alle tecniche statistiche conoscenze di linguistica formale per l’attività di “transduzione” da un codice all’altro, svolta dai servizi segreti nell’operazione di code cracking (code breaking).

La Association for Computational Linguistics definisce la linguistica computazionale come lo studio scientifico della lingua da una prospettiva computazionale; secondo Giacomo Ferrari essa affonda le sue radici nelle discipline formali tradizionali, ovvero:
– la linguistica: la genealogia delle lingue di August Schleicher, influenzato dalle teorie evoluzioniste del naturalista inglese Charles Darwin, e la linguistica di Ferdinand De Saussure, influenzato a sua volta dal sociologo Émile Durchheim;
– la matematica: lo studio dei meccanismi formali della comunicazione;
– l’informatica, della quale la linguistica computazionale è soltanto una scienza parallela e non una sua applicazione;
– è alla base dell’ingegneria linguistica, la quale consiste nella progettazione linguistica con il fine di costruire sistemi di elaborazione del linguaggio naturale.

Alla luce di tale definizione la linguistica computazionale è un campo interdisciplinare che studia i formalismi descrittivi del funzionamento del linguaggio naturale (una qualsiasi lingua non inventata formatasi gradualmente nel corso del tempo che si distingue dai linguaggi dei computer) con lo scopo di riprodurlo in programmi supportati da elaboratori elettronici. Così come nell’intelligenza artificiale, anche nella linguistica computazionale si deve dare al computer la possibilità di apprendere, ovvero creare sistemi di apprendimento automatico che producano programmi in grado di acquisire ed elaborare campioni, estraendone le conoscenze linguistiche.

L’elaborazione del linguaggio naturale

Le tecnologie di interpretazione automatica sono il risultato degli studi condotti in un campo denominato Natural Language Processing (NLP), ovvero “elaborazione del linguaggio naturale”, “tecnologia del linguaggio” o “tecnologia del linguaggio naturale”; il termine viene utilizzato a partire dagli anni Ottanta per definire un insieme di software che elaborano in modo intelligente testi scritti in linguaggio naturale, tra i quali word processors, dizionari, correttori di grammatica e spelling e programmi di traduzione automatica. Attualmente, dal punto di vista teorico, l’NLP si definisce come un campo dell’informatica sovrapposto alla linguistica computazionale che studia le interazioni tra il computer e il linguaggio umano naturale, sia scritto che orale. In questo articolo ci occuperemo soltanto della lingua orale.

Il processo più complesso di NLP è la comprensione del linguaggio naturale, che richiede da parte del computer una vasta conoscenza del mondo e la capacità di manipolarlo. Il processo di comprensione della lingua orale si articola a sua volta in riconoscimento automatico della voce (voice recognition, ovvero il riconoscimento della voce ma non l’analisi del contenuto dell’espressione vocale) o del parlato (speech recognition, ovvero il riconoscimento della voce con lo scopo di capire il contenuto di ciò che il parlante dice) e analisi del testo orale. I passi successivi sono la traduzione automatica (machine translation) e la produzione della lingua orale (speech synthesis o sintesi vocale).

L’interpretazione automatica (machine interpreting)

A partire dal 1992 l’SRI International ha realizzato un’architettura modulare di traduzione della voce unilaterale per un numero ristretto di ambiti (viaggi in aereo) e di lingue (inglese, svedese, francese e in seguito spagnolo) con un vocabolario di 1.500 parole. Il software si chiamava Spoken Language Translator e la sua architettura di sistema costituisce tuttora la base delle tecnologie di interpretazione automatica. Nel 1995 è stata introdotta la nuova versione del sistema con traduzione bilaterale e negli anni successivi, fino alla metà del 1999, sono state introdotte nuove lingue e nuovi ambiti di applicazione.

Gli attuali dispositivi di traduzione mobile sono stati sviluppati a partire dai sistemi di traduzione unilaterale di frasi dall’inglese, che sono stati poi estesi a sistemi bilaterali e infine a quelli più attuali di interpretazione automatica del parlato spontaneo. La maggior parte dei dispositivi in commercio destinati ad ambiti specifici si basa su sistemi di traduzione di frasi di lunghezza limitata, detti SPTS (Spoken Phrase Translation Systems). Questi sistemi sono ispirati ai manuali di conversazione, nei quali per ogni ambito è indicata una lista di frasi con la rispettiva forma fonetica, e necessitano di un input vocale che consenta loro di selezionare la frase voluta e di ripeterla nella lingua di arrivo riproducendo la traduzione preregistrata. L’ampliamento degli SPTS ha portato alla creazione dei sistemi di dialogo tra l’uomo e la tecnologia, detti SLS (Spoken Language Systems), i quali rispondono alle domande o agli ordini dell’utente o seguono le sue istruzioni.

Idealmente, un interprete automatico dovrebbe contenere tutti i sistemi suddetti e disporre di un vocabolario e di una comprensione del mondo e delle lingue tali da poter gestire una comunicazione e tradurre la lingua parlata a un livello pari o addirittura superiore a quello di un interprete umano, pertanto la strada verso la creazione di un interprete automatico a tutti gli effetti è ancora lunga. Il primo sistema vero e proprio di traduzione mobile è stato costruito soltanto nel 1999 in Giappone dall’Advanced Telecommunications Research Institute International ed era un dispositivo mobile destinato a chi viaggia che conteneva una voce che traduceva le parole pronunciate dall’utente (giapponese) nella lingua di arrivo (coreano) nel telefono cellulare di un altro utente, servendosi di traduzioni preregistrate. Nel 2005 un’altra società giapponese, la NEC Corporation, ha annunciato lo sviluppo di un sistema di traduzione che poteva essere caricato nei telefoni cellulari e che poteva riconoscere 50.000 parole giapponesi e 30.000 parole inglesi ed era specializzato per le informazioni turistiche, ma il progetto è stato presentato soltanto nel 2009. A questi strumenti sono seguiti i cellulari per l’apprendimento delle lingue, nei quali voci di dizionario, frasi, quiz e traduzioni erano inviati via sms. Inoltre nel 2007 la società bulgara Interlecta ha lanciato uno strumento di traduzione mobile con la possibilità di inviare traduzioni scritte via sms o e-mail, integrato con un modulo di sintesi vocale e di traduzione di immagini. Per funzionare, gli strumenti di traduzione mobile devono poter comunicare con server esterni che ricevono il testo scritto o orale di input, lo traducono e lo rimandano all’utente; per questo necessitano della connessione a Internet. Pertanto, i dizionari parlanti e i manuali di conversazione destinati a molti strumenti portatili non rientrano fra le tecnologie di traduzione mobile in quanto non richiedono Internet.

Dal 2002 DARPA finanzia il progetto dell’SRI International che mira allo sviluppo di tecnologie di interpretazione automatica di tre tipi, le quali si distinguono in base al genere di servizio fornito: la traduzione della voce unilaterale (dall’inglese a più lingue di arrivo), bilaterale (dall’inglese a altre lingue e viceversa) e del parlato spontaneo (interpretazione anche bilaterale di frasi spontanee non memorizzate in precedenza nel sistema).

L’interpretazione assistita (computer-aided interpretation)

Le tecnologie di interpretazione assistita sono soprattutto frutto delle ricerche degli ultimi vent’anni.

Claudio Fantinuoli distingue due grandi gruppi di tecnologie CAI: quelle process-oriented supportano e accompagnano l’interprete durante le fasi del servizio o del processo di traduzione orale (sistemi di gestione terminologica, estrazione di dati, memorizzazione terminologica, analisi dei corpora ecc.); quelle setting-oriented circondano il processo di interpretazione (console per cabine, piattaforme e dispositivi di interpretariato da remoto o telefonico ecc.). In questo articolo illustreremo alcuni esempi di tecnologie CAI process-oriented.

Nel 1999 un interprete funzionario dell’Unione europea ha proposto di utilizzare un registratore vocale digitale per registrare il discorso originale, che viene poi ripetuto alle orecchie dell’interprete, il quale lo rende in modalità simultanea: il sistema è chiamato Consec-Simul, in quanto combina le modalità di interpretazione consecutiva e simultanea.

Nel 2014 è stato introdotto il sistema Consecutive Pen, che fa uso di una penna digitale per prendere appunti su carta speciale integrando un microfono incorporato, una cassa acustica e una telecamera a infrarossi. Un programma sincronizza gli appunti con l’audio registrato nello stesso momento e l’utente può toccare una parola per ascoltare la parte dell’audio corrispondente.

Secondo Fantinuoli, a seconda dell’architettura e dello spettro di funzionalità, gli strumenti CAI si dividono in strumenti di prima generazione e di seconda generazione. I primi sono stati introdotti 15 anni fa e progettati per supportare gli interpreti nella gestione terminologica. Interplex, Terminus, Interpreters’ Help, LookUp e DolTerm sono tutte interfacce grafiche per memorizzare e recuperare dati terminologici multilingue da una banca dati. Si distinguono dai sistemi di gestione terminologica dei traduttori in quanto sono in grado di memorizzare informazioni aggiuntive ai termini in settori specifici e consentono di categorizzare i termini ricercati. I secondi sono più recenti e rispondono alla necessità di rispondere in maniera più completa alle esigenze degli interpreti durante il processo di lavoro, aggiungendo ad esempio funzionalità di organizzazione del materiale testuale, recupero delle informazioni dai corpora o da altre risorse ecc. Intragloss e InterpretBank sono gli strumenti CAI di seconda generazione attualmente diffusi. Intragloss assiste l’interprete nella fase preparatoria di un incarico e presenta un approccio nuovo alla creazione dei glossari, in quanto si basa sull’interazione tra i testi preparatori e la banca dati terminologica. Inoltre consente da un lato di preparare un glossario evidenziando un termine e cercandone la traduzione nelle risorse online come i glossari, le banche dati, i dizionari ecc., dall’altro di estrarre automaticamente tutti i termini del glossario di settore che appare nel documento, collegando direttamente i testi con la banca dati terminologica disponibile. Invece InterpretBank dispone di funzionalità specifiche che tengono conto dei limiti di tempo e delle peculiarità dell’interpretazione simultanea ed è attualmente l’unico strumento CAI che facilita il processo di ricerca terminologica in cabina.

Inoltre le tecnologie di interpretazione sono utilizzate anche nella didattica e per soddisfare le necessità comunicative dei sordi in tempo reale. In quest’ultimo caso, i servizi CAI utilizzano tecnologie di trascrizione, resocontazione e sottotitolazione per trasformare il testo orale in testo scritto, servendosi di trascrittori, resocontisti o sottotitolatori che digitano l’input vocale su laptop con tecniche di scrittura veloce, con macchine stenografiche o con il riconoscimento del parlato (respeaking) in modalità intralinguistica (da una lingua alla stessa lingua) o interlinguistica (da una lingua a un’altra). Il respeaking (per maggiori informazioni si veda l’articolo di questo blog “”Transpretation”: il futuro dell’interpretazione simultanea è scritto?”) è una tecnica di produzione di sottotitoli in tempo reale nella quale il respeaker ascolta alle cuffie la voce dell’oratore e simultaneamente sintetizza/ripete il discorso a un software di riconoscimento del parlato utilizzando un microfono standard oppure insonorizzato (stenomask). Mentre il software trascrive il testo dettato al computer, il respeaker corregge il testo trascritto e lo trasforma in sottotitoli mediante appositi software. A seconda del tipo di utenza e delle finalità del servizio, il pubblico che legge il testo può essere composto di utenti sordi oppure stranieri. In quest’ultimo caso, è possibile abbinare il servizio di interpretazione simultanea al servizio di respeaking, oppure servirsi di professionisti interpreti-respeaker che svolgano contemporaneamente entrambi i servizi.

Verso il futuro

Oggi il mondo delle tecnologie destinate agli interpreti di conferenza è ancora un labirinto in continua evoluzione. I sostenitori dell’I.A. forte che non conoscono le peculiarità del lavoro degli interpreti intendono costruire interpreti automatici senza tenere conto dei molteplici compiti che svolge un interprete, che oltre a lavorare sulla lingua e sulla cultura, vive l’ambiente che lo circonda. L’interprete ascolta l’oratore osservando i segnali non verbali e le reazioni del pubblico, analizza e vive completamente il messaggio effimero, lo “interpreta” tenendo conto della cultura di partenza e di quella di arrivo e stabilisce con le persone un contatto visivo, al fine di assicurarsi che il messaggio sia stato ricevuto e compreso. Finora nessuna macchina è riuscita a fare tutto questo e gli interpreti automatici si sono ridotti a meri strumenti portatili in grado di risolvere i problemi comunicativi solo nelle situazioni di emergenza.
Chissà se l’incubo del mostro tecnologico tanto temuto dagli interpreti un giorno si realizzerà oppure svanirà completamente? Una delle citazioni più famose del grande evento di Ginevra dello scorso ottobre “100 years of Conference Interpreting” è questa:

Gli interpreti non saranno sostituiti dalla tecnologia, ma saranno sostituiti dagli interpreti che utilizzano la tecnologia.

Dunque gli interpreti di oggi saranno disposti a seguire il progresso tecnologico per trovare nell’I.A. un’utile alleata?

 

Fonti principali:
Interpretazione automatica o assistita? Il rapporto tra l’interprete e l’intelligenza artificiale di A. Checcarelli, 2009, tesi di laurea specialistica non pubblicata
Computer-assisted interpretation: challenges and future perspectives di C. Fantinuoli, 2018, pubblicazione

L’innovazione nel settore dell’interpretariato – Intervista “A tu per tu con i professionisti”

Intervista del 28 aprile 2020 ad Alessandra Checcarelli, ospite del ciclo di dirette “A tu per tu con i professionisti” organizzato dalla SSML San Domenico di Roma.

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Buon pomeriggio alla nostra ospite del secondo giorno del ciclo di dirette “A tu per tu con i professionisti”: oggi abbiamo Alessandra Checcarelli, interprete e traduttrice.

Racconto brevemente come ci siamo conosciute, per rimarcare quanto è importante lavorare nel Web. Ci siamo conosciute perché Alessandra ha un blog molto interessante, che tratta di lingue, traduzione, e interpretariato, e anche perché poi sono andata a vedere chi era e cosa faceva. Ha in parallelo anche un sito vetrina, che parla della sua attività, del suo curriculum, dei suoi servizi, quindi ha tutta una struttura ad hoc. Poi dalla presenza on-line a LinkedIn, da LinkedIn a un bel messaggio, dal messaggio a un invito a un evento, poi purtroppo c’è stato il lockdown e non abbiamo potuto fare l’evento, ma ci siamo conosciute dal vivo e adesso ci incontriamo di nuovo tramite PC, in streaming.

Vuoi raccontarti brevemente e dirci chi sei?

Ho iniziato a occuparmi di interpretariato frequentando la scuola interpreti. Sono partita direttamente con un percorso da scuola interpreti, frequentando prima la facoltà di Mediazione Linguistica e Culturale per avere le basi della traduzione scritta e della traduzione orale o interpretazione. Dopodiché ho frequentato il corso di laurea di secondo livello in Interpretariato di Conferenza perché mi sentivo più portata per la traduzione orale per motivi caratteriali. Terminato il percorso universitario, precisamente dieci anni fa, nel 2010, ho iniziato l’attività di interprete e traduttrice, all’inizio più lentamente, anche svolgendo dei lavori paralleli part-time sempre nel settore delle lingue, poi piano piano ho aumentato la base di clienti, di contatti, di colleghi ecc. e ho iniziato a svolgere a tempo pieno l’attività freelance soprattutto di interprete, ma anche di traduttrice.

Perché hai deciso di aprire il sito e il blog? Questi erano più o meno connessi al tuo percorso professionale? In quale fase li collochi?

Ai tempi dell’università ero una delle persone più lontane dalla tecnologia, o meglio, mi limitavo a conoscere la tecnologia di base che mi serviva per svolgere soltanto l’attività di traduttrice e interprete, che poi chiaramente ho approfondito nel corso del tempo e dopo la laurea. Poi però mi sono resa conto che la pubblicità era una cosa molto importante, non soltanto dal vivo (i contatti personali con i colleghi e con i clienti e quindi il passaparola, che chiaramente è utilissimo), ma anche la presenza on-line. Oggi come oggi, senza presenza on-line si è quasi fuori dal mercato. Con il sito web ho iniziato qualche anno dopo, cinque o sei anni fa; mi serviva chiaramente un sito web di tipo vetrina, nel quale potessi almeno far vedere innanzitutto che esistevo, poi che cosa facevo, come avevo intenzione di venire incontro alle esigenze dei diversi clienti, quali clienti ecc. Poi ovviamente tutto è andato di pari passo con delle specializzazioni che ho approfondito e portato avanti nel corso del tempo. Quindi prima è venuto il sito, poi piano piano e abbastanza recentemente, circa tre anni fa, ho aperto anche questo blog, per approfondire i miei interessi, dedicandolo non soltanto alla traduzione e all’interpretariato. Chiaramente questa era una sezione utile, anche perché avendo un sito statico mi serviva una piattaforma dove mantenere il passo con gli sviluppi del settore, informare i clienti, mantenere un contatto con i colleghi del settore, e per questo mi serviva una piattaforma dinamica. Il sito e il blog sono entrambi utilissimi, perché senza di essi tutto si baserebbe sul passaparola, che è fondamentale e anche naturale quando si svolge la libera professione, però avere una presenza on-line è essenziale e imprescindibile.

Infatti, a prescindere da quello che stiamo vivendo in questo momento, bisogna utilizzare più canali. Le relazioni personali face-to-face sono importanti, però dall’altra parte io che ti ho conosciuto voglio informarmi e capire bene cosa fai e chi sei, quindi la prima cosa che faccio è andarti a cercare. Ti cerco su Google e se hai un sito bene, vedo anche tutto quello che hai fatto, se ci sono delle foto anche meglio (ho visto anche le tue di foto sul tuo sito: una bella esperienza!). Puoi dirci qualcosa sulle esperienze più divertenti, più difficili o più particolari? Anche questo sarebbe interessante.

Le mie esperienze sono state e sono tuttora (lockdown escluso) abbastanza variegate, sono sempre state molto differenziate e diverse l’una dall’altra. Io non mi sono mai concentrata esclusivamente su un settore soltanto, proprio perché sono una persona dinamica e curiosa, mi piace conoscere tante cose, quindi sono partita da generalista piuttosto che da specialista, poi piano piano ho continuato a formarmi lavorando. È anche il lavoro, anzi, soprattutto il lavoro, che fa l’interprete, perché un interprete o un traduttore si forma sul campo, essendo professioni molto pratiche, non si può formare con la semplice teoria o con il semplice percorso di laurea. Si diventa professionisti svolgendo la professione. Questo è stato il mio caso. Poi avendo lavorato in settori diversi, dalla politica e quindi le istituzioni all’economia e alla finanza e quindi le aziende, considerando anche le singole specialità delle aziende, che sono tutte diverse (ognuna produce una cosa), ho iniziato uno studio per quanto riguarda la specialità della singola azienda o del singolo cliente e ho approfondito facendo diverse cose e approfondendone altre. Tra le più difficili, io direi che chiaramente il mercato privato è quanto più difficile ci possa essere per un interprete, più del pubblico, perché è più variegato. Almeno per quella che è la mia esperienza, nel privato la difficoltà sta nel fatto che ogni volta è una prima volta, ogni volta è una cosa diversa, e anche se si ripete l’argomento, è la realtà del cliente a cambiare. Se vogliamo servire un cliente, dobbiamo fare attenzione alla sua realtà: senza conoscere quella realtà, è difficile saperlo tradurre o interpretare bene. L’ambito istituzionale è complesso, però dipende dal tipo di istituzionale, che a volte può diventare complesso, a volte invece se si parla di assemblee o discorsi politici, se si conosce l’attualità, è un settore un po’ meno variegato, anche se non necessariamente più facile. Io ho fatto anche delle esperienze in televisione, traducendo anche capi di stato e di governo. Quelle sono state esperienze che io ho trovato molto divertenti.

Divertenti? Immagino anche emozionanti!

Sì e no, per un motivo semplice: sono state entusiasmanti più che emozionanti, perché “emozionante” potrebbe dire che l’emozione può giocare brutti scherzi e in quel caso l’interprete potrebbe riscontrare le difficoltà della diretta, cosa che non deve succedere. Da interpreti si impara ad avere sangue freddo, un po’ forse gli interpreti ce l’hanno di natura, un po’ chiaramente lo imparano, così come imparano a saper gestire le emozioni. Quindi parlare di incarichi emozionanti direi che è possibile fino a un certo punto: lo sono come esperienza in toto, ma non nel momento in cui si sta lavorando, quello non deve esserlo mai, o comunque dobbiamo cercare di limitare le emozioni il più possibile e mantenere la razionalità, perché si deve sempre capire il discorso che fa qualcun altro, ci si deve calare nella situazione, e nel momento in cui si è troppo emotivi, diventa difficile.

È proprio quello che deve fare l’interprete: non deve uscire fuori dal suo ruolo o far trasparire emozioni.

Esatto. Con questo non voglio dire che non si debbano avere, perché averle è essenziale per calarsi nel ruolo. Anche in quel caso, l’interprete che rende meglio il messaggio è l’interprete che molto probabilmente si cala meglio nei panni dell’oratore, oppure, come dicevo prima, nella realtà del cliente. Per esempio nei discorsi politici, ma a volte anche nell’interpretariato di tribunale in alcuni casi può diventare difficile, a seconda dei casi. Però è un mestiere in cui non ci si annoia e che ti mette alla prova in toto; a me piace tanto per questo.

È anche motivo di crescita sotto tutti i punti di vista, perché poi magari hai anche meno paura di fare certe cose, ad esempio parlare in pubblico diventa più semplice perché sei abituato a parlare davanti a un ministro oppure a un personaggio importante e quindi poi certe cose diventano più semplici, perché hai già provato certe emozioni prima della prestazione, mentre poi hai mantenuto il controllo, quindi impari per forza.

Sul parlare in pubblico, se parliamo sempre di fare l’interprete è vero, ma non è detto. Con il fatto che l’interprete con il tempo si abitua a parlare in pubblico, ma dicendo quello che ha detto qualcun altro, magari può trovare più difficoltà a raccontare in pubblico questioni personali oppure a fare degli interventi propri. Potrebbe essere più difficoltoso rispetto a quando si parla in pubblico e si rende il messaggio di qualcun altro.

Certo, ci sono tante situazioni e bisogna sperimentare per capire. Veniamo poi all’argomento super interessante, che io che non sono del settore giustamente non conoscevo, ma che ho scoperto on-line dal tuo blog e poi da te che me lo hai raccontato. Adesso mi farebbe piacere che anche tu lo raccontassi a tutti coloro che ci stanno seguendo. Parlo proprio dell’interpretariato in simultanea sottotitolato.

Questo è un servizio molto innovativo che sta prendendo piede negli ultimi anni. È un tipo di servizio che piano piano come mondo degli interpreti stiamo introducendo nel mercato, a partire da una tecnica che serve per fare i sottotitoli live. Prima di parlare di interpretazione simultanea sottotitolata, io partirei da come funziona la sottotitolazione in tempo reale. Io utilizzo una tecnica, che è quella del respeaking, che consiste nel dettare a un software che riconosce la mia voce quello che io sto sentendo, per poterlo poi trasmettere a un pubblico per esempio non udente. Se per esempio in questo momento un oratore sta parlando l’italiano, io voglio rendere il messaggio a un pubblico sordo, il quale, non potendolo ascoltare, lo può leggere. In sostanza quello che faccio è dettare il messaggio a questo software che riconosce la mia voce e trascrive quello che ho detto, in modo che il pubblico sordo lo possa leggere. Con questa tecnica io faccio un servizio di sottotitolazione in tempo reale. Potendolo fare dall’italiano, che è la mia madrelingua, verso l’italiano, lo posso fare anche come interprete, cioè considerando che un oratore parla una lingua che io posso tradurre in simultanea, ma non per un pubblico che mi ascolta, bensì per un software che lo trascrive e poi lo proietta su uno schermo affinché il pubblico lo possa leggere. Quindi l’interpretazione simultanea sottotitolata combina le tecniche dell’interpretazione simultanea classica con la tecnica del respeaking o respeakeraggio, in cui l’interprete “ridice” quello che sta dicendo l’oratore, e nel caso della simultanea aggiunge questo passaggio interlinguistico, per esempio l’oratore parla in inglese e io proietto i sottotitoli in italiano. Si tratta di un servizio in più destinato a un pubblico qualsiasi che può richiedere questo tipo di servizio. Chiaramente può essere un pubblico sordo, come nel caso del respeaking intralinguistico (la sottotitolazione in diretta da una lingua alla stessa lingua), oppure un pubblico straniero (con il passaggio da una lingua a un’altra).

Quand’è che viene applicato: quando si fa una conferenza, insieme all’interpretazione simultanea, in parallelo o sono due cose che si possono adottare separatamente?

Se parliamo di una conferenza, l’interpretazione simultanea sottotitolata si fa in un contesto ideale nel quale ci sono (come nel caso della simultanea classica) un pubblico straniero e un oratore che parla una lingua diversa. Come funziona? O è lo stesso interprete a essere anche respeaker, e in quel caso l’interprete funge da interprete-respeaker, dettando al software il messaggio in un’altra lingua, allo stesso tempo facendo la simultanea, dettandola al software, manovrando i comandi del software e correggendo per fare in modo che la resa non sia sbagliata. Poiché per questo è richiesto un carico cognitivo molto elevato (dato dalla combinazione delle varie tecniche, dall’utilizzo della tecnologia, per cui si hanno sotto controllo tante cose in più), in questo caso si può pensare anche di avere due interpreti (chi fa l’interprete ha sempre bisogno di un collega di cabina o da remoto che lo sostituisca ogni venti minuti, per cui ogni venti minuti lavora uno dei due interpreti) e due respeaker, altrimenti il livello di stress per combinare tutti i servizi credo sia almeno il doppio di quello della simultanea classica. Questo è il motivo per cui questo tipo di servizio, richiedendo quattro professionisti anziché due, forse fatica un po’ a prendere piede, ma è anche vero che avere due interpreti-respeaker per tutta la giornata è difficile senza che si raggiungano livelli di stress elevati. A volte succede, mi è capitato, però chiaramente anche lì dipende dal cliente, perché anche per il cliente, seguire per tutto il tempo una trascrizione o un sottotitolo piuttosto che ascoltare è più faticoso. Per questo credo che difficilmente riusciremo a soppiantare la simultanea tradizionale, è soltanto un tipo di servizio diverso per un utente diverso che richiede una resa diversa, però non sono servizi concorrenti.

Chiaramente questa tecnica può essere applicata anche da remoto, giusto?

Esatto, può essere applicata molto bene anche da remoto. Questo è vero sia se parliamo di semplice simultanea sia se parliamo di simultanea sottotitolata sia se parliamo anche solo di respeaking. Chiaramente è possibile anche farlo da remoto, aggiungendo in più delle piattaforme in tutti i casi.

Ho detto questo perché chiaramente adesso è tutto bloccato e non c’è più la conferenza fatta nella maniera tradizionale, ma ci sarebbero le conferenze da poter organizzare in streaming. Anche questo è un appello che vorrei lanciare: purtroppo, in questo momento in cui siamo tutti fermi, ci sono delle modalità che possono essere adottate. Ci sono tantissime piattaforme che hanno concesso licenze a titolo gratuito, non solo alle istituzioni, o hanno fatto degli sconti abbastanza importanti, quindi l’evento che non si potrà più organizzare di persona come prima si può fare in streaming. Tutti i servizi che sono connessi a un evento (chiaramente l’unico che non c’è è il coffee break, ma forse quello si può fare virtualmente) come l’interpretariato si possono fare da remoto, quindi anche questa sottocategoria dell’interpretariato in simultanea si può fare allo stesso tempo da remoto; le soluzioni si possono trovare. Questa diretta di oggi serve anche a trasmettere messaggi come questo: si possono organizzare comunque eventi, si possono comunque adottare soluzioni alternative.

Esatto, più che altro perché sono servizi molto utili e più che sottocategorie della simultanea sono modalità ancora diverse di poter effettuare e usufruire della simultanea. Il fatto che sia da remoto non dovrebbe bloccare gli utenti o evitare che la utilizzino per dubbi di funzionamento, perché adesso le piattaforme si stanno evolvendo e sviluppando sia dal lato cliente che dal lato interprete. Anche gli stessi interpreti non incontreranno (se la tecnologia continua a evolversi) tante più difficoltà rispetto alla simultanea tradizionale, perché comunque i problemi tecnici possono esserci sia in una situazione dal vivo che in una situazione da remoto. Chiaramente quando si lavora in remoto non c’è nulla di tangibile, l’impatto è diverso, però anche lì è una questione di abitudine: ci sono piattaforme che trasmettono un audio molto pulito e molto buono sia per gli interpreti che ascoltano e quindi riescono a lavorare sia per chi usufruisce del servizio. Molto spesso queste piattaforme garantiscono la resa al cliente direttamente su smartphone con una app, tramite la quale si riesce ad ascoltare la simultanea come se il telefono diventasse un ricevitore che si utilizza nella simultanea classica.

Adesso mi è venuto in mente anche un altro argomento, parlando del telefono: esiste anche l’interpretariato in consecutiva tramite telefono?

La tecnologia può fare miracoli e, almeno per quella che è la mia esperienza, a volte l’interpretazione è possibile farla anche al telefono. Quando dico al telefono non intendo solo una piattaforma come può essere Skype o qualsiasi piattaforma telefonica, ma proprio lo smartphone. In quel caso si fa molto spesso consecutiva più che simultanea, ovvero, piuttosto che la simultanea, nella quale la voce dell’interprete si sovrappone a quella di chi parla, la consecutiva serve per rendere un messaggio dopo che l’oratore finisce di parlare. Se si tratta di interviste telefoniche, è possibile che l’interprete consecutivista sia chiamato anche a svolgere dei servizi di interpretariato telefonico in consecutiva. Chiaramente lì il problema è che la voce o l’audio che arrivano dal telefono non sono quelli che possono arrivare in cuffia; dovrebbe essere un audio pulito, ma non è sempre così. Questo potrebbe essere un problema, perché chiaramente l’interprete l’audio lo vuole avere pulito in quanto è proprio lo strumento del suo lavoro: senza ricevere l’audio, il messaggio non arriva. Tuttavia è una modalità fattibile nel momento in cui si conosce l’argomento o ciò di cui si sta parlando: in quel caso non è nulla di impossibile.

Certo, conoscere l’argomento aiuta: se c’è un buco nell’audio oppure non si sente bene, magari si riesce a ricostruire il discorso.

Sicuramente aiuta. Certo, l’audio pulito è sicuramente la situazione ideale. Però se vogliamo parlare di evolversi e di quello che sarà il futuro, senza rimanere soltanto con i sistemi tradizionali, sebbene sicuramente funzionanti, dobbiamo anche aprirci per far funzionare bene gli strumenti tecnologici che ci serviranno per l’interpretariato del futuro.

Sicuramente qualcuno ideerà una app che pulirà anche l’audio…

Non so se sia possibile, ma vorrei sperare che sia così. Questo non vuol dire che l’interpretariato da remoto o telefonico o comunque la tecnologia debbano sostituire per forza l’interpretariato tradizionale. Sarà comunque il mercato a dettare la linea guida e se sarà più richiesto un servizio o un altro non sarà sicuramente l’interprete a deciderlo, se non promuovendo le condizioni ottimali per svolgere il servizio, però oltre a quello si tratta sempre di una combinazione tra quello che si offre e quello di cui si fruisce.

Certo, è un adattamento, un cambiamento, poi piano piano ci si adatterà, ci evolveremo e vedremo qual è la soluzione migliore per adottare anche questa diversa tipologia di interpretariato.

Può essere un servizio diverso e complementare, che non necessariamente deve rimpiazzare l’interpretariato di persona. Anzi, sono proprio servizi diversi nei quali molto spesso l’utenza è diversa, la soluzione è diversa, quindi il risultato è diverso. Una cosa non esclude l’altra, almeno io non ho una visione esclusiva, secondo me sopravviveranno in ogni caso.

Insieme, cioè sono varie tipologie che possono essere adottate “o” oppure “e”, nell’unione delle due cose. Ho visto che già siamo a trenta minuti di diretta, quindi faccio l’ultima domanda che farò a tutti: un consiglio che daresti a uno studente e un consiglio che daresti a un tuo collega interprete ma anche traduttore.

Se vogliamo parlare di consigli, io direi che questo vale sia per la traduzione che per l’interpretariato e vale in generale sia per uno studente che per un professionista. In sostanza darei uno stesso unico consiglio che ritengo essenziale per poter svolgere al meglio la professione. Trattandosi di una professione molto pratica, si inizia già a praticarla nel momento in cui si studia. Chiaramente poi si approfondisce, ma questo è il motivo per cui si tratta di un continuum ed è difficile, dal mio punto di vista, dare un consiglio separatamente a uno studente e a un professionista. Per entrambi io direi che il consiglio è questo: non smettere mai di essere curiosi, non smettere mai di leggere, di ascoltare, di indagare, di approfondire. Meglio si conosce un argomento e meglio lo si può interpretare, e in generale, più si conosce il mondo, più si ha una cultura generale ampia, più è facile essere un bravo traduttore e interprete. È sempre un percorso di miglioramento nel quale non si è mai arrivati. Secondo me questo è un mestiere nel quale chiaramente l’esperienza conta molto, perché con l’esperienza si riesce a essere migliori, ma non vuol dire che tanta esperienza sia sufficiente. È un continuo evolversi, un continuo imparare, quindi bisogna calarsi già in questa ottica da studenti senza limitarsi o fermarsi a quello che si studia all’università. Gli esami sono utilissimi, imparare la tecnica è utile, la lingua è utile, è tutto fondamentale e propedeutico, però non basta: è un punto di partenza che va scavalcato, bisogna andare oltre. Quindi: curiosità e mai smettere di indagare e seguire seminari. Tra l’altro adesso con la quarantena siamo anche facilitati in termini di tempo per poter seguire webinar di ogni tipo, per leggere, e per informarsi, perché solo con un’ampia conoscenza del mondo si riesce a lavorare al meglio. L’interprete questo fa: trasmette un messaggio, e senza sapere di cosa si parla è difficile trasmettere un messaggio.

Sì, poi più si ha cultura e meglio è sicuramente. Io penso anche che più ci si informa dapprima e meglio è, perché chiaramente si inizia ad acquisire più bagaglio culturale. Se io per esempio mi sveglio dopo dieci anni che mi sono laureato e inizio in quel momento a capire che forse quello che ho studiato non basta e devo andare oltre, allora lì ci saranno già tutti quelli che hanno iniziato durante il percorso universitario che saranno 20.000 anni luce rispetto una persona che ha iniziato troppo tardi. Quindi secondo me anche la tempistica è fondamentale.

Sicuramente sì, in questi casi lo è assolutamente. Credo anche che forse sia automatico, perché scegliere questo mestiere dovrebbe essere anche indice di curiosità.

Sì, però spesso e volentieri è una consapevolezza che si acquisisce con la maturità, magari quando si è piccoli questo ancora non si capisce. Per un interprete penso che lo sia ancora di più: se un interprete inizia subito ad approfondire, penso che sia molto più avvantaggiato rispetto a qualcun altro che inizia a farlo dopo. Poi è un cane che si morde la coda, perché magari troverà lavoro prima rispetto a chi invece non lo ha fatto…

Queste poi sono sempre situazioni da valutare caso per caso, non è automatico, però chiaramente la regola generale è che più si sa e meglio si può interpretare o tradurre. Se parlassimo la stessa lingua ma dicessimo cose diverse, non ci capiremmo lo stesso. Non si tratta solo di una questione linguistica, ma anche di contenuti e di conoscenza dell’argomento.

Anche di cultura, di conoscere anche l’origine di un paese oppure da dove viene la persona. Quando si parla di interpretare o tradurre due lingue diverse, non sono solo le due lingue, ma è tutto un mondo quello che ci si porta dietro.

Sicuramente anche la cultura, infatti è un’opera di mediazione, non soltanto un’opera di traduzione. La traduzione non esiste senza mediazione, non a caso il percorso non è inverso: si inizia con la mediazione e poi si va avanti per studiare o approfondire l’interpretariato o la traduzione. È un percorso sicuramente obbligato: non conoscendo la cultura di un paese, non si conosce nemmeno appieno la lingua, o meglio, non si sa trasmettere un messaggio. Questo mestiere è fatto di tante cose. Molto spesso chi non lo conosce o chi non è addentro tende a pensare che faccia tutto Google Translate oppure lo fa la app che mi parla e mi dice le cose in un’altra lingua. Perché, non si può fare così? Sì, liberissimi! Il problema è che il risultato non sarà lo stesso e alla fine non vi capirete.

Che era proprio l’obiettivo iniziale: cercare di capirsi.

Esatto, quindi l’aspetto umano non andrebbe assolutamente trascurato, oltre che l’aspetto culturale.

Ti ringrazio per aver partecipato a questa nostra iniziativa. Saluto tutti quanti, chi ci ha seguito. Buon pomeriggio a tutti.

Grazie mille e buon pomeriggio a tutti.

 

Il video integrale dell’intervista è disponibile su YouTube al link: https://www.youtube.com/watch?v=5cQUeO_0fS8