Il mondo degli interpreti – Intervista alla radio

Intervista integrale del 24 ottobre 2018 ad Alessandra Checcarelli, ospite del programma Live Social in onda su Radio Roma Capitale il 20 novembre 2018.

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Buonasera, bentrovati. La confidenza, la conoscenza di una lingua non è sufficiente, certamente, per essere una brava o un bravo interprete, perché già nella parola “interpretare” c’è molto di più, c’è anche l’aspetto diciamo paraverbale, se non a volte anche non verbale. Anche se, quando assistiamo magari ad una conferenza o semplicemente a una persona che viene accompagnata dall’interprete, ci rendiamo conto di quanto sia, soprattutto nella traduzione quella simultanea, complicato stare al passo di una persona che magari non è neanche abituata ad avere l’interprete vicino. Comunque a un certo punto del discorso magari si dimentica che quella è la situazione nella quale si trova e naturalmente comincia a parlare anche con la velocità e con la modulazione che gli è propria nella vita di tutti i giorni. Allora oggi andiamo a conoscere proprio la figura dell’interprete e della traduttrice, quindi, di conseguenza. Ne abbiamo scovata una grazie alla redazione, una professionista che ha qui sito operativo a Roma, ma che naturalmente lavora in tanti contesti. Vi presento Alessandra Checcarelli. Buonasera, Alessandra, bentrovata!

Buonasera.

Oh, devo dire la verità: tanti anni che faccio questa trasmissione, tante (inevitabilmente) professioni che vado a conoscere, no? Perché poi è vero che parliamo di tanti argomenti, però si appoggiano sempre ai professionisti e alle professioni. Questa è la prima volta che mi capita di conoscere direttamente vis à vis (questo è bolognese: vis à vis) un’interprete. Un’interprete nel senso tecnico della parola. Ho avuto modo di parlare con i traduttori, ma il traduttore appunto lavora per lo più su roba scritta e quindi…

Esatto.

…è tutt’altro mestiere. Allora, ti faccio una domanda a ampio raggio: però quali sono i segreti, o meglio, le difficoltà anche, che incontra un traduttore?

Allora…

…un interprete, pardon? 

Un interprete. Allora, iniziamo con il dire che in realtà la parola “traduttore” di suo è molto spesso utilizzata per designare entrambe le professioni, anche se in realtà la vera denominazione è appunto per chi traduce la lingua orale “interprete”, per chi traduce la lingua scritta appunto “traduttore”. Io svolgo entrambe le professioni, ma prevalentemente ho una formazione da interprete di conferenza e lavoro soprattutto come interprete di conferenza. Quali sono le difficoltà? Dunque, un po’, un paio le hai nominate: la velocità, il fatto di calarsi nei panni di chi parla, e quindi rendere le sfumature linguistiche, l’intenzione…

Esatto, l’intenzione…

…più che le parole, l’intenzione del messaggio.

Esatto.

Esatto.

Perché poi quando parliamo noi inevitabilmente rimarchiamo un parola, una frase piuttosto che un’altra per far capire…

Esatto.

…per mandare un determinato messaggio, no? E anche…

Esattamente.

…come dicevi tu prima il tono che si usa ci fa capire anche se c’è, come dire, una lettura possibilmente ironica…

Esatto, e quindi…

…della cosa stessa.

…l’interprete cosa fa? Deve rendere tutta quell’ironia, deve rendere l’ironia, deve rendere la tristezza, deve rendere… è un po’ diciamo un “attore dell’ordinario”, perché comunque le situazioni ordinarie sono tante e l’interprete un po’…

Esatto.

…per poter svolgere appieno il suo mestiere deve un po’ calarsi nei panni…

Bravissima.

…un po’ essere attore.

È un po’, sai, come nel doppiaggio, dove sì, è importantissimo, fondamentale, avere una dizione perfetta, avere un buon timbro di voce, una buona gestione anche, come dire, della voce stessa, ma molti dei doppiatori italiani (non so, abbiamo una scuola importante in Italia) sono anche, se non prima di tutto, degli attori.

Esatto, esatto.

Eh capisci, quindi…

Esatto.

…bisogna entrare proprio nel personaggio e nella vicenda, è necessario.

C’è chiaramente un’affinità, anche se non siamo dei doppiatori.

Certo…

C’è un’affinità…

Sì sì sì, chiaro.

…ma ci sono chiaramente delle differenze, perché non è per forza richiesto un timbro particolare all’interprete.

Nooo, è chiaro! È chiaro, è chiaro!

Questo c’è da dire.

Anche perché voi traducete o in simultanea o in modo…

Consecutiva.

…consecutivo non film o serie televisive, ma quello che succede nella realtà con persone…

Esatto, diciamo così, sì.

…che non stanno lì a recitare, diciamo, tra virgolette.

Più che altro lo facciamo sul momento…

Ecco…

…quindi…

Allora, simultanea e consecutiva…

…e consecutiva.

Perché? Perché simultanea è come se tu dovessi tradurre adesso quello che io ti sto dicendo.

Esattamente, io parlerei sopra la tua voce e tradurrei esattamente, anzi, interpreterei…

Sì.

…detto nella maniera corretta, quello che tu stai dicendo, nel modo in cui lo dici, cercando prima di calarmi nei tuoi panni. Consecutiva vuol dire che, invece, lo farei dopo, cioè tu parli, fai il tuo discorso, dopo un po’, dopo qualche minuto, mentre io prendo appunti, mi rielaboro il messaggio e poi lo rendo dopo la fine del tuo discorso.

Infatti. Infatti spesso, quando assistiamo a questa seconda tipologia di interpretazione, ci rendiamo conto che a volte quello che il traduttore dice dura meno tempo rispetto a quello che ha detto la persona stessa.

A volte capita e personalmente io credo che sia anche un fatto soggettivo…

Ah, ok.

…nel senso che non è una professione che, nonostante abbia chiaramente delle regole… non è una professione che stabilisce esattamente come devi interpretare, cioè è anche un po’ soggettiva, diciamo, in un certo senso. Può essere più breve la resa, semplicemente perché quello che si intende fare è trasmettere un messaggio. Di conseguenza, se l’oratore, magari nella sua cultura, è abituato a parlare di più… facciamo finta, la lingua italiana)…

Sì.

…si parla tantissimo, si utilizzano tante frasi, tante parole, magari per dire un concetto molto più riduttivo, che ad esempio nella lingua inglese si tradurrebbe con molte meno parole, e quindi in quel caso non è magari un riassunto, ma è una maniera diversa di rendere lo stesso messaggio in un’altra cultura.

Assolutamente. Allora, Alessandra, veniamo un po’ alle lingue. Quante ne parli? Quali parli, soprattutto?

Allora, se consideriamo l’italiano, che è la mia lingua madre, parlo l’inglese, il tedesco e il francese…

Ok.

…quindi sono quattro complessivamente.

Certo, assolutamente. I contesti dove solitamente finora ti sei trovata a lavorare quali sono stati, quali sono?

Tantissimi, tanti e i più diversi e disparati, molto distanti anche l’uno dall’altro, tant’è che ogni volta sembra una prima volta. Ogni volta è un riadattarsi a una situazione nuova, che è anche la cosa bellissima, a mio avviso, di questo mestiere, cioè trovarsi ogni volta davanti ad una cosa completamente diversa ed è come se tu non l’avessi mai fatto. Conferenze istituzionali, conferenze aziendali, meeting, riunioni, televisione… ambito religioso, ad esempio, quindi anche lì siamo sempre in conferenza, però…

Il latino, lei traduce…

Ha ha ha.

Sto scherzando, naturalmente.

Ha ha ha. No.

No no, nel senso, lei parla il latino, cioè loro fanno la messa in italiano… no, scherzo… in italiano e lei traduce, come una volta, in latino…

Beh, le congregazioni diciamo…

Eh va beh, va beh…

…sono un po’ sparse per il mondo, quindi anche loro costituiscono…

Certo…

…diciamo…

…assolutamente.

…una committenza.

Assolutamente. Insomma, si può vedere qualcosa dei tuoi lavori, delle tue partecipazioni sul tuo sito: www.interpretetraduttricesimultanea.com; questo è il sito. Alessandra, ecco, prima ne parlavamo anche fuori onda, si immagina sempre dall’esterno che il vostro sia un lavoro dove bisogna sempre continuare un po’ ad esercitarsi…

Sì…

Eh…

Sì, è un esercizio…

…ad allenare anche l’orecchio…

Esatto. Diciamo che chi sceglie di fare questo mestiere sceglie di farsi assorbire completamente la vita da questo lavoro. Perché? Perché è impossibile pensare di poter svolgere questo lavoro senza un costante aggiornamento, senza una costante formazione personale, riformazione personale, perché chiaramente il percorso di studi non basta… esercizio continuo, esercizio che continua e che si continua a svolgere lavorando, perché il lavoro è la migliore pratica, diciamo.

Assolutamente. Senti, una conferenza a cui partecipi o un qualsiasi altro contesto similare insomma, che ti ha visto protagonista quanto dura solitamente? Cioè, hai anche tradotto… non so se hai anche interpretato… perché io immagino una conferenza, qualcuno che parla, magari che è invitato che parla quei 50 minuti, un’ora, un’ora e mezza… anche più.

Sì, allora…

Quanto si può tenere botta? Questo mi chiedo…

Quanto si tiene botta? Allora, chiaramente le conferenze o gli incarichi in generale hanno ciascuno una sua durata.

Sì.

Quello televisivo molto spesso, se si tratta ad esempio di conferenze stampa, un’ora, e allora in quel caso tieni botta per forza, perché è così. Altrimenti, quando si tratta di conferenze dal vivo, in cui la tua voce viene trasmessa direttamente nell’aula dove tu sei…

Sì.

…ma anche per esempio in una modalità remota…

Sì.

…anche a distanza, visto che adesso è una modalità abbastanza gettonata, si tiene botta 20 minuti, poi c’è il collega…

Mmm.

…che in simultanea ti sostituisce per gli altri 20 minuti…

…e poi ritocca a te?

…e poi ritocca a te.

Ho fatto caso a questo, non ricordo veramente, se no ne farei menzione, lo direi… sì, una conferenza di quelle che, sai, durano due o tre giorni, che poi esce magari il video, il filmato, è tutto, diciamo, compresso in cinque-sei ore. Io me la sono vista, questa conferenza interessante, un po’ a pezzetti. Ricordo che c’erano tre speaker (tre speakers, tre voci), appunto, che poi ogni… sì, forse mezz’ora…

…mezz’ora…

…20 minuti, si alternavano.

Ci alternavamo.

Caspita… caspita!

Per una questione di concentrazione, perché chiaramente…

Eh, per quello, per quello, no, era da lì che nasceva un po’ la mia curiosità, perché comunque…

Certo.

…è un lavoro importante, proprio fisico, direi, non solo mentale…

Sì sì.

…proprio fisico.

Sì sì, è esattamente tutte e due.

Eh…

Molto fisico, anche.

Bene. Come si diventa interpreti? Esiste una scuola?

Allora… esiste una scuola…

Adesso dice: “La mia scuola!”.

No… no no.

No?

Assolutamente.

Ancora no?

Assolutamente… no, non lo dico, perché non è così, perché adesso ce ne sono tante, diciamo che il mercato si è molto allargato, quindi le scuole interpreti sono tante. Si chiamano scuole interpreti, ma in realtà sono dei percorsi di laurea, delle facoltà, che sostituiscono quelle che una volta erano le famose scuole interpreti. Continuiamo a chiamarle così, anche perché molto spesso ci scambiano per dei laureati in lingue, cosa che non è, perché si tratta di percorsi di studio molto diversi. Quindi esistono quelle che ancora chiamiamo scuole interpreti o facoltà di traduzione e interpretariato o meglio lauree specialistiche in interpretariato di conferenza o in traduzione. Quindi, come si diventa interpreti? Così, ma non basta. Questo è un percorso di formazione basilare, a cui segue, ovviamente, il percorso professionale, la pratica professionale, che si acquista facendo, con tutte le difficoltà del caso, perché all’inizio, essendo un mercato competitivo, è anche un mercato di difficile accesso, un mercato in cui è necessaria molta pazienza, molta costanza, tantissima passione, perché altrimenti è un lavoro che non si farebbe mai, se non fosse per la passione. E quindi si diventa interpreti un po’ con la formazione e un po’ con la pratica, ma soprattutto con la pratica.

Molto bene. E allora io ricordo: Alessandra Checcarelli, la trovate anche su Facebook, vediamo un po’, perché ho qualche problema di diottria. È questa pagina: Alessandra Checcarelli… respeaker, giusto?

Anche.

Translator… scusate, conference interpreter… come si pronuncia bene, fammelo tu?

Conference interpreter, translator, respeaker.

Ecco, giustamente mi sono servito della tua pronunzia. www.interpretetraduttricesimultanea.com: questo è il tuo sito, c’è anche il numero: 3200363892. Grazie, Alessandra, per essere stata con noi!

Grazie a voi!

Grazie!

Grazie!

Andiamo avanti qui su Live Social, e aspettiamo ancora tanti ospiti, tante interviste e sorprese. Rimanete con noi! 

 

Il video integrale dell’intervista è disponibile su YouTube al link: https://youtu.be/YEk-BtF6d0E

Il video ridotto dell’intervista è disponibile su Facebook al link: https://www.facebook.com/intervisteestorie/videos/2206301889611067/ 

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I primi interpreti della storia

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Schiavi, religiosi, cristiani convertiti, dragomanni, militari, diplomatici, commercianti, navigatori… erano loro i primi interpreti della storia del mondo, costretti all’improvvisazione, talvolta alla conversione religiosa, allo studio delle lingue, ai viaggi d’oltreoceano.

Quello dell’interprete è uno dei mestieri più antichi della storia, ma raramente queste figure hanno goduto di riconoscimento e di dignità professionale: erano spesso intermediari scelti a caso e molte volte non conoscevano nemmeno due lingue.

Chi erano questi personaggi misteriosi, questi attori improvvisati ma indispensabili per le sorti degli imperi e delle più svariate strutture sociali e politiche del mondo?

Gli interpreti nel mondo antico

Prima della nascita di Cristo, già alcuni bassorilievi ritrovati nella tomba di un principe dell’Antico Egitto risalente al 3° millennio a.C. attestavano la presenza e l’impiego di interpreti nella società.

Nell’Antica Roma gli interpreti comparivano nelle lettere di Cicerone (Claudius e soprattutto Marcilius erano due figure di spicco tra gli interpreti degli ambasciatori che si rivolgevano al Senato romano) e nei racconti della conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare. All’epoca, benché fossero figure invisibili e menzionate soltanto in circostanze eccezionali, gli interpreti erano presenti in quanto necessari per la presenza di numerosi dialetti diversi dal latino e di lingue straniere delle varie nazioni con cui i Romani erano quotidianamente a contatto.

Gli interpreti nel Medioevo

Nel 9° secolo d.C. “Historiae” o “De dissensionibus filiorum Ludovicii pii” di Nitardo rappresentava un documento fondamentale per raccontare un’epoca in cui dominava il multilinguismo e scarseggiavano le fonti storiche. Sin dai tempi del Giuramento di Strasburgo coesistevano lingue come il latino, la lingua romanza e quella germanica.

Nel 10° secolo d.C. gli ambasciatori di Cordova venivano da gruppi minoritari ebrei e cristiani e fungevano da intermediari naturali nei negoziati tra il Califfato Omayyade e i paesi cristiani, data la loro duplice lingua e cultura. In questa epoca di intensi rapporti diplomatici tra Bisanzio e l’Europa medievale, ricordiamo gli interpreti Hasday ibn Shaprut, il capo della comunità ebraica di Cordova, e Recemund, un funzionario cristiano di corte. All’epoca, in Iberia e in Nord Africa coesistevano musulmani, ebrei e cristiani, e gli interpreti erano figure che conoscevano le tradizioni musulmane, vivevano in paesi cristiani oppure erano ufficiali dell’esercito al confine. Le comunità mercantili cristiane nel Maghreb parlavano arabo e i mercenari cristiani (Frendji) erano al servizio dei sultani come truppe di élite. Ricordiamo anche Père Robert, che svolse un ruolo chiave presso la corte di Giacomo II d’Aragona nello scambio della corrispondenza in arabo e in aragonese, e Renegade Anselm Turmeda, un frate francescano che conosceva il catalano e l’arabo.

Gli interpreti popolavano il mondo diplomatico e militare anche intorno all’anno 1000, presso il regno di Alexios I Komnenos negli accordi con i Normanni e i Turchi. Erano anche attivi nello scambio di corrispondenza in lingua greca, nell’esercito, come guardie imperiali dei contingenti nordici, turchi o franchi, o nelle basi navali nel Mare Adriatico e nel Mare Ionio per la difesa di Costantinopoli.

Ai tempi di Papa Urbano II e della Prima Crociata, dominavano lo scenario interpreti di lingua latina tra i bizantini e i crociati, tanto che le classi politiche erano abituate a servirsi di intermediari nelle questioni miliari e amministrative. Interpreti di spicco all’epoca erano Herluin e Bohemond.

Ai tempi della conquista normanna dell’Inghilterra, lo stesso Guglielmo il Conquistatore si serviva di questi mediatori linguistici e culturali, ma solo di pochi privilegiati si faceva menzione nella documentazione ufficiale. Nei territori in cui dominavano l’anglosassone e il latino, si aggiunsero gli interpreti di danese o Wealhstodas. L’anglosassone era la lingua del governo, mentre il latino e il francese divennero le lingue ufficiali del nuovo regno: il latino divenne la lingua della chiesa e dei tribunali, il francese quella di corte, dei campi di battaglia, e forse anche dei tribunali. Nel Galles, gli interpreti di allora erano definiti Latimers.

Gli interpreti dei primi esploratori

Facciamo ora un salto storico verso l’epoca dei grandi esploratori del globo, ai quali abbiamo dedicato un capitolo a parte (“Il primo viaggio intorno al mondo“).

Nel Quattrocento, i portoghesi esploravano la costa occidentale dell’Africa (Costa della Guinea, Fiume Senegal, Angola meridionale) in cerca di avorio, oro e schiavi e in quell’occasione si sviluppò una classe di intermediari per facilitare le negoziazioni. Schiavi berberi presi dal Sahara furono portati a Lisbona per imparare il portoghese, che divenne lingua franca nel Cinquecento. A proposito di schiavi, nel Settecento il paese che vantava il loro più grande commercio nella Costa della Guinea era la Gran Bretagna, che li acquistava in cambio di beni. Questi stessi schiavi venivano poi portati nelle Americhe fino a sbarcare in Europa; un famoso interprete dell’epoca era Buttenoe.

Cristoforo Colombo portò gli intermediari dai Caraibi alla Corte di Spagna per insegnare loro lo spagnolo. Famosi erano Diego Colòn e Juan Pèrez, quest’ultimo uno schiavo indiano che mediava con gli indigeni della costa dell’Honduras.

Magellano assunse Enrique come interprete di malese durante l’assedio di Malacca e lo portò nel suo viaggio verso le isole delle spezie. Enrique seguì Magellano a Siviglia e poi nelle Filippine, dove il malese era la lingua franca della diplomazia e del commercio, e fu attivo come intermediario durante la missione di conversione degli indigeni al cattolicesimo.

Francisco Hernández de Córdoba fece imparare lo spagnolo agli schiavi Melchor e Julián per assumerli come interpreti nella spedizione verso quello che poi sarebbe diventato il Messico. Non assunse gli indiani, che parlavano la lingua dei Maya e dei Taino, finché non giunse nello Yucatan, dove gli interpreti Pedro Barba e Julián furono il primo esempio di relais o “traduzione doppia” (termine attribuito a Hugh Thomas per indicare la traduzione tra due lingue passando per un’altra).

Il relais fu poi riadottato da Hernán Cortés nello Yucatan durante la sua spedizione verso il Messico, con l’interprete Géronimo de Aguilar. Figura di spicco dell’epoca era Marina, figlia di mercanti aztechi e parlante di lingua nahuatl venduta ai mercanti maya, che in seguito imparò lo spagnolo presso la corte di Hernán Cortés. Era chiamata Malintzin in lingua nahuatl e Malinche in spagnolo; anch’essa lavorò in relais insieme a Géronimo de Aguilar e fu indispensabile durante il viaggio di Cortés verso l’Honduras nella comunicazione in lingua spagnola e maya.

Altre figure di spicco dell’epoca delle prime esplorazioni erano Gaspar Antonio Chi, Felipillo, Squanto ed Estevanico. Gaspar era un interprete indiano dello Yucatan che nel tardo Cinquecento facilitò la comunicazione tra gli spagnoli di Carlo V e i Maya. Felipillo era nativo di un’isola al largo della costa dell’Impero Inca e fu catturato dagli spagnoli per fungere da intermediario nella conquista del Perù. Squanto era un nativo americano della tribù Patuxet che aiutò i padri pellegrini a comunicare nel Nuovo Mondo; rimase famoso anche per aver attraversato l’Oceano Atlantico per ben sei volte. Estevanico, infine, era uno schiavo del Marocco e fu probabilmente il primo musulmano a giungere in Nord America. Partecipò alla spedizione del capitano Dorantes alla conquista della Nuova Spagna e giunto in Messico fu venduto al primo viceré della Nuova Spagna per ulteriori spedizioni verso nord.

Gli interpreti dell’Impero Ottomano

Nel Cinquecento, l’Impero Ottomano comprendeva l’Europa Centrale, la Crimea, il Medio Oriente e l’Africa. Gli intermediari tra l’impero e l’Europa erano allora chiamati dragomanni (dal turco “tercüman”, dall’arabo “tarjuman” ovvero interprete o guida) e dopo la caduta di Costantinopoli molti di loro lavoravano con il greco e l’italiano. Con la crescita del commercio, le lingue di corte divennero l’arabo, il persiano e il vernacolare turco. I primi dragomanni erano schiavi italiani, greci, austriaci, tedeschi, ungheresi e polacchi catturati in battaglia e convertiti all’islam, ma ben presto le autorità musulmane sostituirono gli infedeli con dragomanni musulmani di madrelingua turca.

Gli interpreti in Giappone

Nel Giappone del 16° e 17° secolo, la missione gesuita favorì l’impiego di intermediari per la Società. Tra questi, João Rodrigues Tçuzzu era un gesuita che da Lisbona fu inviato in Giappone, dove imparò il giapponese e contribuì alla liberazione della fede cristiana dalle caratteristiche europee. In seguito partecipò come interprete anche alla missione gesuita nelle Indie e in varie missioni diplomatiche con l’Europa. Come lui, molti portoghesi si recarono in Asia per lavorare come intermediari anche negli scambi commerciali. In questo ambito, l’interprete gesuita divenne una figura di profilo elevato, a metà tra la sfera temporale e quella spirituale.

Gli interpreti del colonialismo

Nel 1584, la Regina Elisabetta I inviò vari esploratori nel nuovo continente: Walter Raleigh si insediò nella costa sud-orientale del Nord America, mentre i Capitani Philip Amadas e Arthur Barlowe si stabilirono in Virginia. Si esprimevano a gesti nelle negoziazioni commerciali, ma in ambito diplomatico impiegarono due indigeni che poi li seguirono in Inghilterra: Wanchese e Manteo. Lì essi impararono l’inglese e successivamente seguirono Sir Richard Grenville e Ralph Lane all’Isola Roanoke. In particolare, Manteo fu interprete di Francis Drake e di John White.

Nei primi anni del Seicento, gli inglesi giunsero fino a Jamestown, e allora quella dell’interprete divenne una professione affermata nel nuovo mondo: ricordiamo Thomas Savage, Henry Spelman e Robert Poole.

L’avanzata degli inglesi proseguì nel Settecento, quando il Capitano James Cook fu spedito a Tahiti per osservare il transito di Venere attraverso il Sole e in seguito in cerca della Terra Australis, il continente più a sud del mondo. James Cook esplorò il Pacifico meridionale con l’aiuto dell’interprete Tupaia, prete polinesiano nonché navigatore.

Altre due figure di spicco del Settecento erano Sacagawea e Sarah Winnemucca. La prima era figlia di un capo tribù dell’Idaho che conosceva le lingue hidatsa e shoshoni e fu venduta al mercante di pellicce Toussaint Charbonneau, che parlava hidatsa e francese. Sacagawea fu la prima donna ad aver partecipato alla prima spedizione americana di Louis e Clark alla scoperta della costa del Pacifico via terra. Sara Winnemucca fungeva invece da intermediario con le lingue inglese e spagnolo tra le famiglie bianche in California. In seguito fu interprete militare durante le guerre tra nativi americani e coloni.

La nascita dell’interpretazione simultanea   

Nel raccontare questi viaggi intorno al mondo e nel ricordare i primi interpreti che li hanno resi possibili, non possiamo dimenticare le origini della forma di interpretazione ad oggi più utilizzata nell’ambito delle conferenze: l’interpretazione simultanea.

È nella Norimberga del 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che tre gruppi di interpreti erano presenti al processo dei principali criminali di guerra davanti al Tribunale militare internazionale: gli interpreti di tribunale, i testimoni e la difesa. Allora la figura dell’interprete divenne importante di pari passo con la necessità di portare avanti dei processi il più possibile equi e veloci. Furono loro i fondatori dell’interpretariato di conferenza moderno, poliglotti chiamati a svolgere un compito mai svolto prima, così come prima di loro avevano fatto Enrique, Marina, Tçuzzu, Manteo o Tupaia.

Nacque così una professione che rimase esclusivamente face-to-face fino agli anni Settanta del secolo scorso, ovvero fino all’avvento delle nuove tecnologie di interpretariato telefonico e remoto. Queste vanno via via integrando il settore dell’interpretariato di conferenza, nato di recente ma in continua evoluzione grazie ai rapidi progressi del mondo contemporaneo.

 

Il primo viaggio intorno al mondo

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Tu che sei in viaggio
sono le tue orme la strada
nient’altro
Tu che sei in viaggio
non sei su una strada
la strada la fai tu andando
Mentre vai si fa la strada
e girandoti indietro
vedrai il sentiero che mai più calpesterai
Tu che sei in viaggio
non hai una strada, ma solo scie nel mare.

(Antonio Machado)

Viaggiare e scoprire nuovi sentieri inseguendo nuove mete. Per necessità di sopravvivenza, curiosità verso ciò che è altro, instabilità dell’anima, apertura all’infinito. Da sempre l’uomo si è evoluto muovendosi nello spazio, ma chi ha iniziato e compiuto per primo il viaggio intorno al mondo?

Facciamo un salto indietro nel tempo. Siamo nel 1453: i Turchi conquistano Costantinopoli, rendendo pericolosa e instabile l’attività commerciale nel Mediterraneo orientale, che fino ad ora è stata la principale rotta commerciale degli europei per l’importazione di beni di lusso e spezie dall’Oriente. Venezia e Genova, i maggiori porti commerciali di accoglienza delle navi provenienti dall’Adriatico, rimangono isolati, e l’Europa è costretta a cercare altre rotte per il commercio con l’Asia. Nel frattempo, anche le miniere del Nord Africa si esauriscono, le monarchie nazionali europee sono disposte a finanziare le esportazioni e la cultura umanistica lascia spazio alla convinzione che la terra non è piatta, ma sferica.

Bartolomeo Diaz, Vasco da Gama, Cristoforo Colombo, Pedro Cabral, Amerigo Vespucci e Ferdinando Magellano sono i primi a superare la concezione tolemaico-aristotelica correndo il rischio di avventurarsi intorno al mondo. Diaz giunge al Capo di Buona Speranza, l’estremità del Sud Africa. Da Gama arriva a Calicut, in India. Cristoforo Colombo, finanziato da Isabella di Spagna, si avventura alla ricerca delle Indie partendo da Los Palos de la Frontera, ma arriva a San Salvador nei Caraibi. Pedro Cabral, alla ricerca di una via di collegamento tra il Portogallo e l’India, a causa di una tempesta oceanica finisce in Brasile. Amerigo Vespucci, partito anche lui dal Portogallo, è il primo a capire di essere finito in un nuovo continente, che per questa ragione prenderà il suo nome. Ma tra i primi esploratori passati alla storia, è Ferdinando Magellano a circumnavigare per primo la Terra.

Magellano, finanziato da Carlo V di Spagna, parte da Siviglia con cinque caravelle seguendo il corso del Guadalquivir. Vuole arrivare in Asia passando a occidente, così giunge in Sud America scoprendo nel 1520 lo stretto che prenderà il suo nome e denominando quel mare Oceano Pacifico. Arriverà fino alle Filippine, dove resterà ucciso, ma la sua esplorazione si concluderà in Spagna nel 1522, grazie ai diciotto superstiti della nave Vittoria.
Queste le principali tappe del viaggio di Magellano:

  • Isole Canarie sull’Oceano Atlantico, davanti alla costa nord-occidentale dell’Africa;
  • costa sudamericana, con soggiorno alla baia di Santa Lucia (attuale Rio de Janeiro), per raggiungere l’Oceano Pacifico;
  • Rio de la Plata (attuale Buenos Aires) fino alla Baia di San Julian in Patagonia;
  • Stretto di Magellano: durante la traversata dello stretto che le porterà dall’Oceano Atlantico al Pacifico, le navi si trovano a destra la Patagonia e a sinistra la “Terra del Fuoco”, un promontorio, un’isola o forse un arcipelago;
  • Isole Molucche (attuale Indonesia): qui Magellano dimostra finalmente che la Terra è sferica. Ma non riesce a raggiungere le isole d’Oriente in un mese, bensì in tre mesi e venti giorni, dimostrando anche che l’estensione dell’Oceano Pacifico supera quella di tutti i continenti della Terra messi insieme;
  • Isole Marianne fino alle Filippine, dove trova l’area linguistica malese lasciata dodici anni prima;
  • Isola di Cebu fino all’Isola di Mactan, dove rimane ucciso durante la ribellione delle popolazioni locali all’opera di conversione al cristianesimo tentata dai suoi marinai;
  • Borneo fino alle Isole Molucche, dove l’equipaggio riesce a riportare un carico di spezie, ma la nave Trinidad rimane bloccata per poi ripartire verso oriente per raggiungere l’Europa;
  • la nave Vittoria fa una sosta alle Isole di Capo Verde mentre è in viaggio verso il Capo di Buona Speranza, con l’intento di risalire verso la Spagna attraverso l’Atlantico;
  • dalle Azzorre all’imbocco del Guadalquivir fino a Siviglia.

Da allora il famoso stretto a sud della Patagonia che ha preso il nome di Magellano non viene più percorso a causa della pericolosità della rotta, almeno fino ai tempi del pirata inglese Francis Drake, che lo sfrutta per derubare i coloni spagnoli dell’area. Nel 1914 viene riaperto anche il Canale di Panama, rendendo ormai inutile la traversata tra l’Atlantico e il Pacifico attraverso lo stretto.

Forte spirito di avventura, irrefrenabile curiosità, cieco coraggio:  i grandi esploratori della storia hanno iniziato così i loro viaggi e così hanno scoperto il mondo. E come diceva Lao Tse:

Un viaggio di mille miglia ha inizio sotto la pianta dei tuoi piedi.

L’uso delle parole nel giornalismo: si dice “traduttori” o “interpreti”?

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Nel luglio scorso ha suscitato scalpore la notizia della richiesta di citare in giudizio Marina Gross affinché comunicasse i segreti appresi nel corso del vertice di Helsinki tra i presidenti Trump e Putin. Molte testate americane hanno ampiamente discusso l’argomento, usando il più delle volte la parola “translator” o “traduttore” per definire il ruolo di Marina Gross, incaricata di trasporre la conversazione dalla lingua russa alla lingua inglese.

Tuttavia, un professionista del mondo della traduzione non è necessariamente un “traduttore”, o meglio, il ruolo del traduttore propriamente detto è solo ed esclusivamente quello di tradurre un testo scritto. Nel caso specifico del vertice di Helsinki, Trump e Putin stavano parlando, per cui Marina Gross stava traducendo un testo orale. La sua professione non è “traduttrice”, bensì “interprete”. Non si tratta né di finezza linguistica né di pignoleria voluta, ma di due professioni diverse, con percorsi di formazione diversi e funzioni diverse. Così come diversa è la funzione della lingua scritta rispetto a quella della lingua orale.

Sicuramente non è una novità il fatto che nel linguaggio comune si impieghi più spesso la parola “traduttore” per riferirsi indifferentemente all’una o all’altra figura professionale. Tuttavia un professionista della comunicazione, quale è un giornalista, dovrebbe usare le parole con cura, soprattutto nella lingua scritta, che al contrario di quella orale, lascia il tempo per riflettere. Invece ciò non accade. Così, bande furiose di interpreti scaricano la loro frustrazione davanti alle tastiere e agli schermi di computer e cellulari, riempiendo di post e tweet i profili di ignari giornalisti, che nonostante tutto, ancora si ostinano a non voler capire.

Nel suo articolo “Stop inter’plaining me!” (dove per inter’plaining si intende la fastidiosa abitudine propria degli interpreti di correggere i giornalisti che osano definirli “traduttori”), l’interprete Alexander Drechsel si cala ironicamente nei panni di un giornalista che ha commesso l’errore di usare la parola “traduttori” e difende la posizione dei giornalisti sfruttati e tormentati dai tweet minacciosi degli interpreti che piuttosto che lavorare o farsi una vita, si sentono come Nicole Kidman in “The interpreter”.

In risposta a questa ironia, l’interprete Jonathan Downie pubblica l’articolo “A Defence of Inter’plaining”, sottolineando giustamente la differenza tra le due professioni e difendendo gli interpreti lamentosi per diverse ragioni:

  • se un giornalista usasse un nome piuttosto che un altro per riferirsi a una persona, risulterebbe meno credibile;
  • per una questione di riconoscimento: così come scrivere un articolo seduti a una scrivania non è lo stesso che fare interviste viaggiando, un traduttore ha delle abilità diverse rispetto a quelle di un interprete, anche se non per questo inferiori;
  • i giornalisti hanno un grande potere, che è quello di condizionare la visione del mondo, legittimando o emarginando i ruoli in base al linguaggio che usano. Molto spesso i giornalisti lavorano a fianco degli interpreti, dunque perché non chiamarli con il loro nome?

Motivo di sollievo per i combattivi interpreti è la sezione “Corrections and clarifications” di “The Guardian”, nella quale i giornalisti correggono l’errore con riferimento agli articoli sul vertice di Helsinki, precisando che quello che intendevano era “interpreti” e non “traduttori”, in quanto i professionisti in questione lavorano con la lingua orale.

Tuttavia, come se questo non bastasse, la diffusione di questa bella notizia nei gruppi di interpreti e traduttori ha addirittura suscitato il fastidio dei colleghi, che accusano i loro omologhi di pignoleria o di spreco di energie nel voler educare le persone all’uso corretto delle parole! Forse l’uso del termine corretto al posto di quello errato richiede un eccessivo sforzo fisico o mentale? Forse farsi chiamare con il proprio nome è una pretesa troppo grande? Forse la comunicazione non è più davvero così importante? Va bene, dunque visto che noi siamo pignoli (e voi non siete pigri, buonisti o rassegnati), a questo punto avete ragione: che si lasci spazio al relativismo. Evviva i professionisti, evviva i dilettanti… chiamiamoli come vogliamo, tanto diciamo sempre la stessa cosa.

Unione Europea – Che cos’è il sistema TARGET2?

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Il sistema TARGET2 è stato introdotto nell’area euro nel 2007, in sostituzione del sistema TARGET (Trans-european Automated Real time Gross settlement Express Transfer system), che è entrato in vigore nel 1999. Si tratta di un sistema interbancario congiunto formato dall’interconnessione dei sistemi di regolamento lordo delle banche centrali degli Stati dell’area euro e della Banca Centrale Europea.

L’economista Philipp Bagus nel suo libro La tragedia dell’euro sostiene che l’unione monetaria è diventata da tempo un’unione dei trasferimenti e un sistema di salvataggio dei paesi periferici. Ciò che cosa comporta?

Come funziona il TARGET2

Nell’Unione europea, la Banca Centrale Europea fa capo alle banche nazionali, le quali fanno capo alle banche minori.

In uno scambio di mercato nel quale un soggetto è un venditore e un altro soggetto è un acquirente, il venditore registra un credito bancario, mentre l’acquirente o attinge dal suo deposito o registra un debito bancario di pari importo, a fronte di una richiesta di prestito alla banca in cambio della garanzia di un bene collaterale che tuteli la banca dal rischio di insolvenza. Se l’acquirente non è in grado di produrre un altro bene per venderlo e ripagare così il suo debito, la banca ha la possibilità di stampare moneta a corso legale corrispondente a quel valore. Tuttavia, il nuovo denaro è creato dal nulla e ha soltanto un valore nominale, al quale non corrisponde un bene reale prodotto.

Nell’eurosistema, se l’acquirente riceve un prestito dalla sua banca minore, questa aumenta il suo rifinanziamento presso la banca nazionale. Viceversa, se la banca minore del venditore registra un credito, questa riduce il suo rifinanziamento presso la sua banca nazionale. Quindi, mentre la banca nazionale del paese del venditore riceve un credito dalla BCE, la banca nazionale del paese dell’acquirente riceve un debito di pari importo nei confronti della BCE.

Seguendo la stessa logica, un paese può acquistare merci importate tramite la sua banca nazionale, che crea nuovo denaro da concedere in prestito: si accende così un debito TARGET2 per questa banca a fronte di un credito TARGET2 per la banca nazionale del paese venditore.

Non trattandosi di denaro fisico con un valore reale ma solo nominale, questi crediti (o debiti) verso la BCE sono potenzialmente illimitati, per cui non si estinguono mai, ma circolano all’interno di un sistema di compensazione. Per estinguere i debiti dell’acquirente sul mercato privato dei capitali, il venditore può importare beni o acquistare bond o contrarre un prestito dall’acquirente. Se non vi fosse il TARGET2, nelle transazioni pubbliche sarebbe un soggetto economico a dover finanziare il debito tramite investitori privati. Invece, in presenza di TARGET2 si attiva un sistema di salvataggio che evita ai paesi l’onere di rendere il proprio sistema competitivo. In tal modo, nell’eurosistema i debiti e i crediti non si estinguono perché i debiti non sono garantiti da crediti reali, ma si crea credito nominale dal nulla.

Per evitare perdite, i depositanti di un paese debitore dell’aera euro possono aprire un conto in un paese più ricco e trasferirvi denaro. In tal modo, la loro banca perde le riserve e aumenta il rifinanziamento presso la sua banca nazionale, mentre la banca del paese più ricco riduce i prestiti ottenuti dalla sua banca nazionale. Si è creato così un debito TARGET2 presso la banca nazionale del paese debitore a fronte di un credito TARGET2 presso la banca nazionale del paese più ricco. In un sistema interdipendente, il rischio di default del paese debitore è condiviso dai risparmiatori del paese più ricco tramite il credito TARGET2. Quindi, se il paese debitore dovesse andare in default, le sue perdite avrebbero conseguenze anche sul bilancio della BCE.

Le conseguenze dell’interdipendenza

Se una banca creasse denaro per acquistare un titolo del governo, il governo riceverebbe un credito, che utilizzerebbe aumentando la spesa pubblica, i sussidi e i salari pubblici, il che ridurrebbe la competitività del paese. Il deficit della banca può essere ad esempio compensato dal prestito da parte di un’altra banca tramite i risparmiatori. Tuttavia, con il tempo la prima banca non riesce più a trovare collaterali a garanzia del prestito, quindi la qualità del suo debito si riduce e gli investitori privati scelgono di non finanziarla più. Invece, con il TARGET2 le banche possono usare cattive garanzie e rifinanziarsi presso la banca nazionale, che accetta queste garanzie o titoli di stato in cambio di nuovi prestiti. Di conseguenza, i debiti TARGET2 presso la BCE aumentano e i collaterali (cattivi rischi) vengono socializzati nell’eurosistema.

Se fosse un paese debitore a uscire dall’euro, esso non ripagherà mai i debiti nei confronti della BCE in valore o beni reali, per cui la BCE registrerebbe una perdita che ricadrebbe anche sui contributi in conto capitale delle banche nazionali.

Se fosse un paese creditore a uscire dall’euro, la sua banca nazionale subirebbe comunque delle perdite, in quanto i suoi attivi sono crediti TARGET2 e non vi è garanzia che i paesi debitori ripagheranno il debito in beni reali, soprattutto se resteranno non competitivi.

Se a quel credito non corrisponde un valore reale, in conseguenza della stampa di nuovo denaro si crea inflazione. Inoltre il default dei paesi debitori causa il crollo della qualità degli attivi della BCE che non può ridurre la quantità di moneta in circolazione e la moneta si svaluta. Con il tempo, l’unico modo per ricapitalizzare la BCE con attivi di qualità diventa l’espropriazione del capitale privato, a cui corrisponderebbe l’ulteriore incapacità di produrre per creare nuova ricchezza reale.

Gli interpreti e il principio di riservatezza dopo il vertice di Helsinki 2018

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Il recente vertice di Helsinki rischia di entrare nella storia dell’interpretariato di conferenza in ambito diplomatico. Perché?

La particolarità del vertice di Helsinki: tra segretezza e controversie

Partiamo dai fatti: lo scorso 16 luglio 2018, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Presidente russo Vladimir Putin hanno avuto un colloquio a porte chiuse durato novanta minuti. Ci sono vari elementi che hanno colpito l’attenzione dei media:

  • Trump non ha richiesto la presenza né del Segretario di Stato né del Consigliere per la Sicurezza Nazionale;
  • al termine del vertice, i funzionari della Casa Bianca non hanno organizzato alcun briefing per la stampa;
  • la successiva conferenza stampa ha scatenato non poche controversie: in un primo momento, il Presidente americano ha sminuito l’influenza russa nelle elezioni del 2016, smentendo quanto dichiarato dai servizi di intelligence; in un secondo momento, lo stesso Presidente ha ritrattato le sue dichiarazioni;
  • l’unica persona “estranea” presente al vertice per la parte americana è stata l’interprete Marina Gross, dipendente a tempo pieno del Dipartimento di Stato americano.

Tutto questo ha suscitato la curiosità e il dibattito della stampa e dell’opinione pubblica: che Trump abbia sfruttato la sua posizione per perseguire i suoi interessi finanziari nell’incontro con Putin? Quale è la futura rotta che il Presidente ha intenzione di tracciare per il suo paese? Il Congresso ha il diritto di conoscere gli impegni presi da Trump in materia di sicurezza?

La proposta dei Democratici: interrogare l’interprete

Con una lettera aperta indirizzata ai membri dello House Committee on Oversight and Government (il comitato della Camera dei Rappresentanti del Congresso per la governance e il controllo), il deputato democratico Bill Pascrell del New Jersey ha espresso la proposta dei legislatori democratici (in primis Jeanne Shaheen, New Hampton) di chiamare a testimoniare davanti al Congresso l’interprete Marina Gross, qualora si rifiutasse di esporre volontariamente le informazioni apprese oppure se la Casa Bianca non rivelasse i dettagli del vertice. Tale proposta, già bloccata dai Repubblicani dello House Intelligence Committee, troverà difficilmente approvazione, data la minoranza democratica al Congresso e la dichiarazione dei funzionari USA, che affermano che, non trattandosi di reato, la testimonianza dell’interprete sarebbe un evento senza precedenti.

Il codice etico degli interpreti: perché mantenere la riservatezza

Con ogni probabilità, Marina Gross non rilascerà dichiarazioni volontarie. Infatti, l’interprete è tenuta al rispetto di un codice di deontologia professionale, che include tra i suoi principi cardine quello della riservatezza: ciò significa che l’interprete non può rivelare i dettagli e le informazioni apprese prima, durante e dopo una riunione. Vi sono tuttavia delle eccezioni, basate sul principio do no harm (“non arrecare danno”): le informazioni sono richieste tramite un’ordinanza di un tribunale, in caso di sospettato abuso nei confronti di persone, in caso di minaccia di violenza o reato. Di fatto, se il caso in questione non rientra in due di queste circostanze, la convocazione dell’interprete sarebbe l’unico modo che il Congresso avrebbe a disposizione per costringere l’interprete a parlare.

Secondo le principali associazioni di professionisti, quali l’AIIC (Association Internationale des Interprètes de Conférence) e l’ATA (American Translators Association), gli interpreti sono tenuti al più stretto riserbo relativamente alle informazioni acquisite nel lavoro, nel caso specifico nelle riunioni private (si veda questo articolo). Come afferma inoltre Barry Slaughter-Olsen, già interprete del Dipartimento di Stato, in questa intervista, la violazione del principio di riservatezza comporterebbe la perdita di fiducia del cliente nei confronti del suo interprete, distruggendo anche la credibilità degli interpreti e mettendoli a rischio nei settori in cui sono maggiormente esposti, come nelle zone di conflitto.

Detto ciò, è ragionevole ritenere che Marina Gross non debba essere costretta a testimoniare, e comunque, non lo farebbe di certo spontaneamente “per ragioni di coscienza o di responsabilità verso la verità”, come è stato affermato.

Gli appunti dell’interprete: una miniera d’oro o una richiesta insensata?

L’ex consulente di sei Segretari di Stato nei negoziati in Medio Oriente Aaron David Miller e il Senatore Bob Corker hanno spostato l’attenzione sull’unico strumento di prova a testimonianza della verità: gli appunti presi da Marina Gross durante la riunione. Entrambi hanno ribadito che l’interprete non dovrebbe essere esposta alla procedura auspicata dal Congresso, in quanto creerebbe un precedente, oltre a costituire una violazione dell’executive priviledge (il diritto del Presidente di non divulgare informazioni riservate), stando alle parole dell’ex Ambasciatore russo Alexander Vershbow. In ogni caso, la richiesta di visionare gli appunti dell’interprete è del tutto infondata. Perché?

Nel suo intervento “Notes on an interpreter’s notes”, Ewandro Magalhaes, già capo interpreti all’ONU, adduce tre motivazioni, rappresentando il punto di vista degli interpreti professionisti:

  • al termine di un incarico, gli interpreti eliminano gli appunti;
  • gli interpreti non sono stenografi: i simboli che utilizzano non sostituiscono parole, ma sono casuali e assumono senso e significato solo per l’interprete che li ha prodotti in quel contesto, perché sono soltanto un supporto alla memoria a breve termine. L’interprete veicola un messaggio e un intento e si serve di questa mappa mentale semantica solo per ricostruire la logica del discorso, ma non è il resocontista ufficiale dell’evento (per maggiori informazioni sulla tecnica di presa di appunti degli interpreti consecutivisti, si veda questo articolo);
  • l’interprete, anche se chiamata a testimoniare, probabilmente non ricorderebbe quanto tradotto: il compito di un interprete, infatti, non è concentrarsi sul contenuto di una conversazione, ma comprendere le singole unità di significato e il linguaggio del corpo per rielaborare questo messaggio originale nella lingua e nella cultura verso la quale “traduce”.

L’opinione di un’interprete

Avendo riassunto il nocciolo della questione e spiegato le motivazioni pratiche per le quali costringere l’interprete a violare il codice etico non servirebbe ad alcuno scopo, vorrei aggiungere la mia opinione, ponendo la questione su altri tre piani:

  • il non rispetto dei principi democratici;
  • la strumentalizzazione dei servizi professionali per scopi politici;
  • il rispetto dei contratti stipulati tra un professionista e il suo cliente.

Punto primo: che Trump non sia di gradimento dell’opinione pubblica e della stampa non è una novità. Che vi siano buone ragioni e motivazioni sarà anche vero, ma resta il fatto che il Presidente è stato eletto, per cui la sfiducia nei suoi confronti in merito al suo modo di condurre i negoziati lascia il tempo che trova, almeno sul piano pratico.

Punto secondo: i professionisti esistono per servire i committenti. Che la politica possa ricorrere a ogni mezzo per fare valere la sua posizione di forza per scopi politici strumentalizzando la professionalità degli individui crea un precedente grave, che va oltre il non rispetto dei principi di un codice etico. Esistono delle eccezioni secondo le quali il codice etico degli interpreti può essere violato per ragioni di sicurezza e incolumità, ma non sulla base di un presupposto di sospetta sfiducia nei confronti dell’operato di qualcuno, fermo restando che in tal modo si metterebbe anche a rischio la sicurezza e l’incolumità dei professionisti stessi.

Punto terzo: la stipula di un contratto tra un professionista e un committente è già di per sé vincolante per le parti. Qui stiamo addirittura parlando di un’interprete che ha firmato un contratto con il Dipartimento di Stato americano, che come minimo include già un accordo di riservatezza esteso a vita. Inoltre, Marina Gross non si trova lì per caso: il suo percorso professionale e la sua scelta di vita vanno ben oltre il già arduo percorso che un interprete di conferenza affronta per diventare tale. L’interprete diplomatico è una figura particolare, che combina alle abilità di un interprete, tra le altre, anche spiccate abilità etiche, diplomatiche e interpersonali (per maggiori informazioni sulla figura dell’interprete diplomatico, si veda questo articolo di Tony Rosado).

In conclusione, Marina Gross, in seguito alla sua mancata testimonianza volontaria, se sarà chiamata a testimoniare lo farà, ma sempre nel rispetto degli impegni presi e dei contratti stipulati, almeno finché vige l’executive priviledge. Tutto questo non è un segreto, non lo è per alcun vertice politico e tantomeno deve esserlo per la stampa.