Sapori dalla Grecia (parte 2)

Eccoci di nuovo dopo il nostro primo post sulla cucina greca “Sapori dalla Grecia (parte 1)“.

Oggi proponiamo MOUSSAKA, SAGANAKI E MELITZANOSALATA.

La ricetta tradizionale del moussaka, parmigiana di melanzane alla greca

Senza-titolo-3

1 chilo di melanzane – 1 chilo di pomodori – 500 grammi di carne di manzo macinata – 400 grammi di patate – 100 ml di brodo di carne – 100 ml di vino bianco – ½ cipolla – 35 grammi di burro – 2 cucchiai di parmigiano – 1 litro di olio di semi – ½ litro di latte – prezzemolo e cannella – olio extravergine d’oliva – sale grosso – sale e pepe

Pelare e tritare la cipolla e soffriggerla nell’olio di oliva. Aggiungere la carne e farla rosolare. Evaporare con il vino bianco e condire con prezzemolo, cannella, sale e pepe. Aggiungere i pomodori lavati, pelati e tagliati a pezzetti, mescolare e fare cuocere per un’ora. Tagliare le melanzane a fette dopo averle lavate in acqua e sale grosso e le patate a rondelle sottili. Friggere in olio di semi le melanzane e le patate, scolare e salare. Preparare la besciamella con il latte, il burro, la farina, il sale e il pepe. Imburrare una teglia da forno e creare un primo strato di patate seguito da uno strato di melanzane e da uno di carne. Proseguire fino a terminare gli ingredienti e coprire con la besciamella e il parmigiano. Cuocere in forno preriscaldato a 180° per 45 minuti.

La ricetta del saganaki, formaggio fritto alla greca

Senza-titolo-1

Formaggio di pecora, mucca o Feta – 100 ml di acqua – farina – 1 cucchiaino di olio extravergine di oliva – olio per friggere – sale e pepe

Tagliare il formaggio a fette di 1 cm di spessore e bagnarlo in acqua e olio di oliva. Girare il formaggio bagnato in un piatto contenente farina, sale e pepe. Friggere il formaggio in olio facendolo dorare su entrambi i lati.

La ricetta della melitzanosalata, salsa di melanzane

Senza-titolo-2

600 grammi di melanzane – 1 spicchio di aglio – 1 cucchiaio di yogurt greco – 2 o 3 gocce di succo di limone – 2 cucchiai di olio extravergine di oliva – prezzemolo e menta – sale grosso – sale e pepe

Lavare le melanzane in acqua e sale grosso, affettarle e cuocerle in forno caldo a 180° per 45 minuti o alla griglia. Tagliarle a pezzi e premerle con il dorso di un colino per eliminare l’acqua. Aggiungere l’aglio e le altre spezie, lo yogurt, il limone, l’olio di oliva, il sale e il pepe. Frullare e lasciare in frigorifero per almeno un’ora. Ottima da gustare con la pita (si veda la ricetta nel precedente articolo “Sapori dalla Grecia (parte 1)“).

καλή όρεξη (kalí órexi)

Annunci

L’origine del linguaggio tra evoluzionismo e romanticismo

Senza-titolo-1

A cosa serve il linguaggio e perché si è sviluppato? Le parole sono etichette arbitrarie create dall’uomo o entità naturali dotate di un’anima? Il linguaggio è un’invenzione umana o un riflesso del cosmo?

La teoria evoluzionista

La visione dominante che spiega l’origine del linguaggio è quella sostenuta dallo psicologo evoluzionista Robin Dunbar, che sostiene che il linguaggio sarebbe nato per permettere agli esseri umani di scambiarsi informazioni relative al mondo fisico, al fine di facilitare i legami sociali e aumentare le possibilità di sopravvivenza. In seguito, secondo lo storico Yuval Noah Harari, il linguaggio si sarebbe evoluto per consentire all’uomo di trasmettere informazioni su oggetti che non esistono e concetti astratti. In altre parole, i versi dei nostri antenati primitivi con il tempo sarebbero diventati parole e grammatica, invenzioni arbitrarie della mente umana. Successivamente, la maggiore complessità della lingua avrebbe permesso la creazione delle metafore e la descrizione degli oggetti astratti, fino alla letteratura come espressione creativa del mondo umano interiore.

La teoria romantica

Esiste tuttavia una visione più “romantica” dell’origine del linguaggio, la quale riconosce alle parole un’anima. Tra i sostenitori di questa teoria figurano lo psicoterapeuta Mark Vernon, il poeta Simon Armitage e il filosofo Owen Barfield, che affermano che le parole e la grammatica sono suggerite all’uomo dalla Terra, per cui sono dotate di una vitalità che esprime e rispecchia la vita interiore del cosmo.

Secondo i romantici, il linguaggio non può essere un mezzo per parlare di finzioni, altrimenti ciò che si dice sulla scienza sarebbe falso. Inoltre, se le parole non avessero una carica poetica aborigena, le metafore non avrebbero potere su chi le legge o le ascolta, ma avrebbero un significato solo per chi le usa. Invece, le metafore combinano i significati in modo nuovo, esprimendo la poesia innata e insita nelle parole e nel cosmo. Così, gli oggetti fisici e gli oggetti astratti indicati dalla stessa parola hanno un’affinità e possiedono la stessa anima. Ad esempio, la parola “cuore” in origine indicava la sede delle emozioni e soltanto nel 17° secolo ha iniziato a indicare l’organo, quindi il significato immateriale è nato prima di quello materiale.

Il sociologo Robert Bellah rafforza la teoria romantica parlando di “teoria offline”: le attività offline sono quelle rituali, il gioco e la musica, contrapposte alle attività online, ovvero i bisogni materiali. In quanto tali, le attività offline non hanno un vantaggio competitivo utile legato alla sopravvivenza, ma esprimono il desiderio umano di partecipare alla vita del cosmo. L’evoluzione del linguaggio si sarebbe quindi verificata in modo opposto rispetto a quanto affermato dalla teoria evoluzionista: le parole sono nate dalla musica e dai rituali primitivi cosmici, si sono evolute nelle storie e nei miti, poi nel pensiero e nella letteratura e infine hanno indicato gli oggetti materiali.

Rimanendo in bilico tra le due teorie, ci limitiamo semplicemente a esprimere il fascino rivoluzionario della teoria romantica del linguaggio con le parole di Alexander von Humboldt, che affermava che “ovunque la natura parla all’uomo con una voce familiare alla sua anima”.

Villa d’Este a Tivoli, oasi paradisiaca del Cinquecento

Questo slideshow richiede JavaScript.

1560: in seguito a una campagna di espropri di terreni e abitazioni nella “Valle Gaudente”, il cardinale di Ferrara Ippolito d’Este (1509-1572), divenuto governatore di Tivoli nel 1550, commissionò all’architetto Alberto Galvani la ristrutturazione del convento benedettino di Santa Maria Maggiore. L’ideazione del giardino e dei giochi d’acqua di quella che sarebbe rimasta famosa come Villa d’Este fu dovuta rispettivamente a Pirro Ligorio e a Tommaso Ghinucci.

Il giardino fu in seguito rinnovato dal cardinale Alessandro d’Este (1568-1624), che commissionò la realizzazione di nuove fontane, due delle quali a Gianlorenzo Bernini.

Nel ‘700 la villa fu abbandonata e nell’ ‘800 passò in proprietà prima degli Asburgo e poi del cardinale Gustav Hohenlohe (1823-1896).

Dopo la prima guerra mondiale, Villa d’Este divenne proprietà dello Stato italiano.

Ecco come bisogna essere! Bisogna essere come l’acqua. Niente ostacoli – essa scorre. Trova una diga, allora si ferma. La diga si spezza, scorre di nuovo. In un recipiente quadrato, è quadrata. In uno tondo, è rotonda. Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa. Niente esiste al mondo più adattabile dell’acqua. E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei.

(Lao Tzu)

Agostino d’Ippona: tra retorica e fede

12187909_1157020067652999_5944361079683472721_n

Agostino d’Ippona era nato a Tagaste, in Algeria, il 13 novembre 354, ed è morto a Ippona il 28 agosto 430. Africano di nascita e romano di lingua e cultura, anima tormentata e ricca di profondi contrasti interiori, percorse un’evoluzione che da filosofo e maestro di retorica lo portò a scoprire la sua fede.

Nell’antichità classica, la retorica era l’eloquenza intesa come disciplina del parlare o dello scrivere, la base dell’educazione letteraria. Tradizionalmente, la retorica è intesa come l’arte della persuasione per mezzo della parola. Esempi di retori oggi sono gli attori, gli avvocati, gli interpreti.

Persuadere interpretando, per convincere, trascinare, affascinare. Mossi dalla passione per le cose terrene, attaccati alla realtà del mondo, spinti dal desiderio di sanarne i contrasti o di crearne di nuovi. Il retore parte dal sé, si cala nell’altro, si espande, coinvolge, travolge, stravolge e riporta a sé. Così, l’uomo di fede parte da sé, si cala nella spiritualità del mondo, espande il suo sé fino a fonderlo con una dimensione superiore, si fa coinvolgere, travolgere, stravolgere, e ritorna a sé e in sé. Movimenti uguali di espansione dell’Io e di ritorno alla propria dimensione, ma profondamente opposti nell’intenzione della scoperta profonda del mondo.

Anche noi in bilico tra retorica e fede, oggi 28 agosto, giorno di Sant’Agostino, citiamo alcune delle sue frasi più belle.

Tardi ti ho amato, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori: lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle tue creature. Eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di te; ti gustai ed ora ho fame e sete di te; mi toccasti, e arsi dal desiderio della tua pace.

Insegnami la dolcezza ispirandomi la carità, insegnami la disciplina dandomi la pazienza e insegnami la scienza illuminandomi la mente.

Il mondo è come un libro e chi non viaggia ne conosce una pagina soltanto.

E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, e i flutti vasti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri, e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi.

I tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Questi tre tempi sono nella mia anima e non li vedo altrove. Il presente del passato, che è la storia; il presente del presente, che è la visione; il presente del futuro, che è l’attesa.

La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle.

Vivi ogni giorno della tua vita come se fosse l’ultimo.

Dio fornisce il vento ma l’uomo deve alzare le vele.

Essere calmo e capire, perché ti preoccupi e dentro di te attenui la luce.

Errare è umano, perseverare diabolico.

Supera te stesso e supererai il mondo.

Ama e fa’ ciò che vuoi.

La misura dell’amore è amare senza misura.

L’amore uccide ciò che siamo stati perché si possa essere ciò che non eravamo.

Non si perdono mai coloro che amiamo, perché possiamo amarli in Colui che non si può perdere.

Ponti tra Oriente e Occidente – Elif Şafak e Marina Fiorato raccontano l’architettura di Mi’mār Sinān e di Andrea Palladio

download12440848

Tema sempre più attuale quello dello scontro-incontro di civiltà, rappresentato e descritto in maniera magistrale dal romanzo storico di Elif Şafak e Marina Fiorato: la prima, scrittrice turca nata a Strasburgo, la seconda, scrittrice inglese di padre veneziano.

Nel suo libro del 2013 “The architect’s apprentice” (divenuto famoso in Italia con il titolo “La città ai confini del cielo”), Şafak racconta la Istanbul del XVI secolo, creando un caleidoscopio di personaggi reali e immaginari che intrecciano le loro vicende intorno alla vita di Jahan, un mahout sbarcato nella “città delle sette colline” per portare in dono l’elefante bianco Chota al sultano Solimano, e poi divenuto allievo del capo architetto reale Mi’mār Sinān.

Nel suo libro del 2012 “The Venetian Contract” (non ancora tradotto in italiano), ambientato dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano alla Battaglia di Lepanto del 1571, Fiorato racconta le vicende del medico Feyra, inviata da Costantinopoli a Venezia dalla moglie defunta del vecchio sultano, sua madre e paziente, con la missione di salvare Venezia dalle mire del giovane sultano, il fratellastro di Feyra. Auspicando la redenzione dai peccati, a seguito dei quali la città di Venezia sarebbe stata colpita dalla peste bubbonica, il Doge di Venezia Sebastiano Venier commissiona all’architetto Andrea Palladio la costruzione della chiesa più importante della sua carriera.

L’architettura è un tema centrale di entrambe le opere: il libro di Şafak ricorda la vita e le opere dell’architetto turco Mi’mār Sinān (Cesarea in Cappadocia 1489 – Istanbul 1588), quello di Fiorato menziona l’influenza che l’architetto italiano Andrea Palladio (Padova 1508 – Maser 1580) aveva ricevuto dal “Michelangelo d’Oriente”.

Sinān e Palladio erano i massimi architetti dell’area occidentale e ottomana del Rinascimento: il primo lavorava su commissione dei sultani Solimano il Magnifico, Selim II e Murad III; il secondo era attivo a Vicenza e Venezia, ispirato dall’architettura greco-romana di Vitruvio. Per le loro opere e la loro reciproca influenza, i due architetti rappresentavano un ponte storico e culturale tra Istanbul e Venezia, le due potenze che nel Cinquecento si contendevano il dominio del Mediterraneo. Non si conobbero mai di persona, ma le loro tradizioni architettoniche collegate e le loro assonanze intellettuali e stilistiche rivelavano una reciproca influenza, che ebbe origine da un fitto scambio di lettere e probabilmente dall’intermediazione di Marcantonio Barbaro, ambasciatore veneziano a Istanbul dal 1568 al 1574. Fu questo loro amico in comune che portò a Sinān il trattato di Palladio “I quattro libri dell’architettura” del 1570, opera che definiva con precisione i canoni classici degli ordini architettonici per la progettazione di ville, palazzi e ponti. In seguito alla sua pubblicazione, le moschee di Sinān somigliarono sempre di più alle facciate degli edifici di Palladio, così come la Chiesa del Redentore di Venezia del 1576, con i suoi campanili cilindrici con copertura conica, ricordava due minareti, come quelli di Hagia Sophia.

Di Palladio, la cui fama e il cui movimento (“palladianesimo”) si diffusero nel Regno Unito, in Irlanda, negli Stati Uniti e in Russia, si ricorda il tentativo di sanare la controversia del rapporto tra civiltà e natura, in linea con la dimensione più storica e realistica nella quale il romanzo di Fiorato fa calare il lettore: l’architetto affermava “il profondo senso naturale della civiltà, sostenendo che la suprema civiltà consiste nel raggiungere il perfetto accordo con la natura, senza però rinunciare a quella coscienza della storia che è la sostanza stessa della civiltà”.

Di Mi’mār Sinān si cita una storia che in “The architect’s apprentice” l’architetto raccontava sempre ai suoi allievi, rimanendo in linea con la dimensione più avventurosa e magica nella quale Şafak proietta i suoi lettori:

Di tutte le genti create da Dio e corrotte da Sheitan, furono solo in pochi a scoprire il Centro dell’Universo, dove non esiste né bene né male, né passato né futuro, né io né tu, né guerra né ragione di far guerra, ma solo un infinito mare di calma. Ciò che vi trovarono era così bello che persero la capacità di parlare. Gli angeli, impietositi, diedero loro due possibilità. Se avessero voluto riavere la loro voce, avrebbero dovuto dimenticare tutto ciò che avevano visto, ma una sensazione di vuoto sarebbe rimasta in fondo al loro cuore. Se preferivano ricordare la bellezza, tuttavia, le loro menti si sarebbero così confuse da non distinguere la verità dal miraggio. Così i pochi che si erano imbattuti in quel luogo segreto che nessuna mappa riporta fecero ritorno con un senso di nostalgia per qualcosa che non sapevano definire, o con miriadi di domande da fare. Coloro che ambivano alla completezza vennero chiamati amanti, e coloro che aspiravano alla conoscenza allievi.

Realtà storica e immaginazione, civiltà e magia, conoscenza e fantasia: sullo sfondo del Mediterraneo dell’epoca rinascimentale, lo scontro di due mondi si fa incontro di culture e il passato diventa presente.

Sapori dalla Grecia (parte 1)

Un po’ di storia

Fin dall’antichità, la tradizione gastronomica greca è stata influenzata e ha influenzato le culture limitrofe, fino ad essere esportata presso i popoli latini e a diffondersi in tutto il bacino del Mediterraneo.
Le origini dei vari piatti della cucina greca risalgono a diversi periodi storici: dall’antica Grecia al periodo ellenistico e bizantino, passando per la cucina ottomana con nomi di piatti dalle origini turche, arabe e persiane.
A dimostrazione dell’importanza che la cività greca attribuiva alla cultura culinaria, degno di nota è il culto di Adefagèa, la dea della gastronomia. Sin dall’epoca dell’occupazione romana, la cucina greca si trasfuse a Roma, le cui ricette divennero greche.
Alla stessa maniera, la cucina greca dell’Impero bizantino si ramificò in Italia ed in tutta Europa, prima tramite le repubbliche marinare e dopo grazie alla fantasia gastronomica dei cuochi italiani e francesi.

Oggi proponiamo un menù tipico della cucina greca: KOLOKITHOKEFTEDES CON SALSA TZATZIKI, PITA E INSALATA GRECA.

La ricetta delle kolokithokeftedes, polpette fritte con feta e zucchine

Senza-titolo-1

500 grammi di zucchine – 60 grammi di formaggio Feta – 2 spicchi di aglio – 2 cipollotti – 1 mazzetto di erbe aromatiche (aneto, prezzemolo e menta) – 2 uova – sale e pepe – farina – pangrattato – olio per friggere

Tagliare a strisce sottili le zucchine, strizzarle e asciugarle. Affettare i cipollotti e sminuzzare le erbe aromatiche. Triturare la feta. Mettere gli ingredienti in una terrina, aggiungendo le uova condite con sale e pepe e lentamente il pangrattato e la farina, fino a ottenere un composto non troppo asciutto. Infarinare le polpette e friggerle in olio bollente. Guarnire con salsa tzatziki.

La ricetta del tzatziki, salsa di yogurt greco e cetrioli

400 grammi di yogurt greco – 4 spicchi di aglio – 1 cetriolo – 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva – 2 cucchiai di aceto bianco – aneto o menta – sale

Lavare e grattugiare il cetriolo con la buccia, asciugarlo e strizzarlo. Tritare e pestare gli spicchi d’aglio. Mettete lo yogurt in una terrina e mescolarlo con i cetrioli e l’aglio. Versare l’olio e l’aceto, aggiungere il sale e l’aneto (o menta) tritato.

La ricetta della pita, il tipico pane greco

Senza-titolo-3

500 grammi di farina (di cui metà 00 e metà manitoba) – 1,5 bicchieri d’acqua tiepida – 1 cucchiaio di sale – 1 cucchiaino di malto (o zucchero) – 4 grammi di lievito di birra secco (o 12 grammi di lievito fresco) – 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva

Mettere in una terrina il lievito di birra, aggiungere un po’ di acqua tiepida e il malto (o lo zucchero) e mescolare per far sciogliere tutti gli ingredienti. Unire la farina setacciata e impastare. Sciogliere il sale in acqua tiepida e mescolare con l’olio, versare il liquido nel composto e impastare. Lavorare l’impasto su un piano da lavoro finché sarà liscio ed elastico e modellarlo come una palla. Lasciare lievitare l’impasto in una ciotola oliata e ricoperta con la pellicola trasparente nel forno spento ma con la luce accesa per due ore. Dividere l’impasto in otto parti e fate otto palline. Stenderle con un matterello fino ad ottenere delle sfoglie leggermente ovali di circa 2 mm di spessore e 20 cm di diametro. Sistemare le pita su una leccarda foderata con carta forno e spennellarle leggermente con olio e acqua. Lasciarle lievitare coperte con la pellicola in forno spento con la luce accesa per almeno 40 minuti. Spruzzare le pita con olio e acqua e spostarle insieme alla carta forno su un’altra leccarda già riscaldata in forno statico a 250 gradi. Infornare per 5 minuti le pita, che devono risultare dorate sotto e bianche sopra. Per aumentare lo spessore delle pita, evitare di bagnarle prima della cottura.

La ricetta dell’insalata greca

Senza-titolo-2

200 grammi di formaggio Feta – 150 grammi di lattuga iceberg – 8 olive nere greche – 1 cipolla rossa – 2 cetrioli – 2 pomodori piccoli – origano – sale – 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva

Lavare, asciugare e tagliare l’insalata. Lavare, sbucciare e tagliare a fettine i cetrioli. Lavare e tagliare in quarti i pomodori. Sbucciare, lavare e tagliare a fette la cipolla. Tagliare a cubetti la feta. In una ciotola porre l’insalata, i cetrioli, le cipolle, i pomodori e le olive. Alla fine aggiungere la feta, l’origano, il sale e l’olio.

καλή όρεξη (kalí órexi)

Dreaming about Singapore

Senza-titolo-5

Singapore, la Città del Leone del Sud-est asiatico definita anche Città Giardino, si estende su circa 700 km2 (42 km da est a ovest e 23 km da nord a sud) e si sviluppa su un arcipelago di altre 60 isole; è una città-stato cosmopolita e futuristica ma allo stesso tempo radicata nelle tradizioni del passato della penisola malese.

Un intreccio di storie e culture del mondo

Il simbolo della città è il Merlion, un animale con la testa di leone (singa pura) e il corpo di pesce (a ricordare che Singapore era un villaggio di pescatori). Il fondatore della moderna Singapore nonché il padre della patria è Sir Stamford Raffles, al quale è dedicato il Raffles Hotel, un hotel storico risalente al 1899 simbolo della Singapore dell’epoca coloniale. La giornata nazionale dell’indipendenza (1965) si festeggia il 9 agosto.

Il bello di Singapore è il suo essere variegata e poliedrica nel riunire più culture: una delle città più cosmopolite per eccellenza, è suddivisa in quartieri o micro-mondi, specchio delle etnie cinese, indiana e malese. Per la parte cinese vi è l’immancabile Chinatown, costruita nel 1828 e caratterizzata da strade strette, case basse e colorate e i tipici shop house nel quartiere Katong. La zona ospita il Thian Hock Kheng Temple dedicato a Mazu la dea del mare, l’antico tempio hindu Buddha Tooth Relic Temple, il Sri Mariamman Temple del 1827, la Jamae Mosque del 1826 e Emerald Hill, l’area cinese barocca, per un’immersione nella cultura Peranakan. La parte araba e il fulcro della street art locale è Kampong Glam (kampong = villaggio, gelam = pianta per costruire navi), con la Sultan Mosque del 1824 dedicata al sultano Hussein Shah. La parte indiana ospita Little India nelle vie intorno a Serangoon Road, con il tempio induista Sri Veeramakalioamman Temple costruito nel 1881 da manovali bengalesi e dedicato alla dea Kali.

Questa ricchezza culturale si esprime anche nel cibo, che è possibile degustare nei tipici chioschi hawker center: il Maxwell Food Centre, il Chinatown Food Complex con l’Hong Kong Soya Sauce Chicken Rice & Noodle e i ristoranti della Guida Michelin. Simbolo dello street food e della cucina locale è il Mercato di Lau Pa Sat, costruito in una struttura di ferro nell’800; tra i festival, vi sono il Singapore Food Festival di luglio, oltre al Savour (nelle versioni Gourmet, Wines e Christmas), alla Singapore Restaurant Week e al World Gourmet Summit che si svolge tra marzo e aprile.

Una poliedricità di arte e stile

Un mix di stili architettonici si può osservare nel Civic District, sede della National Gallery e cuore dell’eredità storica, architettonica e culturale della città, progettato da Sir Raffles. Fanno parte di quest’area l’ex sede del parlamento, l’attuale The Arts House, con il Victoria Theatre and Victoria Concert Hall risalente al 1862 e restaurato in stile neo-classico. Un esempio di stile neogotico inglese è invece la St. Andrew’s Cathedral, la più grande e antica cattedrale anglicana di Singapore, ricostruita nel 1862.

Assaggi di arte moderna e contemporanea si trovano inoltre rispettivamente nell’ArtScience Museum, un complesso circolare di 10 strutture disposte a forma di fiore di loto nel quartiere di Marina Bay, e nell’edificio coloniale Gillman Barracks, per non parlare poi del National Museum, sede della storia e della cultura passata e presente, per poi finire con il Peranakan Museum, sede delle tradizioni locali. Da non perdere la Singapore Art Week che si tiene a gennaio.

Una sintesi tra avanguardia e natura

È possibile immergersi completamente nel verde visitando i Gardens by The Bay nel quartiere avveniristico di Marina Bay: tre giardini futuristici di 101 ettari con 18 Supertrees, alberi artificiali alti tra i 25 e i 50 metri, uniti dalla passerella OCBC Skyway alta 22 metri.

Imperdibili il Flower Dome, la più grande serra al mondo che ospita piante e fiori di cinque continenti, il Cloud Forest, il giardino verticale di 35 metri con la sua cascata artificiale, i Botanic Gardens del 1859, che racchiudono il National Orchid Garden con la più grande collezione al mondo di orchidee tropicali, e la Riserva Naturale di Bukit Timah.

Per gli appassionati degli ambienti acquatici vi è inoltre il SEA Aquarium a Sentosa, che ospita 100.000 creature marine, oltre agli Universal Studios, il parco a tema dedicato al cinema di Hollywood, per gli appassionati della modernità.

L’avanguardia dell’avventura e della modernità

Per chi ama invece le viste panoramiche, vi sono l’imperdibile Singapore Flyer, la ruota panoramica più grande dell’Asia a 165 metri di altezza, e i rooftop bar: il Cé la Vi sullo Skypark del Marina Bay Sands, l’1-Altitude, un locale all’aperto a 282 metri, e il micro-birrificio LeVeL33. Per i party lungo fiume o sulla spiaggia, vi sono il Clarke Quay, il club Attica e lo Zouk (il ZoukOut è un party enorme organizzato a dicembre sulla spiaggia dell’isola di Sentosa). C’è poi l’immancabile Marina Bay Sands, un complesso di tre edifici sormontati da una piattaforma a nave, che ospita l’infinity pool, un’enorme piscina a 200 metri di altezza, luogo in cui si svolge il Marina Bay Countdown a fine anno.

Inoltre, per gli adrenalinici Singapore offre l’iFly, sempre sull’Isola di Sentosa, un simulatore di galleria del vento per essere lanciati da 12.000 a 3.000 piedi, il G-Max reverse Bungy a Clarke Quay, per essere catapultati in alto a 120 km/h, e il Mega Adventure Park, il parco divertimenti immerso nella natura.

Infine, anche i fanatici dello shopping troveranno ciò che cercano: l’Orchard Road, The Shoppers at Marina Bay Sands con 170 boutique di lusso, Chinatown per le stoffe e gli oggetti di antiquariato, Little India per la bigiotteria, gli incensi e l’arte sacra, e  Haji Lane nel quartiere di Kampong Glam per il design contemporaneo.

“Singapore è una giungla ammaestrata, addomesticata. Dappertutto questa forza mostruosa della giungla esplode, trasformata in prati, in parchi, in culture, in campi di orchidee. È il porto più salubre dell’Asia.”

“Non si addomesticano impunemente luoghi che si esprimono per mezzo del cobra e della tigre. I prati, il tennis, le banche non impediscono a Singapore di ansimare come il ventre di una bestia feroce vicino all’Equatore. È l’estremo limite dell’Asia.”

“Quest’isola elegante, questa città elegante possiedono ancora facoltà segrete che deformano il tempo e lo investono, come il peytol deforma la prospettiva e inventa i colori.”

(citazioni di Jean Cocteau)