Intelligenza artificiale e linguaggio umano

Traduzione dall’inglese dell’articolo “Language AI is really heating up” di Pieter Buteneers apparso su VentureBeat: https://venturebeat.com/2021/01/17/language-ai-is-really-heating-up/.

Nel giro di pochi anni soltanto, gli algoritmi di deep learning si sono evoluti riuscendo a battere i campioni del mondo di giochi di società e a riconoscere i volti con la stessa precisione degli esseri umani (o forse anche meglio). Ma dominare le complessità uniche e ampie del linguaggio umano si è rivelata una delle sfide più ardue dell’intelligenza artificiale.

Tutto questo potrebbe cambiare?

La capacità dei computer di comprendere efficacemente tutto il linguaggio umano trasformerebbe completamente il nostro modo di interagire con i marchi, le aziende, e le organizzazioni di tutto il mondo. Oggi gran parte delle aziende non ha tempo di rispondere a ogni domanda dei clienti. Ma pensiamo se un’azienda fosse davvero in grado ascoltare, comprendere e rispondere a qualsiasi domanda, in qualsiasi momento e su qualsiasi canale. La mia equipe sta già lavorando con alcune delle organizzazioni più innovative al mondo e con il loro ecosistema di piattaforme tecnologiche per cogliere l’enorme opportunità che abbiamo di stabilire conversazioni individuali con i clienti su larga scala. Ma c’è molto da fare.

C’è voluto fino al 2015 per costruire un algoritmo che fosse in grado di riconoscere i volti con una precisione paragonabile a quella degli esseri umani. Il DeepFace di Facebook ha un’accuratezza pari al 97,4%, poco minore della capacità umana del 97,5%. Come riferimento, l’algoritmo di riconoscimento facciale dell’FBI raggiunge soltanto un’accuratezza dell’85%, il che vuol dire che commette errori in più di un caso su sette.

L’algoritmo dell’FBI è stato creato da un team di ingegneri. Ogni caratteristica, come la dimensione di un naso e la relativa posizione degli occhi, è stata programmata manualmente. L’algoritmo di Facebook funziona invece con l’apprendimento delle caratteristiche. Facebook utilizzava una particolare architettura di deep learning chiamata Reti Neurali Convoluzionali che imita il processo di elaborazione delle immagini da parte dei diversi strati della nostra corteccia visiva. Poiché non conosciamo con esattezza i nostri processi visivi, l’algoritmo è in grado di apprendere le connessioni tra questi strati.

Facebook è riuscito a realizzare tutto questo perché ha pensato a come ottenere due componenti essenziali dell’intelligenza artificiale paragonabile a quella umana: un’architettura che potesse apprendere le caratteristiche, e dati di alta qualità classificati da milioni di utenti che taggavano i loro amici nelle foto che condividevano.

Il linguaggio è all’orizzonte

La vista è un problema che l’evoluzione ha risolto in milioni di specie diverse, ma il linguaggio sembra essere molto più complesso. Per quanto ne sappiamo, siamo attualmente l’unica specie che comunica con un linguaggio complesso.

Meno di 10 anni fa, per capire di cosa trattasse un testo, gli algoritmi di intelligenza artificiale si limitavano a calcolare l’occorrenza di certe parole. Ma questo approccio chiaramente ignora il fatto che le parole abbiano dei sinonimi e assumano significato soltanto all’interno di un determinato contesto.

Nel 2013, Tomas Mikolov con la sua equipe di Google ha scoperto il modo di creare un’architettura capace di apprendere il significato delle parole. Questo algoritmo word2vec forniva una mappatura dei sinonimi ed era in grado di modellare il significato delle parole che descrivevano la dimensione, il genere, la velocità, e di imparare anche i rapporti funzionali come quelli tra i paesi e le rispettive capitali.

L’anello mancante, tuttavia, era il contesto. La vera svolta in questo settore è avvenuta nel 2018, quando Google ha introdotto il modello BERT. Jacob Devlin e la sua equipe hanno riciclato un’architettura che veniva solitamente impiegata per la traduzione automatica e le hanno fatto apprendere il significato di una parola in relazione al suo contesto all’interno di una frase.

Insegnando al modello a inserire le parole mancanti negli articoli di Wikipedia, l’equipe è riuscita a incorporare la struttura del linguaggio nel modello BERT. Soltanto con una quota limitata di dati classificati di alta qualità, l’equipe è stata capace di perfezionare BERT affinché svolgesse una moltitudine di compiti, dal trovare la risposta giusta a una domanda fino a comprendere il vero significato di una frase. Sono stati i primi a cogliere i due aspetti essenziali della comprensione del linguaggio: la giusta architettura e ampie quantità di dati di alta qualità dai quali apprendere le informazioni.

Nel 2019 i ricercatori di Facebook sono riusciti ad andare anche oltre. Hanno allenato un modello simile a BERT su più di 100 lingue simultaneamente. Il modello era in grado di apprendere compiti in una lingua, ad esempio l’inglese, e di utilizzarla per lo stesso compito in una qualsiasi altra lingua, come l’arabo, il cinese, e l’hindi. Questo modello linguaggio-indipendente ottiene gli stessi risultati di BERT sulla lingua nella quale viene allenato, con un margine di errore irrilevante nel passaggio da una lingua all’altra.

Tutte queste tecniche sono davvero straordinarie di per sé, ma nei primi mesi del 2020 i ricercatori di Google sono finalmente riusciti a battere le abilità umane su un’ampia gamma di compiti che richiedevano la comprensione del linguaggio. Google ha spinto l’architettura BERT oltre i suoi limiti, allenando una rete molto più ampia su un numero di dati anche maggiore. Questo cosiddetto modello T5 ora ottiene risultati migliori degli esseri umani nella classificazione delle frasi e nell’individuazione delle giuste risposte a una domanda. Il modello mT5 linguaggio-indipendente lanciato ad ottobre ottiene risultati quasi paragonabili agli esseri umani bilingue nel passaggio da una lingua all’altra, ma riesce a farlo con più di 100 lingue contemporaneamente. E il modello con più di un milione di parametri annunciato da Google questa settimana rende lo stesso ancora più ampio e potente.

Le possibilità

Immaginiamo che i bot delle chat riescano a comprendere quello che scriviamo in ogni lingua immaginabile. Saranno capaci di capire il contesto e di ricordare le nostre conversazioni passate. Tutto questo fornendoci risposte non più generiche, ma proprio precise.

I motori di ricerca saranno in grado di capire qualsiasi domanda. Produrranno delle vere risposte e non sarà nemmeno necessario usare le giuste parole chiave. Avremo un collega di intelligenza artificiale che saprà tutto quello che c’è da sapere sulle nostre procedure aziendali. Niente più domande dai clienti, ai quali basta fare una ricerca su Google conoscendo il gergo giusto. E i colleghi che si chiedono perché nessuno abbia letto tutti i documenti aziendali saranno solo un vago ricordo.

Sorgerà una nuova era di banche dati. Diciamo addio al noioso lavoro di strutturazione dei dati. Qualsiasi promemoria, e-mail, relazione, ecc., verrà automaticamente interpretato, memorizzato, e indicizzato. Non sarà più necessario che il nostro ufficio informatico esegua delle query per poter creare una relazione. Basterà dire alla banca dati quello che vorremo sapere.

E questa è solo la punta dell’iceberg. Qualsiasi procedura che attualmente richiede ancora la comprensione umana del linguaggio ora sta per essere rivoluzionata o automatizzata.

Parlare non costa poco

Qui sorge un problema. Perché non vediamo questi algoritmi ovunque? Allenare l’algoritmo T5 costa circa 1,3 milioni di dollari in termini di calcolo cloud. Per fortuna i ricercatori di Google sono stati così gentili da condividere questi modelli. Ma non è possibile utilizzare questi modelli per qualcosa di specifico senza perfezionarli in maniera tale da permettere loro di svolgere un determinato compito. Quindi anche questo è costoso. E una volta che abbiamo ottimizzato questi modelli per il nostro problema specifico, essi richiedono comunque una grande potenza di calcolo e molto tempo di esecuzione.

Nel corso degli anni, a mano a mano che le aziende investiranno nel perfezionamento di questi modelli, vedremo emergere delle applicazioni limitate. E se ci affidiamo alla legge di Moore, potremo vedere applicazioni più complesse fra circa cinque anni. Ma nasceranno anche nuovi modelli che saranno migliori dell’algoritmo T5.

All’inizio del 2021 stiamo quasi toccando con mano i progressi più significativi dell’intelligenza artificiale nonché le sue infinite possibilità.

Tè dal mondo tra leggenda, storia e geografia

Terminologia e tipi di tè

Il tè è la seconda bevanda più bevuta al mondo dopo l’acqua. È originario dalla Cina, infatti la parola “tè” deriva da tê, la resa del carattere cinese 茶 (pronuncia “tei”) del dialetto min diffuso a sud del Fujian e a Taiwan.

La pianta del tè è la Camellia sinensis, originaria della provincia dello Yunnan nel sud della Cina, e coltivata principalmente anche in Giappone, India, Indonesia, Bangladesh, Sri Lanka, Kenya e Pakistan. Nel 1753 in Species Plantarum Linneo denominò la pianta Thea sinensis e in seguito adottò la distinzione Thea viridis (a nove petali) e Thea bohea (a sei petali). Per molto tempo i botanici indiani e cingalesi mantennero la denominazione Camellia Thea, finché J. Robert Sealy nella pubblicazione A revision of the Genus Camellia del 1958 stabilì la nomenclatura attuale.

In passato il termine “tè” era usato impropriamente come sinonimo di tisana e indicava infusioni preparate con le foglie di altre piante, ma tutte le diverse varietà di tè derivano dalle foglie della Camellia sinensis e si distinguono in base ai gradi ossidazione delle foglie, ossia in base al tipo di fermentazione. Il tè rosso (hongcha), detto nero in Occidente (o impropriamente il comune carcadè o l’infusione di rooibos) è fermentato, il tè verde (lücha) non è fermentato, il tè blu (qingcha) o oolong e il tè giallo (huangcha) sono leggermente fermentati, il tè nero (heicha) è postfermentato, il tè bianco (baicha) è parzialmente fermentato e ottenuto dalle gemme e dalle prime foglie della pianta. Una volta essiccato, il tè può essere ulteriormente lavorato per produrre tè aromatizzato, pressato o deteinato.

Leggenda del tè

Secondo una leggenda cinese, l’imperatore Shen Nung e i suoi sudditi bevevano soltanto acqua bollita. Un giorno, mentre l’imperatore riposava sotto un albero di tè selvatico, una foglia gli cadde nella tazza. Dopo aver assaggiato l’infusione, condivise la scoperta con i suoi sudditi e ordinò di coltivare la pianta in tutto l’impero, circostanza che gli valse il soprannome di Divino Mietitore.

Secondo i buddhisti, invece, il tè fu scoperto dal principe delle Indie Bodhi Dharma nel 543 d.C. quando, durante un viaggio fino alla Cina, riuscì a rispettare il voto di non dormire per trascorrere sette anni in meditazione, masticando piccole foglie di un cespuglio selvatico, che non lo fecero addormentare.

Nella variante giapponese della leggenda di Bodhi Dharma, il principe si addormentò e, furioso, sì tagliò le palpebre gettandole nei cespugli. Di ritorno dalla Cina, scoprì che in quel luogo erano cresciute delle piante che non inducevano il sonno, le piante del tè, e le riportò ai suoi discepoli.

Storia del tè

La vera storia del tè è invece registrata dagli annali dell’Impero Cinese ed è basata sui racconti dei viaggiatori della Via delle Indie che trasportavano le spezie più pregiate in Europa.

Probabilmente i primi usi della pianta del tè risalgono a 5000 anni fa, ma la prima testimonianza scritta è un trattato di farmacopea del 200 a.C., ai tempi della dinastia Chow, mentre la pianta del tè si inizia a coltivare sotto la successiva dinastia Han.

Intorno al III secolo fino al IV secolo d.C. il tè è usato come medicinale dalle proprietà antimicrobiche e antibiotiche e viene diffuso dai monaci buddhisti, che lo usano come bevanda rituale, come tonico e come rimedio contro i dolori reumatici. Si prepara essiccando, pressando e frantumando le foglie per poi bollirle in acqua con sale, zenzero, scorza d’arancia o cipolla.

All’epoca Tang (VII-X secolo) risale il “Canone del tè”, il primo trattato più completo sul tè. Allora il tè viene macinato e bollito e nell’VIII secolo si diffonde nelle corti, dove viene bollito solo con il sale. Grazie ai monaci buddhisti giunti in Cina, il tè si inizia a diffondere in Corea e Medio Oriente e intorno all’anno 1000 anche in Giappone, diventato il secondo produttore di tè al mondo.

Dal X al XIII secolo, grazie alla dinastia Sung, il tè diventa un prodotto di uso quotidiano, tanto che quell’epoca è ricordata come l’Età dell’Oro del tè. Si prepara riducendo le foglie in polvere finissima con un frustino di bambù in acqua bollente. Nello stesso modo viene preparato il tè verde matcha nell’attuale cerimonia del tè giapponese.

Nel XIII secolo la dinastia Ming diffonde una nuova preparazione simile a quella di oggi: lasciare in infusione le foglie essiccate in acqua tiepida.

Nel XVII secolo il tè arriva anche in Europa, probabilmente grazie ai portoghesi, seguiti dagli spagnoli e dagli inglesi, e con lui tante nuove preparazioni. Tuttavia la prima testimonianza storica della sua importazione è attibuita alla Compagnia olandese delle Indie orientali, che prima di portarlo in tutta Europa lo fa arrivare in Francia e nei Paesi Bassi. In Inghilterra è la caffetteria di Thomas Garway a servire per prima il tè nel 1657. In seguito la Compagnia inglese delle Indie orientali inizia a importarlo e diventa la voce commerciale più importante nei suoi traffici con l’Oriente, tanto da diventare costume nazionale.

Le compagnie inglesi e olandesi portano il tè anche nel nuovo mondo, dove nel 1773 gli abitanti di Boston, a causa delle elevatissime tasse sull’importazione di tè imposte dal governo britannico, svuotano il carico di tè di una nave. La protesta, passata alla storia come Boston Tea Party, apre la strada alla guerra di indipendenza americana.

Entro la fine del XIX secolo l’Inghilterra, ormai stanca di importare il tè dalla Cina per far fronte all’elevata domanda mondiale, invia il botanico Robert Fortune in Cina per rubare le piante del tè e portarle in India, dove la East India Company inizia la coltivazione alle pendici dell’Himalaya, portandola anche in Sri Lanka.

Oggi la pianta del tè è coltivata in ogni continente in più di 30 paesi. Oltre all’Inghilterra, anche il Massachussets e la Russia europea hanno una moderna tradizione del tè.

Tradurre la cultura tedesca

Se diventassimo consapevoli dell’eredità che giace in ogni parola, studieremmo i nostri dizionari, catalogo della nostra ricchezza, e scopriremmo che dietro ogni parola vi è un mondo. Chi usa le parole mette in moto dei mondi, degli esseri divisi: quello che può consolare l’uno, può ferire a morte un altro.

(Heinrich Böll, discorso “La lingua come luogo di libertà”, 1959, tratto da Piccolo viaggio nell’anima tedesca di V. Vannuccini e F. Predazzi)

Tra le oltre 400.000 parole della lingua tedesca, nessuna delle 300.000 parole della lingua italiana corrisponde esattamente a Weltanschauung, Zeitgeist o Schadenfreude. Non solo. Il tedesco, così come le altre lingue, racchiude una cultura tutta sua, ma a differenza delle altre lingue, è capace di inventare con precisione un infinito mondo di parole combinando uno dopo l’altro sostantivi e montando e smontando prefissi e suffissi come pezzi di lego per plasmare i più svariati significanti di significati. Un lavoro certosino degno della fantasia di una cultura senza eguali nel saper vedere ed esprimere universi astratti e realtà intraducibili. Una cultura ancora attaccata e radicata nel mondo romantico dei sentieri per le passeggiate (ancora meglio: Wanderwege) e nell’elaborazione del suo oscuro ed emblematico passato (Vergangenheitsbewältigung).

La Weltanschauung che noi chiamiamo, in maniera semplicistica, “visione del mondo”, in realtà è un’ampia concezione del mondo che comprende Dio e la vita dell’uomo che ne fa parte. Per i filosofi tedeschi di fine Ottocento era un sistema coerente per spiegare le leggi dell’universo e l’immagine dell’uomo; per Freud era l’ideale non raggiunto dall’umanità, la soluzione onnicomprensiva a tutti i problemi dell’esistenza umana. Anche Zeitgeist, lo “spirito del tempo” dei tedeschi, è una parola di origine filosofica, coniata da J. G. Herder e definita da J. W. Goethe come lo “spirito di quei signori nello spirito dei quali si rispecchiano i tempi”.

Nella cultura tedesca non possiamo farci mancare un pizzico di Schadenfreude, quel sadismo a metà tra l’invidia e la risata tipico di chi gode delle disgrazie altrui, o quel piacere di sentirsi confermati nelle proprie amare convinzioni sull’incompiutezza del mondo e l’indifferenza di Dio. La Schadenfreude in senso stretto è sicuramente retaggio della mentalità piccolo borghese (il Kleinbürger tedesco o lo Spießer austriaco e svizzero) tanto deferente verso l’autorità da sentirsi poco libero e quindi provare un’inconfessabile e clandestina gioia (klammheimliche Freude) per le disgrazie dei potenti o semplicemente del prossimo. Magari anche per quelle di un intellettuale anticonformista e critico verso l’autoritarismo, di un Querdenker (“pensatore trasversale”) come lo era il poeta, critico letterario, saggista, editore e interprete Hans Magnus Enzensberger, o addirittura quelle di un personaggio scomodo come un Nestbeschmutzer (“insozzatore del nido”), uno straniero in patria come lo era per i conservatori il cancelliere Willy Brandt per la sua Ostpolitik, grazie alla quale stabilì e mantenne il dialogo tra le due Germanie.

Il cancelliere Helmut Kohl con François Mitterrand prima e con Mikhail Gorbaciov poi sono stati invece esempi di Männerfreundschaft o “amicizia tra uomini”, contrapposta al corrispettivo femminile Damenkränzchen o “coroncina di signore”, il modo frivolo di stare tra donne. L’amicizia tra uomini è un comportamento legato all’ordine, all’autorità, alla disciplina e ad altre caratteristiche culturali comuni alla tradizione luterana e nazista. È un rapporto tra pari fatto di silenzi, intesa e stima reciproca, seduti a un tavolo (Stammtisch, dove Stamm significa “ceppo”, “lignaggio” e quindi rapporto con la comunità) o a passeggiare immersi nella natura dei Wanderwege (“sentieri per le gite a piedi”). Sì, perché se “passeggiare” è spazieren, la parola wandern rimanda al senso di libertà che si prova ad avventurarsi nel silenzio degli ampi spazi verdi. I Wandervögel (“uccelli migratori”) erano i giovani che viaggiavano a piedi in gruppo, poi assorbiti dalla Gioventù hitleriana ai tempi in cui il nazismo confondeva la natura con il destino delle razze. Da questo profondo rapporto tutto romantico con la natura nasce la coscienza ecologica tedesca, che si spinge fino all’attuale concezione di un’economia a basso impatto ambientale, senz’altro incentivata dal saggio del Club di Roma del 1972 “I limiti dello sviluppo”.

Se “camminare” è laufen, il Mitläufer è “colui che cammina con l’altro”, con la folla, il debole che imita gli altri, l’opportunista o il delatore ligio al dovere, incapace o impossibilitato a opporsi a viso aperto all’autorità. Basti pensare che il 98% dei tedeschi furono indagati dagli Alleati per crimini di guerra a Norimberga. Per dimenticare questo periodo buio della storia tedesca, negli anni Cinquanta nasce Vergangenheitsbewältigung, una parola che indica l’elaborazione e il superamento del passato, il confronto con la storia per metterci una pietra sopra. Emblemi di questa necessità erano i vari progetti culturali lanciati, i monumenti e i musei costruiti a partire dagli anni Sessanta per ricordare l’olocausto e gli ebrei tedeschi. Inoltre tutta l’opera di Günter Grass è permeata da questo spirito e richiama i tedeschi alle responsabilità del nazismo (si vedano gli articoli “L’eredità di Günter Grass: una lezione sulla carnevalizzazione della storia e dell’uomo moderno” e “L’uomo e la tolleranza: lezioni di saggezza dal XX secolo”).

All’operato di Helmut Kohl rimanda anche un’altra parola intraducibile: Zweckgemeinschaft (“comunione di scopi”), l’unione per interesse che si forma quando si ha una coincidenza di interessi per ragioni pratiche. Kohl fu acclamato a Dresda sulle note di “Wir sind ein Volk”, tredici anni prima dell’unificazione tedesca, ma le due Germanie prima separate dalle Sperrgebiete (“zone di chiusura”), dai luoghi di confine tra l’Est e l’Ovest, rimasero sempre due mondi distinti, nei quali sarebbe sempre esistito un hüben e un drüben (un “di qua” e un “di là”).

Zweisamkeit e Feierabend sono invece due retaggi della cultura protestante: parliamo della “solitudine a due” e del “riposo della sera”. La “solitudine” espressa dalla parola Einsamkeit (eins = uno) diventa “dualitudine” con Zweisamkeit (zwei = due), ovvero l’unicità del rapporto a due, ma anche l’isolamento e la chiusura della coppia al mondo lì dove i raduni familiari e gli incontri allargati con gli amici sono meno frequenti. Nella cultura della sacralità della sfera privata e del lavoro diligente e assiduo, il “riposo della sera” è d’obbligo e non c’è tolleranza per chi fa compere all’orario di chiusura dei negozi: quando finisce il lavoro, c’è spazio solo per godersi una birra e il tepore della casa e dell’intimità del focolare (Gemütlichkeit). La parola Feierabend ha proprio una connotazione sacra, perché per la chiesa designa la sera prima della festa sacra. L’icona del riposo della sera è la santa tirolese Notburga, esempio di operosità, obbedienza e fedeltà al dovere, che per intercessione del Signore ottenne dal padrone il diritto di trascorrere la domenica pregando. Oggi il diritto al riposo domenicale è persino riconosciuto costituzionalmente dalla Grundgesetz. Feierabend era anche il nome dato da Hitler all’organizzazione del tempo libero per i lavoratori ed è quasi sinonimo di “stato sociale”, già dalla fine dell’Ottocento merito di Bismarck, che vedeva nella previdenza sociale un antidoto all’espansione del partito socialdemocratico.

La dedizione tedesca all’impegno individuale per il lavoro o lo studio porta all’invenzione di un’altra parola emblematica: Rechthaber, “chi vuole avere sempre ragione”, accompagnata dal proverbio “Besser von Vielem nichts wissen, als Alles besser wissen” (meglio tanto non sapere che sapere tutto meglio). Seguono parole come selbstgerecht (“pieno di sé”), Wichtigtuer (“chi ha l’aria di fare cose importanti”), altklug (“saputello”), Verkehrserzieher (“educatore del traffico” o chi educa gli altri alla guida) e Besserwisser (“chi sa tutto meglio”, anche il burocrate; in questo caso non mancano i riferimenti da parte degli abitanti della Germania Est ai Besserwessi dell’Ovest, che occupano posti di dirigenza e vivono nell’agiatezza).

Nel quadro socioculturale del paese delle tre K (Kinder, Küche, Kirche: figli, cucina, chiesa), dove il modello femminile è quello della Hausfrau (la “padrona di casa”), non possono mancare le Quotenfrauen, le “donne in quota”, e di conseguenza le Rabenmütter, le “madri corvo” che lavorano senza averne bisogno. In Germania soltanto nel 1988 le donne della SPD proposero le quote rosa, quando il femminismo era già diffuso dagli anni Settanta in Italia, in Francia, nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Oggi la parola Quotenfrau è dispregiativa e indica le donne in carriera che sono tali non per merito ma soltanto grazie alle “quote rosa” (Frauenquoten). Emblema della Quotenfrau è Angela Merkel, eletta presidente della CDU nel 2001 e cancelliera federale nel 2006, lanciata in politica da Helmut Kohl nel 1990 nel primo governo della Germania riunificata. Con la sua impostazione sobria, essenziale e senza fronzoli la cancelliera avrebbe portato una boccata di aria fresca nel clima di Politikverdrossenheit (disincanto verso la politica) che ha caratterizzato l’anima tedesca per molti anni.

I tedeschi, si sa, sono un popolo di lettori, e la loro Fiera del Libro di Francoforte è la più grande al mondo. A ulteriore testimonianza dell’inventiva linguistica tedesca e dell’importanza attribuita alle parole, dal 1971 la Società per la Lingua Tedesca, corrispettivo della nostra Accademia della Crusca, sceglie ogni anno das Wort des Jahres (“la parola dell’anno”), un neologismo di interesse linguistico e storico-sociale. Da qualche anno esiste anche il concorso opposto, quello per das Unwort des Jahres, “la non-parola dell’anno”, o meglio la parola negativa dell’anno.

Decisamente una bella lotta tra le Unwörter di questo 2020!

L’ideale romantico

Traduzione dall’inglese del capitolo 10 “Introduction to Ninety-Three” di The Romantic Manifesto di Ayn Rand (1969, edizione rivista 1975).

Vi siete mai chiesti cosa avessero provato, quei primi uomini del Rinascimento, quando (emergendo dal lungo incubo del Medioevo, e non avendo visto nient’altro che i gargoyle e i mostri deformi dell’arte medievale quali unici riflessi dell’anima umana) diedero al mondo uno sguardo nuovo, libero, aperto, e riscoprirono le statue degli dei greci, dimenticati sotto cumuli di macerie? Se ve lo siete chiesto, è quella l’irripetibile esperienza emotiva che vivete quando riscoprite i romanzi di Victor Hugo.

La distanza tra il suo e il nostro mondo è incredibilmente breve (lui morì nel 1885), ma la distanza tra il suo e il nostro universo si misura in anni luce sul piano dell’estetica. È quasi sconosciuto al pubblico americano, se non fosse per qualche vandalizzato rimasuglio sui nostri schermi cinematografici. Le sue opere vengono raramente trattate nei corsi di letteratura delle nostre università. È sepolto sotto i detriti estetici della nostra epoca, mentre i gargoyle continuano a fissarci, non dalle guglie delle cattedrali, ma dalle pagine di romanzi privi di forma, di sostanza, e di struttura, che raccontano di tossicodipendenti, barboni, assassini, dipsomani e psicotici. È invisibile agli occhi dei neobarbari della nostra epoca, così come lo era l’arte di Roma agli occhi dei loro antenati spirituali, e per le stesse ragioni. Ma Victor Hugo è il più grande romanziere della letteratura mondiale…

La letteratura romantica è nata solo nell’Ottocento, quando la vita umana era politicamente più libera che negli altri periodi della storia, e quando la cultura occidentale rifletteva principalmente l’influenza di Aristotele: la convinzione che la mente dell’uomo è capace di affrontare la realtà. Le idee dei romantici erano dichiaratamente distanti da quelle degli aristotelici, ma il loro senso della vita era l’erede di quella forza liberatrice. L’Ottocento vide sia la nascita sia il culmine di una fila illustre di grandi scrittori romantici.

E il più grande tra questi fu Victor Hugo…

I lettori moderni, soprattutto i giovani, che sono cresciuti con il genere di letteratura che fa sembrare Zola un romantico al confronto, andrebbero avvertiti che un primo incontro con Hugo potrebbe essere sconvolgente per loro: è come emergere da un sotterraneo torbido, pieno dei lamenti di purulenti corpi semivivi, verso un’accecante esplosione di luce. Quindi, volendo fornire un kit di emergenza intellettuale, suggerirei quanto segue.

Non cercate dei punti di riferimento familiari, non li troverete: non state entrando nel giardino dei “vicini di casa”, bensì in un universo del quale non conoscevate l’esistenza.

Non cercate “i vicini di casa”: state per conoscere una razza di giganti, che avrebbero potuto e avrebbero dovuto essere i vostri vicini.

Non dite che questi giganti sono “surreali” solo perché non li avete mai incontrati prima, controllate la vostra vista, non quella di Hugo, e le vostre premesse, non le sue; non era compito suo farvi vedere ciò che avevate già visto migliaia di volte.

Non dite che le azioni di questi giganti sono “impossibili” solo perché sono eroiche, nobili, intelligenti, belle: ricordate che la vigliaccheria, la perversione, l’irrazionalità, la bruttezza non sono le sole alternative possibili all’uomo.

Non dite che questo nuovo universo splendente è una “fuga”: assisterete a battaglie più dure, più difficili, più tragiche di quelle che avete visto nelle sale da biliardo agli angoli delle strade. L’unica differenza è questa: queste battaglie non si combattono per quattro soldi.

Non dite che “la vita non è così”; chiedetevi: la vita di chi?

Questo avvertimento è reso necessario dal fatto che la disintegrazione filosofica e culturale della nostra epoca, che sta sminuendo l’intelletto umano verso la prospettiva concreta e dell’immediato di un selvaggio, ha portato la letteratura a un livello nel quale il concetto di “universalità astratta” ora viene usato con il significato di “maggioranza statistica”. Affrontare Hugo con un bagaglio intellettuale e un criterio del genere non è soltanto inutile. Criticare Hugo per il fatto che i suoi romanzi non affrontano i luoghi comuni quotidiani delle vite mediocri è come criticare un chirurgo perché non trascorre il tempo a pelare patate. Considerare un fallimento di Hugo il fatto che i suoi personaggi sono “fuori dal comune” è come considerare il fallimento di un aeroplano tale per il fatto che vola.

Ma per quei lettori che non capiscono il motivo per il quale il genere di persone che li annoiano a morte o verso le quali provano disgusto nella “vita reale” dovrebbero detenere il monopolio sul ruolo dei soggetti letterari, per quei lettori sempre più numerosi che disertano la letteratura “seria” e cercano l’ultimo bagliore di Romanticismo nei romanzi gialli, Hugo è il nuovo continente che hanno sempre sognato di scoprire.

Novantatré (Quatrevingt-treize) è l’ultimo romanzo e uno dei migliori romanzi di Hugo. È un’eccellente introduzione alle sue opere: presenta (nella storia, nello stile, e nello spirito) la vera essenza di tutto ciò che è tipico di Hugo.

Il contesto del romanzo è la Rivoluzione francese: “Novantatré” sta per 1793, l’anno del terrore, il momento culminante della Rivoluzione. Gli eventi della storia avvengono durante la guerra civile della Vandea (una rivolta di contadini monarchici della Bretagna, guidata dagli aristocratici che ritornavano dall’esilio, nel disperato tentativo di restaurare la monarchia), una guerra civile caratterizzata da una crudeltà selvaggia da entrambe le parti.

Moltissime cose irrilevanti sono state dette e scritte su questo romanzo. Nell’anno della sua pubblicazione, il 1874, non fu accolto favorevolmente né dall’enorme pubblico di Hugo né dalla critica. La spiegazione che gli storici della letteratura fornivano di frequente è che il pubblico francese non apprezzava un romanzo che sembrava esaltare la Rivoluzione francese, in un’epoca nella quale il sangue e l’orrore recenti della Comune di Parigi del 1871 erano ancora freschi nella memoria del pubblico. Due moderni biografi di Hugo parlano del romanzo nei seguenti termini: Matthew Josephson, in Victor Hugo, lo menziona con disapprovazione definendolo un “romanzo storico” con “personaggi idealizzati”; André Maurois, in Olympio ou la vie de Victor Hugo, elenca una serie di legami personali dell’autore con l’ambientazione della storia (per esempio il fatto che il padre di Hugo combatté in Vandea, dalla parte repubblicana), poi afferma: “Il dialogo [del romanzo] è teatrale. Ma la Rivoluzione francese era stata teatrale e drammatica. I suoi eroi avevano assunto delle pose sublimi e le avevano mantenute fino alla morte.” (il che è un approccio puramente naturalistico o un tentativo di giustificazione).

Il punto è che Novantatré non è un romanzo sulla Rivoluzione francese.

Per un romantico, un contesto è un contesto, non è un tema. La sua visione è sempre incentrata sull’uomo, sugli aspetti fondamentali della natura umana, su quei problemi e quegli aspetti del suo carattere che sono validi in qualsiasi epoca e paese. Il tema di Novantatré, che è rappresentato con variazioni brillantemente inaspettate di tutti i principali avvenimenti della storia, e che è la forza motrice di tutti i personaggi e gli eventi, poiché li integra in un’inevitabile progressione verso un magnifico momento culminante, è la fedeltà dell’uomo ai suoi valori.

Per rappresentare questo tema, per isolare questo aspetto dell’anima umana e mostrarlo nella sua forma più pura, per metterlo alla prova sotto la pressione di conflitti cruenti, una rivoluzione è una scelta di contesto appropriata. La storia di Hugo non è concepita come mezzo per presentare la Rivoluzione francese; la Rivoluzione francese è usata come mezzo per presentare la sua storia.

In questo caso non è uno specifico codice di valori a interessarlo, bensì l’astrazione in senso più ampio: la fedeltà dell’uomo ai valori, a prescindere dal genere particolare di valori di un uomo. Sebbene la sua personale simpatia sia ovviamente rivolta alla parte repubblicana, Hugo presenta i suoi personaggi con distacco impersonale, o piuttosto con un’ammirazione imparziale ugualmente garantita a entrambe le parti del conflitto. Quanto a grandezza spirituale, integrità intransigente, coraggio incrollabile e dedizione implacabile alla sua causa, il vecchio Marchese de Lantenac, il leader dei monarchici, è sullo stesso piano di Cimourdain, l’ex prete che è diventato il leader dei repubblicani. (E, forse, Lantenac è il superiore di Cimourdain, per quanto attiene al colore e alla forza della sua caratterizzazione.) La simpatia di Hugo per l’allegra e chiassosa esuberanza dei soldati repubblicani va di pari passo con la simpatia per la spietata e disperata caparbietà dei contadini monarchici. L’enfasi del progetto non è posta su: “Per quali grandi valori combattono gli uomini!”, ma “Di quale grandezza sono capaci gli uomini, quando lottano per i propri valori!”.

L’inesauribile fantasia di Hugo raggiunge l’apice in un aspetto estremamente difficile del compito di un romanziere: l’integrazione di un tema astratto con la trama di una narrazione. Mentre gli eventi di Novantatré sono un travolgente torrente emotivo diretto dall’inesorabile logica della struttura della trama, ciascun evento caratterizza il tema, ciascun evento è esempio di una dedizione ai valori violenta, tormentata, sofferta, ma trionfante. Questa è la catena invisibile, il corollario della trama, che unisce scene come: la giovane madre stracciona e trasandata che, barcollando ciecamente e con selvaggia perseveranza per villaggi in fiamme e campi distrutti, cerca disperatamente il figlio che ha perduto nel caos della guerra civile; il mendicante che accoglie il suo ex signore feudale in una grotta sotto le radici di un albero; l’umile marinaio che deve compiere una scelta, consapevole, per poche brevi ore, in una barca a remi nell’oscurità della notte, di avere tra le mani il destino della monarchia; la figura alta e dignitosa di un uomo in abiti da contadino e portamento da aristocratico che solleva lo sguardo dalle profondità di un dirupo verso il lontano riflesso di un fuoco e si trova di fronte a una terribile alternativa; il giovane rivoluzionario, che corre avanti e indietro nell’oscurità davanti al varco di una torre che crolla, combattuto tra il tradimento della causa che ha servito per tutta la vita e la voce di una più alta devozione; il volto sbiancato di un uomo che si alza per pronunciare la sentenza di un tribunale rivoluzionario, mentre la folla attende in immobile silenzio di sapere se risparmierà la vita o condannerà a morte l’unico uomo che abbia mai amato.

L’esempio migliore della forza dell’integrazione drammatica è una scena indimenticabile che soltanto Hugo avrebbe potuto scrivere, una scena nella quale la straziante intensità e la suspense di uno sviluppo complesso di eventi si risolvono e si superano grazie a due semplici righe di dialogo: “Je t’arrête.” – “Je t’approuve.” (“Ti arresto.” – “Hai ragione.”). Il lettore dovrà giungere a queste righe considerandole nel loro intero contesto per scoprire chi le pronuncia e quale enorme significato psicologico e grandezza l’autore faccia loro trasmettere.

“Grandezza” è la parola che definisce il motivo ricorrente di Novantatré e di tutti i romanzi di Hugo, nonché del suo senso della vita. E forse il conflitto più tragico non è nei suoi romanzi, ma nel loro autore. Pur avendo una visione così magnifica dell’uomo e dell’esistenza, Hugo non scoprì mai come attuarla nella realtà. Professava coscientemente un credo che contraddiceva il suo ideale inconscio, rendendone impossibile la realizzazione.

Non tradusse mai il suo senso della vita in termini concettuali, non si chiedeva quali idee, premesse o condizioni psicologiche fossero necessarie per permettere agli uomini di raggiungere la levatura spirituale dei suoi eroi. Il suo atteggiamento verso l’intelletto era fortemente ambiguo. È come se Hugo l’artista avesse superato Hugo il pensatore; come se una grande mente non avesse mai operato una distinzione tra il processo di creazione artistica e il processo di conoscenza razionale (due metodi diversi di usare la coscienza, che non devono necessariamente essere in conflitto tra di loro, ma che non sono la stessa cosa); come se il pensiero consistesse di immagini, nel suo lavoro e nella sua vita; come se pensasse per metafore, non per concetti, per metafore che rappresentavano complessità emotive enormi, come simboli affrettati e mere approssimazioni. È come se le grandi astrazioni emotive delle quali si serviva come artista lo rendessero troppo impaziente per poter definire con rigore e identificare ciò che lui avvertiva e non ciò che sapeva, e quindi ricorreva alle teorie esistenti che sembravano connotare, piuttosto che denotare, i suoi valori.

Verso la conclusione di Novantatré, Hugo l’artista illustra due possibilità sommamente drammatiche che i suoi personaggi avevano per esprimere le loro idee, per dichiarare le ragioni intellettuali della loro posizione: una, una scena con Lantenac e Gauvain, nella quale il vecchio monarchico dovrebbe sfidare il giovane rivoluzionario con un’appassionata difesa della monarchia; l’altra, con Cimourdain e Gauvain, nella quale i due personaggi si dovrebbero scontrare come portavoci di due aspetti diversi dello spirito rivoluzionario. Dico “dovrebbero”, perché Hugo il pensatore non era in grado di farlo: le battute dei personaggi non sono espressioni di idee, ma solo retorica, metafore e discorsi generici. Il suo fuoco, la sua eloquenza, la sua forza emotiva sembravano abbandonarlo quando doveva affrontare argomenti teorici.

Hugo il pensatore era l’archetipo delle virtù e degli errori fatali dell’Ottocento. Credeva in un progresso umano illimitato e automatico. Credeva che l’ignoranza e la povertà fossero le uniche cause della malvagità umana. Avvertendo una benevolenza enorme e incoerente, desiderava con impazienza abolire ogni forma di sofferenza umana e dichiarava i fini senza pensare ai mezzi: voleva abolire la povertà senza avere idea di quale fosse la fonte della ricchezza; voleva che le persone fossero libere senza avere idea di ciò che fosse necessario per garantire la libertà politica; voleva stabilire la fratellanza universale, senza avere idea che non si potessero stabilire con la violenza e il terrore.

Dava la ragione per scontata e non vedeva la disastrosa contraddizione insita nel tentativo di combinarla con la fede, nonostante la sua particolare forma di misticismo non fosse la spregevole variante orientale, bensì fosse più vicina alle orgogliose leggende dei greci, e il suo dio fosse simbolo della perfezione umana, che lui adorava con una certa arrogante fiducia, quasi come fosse un pari o un amico.

Le teorie con le quali Hugo il pensatore cercava di attuarla non appartenevano all’universo di Hugo l’artista. Quando e nel momento in cui vengono messe in pratica, ottengono l’opposto di quei valori che lui conosceva soltanto come senso della vita. Hugo l’artista pagò per questa letale contraddizione. Sebbene nessun altro artista avesse mai proiettato un universo così profondamente gioioso come il suo, c’è un cupo tratto di tragedia in tutte le sue opere. La maggior parte dei suoi romanzi ha un epilogo tragico, come se non fosse in grado di concretizzare la forma con la quale i suoi eroi possano trionfare sulla terra, e fosse capace solo di farli morire in battaglia, con un’integrità di spirito intatta come unica rivendicazione della loro devozione alla vita; come se, per lui, fosse la terra, e non il cielo, a rappresentare l’oggetto del desiderio, che lui non poteva mai raggiungere o conquistare appieno.

Tale era la natura del suo conflitto: un mistico dichiarato nelle sue convinzioni conscie, che era profondamente innamorato di questa terra; un altruista dichiarato, che venerava la grandezza dell’uomo, non le sue sofferenze, debolezze o cattiverie; un dichiarato sostenitore del socialismo, che era un individualista ferocemente intransigente; un dichiarato campione della dottrina secondo la quale le emozioni sono superiori alla ragione, che raggiunse la grandezza dei suoi personaggi rendendoli tutti superbamente consci, pienamente consapevoli delle loro motivazioni e dei loro desideri, del tutto concentrati sulla realtà e capaci di agire di conseguenza, dalla madre contadina in Novantatré a Jean Valjean in Les Misérables. Ed è questo il segreto della loro peculiare purezza, è questo che dà a un mendicante la levatura di un gigante, questa assenza di irrazionalità cieca e di deriva stordita e confusa; questo è l’elemento caratteristico di tutti i personaggi di Hugo; è il tratto distintivo dell’autostima umana.

A quale scuola politico-filosofica appartiene Victor Hugo? Non è un caso che nella nostra epoca, in una cultura dominata dal collettivismo altruista, non sia il preferito di coloro i quali serbano i presunti ideali che lui presumibilmente condivideva.

Io ho scoperto Victor Hugo quando avevo tredici anni, nell’asfissiante e squallida bruttezza della Russia sovietica. Si dovrebbe aver vissuto su un pianeta pestilenziale per poter comprendere appieno ciò che i suoi romanzi, e il suo radioso universo, significassero per me allora, e ciò che significhino per me adesso. E il fatto che io stia scrivendo l’introduzione a uno dei suoi romanzi per presentarlo al pubblico americano ha per me il senso di quel genere di dramma che lui avrebbe approvato e compreso. Mi ha permesso di essere qui e di essere una scrittrice. Se riuscirò ad aiutare un altro giovane lettore a trovare quello che io ho trovato nelle sue opere, se riuscirò ad avvicinare ai romanzi di Victor Hugo anche solo una fetta del pubblico che merita, per me vorrà dire aver pagato un debito incalcolabile che non potrà mai essere calcolato né ripagato.

Interpreting the future: remote, over-the-phone, speech-to-text interpreting

This interview is taken from IEO Conference “Language Access and the New Reality” winter edition of 3-4 December 2020. On 4 December 2020 (2:30-3:30 pm EST) on the panel “Expanding skills and careers” Alessandra Checcarelli discussed the potential to diversify your career by acquiring new knowledge and skills together with Rafa Lombardino and Natali Lekka.

  1. 2020 has been a year of tremendous disruptions, but also a year of tremendous opportunities and innovation in digitization and such. Please share with us what you have been doing and how your areas of expertise have been impacted.

For me, 2020 has been a really strange year from several points of view.
First of all, when the pandemic was declared, nobody of us knew what to think about the virus. We could only figure out that world governments would impose domestic and international travel bans, and this is exactly what happened at the beginning of March. In this scenario, things did not look good at all for conference interpreters!

Before the first lockdown – At the end of January in Italy – the country where I come from – there were already some rumours about the new virus and only a couple of weeks later the media began urging people to stay home. These initial circumstances did not affect my job very much at the beginning. January and February are generally low periods for international conferences and interpreting assignments. What I usually do in the first weeks of the new year is improving online marketing for my interpreting business and working on translation and transcription assignments. This is what I did in the first months of 2020, together with some international conferences that were organised in Rome, the city where I currently live and work. In fact, despite the usual low period and the rumours about the new virus, my city still had something interesting to offer in terms of institutional events and business meetings.

During the first lockdown – This is what happened until the end of February, then a first lockdown was imposed and it lasted for almost 3 months. Unfortunately the highest number of international conferences generally takes place from March to June and from September to December. Of course I was worried about the upcoming conference season: all of my conferences were cancelled and the same happened to all of my colleagues. Luckily enough, I kept doing translations for both old and new clients, mainly medical translations of clinical trials for testing new drugs, and I kept working as a remote and over-the-phone interpreter for the same international clients I worked for before the pandemic outbreak. I also kept working as a remote live transcriber and live subtitler, another specialization I will talk about later. Definitely I cannot say that the first conference season of the year went as well as it could go in any of the previous years, but I cannot even say that it was catastrophic. I managed to work and diversification and having foreign clients really helped me a lot. In particular, what immediately became clear to me and my colleagues was that technology and remote interpreting we had started doing before the crisis were here to stay and to help us survive.

Italian clients – What we needed to do then was to try and educate and convince our Italian clients to go virtual and move their on-site conferences online. This was not easy during the first lockdown, as all of us had to readapt to the new circumstances and those clients who preferred to organise live meetings were completely lost. I think this has also much to do also with our cultural mindset. Italy has always had much to offer in terms of beautiful venues, breath-taking landscapes and excellent food and wine tasting. Some conference organisers have always tried to give their international guests a warm welcome, by accompanying their events with typical local Italian food, interesting sightseeing opportunities after the conference day and gala dinners. In short, the Italian meeting industry has always been the jewel in the crown of the Italian economy and something strictly connected with tourism and also with our culture and way of living.
With the coronavirus everything disappeared like a bubble overnight and conference organisers were not immediately ready for the shift to digital economy. Many of them did not postpone their meetings or moved them online, they just cancelled them.

Before and during the second lockdown – When summer came, we did not expect anybody to organise any conferences in July or August, as a new low season was back as usual, so we waited for another high season to come back from September onwards. At the beginning it was very slow, the meeting industry tried to recover and to come to terms with the government, but the second wave of the pandemic came and today we are still on a light lockdown. In-person conferences and meetings are generally forbidden and in the meantime some Italian clients have been able to make some form of digital shift. I have worked quite a lot recently with remote interpreting for both Italian and international clients and I think all forms of remote interpreting are definitely here to stay, with the hybrid mode probably being the best option, at least in the near future.

  1. What about 2021 and beyond – how do you see the industry changing and innovating?

Remote interpreting before COVID-19 – I can manily speak of conference interpreting, as it has always been my core business since I started my freelance professional activity in 2010. As I said before, I think remote and over-the-phone interpreting are here to stay, even though they will not be the only solutions available on the market.
2020 has only taught interpreters and clients that there are many other possibilities beyond those they already know. Conferences can take place in person, but also online, and OPI and RSI platforms have been improving a lot over the years. I remember starting with my first remote interpreting assignments in 2017, when it had already become part of our daily life as conference interpreters for some years already. In fact remote interpreting is not new, it is just something that existed before and it was driven further by the current pandemic, which urged RSI platform developers to improve their technologies and sometimes to offer their clients turnkey solutions.

Over-the-Phone Interpreting – OPI is still widely used to allow people working from different parts of the world to have an interpreter ready when they need to discuss their business or do market research for example, in order to open up to the possibility of exploring new markets.
From an interpreter’s perspective, OPI is an extremely difficult task, even though I personally find it fun and very interesting. You need to know the topic very well, you need to have a general knowledge of the business and market dynamics and you have to do with a sound quality that is never perfect, as you are speaking on the phone. Moreover, many business people or market researchers have never worked with interpreters, so they do not know how to speak clearly on the phone, so as to allow interpreters to understand the message clearly and to convey it smoothly. As an interpreter, you must know how to handle such situations and how to manage the communicative exchange. You also need to act professionally in a situation that does not give you the chance to see the person speaking.
As we all know, facial expressions and body language are essential aspects of communication and being able to watch the speaker is a big advantage to interpreters. Our role is not only that of repeating words in another language, but it is to convey a message, and a message is much more than words and concepts, it is also cultural context, speaker’s personality, intentions and feelings based on the single circumstances. This is true especially with Italian speakers, as we are famous for being emotional and speaking with both mouth and hands.

Remote Simultaneous Interpreting – RSI may have the same issues in terms of preparation time, short notice, knowledge of the topic, bad sound quality, speakers talking too fast or overlapping each other etc., but luckily enough many remote interpreting platforms give interpreters the chance to see the speaker and to read their PowerPoint presentations, which really helps a lot while we are interpreting. Moreover, sound quality has very much improved over the years and if we use the right tools – last-generation headsets and good Internet connection – together with a good and reliable virtual booth partner, there you have it, and you will see that technology has improved interpreter’s life a lot!

Hybrid mode – Having said that, I believe that in-person meetings and conferences will never disappear. Communication is something human that requires human beings to meet, see each other and exchange ideas without the hurdle of sitting alone before a screen as you were talking to a machine, which is sometimes the impression I get while working remotely. Technology is useful, but it is not a universal remedy. Conferences – and conference interpreting – are human experiences by definition, and not all of them can take place online.

  1. What are your recommendations for linguists who are either new to the industry or pivoting from other areas, such as onsite interpreting, or just in general?

The power of diversification – To linguists who are new to the industry, especially to those who have just graduated in translation or conference interpreting, I would say that studying at university is not enough, it is just a springboard to the exciting world of language professions. Interpreting and translation are very specialized and they require practice, and practice does not make you perfect, but it makes you better at facing new situations, people and working environments. So – I would say – start working with languages while keeping the focus on what you really want to do, and never ever forget the power of diversification. The market is dynamic, it is in continous evolution, and 10 years from now you will not end up doing what we do today, let alone what your university teachers did when they founded the profession.

Embrace technology – We have been talking a lot about innovation, technology and remote interpreting. Technology and innovation will move us forward, and they are already doing it at a breakneck pace. Learn how to use remote interpreting platforms and, in general, learm how to work remotely. Even though I believe that in-person meetings and conferences will never disappear, remote and over-the-phone interpreting are here to stay.

The multiple faces of interpreting – Moreover, use the skills you already have as the basis for acquiring new skills.
You have probably learned about conference and business interpreting at the interpretation school, so you know what I am talking about.
But interpreting is a very wide field of expertise: for instance, have you ever thought about community interpreting and television interpreting?
Well, community interpreting is a type of interpreting that is used in community-based settings and situations, such as healthcare, police, education, law. If you already master the consecutive interpreting technique and if you are a communicative and empathetic person, what you need to work as a community interpreter is to attend an introductory course and specialize in one or more fields, for instance a medical or legal terminology and knowledge course. Community interpreting also offers some great chances to work remotely and video remote interpreting is the preferred mode in medical and legal settings.
There is also television interpreting, which is not exactly a field of expertise, but it is a work setting that requires other specific skills. For example, if you are a breezy and self-confident personality, have a beautiful voice and good acting skills, television interpreting may be for you. You may try to explore voiceover or TV interpreting on teleshopping programs or TV shows where selling or acting skills are required. Here clients look for translation accuracy and speed, but also for interpreters who can play well with their voice and fascinate the audience. Television interpreting is also another option that may fit well with anti-COVID measures in the near future, in that you mainly work in your booth in a separate area of the TV studio and even though you work on-site, you follow the show remotely.

Live subtitling and live reporting – Another specialization that comes from both my education and work experience is live subtitling and live reporting.
Here most people will probably think of stenography or stenotyping.
But there is another technique that is used to produce written text or subtitles in real time starting from a speech source and it is called respeaking. Here you do not need to use your fingers to write anything, you only need to master the simultaneous interpreting technique and to repeat what the speaker is saying by dictating the message to a speech recognition software, which recognises your voice and automatically writes the text.
The text can appear in at least two different formats; the first one is a transcript – or, even better, a computer-assisted real-time transcript – on a Word file and it may be used as conference minutes or court report, for instance. The second option is to let the text appear in a software that will convert it into subtitles. In both cases you can work on-site or remotely with adequate technical equipment.
As you may understand, you can “respeak the speech” by dictating either the message in the speaker’s language or the translation of that message into another language.
The first option is called intralingual respeaking (from and into the same language) and is mainly used to the benefit of the deaf community. In fact for many deaf people sign language is not enough and for complete accessibility they need to read either signs or words or both of them.
The second option is called interlingual respeaking (from a language into another) and may be used in community interpreting settings or at conferences, where the attendees will be able to read the simultaneous translation of the speech on a big screen or on their smartphone or tablet. This kind of written interpreting is also called speech-to-text interpreting or subtitled simultaneous interpreting if we are producing subtitles.
As you may guess, this task requires a higher workload than simultaneous interpreting. In fact the product of respeaking is a written message, and conveying a written message is different from conveying an oral message.
First of all, subtitles must be adapted, they must be readable to the end user, they must probably be shorter but without skipping any sentences or relevant information.
Second, if you are dictating to a software, you need to dictate punctuation too, so you need to have the sentence structure clear in mind.
Third, a software is not a human being: it can capture the sound and transform it into a written output, but it may make mistakes. This means you need to do editing and correct mistakes in real time and you need to do it fast, while you are listening, adapting, dictating, and maybe translating, without losing the rest of the message.
Like in simultaneous interpreting, respeakers or interpreter-respeakers always work in pairs and ideally one of them dictates and the other one edits the written text in real time before sending the final version.

Intersteno – If you are curious about respeaking and other live subtitling and live reporting techniques, I am also a board member of the International Association of Respeaking onA.I.R.-Intersteno Italia. It is an Italian association which was founded in 2012 and later became the Italian delegate association of Intersteno. Each country has its own Intersteno branch. Intersteno is the international federation for information and communication processing, which organizes international competitions in the main speed writing techniques and subjects. We have Internet contests every year and the big one-week Intersteno congress that is organized every two years in a different city in order to exchange ideas and best practices in the sector. If you are interested, you can go to www.intersteno.org: we wait for you in July 2022 in Maastricht! You will attend conferences, youth events and the biggest international competitions in text production, text correction, word processing, audio transcription, speech capturing, real-time speech capturing, note-taking, reporting and much more.

  1. What about mental health, what do you do to keep yourself healthy and grounded?

When talking about this topic, we cannot but say that COVID-19 has really tested the limits of our mental health.

Interpreting is per se a very stressful activity, as it requires the ability to concentrate on what we are listening to and saying, let alone how we are saying it in order to make the original message linguistically and culturally clear to our public. When talking about simultaneous interpreting, all of this happens at the same time, of course.
Then what about the long hours or even days we spend studying the conference topic and preparing glossaries before the assignment? And what is more, let us never forget that freelancers do not do only their job, they are also their own accountants, marketers and bosses. Freelancing is stressful, then add to this conference interpreting and translation, and last but not least, the coronavirus!

But entrepreneurs cannot afford the luxury of relaxing or getting stuck for long, if they want to keep being successful or, quite simply, to live on what they do. The secret to “survive”, as it were, is to find time to learn new skills we are interested in, to stay with friends and positive people, but also to simply do what we love.

In particularly stressful periods I meditate regularly – it really helps me stay grounded and keep a sort of internal balance. After assignments I also love cooking: this is an activity that can really relax me, I like trying new recipes from different countries and I sometimes create new ones.

There are also some activities I do every day for my physical and mental health: I walk in nature, sometimes listening to music at the same time, and I read books in my working languages. Reading is something I have always done since I was a child, it is something I have always loved, as this is the only way you can get to know different worlds in a short span of time. To me reading really means travelling, especially now that we are not allowed to, or we are not free to do as we would like to.

Conclusion

To conclude, I would like to quote from a book that I have recently read, its title is The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy, a comedy science fiction novel by Douglas Adams. Some of you have probably heard about it, it was written in late 1970s, originally it was a radio comedy that had been broadcast by the BBC, then it was transformed into many other genres. I am quoting it because it made me laugh so hard and because it is one of the few books that mentions the relevance of the role of interpreters as language mediators and the possibility for technology to replace interpreters, unless we learn how to embrace it.
In this specific case, the interpreter is a small creature called Babel fish and if you stick it in one ear, you can immediately understand any message conveyed in any language.
Quote:

“The Babel fish is small, yellow and leech-like, and probably the oddest thing in the Universe. It feeds on brainwave energy received not from its own carrier but from those around it. It absorbs all unconscious mental frequencies from this brainwave energy to nourish itself with. It then excretes into the mind of its carrier a telepathic matrix formed by combining the conscious thought frequencies with the nerve signals picked up from the speech centres of the brain which has supplied them. The practical upshot of all this is that if you stick a Babel fish in your ear you can instantly understand anything said to you in any form of language. The speech patterns you actually hear decode the brainwave matrix which has been fed into your mind by your Babel fish. Now it is such a bizarrely improbable coincidence that anything so mindbogglingly useful could have evolved purely by chance that some thinkers have chosen it to see it as a final and clinching proof of the non-existence of God.”

Unquote.
Babel fish is a machine translation tool for the oral language, a machine interpreter, which represents for sure the dream of many language engineers and computational linguists today. But I believe it will belong in the science fiction world for long… or forever, I hope, as long as we interpreters learn how to use technology!

IEO International Online Conference 2020 “Language Access and the New Reality” winter edition

Interpreter Education Online (IEO) is organizing the winter edition of the International Online Conference 2020 “Language Access and the New Reality”, which is due to take place on Zoom on 3-4 December 2020.
The big question is: what have been the new trends in the language sector during the pandemic and how will the new year impact interpreters, translators, and the language services industry worldwide?

Which topics will be covered?
On 3 December IEO international guests will discuss the use, misuse or abuse of HIPAA (the U.S. federal law protecting patients’ confidential health information) and the entrepreneurial side – attitudes, behaviours and technologies – of surviving the pandemic.
On 4 December other interesting topics will be discussed, such as the impact and challenges of COVID-19, medical interpreter certification and new assessment procedures, new laws on language access in healthcare and education, diversification opportunities like content writing and live subtitling, new market trends, non-profit organizations’ involvement, individual and collective actions to advocate for interpreters’ professional standing.

In particular, in the afternoon panel entitled “Expanding skills and careers” from 2:30 pm to 3:30 pm EST (8:30-9:30 pm CET) Rafa Lombardino, Natali Lekka and Alessandra Checcarelli will discuss the potential to diversify your translator and/or interpreter career by acquiring new knowledge and skills.
Featured Interpreter Alessandra Checcarelli will contribute to discussions about the disruptions and opportunities of the years 2020 and 2021 in terms of innovation, digitalization and impact on the language industry and language professionals. The main topic she will cover is what interpreters could think about doing in terms of new language services to be performed on site or remotely. Besides the latest remote interpreting trends, in her capacity as board member of the International Association of Respeaking onA.I.R.-Intersteno Italia, she will be talking about the most innovative live subtitling techniques, especially respeaking through speech recognition software, as well as accessibility for the deaf and subtitled simultaneous interpreting.

Do not miss this opportunity to jump-start your career or to take it to the next level!
Sign up for the conference and stay tuned!

Il primo ghetto del mondo

La parola ghetto ha varie origini etimologiche possibili: l’italiano borghetto (piccolo borgo), l’ebraico Ghet (divorzio), il tedesco Gitter (cancello) o Gasse (vicolo), il provenzale gaita (guardia), il veneziano getar (gettare: zona nella quale venivano scaricati i rifiuti delle fonderie di rame).

È proprio nella Serenissima Repubblica di Venezia che nasce il primo ghetto del mondo il 29 marzo 1526. Da quel momento in poi gli ebrei vivono nella Corte de Case, un’area separata da due cancellate ai due lati del ponte del Ghetto Vecchio, che vengono aperte la mattina e chiuse a mezzanotte da quattro guardie cristiane. Questo accade fino al 9 luglio 1797, quando Napoleone decide di aprire le porte del ghetto. Un secolo dopo, molti ebrei sono già integrati nella società italiana, ma negli anni Trenta 1.200 ebrei vivono ancora a Venezia e negli anni Quaranta più di 200 vengono deportati nei campi di sterminio. Oggi la comunità ebraica di Venezia è composta da 500 persone.

Già 400 anni prima della nascita del primo ghetto gli ebrei indossavano un distintivo giallo (in seguito rosso) sul copricapo e uno appeso al collo, oltre a un ciondolo di piombo recante la parola dhimmi (infedele tollerato) e una cintura. Le donne erano obbligate a indossare una scarpa rossa e una nera e una campanella appesa al collo o sulle scarpe.

Tra l’inizio del Cinquecento e la metà del Seicento (quando la popolazione ebrea contava 5.000 persone) a Venezia vengono costruite le sinagoghe, dette schole (scuole), erette su fondamenta di edifici vecchi e in stile architettonico semplice, in contrasto con l’interno sontuoso, che presentava alle estremità opposte l’altare contenente la Torah e il pulpito. Nel Ghetto Novo sono presenti la sinagoga Canton e quella tedesca (la più antica) degli ebrei ashkenaziti, quella italiana degli ebrei di Roma, quella levantina degli ebrei Turchi e Greci di origine iberica e quella spagnola (la più grande) degli ebrei spagnoli e portoghesi.

Gli ebrei del ghetto erano perlopiù mercanti (i levantini), dottori, straccivendoli e prestatori di denaro su pegno. Oltre ai luoghi di culto e di studio, il ghetto aveva un teatro, un’accademia di musica e vari salotti letterari ed era una città nella città frequentata anche dai veneziani cristiani.

Le principali feste ebraiche erano: lo Shabbat (il sabato ebraico, salutato al tramonto con il suono dello Shofar), Simchat Torah (l’esultanza della legge, ovvero l’ultimo giorno della festa di Sukkot, la fine del vecchio ciclo annuale di lettura della Torah in sinagoga e l’inizio di uno nuovo), Hanukkah (la festa in ricordo del miracolo della Menorah per la commemorazione della rivolta dei maccabei contro l’impero seleucidico e la riconsacrazione del secondo Tempio a Gerusalemme), Purim (il trionfo del bene sul male con la vittoria di Esther contro Haman che voleva sterminare gli ebrei dell’impero persiano), Pesach (il ricordo della liberazione dalla schiavitù d’Egitto).

Dopo più di 500 anni dalla sua nascita, il ghetto ebraico di Venezia è rimasto simbolo della tenacia di un popolo che nei secoli ha risposto alle limitazioni imposte dalla Serenissima con la gioia e l’allegria dei colori che caratterizzano tuttora i quadri raffiguranti la vita del ghetto.

Tra i canali di due Venezie

Venezia

Ma quando siamo usciti, stanchi e intontiti, dalla stazione di Venezia e abbiamo visto il Canal Grande e i palazzi marmorei che sfioravano l’acqua melmosa, quel gioiello di cultura che si dondolava sui canali fetidi e muffosi, abbiamo improvvisamente compreso quanto forte e tenace è l’uomo e quanto meraviglioso è il suo spirito, e si è destato in noi un tale amore per l’umanità, l’umanità con le sue pene e le sue epidemie; e siamo penetrati ad occhi aperti dentro un sogno, perché Venezia è il sogno di ogni città…

(Abraham Yeshoua)

Amsterdam

Chi dice „Amsterdam Venezia del Nord“ deve aver visto queste città solo sull’atlante. L’acqua di Venezia è un’acqua estetica colata direttamente dal sogno, quella di Amsterdam è un’acqua idraulica, utile alle faccende umane. Venezia è una città sul mare, Amsterdam sta sulla terra. Amstel dam: diga sul fiume Amstel, per fermare l’acqua, controllarla, ben piantati sulla terra. Durezza e resistenza della pietra, dolcezza e fluidità dell’acqua. I canali sono stati scavati nella terra, per imporre un ordine, non per tracciare un disegno.

(Claudio Canal)

Il fallimento del liberalismo istituzionale

Traduzione dall’inglese dell’articolo “The Challenge of Marxism” di Yoram Hazony apparso su Quillette: https://quillette.com/2020/08/16/the-challenge-of-marxism

I. Il crollo del liberalismo istituzionale

Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, per un’intera generazione gran parte degli americani e degli europei ha considerato il marxismo un nemico che era stato sconfitto una volta per tutte. Ma non era così. Solo 30 anni dopo, il marxismo è tornato, ed è riuscito incredibilmente bene ad assumere il controllo delle più importanti agenzie stampa, delle università e delle scuole, delle multinazionali e delle organizzazioni filantropiche, addirittura dei tribunali, della burocrazia statale e di alcune chiese in America. Mentre le città americane affrontano disordini, incendi e saccheggi, sembra proprio che i custodi liberali di molte di queste istituzioni, dal New York Times all’Università di Princeton, stiano disperatamente cercando di riottenerne il controllo, adottando piuttosto una politica di accomodamento. In altre parole, tentano di ingraziarsi i dipendenti marxisti cedendo ad alcune loro richieste nella speranza di non essere completamente sopraffatti.

Non sappiamo cosa accadrà con certezza. Ma se consideriamo l’esperienza degli ultimi anni possiamo azzardare un’ipotesi. Al liberalismo istituzionale mancano le risorse per fare i conti con questa minaccia. Il liberalismo viene allontanato da quelli che erano i suoi capisaldi, e l’egemonia delle idee liberali, così come la conosciamo dagli anni Sessanta, finirà. I liberali anti-marxisti si ritroveranno nella stessa situazione che caratterizza da tempo l’esperienza conservatrice, nazionalista, e cristiana: si ritroveranno all’opposizione.

Questo significa che qualche ardito liberale dichiarerà presto guerra alle stesse istituzioni che finora sono state sotto il suo controllo. Cercherà di creare piattaforme di comunicazione e di formazione alternative, all’ombra di quelle istituzioni potenti, ricche e prestigiose delle quali non ha più il controllo. Nel frattempo qualche altro liberale continuerà a lavorare nei media di regime, nelle università, nelle società di tecnologia, nelle organizzazioni filantropiche, e nella burocrazia statale, imparando a tenersi per sé le sue liberali e facendo credere ai colleghi di essere marxista, proprio come molto tempo fa i conservatori avevano imparato a tenersi per sé le loro idee conservatrici facendo credere ai colleghi di essere liberali.

Questa è la nuova realtà che sta emergendo. La politica si tinge di rosso e i neomarxisti non si accontenteranno delle loro recenti vittorie. In America sfrutteranno il vantaggio che hanno per tentare di impossessarsi del Partito Democratico. Tenteranno di ridurre il Partito Repubblicano a una flebile imitazione della loro nuova ideologia o di vietarne del tutto l’esistenza in quanto organizzazione razzista. In altri paesi democratici cercheranno di imitare i successi raggiunti in America. Nessuna nazione libera sarà risparmiata. Perciò non facciamo finta di nulla, dicendoci che questa maledizione non si abbatterà su di noi. Perché lo farà.

Nel presente saggio vorrei introdurre alcune considerazioni sulle ultime vittorie dei marxisti in America, in merito a quanto è accaduto e a quanto probabilmente accadrà ancora.

II. Lo schema marxista

Nelle loro recenti battaglie per mantenere il controllo delle organizzazioni liberali, i liberali anti-marxisti hanno dovuto affrontare numerosi svantaggi. Uno di questi è che spesso non se la sentono di usare il termine “marxista” in buona fede per definire coloro i quali cercano di distruggerli. Ciò accade perché i loro carnefici non seguono l’esempio del Partito Comunista, dei Nazisti, e di vari altri movimenti politici che si contraddistinguevano usando un certo nome di partito e pubblicando un manifesto esplicito per definirlo. Piuttosto disorientano i loro oppositori servendosi di un vocabolario mutevole di termini come “la Sinistra”, “Progressismo”, “Giustizia Sociale”, “Anti-Razzismo”, “Anti-Fascismo”, “Black Lives Matter”, “Teoria Critica della Razza”, “Politica dell’Identità”, “Politicamente Corretto”, “Non-Abbassate-La-Guardia”, tra gli altri, per fare riferimento al loro credo politico. Quando i liberali tentano di usare questi termini vengono spesso criticati perché non li usano correttamente e questa diventa un’arma nelle mani di coloro i quali vogliono umiliarli e, in definitiva, annientarli.

Il modo migliore per sfuggire da questa trappola è riconoscere il movimento che attualmente sta tentando di distruggere il liberalismo per quello che è: una versione recente del marxismo. Non lo dico per screditare qualcuno. Lo dico perché è vero. E perché comprendere questa verità ci aiuterà a capire ciò che ci troviamo ad affrontare.

I neomarxisti non usano il gergo tecnico coniato dai Comunisti dell’Ottocento. Non parlano di borghesia, proletariato, lotta di classe, alienazione del lavoro, feticismo delle merci, e così via, al contrario hanno sviluppato un proprio gergo adatto all’attuale situazione in America, in Gran Bretagna e in altri paesi. Tuttavia le loro politiche si basano su uno schema marxista fatto apposta per criticare e annientare il liberalismo (quello che Marx definiva “l’ideologia della borghesia”). Possiamo descrivere lo schema politico di Marx nel modo seguente:

  1. Oppressore e oppresso
    Marx afferma che, a livello empirico, le persone tendono invariabilmente a costituirsi in gruppi coesi (quelle che lui chiama classi), ciascuno dei quali sfrutta un altro gruppo finché riesce a farlo. Un ordine politico liberale in questo non è diverso da qualunque altro e tende verso due classi, una delle quali possiede e controlla praticamente tutto (l’oppressore), mentre l’altra viene sfruttata ed espropriata del frutto del suo lavoro, tanto da non riuscire a progredire, al contrario resta per sempre schiava (l’oppresso). Inoltre, Marx considera lo Stato stesso, con le sue leggi e i suoi meccanismi di coercizione, uno strumento del quale la classe dell’oppressore si serve per mantenere il regime di oppressione e per aiutarla a portare avanti il suo piano.
  2. Falsa coscienza
    Marx capisce che gli imprenditori, i politici, i giuristi, e gli intellettuali liberali che tengono in vita questo sistema non sono consapevoli di essere gli oppressori e che quello che loro considerano progresso ha creato soltanto nuove condizioni di oppressione. In realtà nemmeno la classe lavoratrice può essere consapevole di essere sfruttata e oppressa. Questo è vero in quanto pensano tutti in termini di categorie liberali (es., il diritto dell’individuo di vendere liberamente il proprio lavoro) che nascondono un’oppressione sistematica. Tale ignoranza del fatto che si è oppressori o oppressi è definita ideologia dominante (in seguito Engels la descrisse coniando l’espressione falsa coscienza) ed è possibile superarla soltanto quando si è coscienti di ciò che accade e si impara a riconoscere la realtà utilizzando le vere categorie.
  3. Ricostruzione rivoluzionaria della società
    Marx afferma che, storicamente, le classi oppresse hanno materialmente migliorato le loro condizioni soltanto grazie a una ricostruzione rivoluzionaria della società nel suo insieme, ovvero attraverso la distruzione della classe dell’oppressore, nonché delle idee e delle norme sociali che tengono in vita il regime di oppressione sistematica. Specifica inoltre che i liberali forniranno agli oppressi gli strumenti necessari per rovesciarli. Ci sarà un periodo di “guerra civile più o meno velata, che infurierà all’interno della società esistente, fino al punto in cui la guerra scoppierà fino a sfociare nella rivoluzione aperta” e nel “rovesciamento violento” degli oppressori liberali. A questo punto gli oppressi assumeranno il controllo dello stato.
  4. Totale scomparsa degli antagonismi di classe
    Marx promette che dopo che la classe proletaria oppressa avrà assunto il controllo dello stato, “si porrà fine” allo sfruttamento degli individui da parte di altri individui e l’antagonismo tra le classi di individui finalmente scomparirà. Il modo per fare tutto questo non è specificato.

Le teorie politiche marxiste sono state ulteriormente sviluppate ed elaborate nel corso di circa due secoli. La storia di come il “neomarxismo” sia emerso dopo la Prima Guerra Mondiale negli scritti della Scuola di Francoforte e di Antonio Gramsci è stata raccontata più volte, e gli accademici avranno molto da fare per molti anni ancora a raccontare quanta influenza sia stata esercitata sui vari movimenti successivi da Michel Foucault, il post-modernismo, e altri. Ma per i nostri fini non è necessario scendere così tanto nel dettaglio, perciò userò il termine “marxista” in senso lato per fare riferimento a qualsiasi movimento politico o intellettuale che si basi sullo schema generale di Marx così come lo ho descritto. Questo comprende il movimento “Progressista” o “Anti-Razzista” che attualmente avanza verso la conquista del liberalismo in America e in Gran Bretagna. Questo movimento utilizza categorie razziali quali bianchi e persone di colore per descrivere gli oppressori e gli oppressi di oggi. Ma è basato interamente sullo schema generale di Marx per la critica del liberalismo e per il piano d’azione contro l’ordine politico liberale. Si tratta semplicemente di una versione recente del marxismo.

III. Il fascino e la forza del marxismo

Nonostante molti liberali e conservatori affermino che il marxismo non è “nient’altro che una grande menzogna”, questo non è del tutto vero. Le società liberali si sono dimostrate più volte vulnerabili al marxismo e ora stiamo vedendo con i nostri occhi come le maggiori istituzioni liberali del mondo vengano cedute ai marxisti e ai loro alleati. Se è vero che il marxismo non è nient’altro che una grande menzogna, perché le società liberali sono così vulnerabili al marxismo? Dobbiamo comprendere la sua forza e il suo perenne fascino. Non lo capiremo mai senza ammettere che il marxismo coglie certi aspetti della verità che mancano al liberalismo illuminista.

Quali aspetti della verità?

La maggiore intuizione di Marx è aver capito che le categorie che i liberali utilizzano per costruire la loro teoria della realtà politica (libertà, uguaglianza, diritti e consenso) non sono sufficienti per comprendere la sfera politica. Non sono sufficienti in quanto lo schema liberale del mondo politico esclude due fenomeni che secondo Marx sono assolutamente centrali nell’esperienza politica umana: il fatto che le persone formino invariabilmente classi o gruppi politici coesi, e il fatto che queste classi o gruppi invariabilmente opprimano o sfruttino un’altra classe o gruppo, mentre lo stato funge da strumento nelle mani della classe degli oppressori.

I miei amici liberali tendono a credere che l’oppressione e lo sfruttamento esistano soltanto nelle società tradizionali o autoritarie, mentre la società liberale sarebbe libera (o quasi libera) da tutto questo. Ma questo non è vero. Marx ha ragione quando afferma che ogni società consiste di classi o gruppi coesi e che la vita politica, in ogni parte del mondo, riguarda soprattutto i rapporti di potere tra diversi gruppi. Ha ragione anche quando afferma che in un dato momento un gruppo (o una coalizione di gruppi) domina lo stato, e che le leggi e le politiche dello stato tendono a riflettere gli interessi e gli ideali del gruppo dominante. Inoltre, Marx ha ragione quando afferma che il gruppo dominante tende a considerare le sue leggi e le sue politiche un riflesso della “ragione” o della “natura” e si impegna a diffondere il suo modo di vedere le cose in tutta la società, tanto che vari tipi di ingiustizia e di oppressione tendono a rimanere nascosti.

Per esempio, malgrado decenni di sperimentazione con i voucher [soldi pubblici distribuiti alle famiglie per pagare scuole private, N.d.T.] e le charter school [scuole gestite privatamente con denaro pubblico, N.d.T.], la forma prevalente di liberalismo americano resta fortemente impegnata verso il sistema scolastico pubblico. In gran parte dei casi esiste un sistema monopolistico che stabilisce che i bambini e i ragazzi di ogni provenienza debbano ricevere quella che di fatto è un’istruzione atea spogliata di ogni riferimento a Dio e alla Bibbia. Sebbene i liberali siano sinceramente convinti che tale politica sia giustificata dalla teoria della “separazione tra stato e chiesa”, o dalla tesi secondo la quale la società necessita di scuole “per tutti”, rimane il fatto che queste teorie giustificano in realtà un sistema che mira a inculcare il liberalismo illuminista. Tutto ciò, visto da una prospettiva conservatrice, corrisponde a una tacita persecuzione delle famiglie religiose. Analogamente, il settore della pornografia non sarebbe nient’altro che un orribile strumento per sfruttare le donne povere, benché sia giustificato dalle élite liberali per ragioni di “libertà di espressione” e altre libertà riservate agli “adulti consenzienti”. Sulla stessa linea, la delocalizzazione indiscriminata della capacità produttiva è considerata espressione dei diritti di proprietà da parte delle élite liberali che traggono vantaggio dalla manodopera cinese a basso costo a discapito della classe lavoratrice dei paesi vicini.

No, la teoria politica marxista non è soltanto una grande menzogna. Analizzando la società in termini di rapporti di potere tra classi o gruppi, è possibile far emergere importanti fenomeni politici nei confronti dei quali le teorie liberali illuministe (teorie che tendono a ridurre la politica all’individuo e alle sue libertà private) sono sistematicamente cieche.

Questo è il motivo principale per il quale le idee marxiste esercitano un tale fascino. In tutte le società ci saranno sempre tante persone che hanno ragione di credere di essere state oppresse o sfruttate. Ad alcune di queste affermazioni è possibile porre rimedio, ad altre meno. Ma quasi tutte sono suscettibili di interpretazioni marxiste, il che dimostra quanto esse siano il risultato di un’oppressione sistematica da parte delle classi dominanti e giustifica una risposta carica di indignazione e violenza. Chi è tormentato da tale oppressione apparente si ritroverà spesso a militare tra le fila marxiste.

Certamente i liberali non sono rimasti fermi di fronte alle critiche basate sulla realtà dei rapporti di potere tra i gruppi. Tra le iniziative, la Legge sui Diritti Civili del 1964 proibiva esplicitamente pratiche discriminatorie nei confronti di varie classi o gruppi; i successivi programmi di “Affirmative Action” miravano a rafforzare la posizione delle classi svantaggiate attraverso quote, obiettivi di assunzione, e altri metodi. Tuttavia questi tentativi non hanno fatto nulla per creare una società libera dai rapporti di potere tra classi o gruppi. Anzi, la sensazione che “il sistema sia marcio” in quanto favorisce certe classi o gruppi piuttosto che altre si è soltanto accentuata.

Nonostante abbia avuto a disposizione più di 150 anni per lavorarci, il liberalismo non ha ancora trovato il modo per affrontare in maniera convincente il problema posto dal pensiero di Marx.

IV. Gli errori che rendono fatale il marxismo

Abbiamo analizzato gli aspetti veritieri della teoria politica marxista e il motivo per il quale è una dottrina così potente. Ma lo schema marxista presenta anche molti problemi, alcuni dei quali sono fatali.

Il primo è che proponendo un’analisi critica dei rapporti di potere tra classi o gruppi, il marxismo parte dal semplice presupposto che laddove si scopra un rapporto tra un gruppo più forte e uno più debole, si tratterà di un rapporto tra un oppressore e un oppresso. Ciò farebbe pensare che tutti i rapporti gerarchici siano soltanto un’altra versione del terribile sfruttamento degli schiavi neri da parte dei proprietari di piantagioni in Virginia prima della Guerra Civile. Ma nella maggior parte dei casi i rapporti gerarchici non sono sinonimo di schiavitù. Se è vero che i re sono generalmente stati più potenti dei sudditi, i datori di lavoro più potenti dei lavoratori, e i genitori più potenti dei figli, in questi casi non si è trattato di rapporti diretti tra oppressori e oppressi. Di gran lunga più comuni sono i rapporti misti, nei quali sia la parte forte che la parte debole ottengono certi vantaggi, e nei quali entrambe le parti si fanno carico delle difficoltà per poter mantenere il rapporto.

Il fatto che lo schema marxista presupponga un rapporto tra oppressore e oppresso ci conduce alla seconda grande difficoltà, che è l’assunto secondo il quale tutte le società sono talmente sfruttatrici da tendere verso il sovvertimento della classe o gruppo dominante. Ma se è possibile che i gruppi più deboli traggano vantaggio dalla loro posizione, e non siano soltanto oppressi, siamo allora giunti alla possibilità di una società conservatrice: una società nella quale esiste una classe dominante o un gruppo (o una coalizione di gruppi) fidelizzato che cerca di trovare un equilibrio tra i benefici e gli oneri dell’ordine esistente, in maniera tale da evitare un’oppressione effettiva. In tal caso, il sovvertimento e la distruzione del gruppo dominante potrebbero non essere necessari. Anzi, dovendo considerare le probabili conseguenze di una ricostruzione rivoluzionaria della società (che spesso non comprende soltanto la guerra civile, ma anche l’invasione straniera in caso di crollo dell’ordine politico), la maggior parte dei gruppi in una società conservatrice potrebbe preferire mantenere l’ordine esistente, o mantenerlo in larga parte, piuttosto che sopportare l’alternativa di Marx.

Questo ci porta al terzo fallimento dello schema di Marx. Qui manca notoriamente una visione chiara in merito a quello che la classe svantaggiata, dopo aver sovvertito gli oppressori ed essersi impadronita dello stato, dovrebbe fare con il potere neoassunto. Marx afferma con enfasi che una volta preso il controllo dello stato, le classi oppresse saranno in grado di porre fine all’oppressione. Ma queste affermazioni sembrano essere infondate. Dopotutto, abbiamo detto che la forza dello schema marxista sta nella sua volontà di riconoscere che i rapporti di potere esistono tra le classi e i gruppi in ogni società, e che questi possono essere oppressivi e sfruttatori in ogni società. E se questo è un fatto empirico (come infatti sembra essere) allora in che modo i marxisti che hanno sovvertito l’ordine liberale saranno in grado di ottenere la totale abolizione degli antagonismi di classe? A questo punto l’approccio empirico di Marx sfuma e il suo schema diventa del tutto utopistico.

Quando i liberali e i conservatori definiscono il marxismo come “nient’altro che una grande menzogna”, si riferiscono a questo. L’obiettivo marxista di impadronirsi dello stato e di usarlo per eliminare tutta l’oppressione è una vacua promessa. Marx non sapeva in che modo lo stato sarebbe riuscito a realizzare tutto questo e non lo sanno nemmeno i suoi seguaci. In realtà oggi abbiamo molti esempi storici nei quali i marxisti si sono impadroniti dello stato: in Russia e nell’Europa dell’Est, Cina, Corea del Nord e Cambogia, Cuba e Venezuela. Ma in tutti questi paesi il tentativo dei marxisti di una “ricostruzione rivoluzionaria della società” da parte dello stato ha portato soltanto a un lungo corteo di atrocità. In ogni caso, i marxisti stessi formano una nuova classe o gruppo, usando il potere dello stato per sfruttare e opprimere le altre classi nei modi più estremi, fino a fare continuo ricorso all’uccisione di milioni di persone. Ma per tutte queste persone, l’utopia non arriva mai e l’oppressione non finisce mai.

La società marxista, come tutte le altre società, consiste di classi e gruppi organizzati in ordine gerarchico. Ma l’obiettivo di ricostruzione della società e l’affermazione che lo stato è responsabile della riuscita dell’impresa rende lo stato marxista molto più aggressivo e propenso a ricorrere alla coercizione e allo spargimento di sangue di quanto non faccia il regime liberale che esso cerca di soppiantare.

V. La danza del liberalismo e del marxismo

Spesso si dice che il liberalismo e il marxismo siano “opposti”: il liberalismo è impegnato a liberare l’individuo dalla coercizione dello stato, il marxismo supporta una coercizione illimitata alla ricerca di una società ricostruita. Se fosse invece che il liberalismo abbia avuto la tendenza a cedere e trasferire potere ai marxisti nel corso di pochi decenni? Lungi dall’essere l’estremo opposto del marxismo, il liberalismo sarebbe soltanto una via verso il marxismo.

Un’interessante analisi delle analogie strutturali tra il liberalismo illuminista e il marxismo è stata pubblicata dal teorico politico polacco Ryszard Legutko in un libro dal titolo The Demon in Democracy: Totalitarian Temptations in Free Societies (2016). Un libro successivo di Christopher Caldwell, The Age of Entitlement (2020), ha documentato in maniera analoga il modo in cui la rivoluzione costituzionale americana degli anni Sessanta, il cui scopo era stabilire il dominio del liberalismo, abbia in realtà condotto a una rapida transizione verso una politica “progressista” che è, come ho detto, una versione del marxismo. In considerazione delle mie riflessioni, vorrei proporre un modo per comprendere il rapporto centrale che lega il liberalismo e il marxismo e li rende tutt’altro che “opposti”.

Il liberalismo illuminista è un sistema razionalista costruito sulla premessa che gli esseri umani sono, per natura, liberi e uguali. Inoltre afferma che questa verità è “ovvia”, ovvero che tutti noi possiamo riconoscerla attraverso il mero esercizio della ragione, senza alcun riferimento alle tradizioni nazionali o religiose particolari della nostra epoca e del nostro paese.

Tuttavia ci sono delle difficoltà insite nel sistema. Una di queste è che, come accade, a termini estremamente astratti come libertà, uguaglianza e giustizia non è possibile attribuire un significato stabile con il solo mezzo della ragione. Per capire cosa intendo, considerate i seguenti problemi:

  1. Se tutti gli uomini sono liberi e uguali, come è possibile che non tutti coloro i quali desiderano stabilire la residenza negli Stati Uniti lo facciano?

Secondo ragione, si potrebbe ritenere che poiché tutti gli uomini sono liberi e uguali, essi dovrebbero essere ugualmente liberi di stabilire la residenza negli Stati Uniti. Questo appare ovvio e un’eventuale argomentazione contraria dovrà dipendere da concetti tradizionali come nazione, stato, territorio, confine, cittadinanza, e così via, nessuno dei quali sarebbe ovvio o comprensibile con la sola ragione.

  1. Se tutti gli uomini sono liberli e uguali, come è possibile che non tutti coloro i quali desiderano iscriversi ai corsi all’Università di Princeton lo facciano?

Secondo ragione, si potrebbe ritenere che se tutti gli uomini sono liberi e uguali, essi dovrebbero essere ugualmente liberi di iscriversi ai corsi all’Università di Princeton in base all’ordine di arrivo, fino a esaurimento. Anche questo appare ovvio. Un’eventuale argomentazione contraria dovrà dipendere da concetti tradizionali come proprietà privata, corporazione, libertà di associazione, istruzione, corso di studi, merito, e così via. E, anche in questo caso, nessuno di questi concetti sarebbe ovvio.

  1. Se tutti gli uomini sono liberi e uguali, come è possibile giustificare il fatto di impedire a un uomo che si sente donna di competere nella squadra di atletica femminile della scuola pubblica?

Secondo ragione, si potrebbe ritenere che poiché tutti sono liberi e uguali, un uomo che si sente donna dovrebbe essere ugualmente libero di competere in una squadra di atletica femminile. Un’eventuale argomentazione contraria dovrà dipendere da concetti tradizionali come uomo, donna, diritti delle donne, gara di atletica, categoria di gara, imparzialità, e così via, ma nessuno di questi concetti sarebbe accessibile alla sola ragione.

Questi esempi potrebbero essere ripetuti all’infinito. La verità è che la ragione da sola non ci porta quasi da nessuna parte se tentiamo di porre fine alla questione relativa ai concetti di libertà e uguaglianza. Dunque da dove viene il significato di questi termini?

Come ho detto, tutte le società consistono di classi o gruppi. Questi si relazionano tra di loro in termini di rapporti di potere diversi, che trovano espressione nelle tradizioni politiche, giuridiche, religiose, e morali, che vengono tramandate dalle classi o gruppi più forti. Soltanto nel contesto di queste tradizioni siamo giunti a credere che parole come libertà e uguaglianza hanno un significato piuttosto che un altro, e a sviluppare una “logica comune” sul modo di bilanciare tra di loro gli interessi e i dubbi relativamente ai casi specifici.

Ma cosa accade se rinunciamo a quelle tradizioni? Questo sarebbe, in fin dei conti, ciò che tenta di fare il liberalismo illuminista. I liberali illuministi osservano che le tradizioni ereditate sono sempre sbagliate o ingiuste in qualche misura e per questa ragione si sentono giustificati nel mettere da parte la tradizione ereditata appellandosi direttamente a principi astratti come la libertà e l’uguaglianza. Il problema è che non esiste una società nella quale tutti siano liberi e uguali sotto ogni aspetto. Anche in una società liberale ci saranno sempre mille modi in cui una certa classe o gruppo possa non essere libera o uguale rispetto alle altre. E poiché questo è vero, i marxisti potranno sempre dire che alcuni o tutti questi casi di non libertà e non uguaglianza sono esempi di oppressione.

Ed ecco la danza del liberalismo e del marxismo, che fa così:

1. I liberali dichiarano che d’ora in poi tutti saranno liberi e uguali, sottolineando che sarà la ragione (non la tradizione) a determinare quali saranno i diritti di ciascuno.

2. I marxisti, esercitando la ragione, evidenziano molti esempi concreti di non libertà e non uguaglianza nella società, condannandoli come esempi di oppressione e chiedendo nuovi diritti.

3. I liberali, seccati dalla presenza di casi di non libertà e non uguaglianza dopo aver dichiarato che tutti sarebbero stati liberi e uguali, adottano alcune delle richieste dei marxisti di nuovi diritti.

4. Tornare al punto 1 e ripetere.

Ovviamente non tutti i liberali cedono alle richieste dei marxisti e sicuramente non sempre. Ciò nonostante, la danza continua. Come visione generale di quello che accade nel corso del tempo, questo schema è accurato, come abbiamo potuto vedere in tutto il mondo democratico negli ultimi 70 anni. I liberali adottano progressivamente le teorie critiche dei marxisti nel corso del tempo, che si tratti di Dio e religione, di uomo e donna, di onore e dovere, di famiglia, di nazione, o di qualsiasi altra istanza.

Ora qualche osservazione sulla danza del liberalismo e del marxismo:

Innanzitutto notiamo che questa danza è un sottoprodotto del liberalismo. Esiste perché il liberalismo illuminista stabilisce la libertà e l’uguaglianza come standard in base ai quali il governo deve essere giudicato, e considera soltanto la forza della ragione individuale, indipendente dalla tradizione, come lo strumento tramite il quale formulare questo giudizio. In questo modo il liberalismo crea marxisti. Come fosse un apprendista stregone, dà continuamente vita a individui che esercitano la ragione, identificano istanze di non libertà e non uguaglianza nella società, e giungono alla conclusione che loro (o gli altri) sono oppressi e che una ricostruzione rivoluzionaria della società è necessaria per eliminare l’oppressione. Questa dinamica era già palese durante la Rivoluzione Francese e nei regimi radicali della Pennsylvania e di altri stati durante la Rivoluzione Americana. Una sorta di proto-marxismo era stato creato dal liberalismo illuminista anche prima che Marx proponesse una struttura formale per descriverlo qualche decennio dopo.

In secondo luogo, la danza segue solo una direzione. In una società liberale, la critica marxista spinge molti liberali ad abbandonare progressivamente le loro idee iniziali di libertà e uguaglianza, adottandone nuove proposte dai marxisti. Ma il movimento inverso, quello dei marxisti verso il liberalismo, sembra terribilmente debole al confronto. Come è possibile? Se il liberalismo illuminista è vero e se le sue premesse sono così “ovvie” o un “prodotto della ragione”, allora in certe condizioni di libertà gli individui dovrebbero esercitare la ragione giungendo a conclusioni liberali. Perché allora le società liberali fanno un rapido movimento verso le idee marxiste e non hanno una fiducia più forte nel liberalismo?

La chiave per capire questa dinamica è questa: sebbene i liberali siano convinti che le loro idee sono “ovvie” o il “prodotto della ragione”, di fatto spesso si affidano a idee ereditate sul significato di libertà e uguaglianza, nonché a norme ereditate sul modo in cui applicare questi concetti a casi reali. In altre parole, il conflitto tra il liberalismo e i suoi critici marxisti è in realtà uno scontro tra una classe o gruppo dominante che vuole conservare le tradizioni (i liberali) e un gruppo rivoluzionario (i marxisti) che combina il ragionamento critico con la volontà di disfarsi di tutti i vincoli ereditati per sovvertire queste tradizioni. Ma mentre i marxisti sono ben consapevoli che il loro obiettivo è distruggere le tradizioni intellettuali e culturali alla base dell’esistenza del liberalismo, i loro oppositori liberali si rifiutano perlopiù di impegnarsi in un genere di conservatorismo che sarebbe necessario per difendere le loro tradizioni e per rafforzarle. Infatti i liberali disprezzano spesso la tradizione e dicono ai figli e agli studenti che è sufficiente ragionare liberamente e “trarre ciascuno le proprie conclusioni”.

Il risultato è un radicale squilibrio tra i marxisti, che si impegnano consapevolmente per realizzare una rivoluzione concettuale, e i liberali, la cui insistenza sulla “libertà dalla tradizione ereditata” fornisce una difesa scarsa o inesistente, anzi apre le porte alle stesse identiche argomentazioni e tattiche che i marxisti usano contro di loro. Questo squilibrio implica che la danza seguirà solo una direzione e che le idee liberali tenderanno a crollare di fronte alla critica marxista nel giro di qualche decennio.

VI. La mossa finale dei marxisti e la fine della democrazia

Non molto tempo fa, molti di coloro che vivevano nelle società libere sapevano che il marxismo non era compatibile con la democrazia. Ma da quando le istituzioni liberali sono state invase dal “progressisti” e dagli “anti-razzisti”, molte cose che una volta erano ovvie riguardo al marxismo e molte cose che una volta erano ovvie riguardo alla democrazia sono cadute nel dimenticatoio. È giunto il momento di riconsiderare alcune di queste verità che un tempo erano ovvie.

Con il governo democratico lo scontro violento tra classi e gruppi in competizione non esiste più ed è sostituito dalla rivalità non violenta tra i partiti politici. Questo non significa porre fine ai rapporti di potere tra gruppi. Non significa porre fine all’ingiustizia e all’oppressione. Significa soltanto che, invece di risolvere i disaccordi con uno spargimento di sangue, i vari gruppi che costituiscono una data società formano dei partiti politici che cercano di spodestarsi a vicenda nel corso di elezioni periodiche. Con un sistema di questo tipo un partito governa per un termine stabilito, ma i suoi rivali sanno che a loro volta governeranno se riusciranno a vincere le elezioni successive. È proprio questa possibilità di riuscire a prendere il potere e governare il paese senza uccisioni e distruzione diffuse a spingere le parti a deporre le armi e ad aderire invece a una politica elettorale.

L’aspetto più basilare di un regime democratico che dobbiamo conoscere è dunque questo: ci devono essere almeno due partiti politici legittimi affinché la democrazia funzioni. Per partito politico legittimo intendo un partito del quale i rivali riconoscano il diritto a governare in caso di vittoria alle elezioni. Per esempio, un partito liberale può garantire legittimità a un partito conservatore e in cambio questo partito conservatore può garantire legittimità a un partito liberale (sebbene non vadano molto d’accordo). È proprio così che sono state governate molte nazioni democratiche.

Ma la legittimità è uno di quei concetti politici tradizionali che la critica marxista è sul punto di distruggere. Dalla prospettiva marxista, il nostro concetto ereditato di legittimità non è nient’altro che uno strumento utilizzato dalle classi dominanti per perpetrare ingiustizia e oppressione. La parola legittimità assume il suo vero significato solo se si riferisce a classi o gruppi oppressi che i marxisti vedono come soli legittimi governatori della nazione. In altre parole, la teoria politica marxista conferisce legittimità a un unico partito politico, il partito dell’oppresso, il cui obiettivo è la ricostruzione rivoluzionaria della società. Questo significa che lo schema politico marxista non può coesistere con un governo democratico. Infatti il fine ultimo del governo democratico, con la sua pluralità di partiti legittimi, è evitare la ricostruzione violenta della società, che invece la teoria politica marxista considera come unico obiettivo sensato della politica.

In parole povere, lo schema marxista e la teoria politica democratica si oppongono nella sostanza. Un marxista non può garantire legittimità a punti di vista liberali o conservatori senza rinunciare agli aspetti fondamentali della teoria marxista, che afferma che questi punti di vista sono inestricabilmente legati all’ingiustizia sistematica e devono essere eliminati, se necessario anche con la violenza. Questo è il motivo per il quale l’idea stessa che un’opinione contraria (un’opinione che non sia “progressista” o “anti-razzista”) possa essere considerata legittima è scomparsa dalle istituzioni liberali dal momento in cui i marxisti hanno ottenuto il potere. In primo luogo i liberali hanno ceduto alla richiesta dei colleghi marxisti che i punti di vista conservatori vengano considerati illegittimi (perché i conservatori sono “autoritari” o “fascisti”). È stata questa la dinamica che ha condotto all’eliminazione dei conservatori dalla maggior parte delle principali università e degli organi di stampa americani.

Ma per l’estate del 2020 questo accordo aveva fatto il suo corso. Negli Stati Uniti i marxisti erano ormai abbastanza forti da chiedere ai liberali di allinearsi a qualsiasi questione che loro considerassero urgente da attuare. Anche in quelle che fino a poco tempo fa erano istituzioni liberali il punto di vista liberale non è più legittimo. Questo è il motivo dell’espulsione dei giornalisti liberali dal New York Times e da altre testate giornalistiche. Questo è il motivo per il quale il nome di Woodrow Wilson è stato rimosso dagli edifici dell’Università di Princeton, e il motivo di atti simili in altre università e scuole. Queste espulsioni e ridenominazioni sono l’equivalente di innalzare una bandiera marxista sul tetto delle università, delle agenzie stampa, e di conseguenza delle multinazionali, in quanto la legittimità del vecchio liberalismo è stata cancellata.

Fino al 2016 l’America aveva ancora due partiti politici legittimi. Ma quando Donald Trump è stato eletto presidente, termini come “autoritario” o “fascista” sono stati usati per screditare il punto di vista liberale tradizionale, in base al quale a un presidente legittimamente eletto, il candidato scelto dalla metà degli elettori attraverso una procedura costituzionale, va accordata la legittimità. Piuttosto è stata dichiarata una “resistenza”, con lo scopo di delegittimare il presidente, chi ha lavorato con lui, e chi lo ha votato.

So che molti liberali credono che questo rifiuto della legittimità di Trump sia diretto soltanto a lui personalmente. Sono convinti, come ultimamente mi ha scritto un amico liberale, che quando questo presidente in particolare sarà rimosso dalla carica, l’America potrà tornare alla normalità.

Ma nulla del genere accadrà. I marxisti che hanno assunto il controllo dei mezzi di produzione e di diffusione delle idee in America non potranno, se non tradendo la loro causa, conferire legittimità a nessun governo conservatore. E non potranno garantire legittimità a nessuna forma di liberalismo che non si pieghi davanti alle loro idee. Questo significa che a prescindere dalla sorte elettorale del presidente Trump, la “resistenza” non finirà. È solo l’inizio.

Con la conquista marxista delle istituzioni liberali siamo entrati in una nuova fase della storia americana (e, di conseguenza, della storia di tutte le nazioni democratiche). Siamo entrati nella fase in cui i marxisti, avendo conquistato le università, i media, e le multinazionali, cercheranno di applicare questo modello alla conquista di tutto lo scacchiere politico.

In che modo lo faranno? Così come hanno fatto nelle università e nei media, sfrutteranno la loro presenza all’interno delle istituzioni liberali per costringere i liberali stessi a spezzare i legami di legittimità reciproca che li legano ai conservatori e di conseguenza al sistema democratico bipartitico. Non chiederanno soltanto la delegittimazione del presidente Trump, ma di tutti i conservatori. Lo abbiamo già visto quando hanno tentato di delegittimare le idee dei senatori Josh Hawley, Tom Cotton, e Tim Scott, nonché della figura mediatica di Tucker Carlson e altri. In seguito delegittimeranno liberali come James Bennet, Bari Weiss, e Andrew Sullivan, i quali considerano legittime le idee conservatrici. Così come è successo nelle università e nei media, molti liberali asseconderanno queste tattiche marxiste credendo che delegittimando i conservatori potranno ingraziarsi i marxisti e trasformarli in alleati strategici.

Ma i marxisti non si accontenteranno, perché quello che cercano è la conquista del liberalismo stesso, cosa che sta già accadendo nel momento in cui persuadono i liberali ad abbandonare la concezione tradizionale di legittimità politica del sistema bipartitico e con essa il loro impegno nei confronti di un regime democratico. Il crollo dei legami di legittimità reciproca che hanno unito i liberali ai conservatori in un sistema di governo democratico non trasformerà ancora i liberali in questione in marxisti. Ma li farà diventare umili leccapiedi dei marxisti, privi della forza di resistere a qualsiasi cosa i “progressisti” e gli “anti-razzisti” considerino importante. E questo li farà abituare al prossimo regime monopartitico, nel quale i liberali avranno uno splendido ruolo da ricoprire, sempre che abbiano rinunciato al loro liberalismo.

So che molti liberali sono confusi e che pensano ancora di avere di fronte varie alternative. Ma non è così. A questo punto, gran parte delle alternative che esistevano qualche anno fa ora non esistono più. I liberali dovranno scegliere tra due sole alternative: o arrendersi ai marxisti e aiutarli a porre fine alla democrazia in America. O stabilire un’alleanza a favore della democrazia con i conservatori. Non avranno altra scelta.

Parco Villa Gregoriana a Tivoli: natura, storia e l’estetica del sublime

Nel 1832 Papa Gregorio XVI promosse una grandiosa opera di ingegneria idraulica per contenere le continue esondazioni dell’Aniene, incanalando le sue acque in un doppio traforo scavato nel monte Catillo e ingrossandole poi artificialmente dando così vita ai 120 metri di salto della nuova Cascata Grande, seconda in Italia dopo le Marmore. Compiuta l’opera, il Papa creò il Parco che porta il suo nome e che per oltre un secolo fu meta di artisti, letterati e uomini di cultura che ne raccontarono al mondo la bellezza.

(testo tratto dal sito del FAI)