Il fallimento del liberalismo istituzionale

Traduzione dall’inglese dell’articolo “The Challenge of Marxism” di Yoram Hazony apparso su Quillette: https://quillette.com/2020/08/16/the-challenge-of-marxism

I. Il crollo del liberalismo istituzionale

Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, per un’intera generazione gran parte degli americani e degli europei ha considerato il marxismo un nemico che era stato sconfitto una volta per tutte. Ma non era così. Solo 30 anni dopo, il marxismo è tornato, ed è riuscito incredibilmente bene ad assumere il controllo delle più importanti agenzie stampa, delle università e delle scuole, delle multinazionali e delle organizzazioni filantropiche, addirittura dei tribunali, della burocrazia statale e di alcune chiese in America. Mentre le città americane affrontano disordini, incendi e saccheggi, sembra proprio che i custodi liberali di molte di queste istituzioni, dal New York Times all’Università di Princeton, stiano disperatamente cercando di riottenerne il controllo, adottando piuttosto una politica di accomodamento. In altre parole, tentano di ingraziarsi i dipendenti marxisti cedendo ad alcune loro richieste nella speranza di non essere completamente sopraffatti.

Non sappiamo cosa accadrà con certezza. Ma se consideriamo l’esperienza degli ultimi anni possiamo azzardare un’ipotesi. Al liberalismo istituzionale mancano le risorse per fare i conti con questa minaccia. Il liberalismo viene allontanato da quelli che erano i suoi capisaldi, e l’egemonia delle idee liberali, così come la conosciamo dagli anni Sessanta, finirà. I liberali anti-marxisti si ritroveranno nella stessa situazione che caratterizza da tempo l’esperienza conservatrice, nazionalista, e cristiana: si ritroveranno all’opposizione.

Questo significa che qualche ardito liberale dichiarerà presto guerra alle stesse istituzioni che finora sono state sotto il suo controllo. Cercherà di creare piattaforme di comunicazione e di formazione alternative, all’ombra di quelle istituzioni potenti, ricche e prestigiose delle quali non ha più il controllo. Nel frattempo qualche altro liberale continuerà a lavorare nei media di regime, nelle università, nelle società di tecnologia, nelle organizzazioni filantropiche, e nella burocrazia statale, imparando a tenersi per sé le sue liberali e facendo credere ai colleghi di essere marxista, proprio come molto tempo fa i conservatori avevano imparato a tenersi per sé le loro idee conservatrici facendo credere ai colleghi di essere liberali.

Questa è la nuova realtà che sta emergendo. La politica si tinge di rosso e i neomarxisti non si accontenteranno delle loro recenti vittorie. In America sfrutteranno il vantaggio che hanno per tentare di impossessarsi del Partito Democratico. Tenteranno di ridurre il Partito Repubblicano a una flebile imitazione della loro nuova ideologia o di vietarne del tutto l’esistenza in quanto organizzazione razzista. In altri paesi democratici cercheranno di imitare i successi raggiunti in America. Nessuna nazione libera sarà risparmiata. Perciò non facciamo finta di nulla, dicendoci che questa maledizione non si abbatterà su di noi. Perché lo farà.

Nel presente saggio vorrei introdurre alcune considerazioni sulle ultime vittorie dei marxisti in America, in merito a quanto è accaduto e a quanto probabilmente accadrà ancora.

II. Lo schema marxista

Nelle loro recenti battaglie per mantenere il controllo delle organizzazioni liberali, i liberali anti-marxisti hanno dovuto affrontare numerosi svantaggi. Uno di questi è che spesso non se la sentono di usare il termine “marxista” in buona fede per definire coloro i quali cercano di distruggerli. Ciò accade perché i loro carnefici non seguono l’esempio del Partito Comunista, dei Nazisti, e di vari altri movimenti politici che si contraddistinguevano usando un certo nome di partito e pubblicando un manifesto esplicito per definirlo. Piuttosto disorientano i loro oppositori servendosi di un vocabolario mutevole di termini come “la Sinistra”, “Progressismo”, “Giustizia Sociale”, “Anti-Razzismo”, “Anti-Fascismo”, “Black Lives Matter”, “Teoria Critica della Razza”, “Politica dell’Identità”, “Politicamente Corretto”, “Non-Abbassate-La-Guardia”, tra gli altri, per fare riferimento al loro credo politico. Quando i liberali tentano di usare questi termini vengono spesso criticati perché non li usano correttamente e questa diventa un’arma nelle mani di coloro i quali vogliono umiliarli e, in definitiva, annientarli.

Il modo migliore per sfuggire da questa trappola è riconoscere il movimento che attualmente sta tentando di distruggere il liberalismo per quello che è: una versione recente del marxismo. Non lo dico per screditare qualcuno. Lo dico perché è vero. E perché comprendere questa verità ci aiuterà a capire ciò che ci troviamo ad affrontare.

I neomarxisti non usano il gergo tecnico coniato dai Comunisti dell’Ottocento. Non parlano di borghesia, proletariato, lotta di classe, alienazione del lavoro, feticismo delle merci, e così via, al contrario hanno sviluppato un proprio gergo adatto all’attuale situazione in America, in Gran Bretagna e in altri paesi. Tuttavia le loro politiche si basano su uno schema marxista fatto apposta per criticare e annientare il liberalismo (quello che Marx definiva “l’ideologia della borghesia”). Possiamo descrivere lo schema politico di Marx nel modo seguente:

  1. Oppressore e oppresso
    Marx afferma che, a livello empirico, le persone tendono invariabilmente a costituirsi in gruppi coesi (quelle che lui chiama classi), ciascuno dei quali sfrutta un altro gruppo finché riesce a farlo. Un ordine politico liberale in questo non è diverso da qualunque altro e tende verso due classi, una delle quali possiede e controlla praticamente tutto (l’oppressore), mentre l’altra viene sfruttata ed espropriata del frutto del suo lavoro, tanto da non riuscire a progredire, al contrario resta per sempre schiava (l’oppresso). Inoltre, Marx considera lo Stato stesso, con le sue leggi e i suoi meccanismi di coercizione, uno strumento del quale la classe dell’oppressore si serve per mantenere il regime di oppressione e per aiutarla a portare avanti il suo piano.
  2. Falsa coscienza
    Marx capisce che gli imprenditori, i politici, i giuristi, e gli intellettuali liberali che tengono in vita questo sistema non sono consapevoli di essere gli oppressori e che quello che loro considerano progresso ha creato soltanto nuove condizioni di oppressione. In realtà nemmeno la classe lavoratrice può essere consapevole di essere sfruttata e oppressa. Questo è vero in quanto pensano tutti in termini di categorie liberali (es., il diritto dell’individuo di vendere liberamente il proprio lavoro) che nascondono un’oppressione sistematica. Tale ignoranza del fatto che si è oppressori o oppressi è definita ideologia dominante (in seguito Engels la descrisse coniando l’espressione falsa coscienza) ed è possibile superarla soltanto quando si è coscienti di ciò che accade e si impara a riconoscere la realtà utilizzando le vere categorie.
  3. Ricostruzione rivoluzionaria della società
    Marx afferma che, storicamente, le classi oppresse hanno materialmente migliorato le loro condizioni soltanto grazie a una ricostruzione rivoluzionaria della società nel suo insieme, ovvero attraverso la distruzione della classe dell’oppressore, nonché delle idee e delle norme sociali che tengono in vita il regime di oppressione sistematica. Specifica inoltre che i liberali forniranno agli oppressi gli strumenti necessari per rovesciarli. Ci sarà un periodo di “guerra civile più o meno velata, che infurierà all’interno della società esistente, fino al punto in cui la guerra scoppierà fino a sfociare nella rivoluzione aperta” e nel “rovesciamento violento” degli oppressori liberali. A questo punto gli oppressi assumeranno il controllo dello stato.
  4. Totale scomparsa degli antagonismi di classe
    Marx promette che dopo che la classe proletaria oppressa avrà assunto il controllo dello stato, “si porrà fine” allo sfruttamento degli individui da parte di altri individui e l’antagonismo tra le classi di individui finalmente scomparirà. Il modo per fare tutto questo non è specificato.

Le teorie politiche marxiste sono state ulteriormente sviluppate ed elaborate nel corso di circa due secoli. La storia di come il “neomarxismo” sia emerso dopo la Prima Guerra Mondiale negli scritti della Scuola di Francoforte e di Antonio Gramsci è stata raccontata più volte, e gli accademici avranno molto da fare per molti anni ancora a raccontare quanta influenza sia stata esercitata sui vari movimenti successivi da Michel Foucault, il post-modernismo, e altri. Ma per i nostri fini non è necessario scendere così tanto nel dettaglio, perciò userò il termine “marxista” in senso lato per fare riferimento a qualsiasi movimento politico o intellettuale che si basi sullo schema generale di Marx così come lo ho descritto. Questo comprende il movimento “Progressista” o “Anti-Razzista” che attualmente avanza verso la conquista del liberalismo in America e in Gran Bretagna. Questo movimento utilizza categorie razziali quali bianchi e persone di colore per descrivere gli oppressori e gli oppressi di oggi. Ma è basato interamente sullo schema generale di Marx per la critica del liberalismo e per il piano d’azione contro l’ordine politico liberale. Si tratta semplicemente di una versione recente del marxismo.

III. Il fascino e la forza del marxismo

Nonostante molti liberali e conservatori affermino che il marxismo non è “nient’altro che una grande menzogna”, questo non è del tutto vero. Le società liberali si sono dimostrate più volte vulnerabili al marxismo e ora stiamo vedendo con i nostri occhi come le maggiori istituzioni liberali del mondo vengano cedute ai marxisti e ai loro alleati. Se è vero che il marxismo non è nient’altro che una grande menzogna, perché le società liberali sono così vulnerabili al marxismo? Dobbiamo comprendere la sua forza e il suo perenne fascino. Non lo capiremo mai senza ammettere che il marxismo coglie certi aspetti della verità che mancano al liberalismo illuminista.

Quali aspetti della verità?

La maggiore intuizione di Marx è aver capito che le categorie che i liberali utilizzano per costruire la loro teoria della realtà politica (libertà, uguaglianza, diritti e consenso) non sono sufficienti per comprendere la sfera politica. Non sono sufficienti in quanto lo schema liberale del mondo politico esclude due fenomeni che secondo Marx sono assolutamente centrali nell’esperienza politica umana: il fatto che le persone formino invariabilmente classi o gruppi politici coesi, e il fatto che queste classi o gruppi invariabilmente opprimano o sfruttino un’altra classe o gruppo, mentre lo stato funge da strumento nelle mani della classe degli oppressori.

I miei amici liberali tendono a credere che l’oppressione e lo sfruttamento esistano soltanto nelle società tradizionali o autoritarie, mentre la società liberale sarebbe libera (o quasi libera) da tutto questo. Ma questo non è vero. Marx ha ragione quando afferma che ogni società consiste di classi o gruppi coesi e che la vita politica, in ogni parte del mondo, riguarda soprattutto i rapporti di potere tra diversi gruppi. Ha ragione anche quando afferma che in un dato momento un gruppo (o una coalizione di gruppi) domina lo stato, e che le leggi e le politiche dello stato tendono a riflettere gli interessi e gli ideali del gruppo dominante. Inoltre, Marx ha ragione quando afferma che il gruppo dominante tende a considerare le sue leggi e le sue politiche un riflesso della “ragione” o della “natura” e si impegna a diffondere il suo modo di vedere le cose in tutta la società, tanto che vari tipi di ingiustizia e di oppressione tendono a rimanere nascosti.

Per esempio, malgrado decenni di sperimentazione con i voucher [soldi pubblici distribuiti alle famiglie per pagare scuole private, N.d.T.] e le charter school [scuole gestite privatamente con denaro pubblico, N.d.T.], la forma prevalente di liberalismo americano resta fortemente impegnata verso il sistema scolastico pubblico. In gran parte dei casi esiste un sistema monopolistico che stabilisce che i bambini e i ragazzi di ogni provenienza debbano ricevere quella che di fatto è un’istruzione atea spogliata di ogni riferimento a Dio e alla Bibbia. Sebbene i liberali siano sinceramente convinti che tale politica sia giustificata dalla teoria della “separazione tra stato e chiesa”, o dalla tesi secondo la quale la società necessita di scuole “per tutti”, rimane il fatto che queste teorie giustificano in realtà un sistema che mira a inculcare il liberalismo illuminista. Tutto ciò, visto da una prospettiva conservatrice, corrisponde a una tacita persecuzione delle famiglie religiose. Analogamente, il settore della pornografia non sarebbe nient’altro che un orribile strumento per sfruttare le donne povere, benché sia giustificato dalle élite liberali per ragioni di “libertà di espressione” e altre libertà riservate agli “adulti consenzienti”. Sulla stessa linea, la delocalizzazione indiscriminata della capacità produttiva è considerata espressione dei diritti di proprietà da parte delle élite liberali che traggono vantaggio dalla manodopera cinese a basso costo a discapito della classe lavoratrice dei paesi vicini.

No, la teoria politica marxista non è soltanto una grande menzogna. Analizzando la società in termini di rapporti di potere tra classi o gruppi, è possibile far emergere importanti fenomeni politici nei confronti dei quali le teorie liberali illuministe (teorie che tendono a ridurre la politica all’individuo e alle sue libertà private) sono sistematicamente cieche.

Questo è il motivo principale per il quale le idee marxiste esercitano un tale fascino. In tutte le società ci saranno sempre tante persone che hanno ragione di credere di essere state oppresse o sfruttate. Ad alcune di queste affermazioni è possibile porre rimedio, ad altre meno. Ma quasi tutte sono suscettibili di interpretazioni marxiste, il che dimostra quanto esse siano il risultato di un’oppressione sistematica da parte delle classi dominanti e giustifica una risposta carica di indignazione e violenza. Chi è tormentato da tale oppressione apparente si ritroverà spesso a militare tra le fila marxiste.

Certamente i liberali non sono rimasti fermi di fronte alle critiche basate sulla realtà dei rapporti di potere tra i gruppi. Tra le iniziative, la Legge sui Diritti Civili del 1964 proibiva esplicitamente pratiche discriminatorie nei confronti di varie classi o gruppi; i successivi programmi di “Affirmative Action” miravano a rafforzare la posizione delle classi svantaggiate attraverso quote, obiettivi di assunzione, e altri metodi. Tuttavia questi tentativi non hanno fatto nulla per creare una società libera dai rapporti di potere tra classi o gruppi. Anzi, la sensazione che “il sistema sia marcio” in quanto favorisce certe classi o gruppi piuttosto che altre si è soltanto accentuata.

Nonostante abbia avuto a disposizione più di 150 anni per lavorarci, il liberalismo non ha ancora trovato il modo per affrontare in maniera convincente il problema posto dal pensiero di Marx.

IV. Gli errori che rendono fatale il marxismo

Abbiamo analizzato gli aspetti veritieri della teoria politica marxista e il motivo per il quale è una dottrina così potente. Ma lo schema marxista presenta anche molti problemi, alcuni dei quali sono fatali.

Il primo è che proponendo un’analisi critica dei rapporti di potere tra classi o gruppi, il marxismo parte dal semplice presupposto che laddove si scopra un rapporto tra un gruppo più forte e uno più debole, si tratterà di un rapporto tra un oppressore e un oppresso. Ciò farebbe pensare che tutti i rapporti gerarchici siano soltanto un’altra versione del terribile sfruttamento degli schiavi neri da parte dei proprietari di piantagioni in Virginia prima della Guerra Civile. Ma nella maggior parte dei casi i rapporti gerarchici non sono sinonimo di schiavitù. Se è vero che i re sono generalmente stati più potenti dei sudditi, i datori di lavoro più potenti dei lavoratori, e i genitori più potenti dei figli, in questi casi non si è trattato di rapporti diretti tra oppressori e oppressi. Di gran lunga più comuni sono i rapporti misti, nei quali sia la parte forte che la parte debole ottengono certi vantaggi, e nei quali entrambe le parti si fanno carico delle difficoltà per poter mantenere il rapporto.

Il fatto che lo schema marxista presupponga un rapporto tra oppressore e oppresso ci conduce alla seconda grande difficoltà, che è l’assunto secondo il quale tutte le società sono talmente sfruttatrici da tendere verso il sovvertimento della classe o gruppo dominante. Ma se è possibile che i gruppi più deboli traggano vantaggio dalla loro posizione, e non siano soltanto oppressi, siamo allora giunti alla possibilità di una società conservatrice: una società nella quale esiste una classe dominante o un gruppo (o una coalizione di gruppi) fidelizzato che cerca di trovare un equilibrio tra i benefici e gli oneri dell’ordine esistente, in maniera tale da evitare un’oppressione effettiva. In tal caso, il sovvertimento e la distruzione del gruppo dominante potrebbero non essere necessari. Anzi, dovendo considerare le probabili conseguenze di una ricostruzione rivoluzionaria della società (che spesso non comprende soltanto la guerra vicile, ma anche l’invasione straniera in caso di crollo dell’ordine politico), la maggior parte dei gruppi in una società conservatrice potrebbe preferire mantenere l’ordine esistente, o mantenerlo in larga parte, piuttosto che sopportare l’alternativa di Marx.

Questo ci porta al terzo fallimento dello schema di Marx. Qui manca notoriamente una visione chiara in merito a quello che la classe svantaggiata, dopo aver sovvertito gli oppressori ed essersi impadronita dello stato, dovrebbe fare con il potere neoassunto. Marx afferma con enfasi che una volta preso il controllo dello stato, le classi oppresse saranno in grado di porre fine all’oppressione. Ma queste affermazioni sembrano essere infondate. Dopotutto, abbiamo detto che la forza dello schema marxista sta nella sua volontà di riconoscere che i rapporti di potere esistono tra le classi e i gruppi in ogni società, e che questi possono essere oppressivi e sfruttatori in ogni società. E se questo è un fatto empirico (come infatti sembra essere) allora in che modo i marxisti che hanno sovvertito l’ordine liberale saranno in grado di ottenere la totale abolizione degli antagonismi di classe? A questo punto l’approccio empirico di Marx sfuma e il suo schema diventa del tutto utopistico.

Quando i liberali e i conservatori definiscono il marxismo come “nient’altro che una grande menzogna”, si riferiscono a questo. L’obiettivo marxista di impadronirsi dello stato e di usarlo per eliminare tutta l’oppressione è una vacua promessa. Marx non sapeva in che modo lo stato sarebbe riuscito a realizzare tutto questo e non lo sanno nemmeno i suoi seguaci. In realtà oggi abbiamo molti esempi storici nei quali i marxisti si sono impadroniti dello stato: in Russia e nell’Europa dell’Est, Cina, Corea del Nord e Cambogia, Cuba e Venezuela. Ma in tutti questi paesi il tentativo dei marxisti di una “ricostruzione rivoluzionaria della società” da parte dello stato ha portato soltanto a un lungo corteo di atrocità. In ogni caso, i marxisti stessi formano una nuova classe o gruppo, usando il potere dello stato per sfruttare e opprimere le altre classi nei modi più estremi, fino a fare continuo ricorso all’uccisione di milioni di persone. Ma per tutte queste persone, l’utopia non arriva mai e l’oppressione non finisce mai.

La società marxista, come tutte le altre società, consiste di classi e gruppi organizzati in ordine gerarchico. Ma l’obiettivo di ricostruzione della società e l’affermazione che lo stato è responsabile della riuscita dell’impresa rende lo stato marxista molto più aggressivo e propenso a ricorrere alla coercizione e allo spargimento di sangue di quanto non faccia il regime liberale che esso cerca di soppiantare.

V. La danza del liberalismo e del marxismo

Spesso si dice che il liberalismo e il marxismo siano “opposti”: il liberalismo è impegnato a liberare l’individuo dalla coercizione dello stato, il marxismo supporta una coercizione illimitata alla ricerca di una società ricostruita. Se fosse invece che il liberalismo abbia avuto la tendenza a cedere e trasferire potere ai marxisti nel corso di pochi decenni? Lungi dall’essere l’estremo opposto del marxismo, il liberalismo sarebbe soltanto una via verso il marxismo.

Un’interessante analisi delle analogie strutturali tra il liberalismo illuminista e il marxismo è stata pubblicata dal teorico politico polacco Ryszard Legutko in un libro dal titolo The Demon in Democracy: Totalitarian Temptations in Free Societies (2016). Un libro successivo di Christopher Caldwell, The Age of Entitlement (2020), ha documentato in maniera analoga il modo in cui la rivoluzione costituzionale americana degli anni Sessanta, il cui scopo era stabilire il dominio del liberalismo, abbia in realtà condotto a una rapida transizione verso una politica “progressista” che è, come ho detto, una versione del marxismo. In considerazione delle mie riflessioni, vorrei proporre un modo per comprendere il rapporto centrale che lega il liberalismo e il marxismo e li rende tutt’altro che “opposti”.

Il liberalismo illuminista è un sistema razionalista costruito sulla premessa che gli esseri umani sono, per natura, liberi e uguali. Inoltre afferma che questa verità è “ovvia”, ovvero che tutti noi possiamo riconoscerla attraverso il mero esercizio della ragione, senza alcun riferimento alle tradizioni nazionali o religiose particolari della nostra epoca e del nostro paese.

Tuttavia ci sono delle difficoltà insite nel sistema. Una di queste è che, come accade, a termini estremamente astratti come libertà, uguaglianza e giustizia non è possibile attribuire un significato stabile con il solo mezzo della ragione. Per capire cosa intendo, considerate i seguenti problemi:

  1. Se tutti gli uomini sono liberi e uguali, come è possibile che non tutti coloro i quali desiderano stabilire la residenza negli Stati Uniti lo facciano?

Secondo ragione, si potrebbe ritenere che poiché tutti gli uomini sono liberi e uguali, essi dovrebbero essere ugualmente liberi di stabilire la residenza negli Stati Uniti. Questo appare ovvio e un’eventuale argomentazione contraria dovrà dipendere da concetti tradizionali come nazione, stato, territorio, confine, cittadinanza, e così via, nessuno dei quali sarebbe ovvio o comprensibile con la sola ragione.

  1. Se tutti gli uomini sono liberli e uguali, come è possibile che non tutti coloro i quali desiderano iscriversi ai corsi all’Università di Princeton lo facciano?

Secondo ragione, si potrebbe ritenere che se tutti gli uomini sono liberi e uguali, essi dovrebbero essere ugualmente liberi di iscriversi ai corsi all’Università di Princeton in base all’ordine di arrivo, fino a esaurimento. Anche questo appare ovvio. Un’eventuale argomentazione contraria dovrà dipendere da concetti tradizionali come proprietà privata, corporazione, libertà di associazione, istruzione, corso di studi, merito, e così via. E, anche in questo caso, nessuno di questi concetti sarebbe ovvio.

  1. Se tutti gli uomini sono liberi e uguali, come è possibile giustificare il fatto di impedire a un uomo che si sente donna di competere nella squadra di atletica femminile della scuola pubblica?

Secondo ragione, si potrebbe ritenere che poiché tutti sono liberi e uguali, un uomo che si sente donna dovrebbe essere ugualmente libero di competere in una squadra di atletica femminile. Un’eventuale argomentazione contraria dovrà dipendere da concetti tradizionali come uomo, donna, diritti delle donne, gara di atletica, categoria di gara, imparzialità, e così via, ma nessuno di questi concetti sarebbe accessibile alla sola ragione.

Questi esempi potrebbero essere ripetuti all’infinito. La verità è che la ragione da sola non ci porta quasi da nessuna parte se tentiamo di porre fine alla questione relativa ai concetti di libertà e uguaglianza. Dunque da dove viene il significato di questi termini?

Come ho detto, tutte le società consistono di classi o gruppi. Questi si relazionano tra di loro in termini di rapporti di potere diversi, che trovano espressione nelle tradizioni politiche, giuridiche, religiose, e morali, che vengono tramandate dalle classi o gruppi più forti. Soltanto nel contesto di queste tradizioni siamo giunti a credere che parole come libertà e uguaglianza hanno un significato piuttosto che un altro, e a sviluppare una “logica comune” sul modo di bilanciare tra di loro gli interessi e i dubbi relativamente ai casi specifici.

Ma cosa accade se rinunciamo a quelle tradizioni? Questo sarebbe, in fin dei conti, ciò che tenta di fare il liberalismo illuminista. I liberali illuministi osservano che le tradizioni ereditate sono sempre sbagliate o ingiuste in qualche misura e per questa ragione si sentono giustificati nel mettere da parte la tradizione ereditata appellandosi direttamente a principi astratti come la libertà e l’uguaglianza. Il problema è che non esiste una società nella quale tutti siano liberi e uguali sotto ogni aspetto. Anche in una società liberale ci saranno sempre mille modi in cui una certa classe o gruppo possa non essere libera o uguale rispetto alle altre. E poiché questo è vero, i marxisti potranno sempre dire che alcuni o tutti questi casi di non libertà e non uguaglianza sono esempi di oppressione.

Ed ecco la danza del liberalismo e del marxismo, che fa così:

1. I liberali dichiarano che d’ora in poi tutti saranno liberi e uguali, sottolineando che sarà la ragione (non la tradizione) a determinare quali saranno i diritti di ciascuno.

2. I marxisti, esercitando la ragione, evidenziano molti esempi concreti di non libertà e non uguaglianza nella società, condannandoli come esempi di oppressione e chiedendo nuovi diritti.

3. I liberali, seccati dalla presenza di casi di non libertà e non uguaglianza dopo aver dichiarato che tutti sarebbero stati liberi e uguali, adottano alcune delle richieste dei marxisti di nuovi diritti.

4. Tornare al punto 1 e ripetere.

Ovviamente non tutti i liberali cedono alle richieste dei marxisti e sicuramente non sempre. Ciò nonostante, la danza continua. Come visione generale di quello che accade nel corso del tempo, questo schema è accurato, come abbiamo potuto vedere in tutto il mondo democratico negli ultimi 70 anni. I liberali adottano progressivamente le teorie critiche dei marxisti nel corso del tempo, che si tratti di Dio e religione, di uomo e donna, di onore e dovere, di famiglia, di nazione, o di qualsiasi altra istanza.

Ora qualche osservazione sulla danza del liberalismo e del marxismo:

Innanzitutto notiamo che questa danza è un sottoprodotto del liberalismo. Esiste perché il liberalismo illuminista stabilisce la libertà e l’uguaglianza come standard in base ai quali il governo deve essere giudicato, e considera soltanto la forza della ragione individuale, indipendente dalla tradizione, come lo strumento tramite il quale formulare questo giudizio. In questo modo il liberalismo crea marxisti. Come fosse un apprendista stregone, dà continuamente vita a individui che esercitano la ragione, identificano istanze di non libertà e non uguaglianza nella società, e giungono alla conclusione che loro (o gli altri) sono oppressi e che una ricostruzione rivoluzionaria della società è necessaria per eliminare l’oppressione. Questa dinamica era già palese durante la Rivoluzione Francese e nei regimi radicali della Pennsylvania e di altri stati durante la Rivoluzione Americana. Una sorta di proto-marxismo era stato creato dal liberalismo illuminista anche prima che Marx proponesse una struttura formale per descriverlo qualche decennio dopo.

In secondo luogo, la danza segue solo una direzione. In una società liberale, la critica marxista spinge molti liberali ad abbandonare progressivamente le loro idee iniziali di libertà e uguaglianza, adottandone nuove proposte dai marxisti. Ma il movimento inverso, quello dei marxisti verso il liberalismo, sembra terribilmente debole al confronto. Come è possibile? Se il liberalismo illuminista è vero e se le sue premesse sono così “ovvie” o un “prodotto della ragione”, allora in certe condizioni di libertà gli individui dovrebbero esercitare la ragione giungendo a conclusioni liberali. Perché allora le società liberali fanno un rapido movimento verso le idee marxiste e non hanno una fiducia più forte nel liberalismo?

La chiave per capire questa dinamica è questa: sebbene i liberali siano convinti che le loro idee sono “ovvie” o il “prodotto della ragione”, di fatto spesso si affidano a idee ereditate sul significato di libertà e uguaglianza, nonché a norme ereditate sul modo in cui applicare questi concetti a casi reali. In altre parole, il conflitto tra il liberalismo e i suoi critici marxisti è in realtà uno scontro tra una classe o gruppo dominante che vuole conservare le tradizioni (i liberali) e un gruppo rivoluzionario (i marxisti) che combina il ragionamento critico con la volontà di disfarsi di tutti i vincoli ereditati per sovvertire queste tradizioni. Ma mentre i marxisti sono ben consapevoli che il loro obiettivo è distruggere le tradizioni intellettuali e culturali alla base dell’esistenza del liberalismo, i loro oppositori liberali si rifiutano perlopiù di impegnarsi in un genere di conservatorismo che sarebbe necessario per difendere le loro tradizioni e per rafforzarle. Infatti i liberali disprezzano spesso la tradizione e dicono ai figli e agli studenti che è sufficiente ragionare liberamente e “trarre ciascuno le proprie conclusioni”.

Il risultato è un radicale squilibrio tra i marxisti, che si impegnano consapevolmente per realizzare una rivoluzione concettuale, e i liberali, la cui insistenza sulla “libertà dalla tradizione ereditata” fornisce una difesa scarsa o inesistente, anzi apre le porte alle stesse identiche argomentazioni e tattiche che i marxisti usano contro di loro. Questo squilibrio implica che la danza seguirà solo una direzione e che le idee liberali tenderanno a crollare di fronte alla critica marxista nel giro di qualche decennio.

VI. La mossa finale dei marxisti e la fine della democrazia

Non molto tempo fa, molti di coloro che vivevano nelle società libere sapevano che il marxismo non era compatibile con la democrazia. Ma da quando le istituzioni liberali sono state invase dal “progressisti” e dagli “anti-razzisti”, molte cose che una volta erano ovvie riguardo al marxismo e molte cose che una volta erano ovvie riguardo alla democrazia sono cadute nel dimenticatoio. È giunto il momento di riconsiderare alcune di queste verità che un tempo erano ovvie.

Con il governo democratico lo scontro violento tra classi e gruppi in competizione non esiste più ed è sostituito dalla rivalità non violenta tra i partiti politici. Questo non significa porre fine ai rapporti di potere tra gruppi. Non significa porre fine all’ingiustizia e all’oppressione. Significa soltanto che, invece di risolvere i disaccordi con uno spargimento di sangue, i vari gruppi che costituiscono una data società formano dei partiti politici che cercano di spodestarsi a vicenda nel corso di elezioni periodiche. Con un sistema di questo tipo un partito governa per un termine stabilito, ma i suoi rivali sanno che a loro volta governeranno se riusciranno a vincere le elezioni successive. È proprio questa possibilità di riuscire a prendere il potere e governare il paese senza uccisioni e distruzione diffusi a spingere le parti a deporre le armi e ad aderire invece a una politica elettorale.

L’aspetto più basilare di un regime democratico che dobbiamo conoscere è dunque questo: ci devono essere almeno due partiti politici legittimi affinché la democrazia funzioni. Per partito politico legittimo intendo un partito del quale i rivali riconoscano il diritto a governare in caso di vittoria alle elezioni. Per esempio, un partito liberale può garantire legittimità a un partito conservatore e in cambio questo partito conservatore può garantire legittimità a un partito liberale (sebbene non vadano molto d’accordo). È proprio così che sono state governate molte nazioni democratiche.

Ma la legittimità è uno di quei concetti politici tradizionali che la critica marxista è sul punto di distruggere. Dalla prospettiva marxista, il nostro concetto ereditato di legittimità non è nient’altro che uno strumento utilizzato dalle classi dominanti per perpetrare ingiustizia e oppressione. La parola legittimità assume il suo vero significato solo se si riferisce a classi o gruppi oppressi che i marxisti vedono come soli legittimi governatori della nazione. In altre parole, la teoria politica marxista conferisce legittimità a un unico partito politico, il partito dell’oppresso, il cui obiettivo è la ricostruzione rivoluzionaria della società. Questo significa che lo schema politico marxista non può coesistere con un governo democratico. Infatti il fine ultimo del governo democratico, con la sua pluralità di partiti legittimi, è evitare la ricostruzione violenta della società, che invece la teoria politica marxista considera come unico obiettivo sensato della politica.

In parole povere, lo schema marxista e la teoria politica democratica si oppongono nella sostanza. Un marxista non può garantire legittimità a punti di vista liberali o conservatori senza rinunciare agli aspetti fondamentali della teoria marxista, che afferma che questi punti di vista sono inestricabilmente legati all’ingiustizia sistematica e devono essere eliminati, se necessario anche con la violenza. Questo è il motivo per il quale l’idea stessa che un’opinione contraria (un’opinione che non sia “progressista” o “anti-razzista”) possa essere considerata legittima è scomparsa dalle istituzioni liberali dal momento in cui i marxisti hanno ottenuto il potere. In primo luogo i liberali hanno ceduto alla richiesta dei colleghi marxisti che i punti di vista conservatori vengano considerati illegittimi (perché i conservatori sono “autoritari” o “fascisti”). È stata questa la dinamica che ha condotto all’eliminazione dei conservatori dalla maggior parte delle principali università e degli organi di stampa americani.

Ma per l’estate del 2020 questo accordo aveva fatto il suo corso. Negli Stati Uniti i marxisti erano ormai abbastanza forti da chiedere ai liberali di allinearsi a qualsiasi questione che loro considerassero urgente da attuare. Anche in quelle che fino a poco tempo fa erano istituzioni liberali il punto di vista liberale non è più legittimo. Questo è il motivo dell’espulsione dei giornalisti liberali dal New York Times e da altre testate giornalistiche. Questo è il motivo per il quale il nome di Woodrow Wilson è stato rimosso dagli edifici dell’Università di Princeton, e il motivo di atti simili in altre università e scuole. Queste espulsioni e ridenominazioni sono l’equivalente di innalzare una bandiera marxista sul tetto delle università, delle agenzie stampa, e di conseguenza delle multinazionali, in quanto la legittimità del vecchio liberalismo è stata cancellata.

Fino al 2016 l’America aveva ancora due partiti politici legittimi. Ma quando Donald Trump è stato eletto presidente, termini come “autoritario” o “fascista” sono stati usati per screditare il punto di vista liberale tradizionale, in base al quale a un presidente legittimamente eletto, il candidato scelto dalla metà degli elettori attraverso una procedura costituzionale, va accordata la legittimità. Piuttosto è stata dichiarata una “resistenza”, con lo scopo di delegittimare il presidente, chi ha lavorato con lui, e chi lo ha votato.

So che molti liberali credono che questo rifiuto della legittimità di Trump sia diretto soltanto a lui personalmente. Sono convinti, come ultimamente mi ha scritto un amico liberale, che quando questo presidente in particolare sarà rimosso dalla carica, l’America potrà tornare alla normalità.

Ma nulla del genere accadrà. I marxisti che hanno assunto il controllo dei mezzi di produzione e di diffusione delle idee in America non potranno, se non tradendo la loro causa, conferire legittimità a nessun governo conservatore. E non potranno garantire legittimità a nessuna forma di liberalismo che non si pieghi davanti alle loro idee. Questo significa che a prescindere dalla sorte elettorale del presidente Trump, la “resistenza” non finirà. È solo l’inizio.

Con la conquista marxista delle istituzioni liberali siamo entrati in una nuova fase della storia americana (e, di conseguenza, della storia di tutte le nazioni democratiche). Siamo entrati nella fase in cui i marxisti, avendo conquistato le università, i media, e le multinazionali, cercheranno di applicare questo modello alla conquista di tutto lo scacchiere politico.

In che modo lo faranno? Così come hanno fatto nelle università e nei media, sfrutteranno la loro presenza all’interno delle istituzioni liberali per costringere i liberali stessi a spezzare i legami di legittimità reciproca che li legano ai conservatori e di conseguenza al sistema democratico bipartitico. Non chiederanno soltanto la delegittimazione del presidente Trump, ma di tutti i conservatori. Lo abbiamo già visto quando hanno tentato di delegittimare le idee dei senatori Josh Hawley, Tom Cotton, e Tim Scott, nonché della figura mediatica di Tucker Carlson e altri. In seguito delegittimeranno liberali come James Bennet, Bari Weiss, e Andrew Sullivan, i quali considerano legittime le idee conservatrici. Così come è successo nelle università e nei media, molti liberali asseconderanno queste tattiche marxiste credendo che delegittimando i conservatori potranno ingraziarsi i marxisti e trasformarli in alleati strategici.

Ma i marxisti non si accontenteranno, perché quello che cercano è la conquista del liberalismo stesso, cosa che sta già accadendo nel momento in cui persuadono i liberali ad abbandonare la concezione tradizionale di legittimità politica del sistema bipartitico e con essa il loro impegno nei confronti di un regime democratico. Il crollo dei legami di legittimità reciproca che hanno unito i liberali ai conservatori in un sistema di governo democratico non trasformerà ancora i liberali in questione in marxisti. Ma li farà diventare umili leccapiedi dei marxisti, privi della forza di resistere a qualsiasi cosa i “progressisti” e gli “anti-razzisti” considerino importante. E questo li farà abituare al prossimo regime monopartitico, nel quale i liberali avranno uno splendido ruolo da ricoprire, sempre che abbiano rinunciato al loro liberalismo.

So che molti liberali sono confusi e che pensano ancora di avere di fronte varie alternative. Ma non è così. A questo punto, gran parte delle alternative che esistevano qualche anno fa ora non esistono più. I liberali dovranno scegliere tra due sole alternative: o arrendersi ai marxisti e aiutarli a porre fine alla democrazia in America. O stabilire un’alleanza a favore della democrazia con i conservatori. Non avranno altra scelta.

La soluzione oggettivista al problema degli universali

Epistemologia oggettivista

La conoscenza umana si acquisisce e si conserva in forma concettuale, perciò la validità della conoscenza umana dipende dalla validità dei concetti. Se i concetti corrispondono a qualcosa di reale, sono reali e la conoscenza umana ha senso; se i concetti non corrispondono alla realtà, non sono reali e la conoscenza umana è immaginazione. I concetti sono astrazioni o universali, mentre tutto ciò che l’uomo percepisce è concreto. Qual è dunque il rapporto tra le astrazioni e gli oggetti concreti e a cosa si riferiscono i concetti nella realtà?

Il problema degli universali pone il problema del rapporto tra pensiero, linguaggio e realtà e riguarda l’essere dei concetti generali, la definizione della natura e della fonte delle astrazioni, e la determinazione del rapporto tra i concetti e i dati percettivi.
I concetti generali esistono solo nella mente umana (nominalismo) oppure rispecchiano la realtà (realismo)?
Per i nominalisti estremi, gli universali non esistono né nelle cose né nella mente umana, bensì sono soltanto nomi che corrispondono a immagini arbitrarie della realtà basate su vaghe somiglianze.
Per i nominalisti moderati o concettualisti (Abelardo e Guglielmo di Ockham), gli universali esistono solo nella mente umana ma non nelle cose, sono parole dotate di un significato in quanto designano un’idea nel pensiero di una pluralità di individui di natura simile.
Per i realisti estremi, di scuola platonica, gli universali esistono come entità reali o archetipi perfetti ed eterni in un’altra dimensione della realtà; gli oggetti concreti che l’uomo percepisce evocano quelle astrazioni nella mente umana e ne sono i riflessi imperfetti.
Per i realisti moderati, di scuola aristotelica (Tommaso d’Aquino), gli universali esistono nella realtà, ma solo negli oggetti concreti sotto forma di essenze metafisiche, e i concetti si riferiscono a queste essenze.

A partire dalla filosofia medievale, il problema degli universali non è stato risolto dalle varie scuole di pensiero filosofico, se non attaccando la mente umana e mettendo in dubbio la sua capacità di comprendere la realtà attraverso i sensi, sfociando così nell’arbitrio della logica e nel nichilismo. La filosofa e scrittrice oggettivista Ayn Rand offre una soluzione originale al problema degli universali, partendo dall’assioma che l’esistenza esiste, per cui esiste qualcosa che si percepisce ed esiste qualcuno dotato di coscienza, ovvero della facoltà di percepire ciò che esiste. Ayn Rand espone la sua teoria dei concetti in Introduction to Objectivist epistemology, uno scritto che racchiude una serie di articoli apparsi per la prima volta in The Objectivist nel luglio 1966-febbraio 1967. In questo post ne forniamo una sintesi, indagando la branca della filosofia che studia il funzionamento della mente umana nella conoscenza del mondo: l’epistemologia.

Conoscenza e misurazione

La base della conoscenza umana è il livello percettivo della coscienza: l’uomo percepisce prova dei sensi e comprende la realtà sotto forma di percetti (oggetti percepiti). Il mattone della conoscenza umana è il concetto di “esistente”, che è implicito in ogni percetto e attraversa tre stadi di sviluppo nella mente umana: entità-identità-unità. Il metodo di conoscenza distintivo dell’uomo è la capacità di considerare l’entità come unità, ovvero l’esistente come membro separato di un gruppo di due o più membri simili. La misurazione è l’identificazione di un rapporto quantitativo per mezzo di uno standard che funge da unità. Lo scopo della misurazione è espandere la gamma della conoscenza umana al di là degli oggetti concreti direttamente percepibili.

Formazione dei concetti

La somiglianza è il rapporto tra due o più esistenti che possiedono le stesse caratteristiche, ma in diversa misura o grado. I concetti si formano isolando mentalmente due o più esistenti per le loro caratteristiche distintive, considerando queste caratteristiche e omettendo le loro misurazioni (che devono esistere in qualche quantità, ma possono esistere in qualunque quantità). Un concetto è dunque un’integrazione mentale di due o più unità che possiedono le stesse caratteristiche distintive, omettendone le misurazioni.

Astrazione dalle astrazioni

Quando i concetti sono integrati in un concetto più ampio, essi fungono da unità e sono trattati epistemologicamente come se fossero un unico oggetto mentale concreto. Ogni unità rappresenta metafisicamente un numero illimitato di oggetti concreti di un certo tipo. Quando i concetti sono integrati in un concetto più ampio, il nuovo concetto comprende tutte le caratteristiche delle sue unità costitutive, ma le caratteristiche distintive sono considerate misurazioni omesse e una delle caratteristiche comuni diventa la caratteristica distintiva del nuovo concetto. Quando un concetto è suddiviso in concetti più ristretti, la sua caratteristica distintiva viene mantenuta e le viene attribuita una gamma più ristretta di misurazioni specifiche, oppure è combinata con caratteristiche aggiuntive per formare le singole caratteristiche distintive dei nuovi concetti.

Concetti di coscienza

Ciascuno stato di coscienza prevede due attributi fondamentali: il contenuto (oggetto) e l’azione (processo). Un concetto relativo alla coscienza è un’integrazione mentale di due o più istanze di un processo psicologico che possiede le stesse caratteristiche distintive, omettendo i contenuti e le misurazioni dell’intensità dell’azione. L’intensità di un processo psicologico si misura su scala comparativa. I concetti relativi alla conoscenza si misurano per ambito di contenuto e per lunghezza della catena concettuale necessaria per comprenderne il contenuto. I concetti relativi alla valutazione si misurano facendo riferimento alla gerarchia di valori di una persona. Ciò implica un processo di “misurazione teleologica” tramite numeri ordinali, che stabiliscono un rapporto graduato di fini per i mezzi e di azioni per gli standard di valori. Una categoria speciale di concetti di coscienza consiste di concetti riguardanti i prodotti della conoscenza (conoscenze) e i concetti di metodo (logica).

Definizioni

Una definizione è un’affermazione che identifica la natura di un’unità concettuale, specificando le caratteristiche distintive delle unità e indicando il genere o categoria degli esistenti da cui si differenziano. Le caratteristiche distintive essenziali delle unità e le caratteristiche definenti proprie del concetto devono essere caratteristiche fondamentali, ovvero caratteristiche distintive che metafisicamente rendono possibile il maggior numero di altre caratteristiche distintive e che epistemologicamente spiegano il maggior numero delle altre. Se il processo di formazione dei concetti è contestuale, lo sono anche tutte le definizioni. La designazione di una caratteristica essenziale dipende dal contesto della conoscenza umana. Una definizione primitiva è corretta se non contraddice una definizione più avanzata, in quanto quest’ultima espande la prima. Le definizioni sono assolute contestualmente al grado di conoscenza umana disponibile in un dato momento e sono false se non specificano i rapporti conosciuti tra esistenti (caratteristiche essenziali conosciute) oppure se contraddicono ciò che è conosciuto. Ogni concetto rappresenta un numero di proposizioni implicite. Una definizione è la condensazione di un vasto corpo di osservazioni e la sua validità dipende della veridicità o dalla falsità di queste osservazioni, rappresentate e riassunte dalla designazione delle caratteristiche essenziali di un concetto. La veridicità o falsità delle conclusioni, delle inferenze e delle conoscenze dipende dalla veridicità o dalla falsità delle definizioni. Mentre per Aristotele l’essenza è metafisica, per gli oggettivisti la visione dei concetti è epistemologica.

Concetti assiomatici

Un concetto assiomatico è l’identificazione di un fatto primario della realtà implicito in tutti i fatti e in tutta la conoscenza, percepito direttamente ma compreso concettualmente. I concetti assiomatici primari sono: esistenza, identità, coscienza. Essi identificano in maniera esplicita l’omissione di misurazioni temporali psicologiche implicite in tutti i concetti, e comprendono l’intero ambito della coscienza umana, delimitandola dal vuoto dell’irrealtà. I concetti assiomatici sono la base dell’oggettività, non sono scelte arbitrarie, ma si riconoscono in quanto devono essere necessariamente accettati e utilizzati anche quando si tenta di negarli.

Il ruolo cognitivo dei concetti

Le informazioni di cui un individuo può essere consapevolmente cosciente in un dato momento sono limitate. L’essenza della sua forza cognitiva è la capacità di ridurre una vasta quantità di informazioni a un numero minimo di unità. I concetti sono condensazioni di conoscenze, classificazioni “aperte” che ricomprendono tutte le caratteristiche di ciò a cui si riferiscono, ciò che è conosciuto e ciò che ancora è da scoprire. I requisiti della conoscenza controllano la formazione di nuovi concetti e vietano raggruppamenti arbitrari. Nel processo di determinazione delle classificazioni concettuali, non è possibile ignorare né le differenze essenziali né le somiglianze essenziali tra esistenti. I concetti non vanno moltiplicati oltre necessità e non vanno integrati a scapito della necessità.

Coscienza e identità

L’attacco alla facoltà concettuale dell’uomo ha iniziato a subire un’accelerazione a partire da Kant, ampliando il divario tra la mente dell’uomo e la realtà. Per comprendere la forza della filosofia è necessario capire il motivo per il quale l’uomo ha bisogno dell’epistemologia. Poiché l’uomo non è né infallibile né onnisciente, esso deve scoprire un metodo di conoscenza valido. Le sue conclusioni o decisioni devono basarsi su due domande: cosa conosco e come conosco. Alla prima domanda risponde la scienza, alla seconda l’epistemologia. Nella storia della filosofia, le teorie epistemologiche sono state soprattutto dei tentativi di sfuggire a una o all’altra domanda, tramite lo scetticismo o il misticismo. La premessa dell’attacco alla facoltà razionale dell’uomo è sempre il desiderio di eliminare la coscienza dalla legge dell’identità. Secondo la filosofia moderna, la vera conoscenza si acquisisce senza mezzi di conoscenza e l’identità è l’elemento squalificante della coscienza. La dottrina kantiana rappresenta la negazione di qualsiasi coscienza, della coscienza in sé. L’oggettività inizia con il rendersi conto che l’uomo, insieme alla sua coscienza, è un’entità con una natura specifica che deve agire in base a essa, che non può sfuggire alla legge dell’identità, che non esiste arbitrarietà nella sua attività, tanto meno nel suo metodo di conoscenza, e che deve essere guidato da criteri oggettivi nel formare i suoi strumenti di conoscenza, ovvero i concetti. L’uomo ha liberato la sua esistenza fisica quando ha capito che “la natura, per essere dominata, deve essere obbedita”; allo stesso modo, le regole della conoscenza umana devono derivare dalla natura dell’esistenza e dalla natura (identità) della facoltà cognitiva dell’uomo.

L’uomo e la scoperta del cielo (parte 2)

Scoperta del cielo 2

Proseguiamo con le tappe che hanno portato l’uomo a scoprire il cielo: dopo aver raccontato i primi tre gradini mentali nel post precedente, passiamo agli ultimi due, i numeri 3 e 4.

Il gradino 3: l’età della rivoluzione e del telescopio

Il quarto passo mentale ha sostituito gli oggetti extraterrestri alle superstizioni del terzo e agli spiriti del secondo. Fu l’epoca in cui l’Olanda iniziò a costruire i primi telescopi.

L’età della rivoluzione iniziò in Polonia con le scoperte di Niccolò Copernico, che servendosi delle equazioni di trigonometria sferica dei matematici indiani e arabi, mise il sole al centro dell’universo e i pianeti a ruotargli intorno seguendo orbite circolari a velocità costante. Era quindi la terra a ruotare intorno al sole, oltre che a girare intorno al proprio asse, e non il contrario. Questa nuova teoria rivoluzionaria fu presentata nel libro “Rivoluzione dei corpi celesti”, che l’allievo di Copernico Giorgio Rheticus pubblicò a Norimberga nel 1543.

Ad esso seguirono gli studi di Tycho Brahe (Ticone) in Danimarca, che fece un’osservazione dettagliata del movimento dei pianeti e concluse che i pianeti ruotavano intorno al sole e tutto l’insieme ruotava intorno alla terra. Per perfezionare la sua teoria, Ticone aveva bisogno di un matematico, e lo incontrò a Praga nella figura dell’insegnante tedesco Giovanni Keplero.

A Keplero sono attribuite le leggi del moto planetario (1: l’orbita di un pianeta è un’ellisse con il sole posto in uno dei fuochi; 2: il segmento che congiunge un pianeta con il sole ricopre aree uguali in intervalli di tempo uguali; 3: il quadrato del periodo di rivoluzione di un pianeta è proporzionale al cubo della sua distanza media dal sole) e lo studio approfondito della cabala mistica.

Le idee di Keplero rimbalzarono in Italia e furono accolte dalla figura più controversa del Rinascimento scientifico, Galileo Galilei. Sperimentatore, evangelista e plagiario, riportò tutte le sue osservazioni e i suoi commenti cronologici e teologici nell’opuscolo Sidereus Nuncius e ne Il dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Galilei spiegò i concetti di forza e di accelerazione, fu sul punto di scoprire la forza di gravità, inventò il calcolatore analogico per prevedere la posizione della luna nelle orbite, scoprì le quattro lune di Giove, le appendici di Saturno, i moti della luna, le stelle della Via Lattea e il pianeta Nettuno (anche se questa scoperta rimase segretamente conservata a lungo nel suo libro di appunti alla Biblioteca Nazionale a Firenze). I primi telescopi di Galilei, ispirati a quelli olandesi e in seguito perfezionati da Keplero, Netwon e Herschel, furono utilizzati dagli scienziati dell’epoca per l’astronomia e la misurazione.

Isaac Newton fu un altro genio del gradino mentale 3: all’Università di Cambridge scoprì la forza di attrazione tra i corpi del sistema solare e, con l’invenzione del calcolo differenziale, dimostrò che le tre leggi di Keplero sono la diretta conseguenza e la prova della legge di gravitazione universale, in seguito perfezionata da Albert Einstein. Studiò l’ottica (confermando che la luce bianca è scomposta nei sette colori dell’arcobaleno) e percorse la moderna teoria dei fotoni, spiegò la causa delle maree, la forza centrifuga e l’effetto giroscopico. Inoltre inventò il calcolo degli integrali per scoprire la teoria orbitale (in base alla quale la terra agisce come se tutta la massa fosse concentrata in un punto centrale o centro di gravitazione). In fondo a Principia Mathematica scrisse queste bellissime parole:

Questo sistema sommamente elegante dei pianeti e delle comete non avrebbe potuto essere prodotto che da un essere intelligente e potente e sotto il suo governo e dominio. E se le stelle fisse sono il centro di altri sistemi simili, poiché sono tutte inquadrate nello stesso consesso saranno tutte soggette al dominio di Uno solo, in ispecie quando si vede che la luce delle stelle fisse è della stessa natura di quella del sole e che la luce di tutti i sistemi passa mutuamente dall’uno all’altro. Egli governa tutte le cose, non come anima del mondo, ma come Signore dell’Universo.

Un altro colpevole di eresia astronomica all’epoca fu Giordano Bruno: la sua colpa fu quella di aver scritto sulla dimensione illimitata del cosmo e sull’immortalità dell’anima umana in esso e di aver supposto l’esistenza di un’infinità di mondi. Secondo lui, il campo delle stelle era tridimensionale ed esteso all’infinito e oltre l’infinito esisteva un altro infinito. Tutto questo era intollerabile per la Chiesa, secondo la quale Dio non poteva aver creato un universo infinito, per cui chi lo affermava negava la sua esistenza. Fu proprio dieci anni dopo la condanna al rogo di Giordano Bruno che Galileo Galilei vide un’infinità di stelle, scompose la Via Lattea e intravide il debole luccichio di quella che avrebbe potuto essere un’altra galassia.

Edwin Hubbler scoprì infatti che quella confusa macchia di luce era una galassia a spirale con 100 miliardi di stelle: la nostra gemella Andromeda. Riconobbe così ben tre tipi di galassie (spirali, spirali sbarrate e galassie ellittiche) e gli si aprì davanti agli occhi un universo che sembrava senza fine, le cui stelle si allargavano in ogni direzione e a velocità enormi: era la rivelazione della relatività generale di Einstein. In seguito George Gamov parlò del fenomeno della compressione delle galassie, avvenuto 18 miliardi di anni fa, giungendo alla conclusione che l’universo potrebbe finire o in ghiaccio (in caso di massima espansione delle galassie nello spazio nero) o in fuoco (in caso di rallentamento dell’espansione e inversione del movimento verso la compressione): nel secondo caso, si creerebbe un nuovo buco bianco fatto da tutto ciò che è esistito e tutto ciò che esisterà. Fred Hoyle avanzò l’ipotesi che l’universo non sarebbe stato creato a partire da una sfera di fuoco primordiale, ma che la densità del cosmo si regolerebbe in modo da rimanere sempre costante. Gerald Hawkins escluse invece la necessità di un istante di creazione, avanzando l’idea che l’universo sarebbe eterno, con l’origine del tempo al meno infinito e un cosmo che è sempre stato, è e sempre sarà.

Il gradino 4: l’uomo nello spazio
Non vi è certezza sull’inizio del quinto passo mentale: forse il 1865 (quando Jules Verne scrisse “Dalla terra alla luna”), il 1899 (quando Konstantin Tsiolkovski affermò che fosse possibile lasciare la terra con razzi a combustibile liquido), il 1897 (con “Guerra dei mondi” di H. G. Wells) oppure la metà del XX secolo, con il lancio dello Sputnik il 4 ottobre 1957, l’invio del cane Laika sulla luna, e la successiva missione americana dello sbarco di Neil Armstrong sul Mare della Serenità (si veda l’articolo “A 50 anni dallo sbarco sulla Luna”)? Quel che è certo è che oggi migliaia di veicoli spaziali ruotano intorno alla terra e al sole, altri sono in viaggio verso le stelle, vi sono sonde sui pianeti e gli astronauti ci possono raccontare lo spettacolo dei monti e delle pianure lunari.

Più ci perdiamo nell’immensità del cosmo, più ci sentiamo insignificanti e più cerchiamo di riaffermare il nostro posto nell’universo. I principi antropici lo dimostrano: l’universo non potrebbe esistere se non ci fossero esseri intelligenti a osservarlo; le leggi fisiche del cosmo sono predisposte per produrre la vita intelligente; “poiché siamo qui il cosmo ne è alterato”, ovvero l’osservatore ha un effetto sulle cose e ne influenza gli sviluppi.

I gradini mentali successivi
Nessuno sa dove ci condurrà la continua scoperta del cosmo, ma è probabile che i prossimi passi mentali saranno: la comunicazione extraterrestre (gradino 5), il viaggio nel tempo e nel mondo dello spirito (gradino 6) e il contatto tangibile con l’Onnipotente (gradino 7), la mente universale di Aristotele incarnata nelle religioni del mondo.

A mano a mano che la conoscenza dell’universo si espande, l’uomo si fa più piccolo e insignificante e il contatto con Dio si fa più vicino. I gradini mentali successivi potrebbero anche non arrivare mai, ma più la curiosità umana allarga i suoi orizzonti, più il confine tra il mondo scientifico e quello umanistico si fa labile.

L’uomo e la scoperta del cielo (parte 1)

Scoperta del cielo 1

Secondo Kant, Cartesio e Leibniz l’universo, così come la mente umana, è caratterizzato da una dualità: per Platone e Aristotele era il visibile e l’invisibile, ai tempi del poema epico di Gilgamesh era il mortale e l’immortale, nell’antica Cina era la materia inerte Yin e la forza creativa Yang.
Nella storia dell’uomo, la grande dualità consiste nella spaccatura tra mondo degli scienziati da un lato e il mondo degli umanisti dall’altro.

Fin dai tempi dell’invenzione dell’arte e della scrittura, l’uomo volgeva lo sguardo verso il cielo in cerca di qualcosa di più alto e più grande di lui, che fosse una natura cosmica, un signore dell’universo o i segni del suo destino. Plutarco raccontò che l’assassinio di Giulio Cesare fu preceduto dall’apparizione di una cometa; Aristotele disse che fu una cometa a causare il terremoto nelle città greche di Elice e Bura; gli Aztechi anticiparono la venuta di Cortés con le comete; Guglielmo il Conquistatore usò la Cometa di Halley, apparsa per la prima volta nella battaglia di Hastings nel 1066, per la guerra psicologica; Sodoma e Gomorra furono distrutte dall’urto con una cometa, e tra la fine del Cretaceo e l’inizio del Terziario fu una cometa a portare i dinosauri, vissuti per 150 milioni di anni, all’estinzione.

La storia della scoperta del cielo è fatta di gradini o passi mentali. Un passo mentale è un cambiamento nel modo di pensare dell’uomo che ne modifica la relazione con il cosmo. Lo scienziato Gerald Hawkins (Mindsteps to the Cosmos, 1983) distingue cinque tappe o “gradini mentali” che hanno portato l’uomo alla scoperta del cielo, partendo dal gradino 0 (35.000 anni fa) fino ad arrivare al gradino 4 (dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri).

Il gradino 0: la fusione di terra e cielo nell’arte matematica
Il primo passo mentale è stato raggiunto da diverse culture indipendentemente l’una dall’altra, a partire dalla comparsa sulla terra dell’Homo Sapiens Sapiens 35.000 anni fa, che ha seguito la comparsa dell’Homo Sapiens Neanderthalensis 100.000 anni fa.

Mentre l’uomo di Neanderthal era un abitudinario che per ragioni di sopravvivenza ricorreva già al linguaggio, l’uomo Sapiens sviluppò una maggiore capacità di adattamento e di intuizione creativa. L’arte matematica delle caverne era la testimonianza che una nuova consapevolezza cosmica aveva pervaso la vita dell’uomo, che in precedenza era limitata alla sola conoscenza della terra. L’osso di Gontzi (15.000-10.000 anni fa) ritrovato in Ucraina è la rappresentazione di una storia lunare ovvero il passaggio di quattro mesi lunari o lunazioni. In Spagna, le Caverne di Abris de las Viñas (7.000 a.C.) raffigurano un idolo circondato da punti e falci di luna e la Caverna di Canchal de Mahoma raffigura 27 punti che cambiano: da falce di luna crescente a forma rotonda a falce di luna calante. Le testimonianze dello strato archeologico dell’Arziliano erano ciottoli che rappresentavano punti, linee rette e a zig-zag, tutti probabili simboli delle fasi lunari.

Il gradino 1: la separazione di terra e cielo nella scrittura
Il secondo passo mentale si è verificato 7.000-5.000 anni fa, prima della nascita delle grandi civiltà, quando il tempo Cronos separò con la spada la madre terra Gea dal padre dei cieli Uranus. Nell’epoca dei miti e delle leggende, la luna assunse un volto e il percorso del sole fu segnato dalle costellazioni dello zodiaco che si adattavano alle stagioni. In quel tempo il Medio Oriente ospitò l’invenzione della scrittura: i caratteri cuneiformi nell’antica Mesopotamia e i geroglifici in Egitto.

La storia scritta più antica del vecchio mondo risale a 2.000 anni prima di Omero ed è il poema epico di Gilgamesh, il quinto re di Uruk (2.700 a.C.), ritrovato nell’antica città di Nippur nell’Iraq centrale. Il poema è la storia originale del diluvio raccontata in 12 tavolette intere, ciascuna contenente 6 colonne di 300 righe, e recitata per secoli sotto forma di ballata. È la cronaca più antica sul sole (Gilgamesh), la luna (Enkidu) con le sue fasi e il cerchio dello zodiaco, una straordinaria fusione di leggenda e allegoria, filosofia e letteratura, ispirazione e religione. A quei tempi il cosmo era un planetario di 7 corpi celesti: il sole, la luna e i pianeti (la stella del mattino Venere insieme a Mercurio, il rosso Marte, il bianco Giove, e il giallo Saturno).

La storia scritta più antica del nuovo mondo risale invece ai tempi delle culture precolombiane ed era quella del dio Quetzalcoatl, presa come riferimento allegorico da Hernando Cortés per la conquista del Messico. Fin da allora i Maya usavano specchi curvati come telescopi riflettori per studiare il cielo, come quelli nell’osservatorio dello Yucatan Caracol e nel palazzo del governatore.

Il mondo anglosassone ci offre altre straordinarie testimonianze del gradino mentale 1: esemplari sono i megaliti di Stonehenge nell’Inghilterra meridionale del 3.500 a.C. Si narra che furono costruiti da mago Merlino ed erano già in rovina quando i Romani conquistarono la Britannia e quando re Artù formò la Tavola Rotonda. Erano centri di sapienza e conoscenza, luoghi di adorazione e di raduno dove si studiava il percorso del sole, della luna e dello zodiaco. Sono una commistione di antropologia culturale, archeologia, mitologia, sociologia, e studio del folclore. In Irlanda, i Circoli di New Grange del 3.300 a.C. erano luoghi di sepoltura che raffiguravano lo schema degli allineamenti di sole, luna e stelle. Una funzione simile la avevano anche il Circolo di Temple Wood in Scozia (2.000 a.C.) e i Circoli di Avebury in Gran Bretagna (2.500 a.C.).

Altri meravigliosi esempi del passo mentale 1 sono le ziggurat babilonesi e le piramidi d’Egitto, prime tra tutte Cheope e Giza (2.700 a.C.). Le piramidi sono state le prime strutture in pietra tagliata e lavorata nonché le più grandi costruzioni di pietra del mondo antico e moderno. La forma piramidale rappresentava i raggi del sole che scendevano inclinati per preparare l’ascesa in cielo del re defunto: erano il simbolo del dio-sole nonché veri e propri ponti tra la terra e il cosmo.

Il gradino 2: tra filosofia e superstizione
Il terzo passo mentale è iniziato nel 150 d.C. grazie all’apporto della filosofia della Grecia classica e delle culture orientali.

La Grecia classica produsse un grande spirito di ricerca, insieme all’indagine spazio-tempo e al primo alfabeto con le vocali. Talete di Mileto predisse l’eclissi solare del 585 a.C. e misurò il diametro angolare del sole. Anassimandro vedeva il cielo come una sfera celeste solida e trapunta di fori attraverso i quali era visibile il fuoco eterno. Pitagora, allontanandosi dall’idea del 500 a.C. che la terra fosse piatta, riteneva che tutto, compreso il sole e la terra, ruotasse intorno a un fuoco centrale, e che le stelle fossero appese alla sfera celeste fissa che ruotava lentamente su supporti di cristallo, generando la musica delle sfere. Eratostene appoggiò l’idea di Pitagora e misurò la dimensione della terra sferica. Ipparco fu il primo astronomo osservatore ed elaborò le carte del cielo con la posizione e la luminosità delle stelle. Aristotele riteneva che la terra fosse fissa e separata dal cosmo e che esistesse un’intelligenza creativa invisibile che pervadeva il tutto. Aristarco di Samo riteneva che la terra ruotasse intorno a un asse e si muovesse lungo un’orbita intorno al sole (ed era solo il 270 a.C.!).

L’astronomo Tolomeo era un teorico che, riprendendo Euclide, pose la terra al centro con il sole, la luna e i pianeti che le ruotavano attorno e le stelle appese dentro una sfera cristallina rotante; relegò gli spiriti oltre Saturno, tra le stelle fisse, al di fuori del sistema ordinato dei pianeti nello spazio tra terra e cielo. Il suo trattato di geografia universale fu usato per 1.000 anni anche da Colombo e le sue teorie divennero un punto di riferimento nella grandiosa Biblioteca di Alessandria, che rimase la memoria centrale del mondo antico per più di 600 anni fino all’incendio nel 389 d.C. Lo spazio celeste, lo spazio terreno e l’inferno erano ancora in armonia con la visione di universo ordinato e di spazio infinito decantata dal giudaismo, dal cristianesimo, dall’islamismo e dall’induismo.

L’India contribuì allo sviluppo del gradino mentale 2 con l’invenzione del concetto di zero e della trigonometria sferica. La Cina, nonostante l’influenza di Marco Polo che tentò di avvicinarla alla visione occidentale del cosmo, rimase umanistica, artistica, filosofica e mistica: il cosmo era un organismo non ordinato diviso in parti separate, nel quale solo il sole, la luna e le stelle si muovono in uno schema ritmato per rispondere a una volontà armonica. La diffusione dell’Islam nel VII-VIII secolo nel Mediterraneo, in Africa e in India, portò alla fioritura delle scienze e con essa alla contestazione della teoria tolemaica da parte dello scrittore al-Tusi nel XIII secolo.

L’età della rivoluzione che fece dell’astronomia una scienza iniziò con il gradino mentale 3, che racconteremo nel prossimo post, fino ad arrivare ai nostri giorni.

La Scuola Austriaca di Economia nel XXI secolo (5)

AES 5

Dopo il post precedente, passiamo alla seconda parte della seconda giornata e terminiamo così la serie di articoli sull’VIII Conferenza Internazionale The Austrian School of Economics in the XXI century.

SECONDA GIORNATA DI CONFERENZA: 14 novembre (seconda parte)

Commissione I

Una ridefinizione del concetto di funzione imprenditoriale (Leonardo Ravier – Universidad Rey Juan Carlos, Spagna)

Il concetto di funzione imprenditoriale si è evoluto a partire da Cantillon passando per il pensiero di Mises, Rothbard, Kirzner e Huerta de Soto:

Scheda 1

Ravier fa alcune riconsiderazioni teoriche, partendo dal concetto di creatività:
– livello 3 “creare”: atto attraverso il quale qualcosa è creato dal nulla;
– livello 2 “creatività”: atto di associazione e combinazione di idee e/o materia attraverso il quale qualcosa è creato o generato da qualcosa di esistente;
– livello 1 “scoperta”: atto attraverso il quale qualcosa di esistente è scoperto o rivelato.

Poiché è vero che la funzione imprenditoriale richiede l’azione umana ma non è vero il contrario, Ravier fa una distinzione tra la funzione imprenditoriale e la funzione coercitiva: mentre la funzione imprenditoriale si basa sull’incertezza, sulla creatività umana, sul coordinamento sociale ed è soggetta alla legge naturale, la funzione coercitiva si basa sull’incertezza e sulla creatività umana, ma non sul coordinamento sociale e non è soggetta alla legge naturale. Quindi, la funzione imprenditoriale si definisce come l’uso o l’esercizio che l’essere umano fa della sua capacità di associazione e/o combinazione creativa e coordinativa sulla base di principi di legge generali. La funzione coercitiva è la capacità umana di associare e/o combinare idee e/o materia (creatività) al di fuori dei principi di legge generali, con conseguenti effetti di scoordinamento sulla società e/o sul mercato.

Volendo fare una sintesi delle riconsiderazioni teoriche di Ravier:

Scheda 2

In gold we trust – Rischi e opportunità nei mercati finanziari da una prospettiva austriaca (Ronald-Peter Stöferle – Incrementum, Liechtenstein)

Attualmente gli economisti austriaci per poter investire devono conoscere il sistema monetario, la Teoria Austriaca del Ciclo Economico (ABCT) e comprendere le valute alternative al di là del sistema fiat, tenendo conto dei potenziali rischi: pregiudizio ribassista (suscettibilità austriaca ai difetti nella struttura del capitale), problema di distribuzione delle risorse, pregiudizio dogmatico, problema di tempistiche. L’attuale situazione del sistema monetario pone grandi dilemmi: gli investitori sono spinti a rischiare a causa dei tassi di interesse reali negativi, chi non rischia viene punito se continua l’inflazione dei prezzi, si tende a sottovalutare il rischio finché non risulta evidente. Mises definiva l’inflazione “non un atto di Dio, una catastrofe degli elementi o una malattia che arriva come la peste; l’inflazione è una politica”. In pratica il controllo dall’alto del sistema monetario provoca continui cicli di deflazione e inflazione. In una condizione di deflazione, si riduce la leva finanziaria (le banche a corto di capitali non vogliono concedere prestiti), la crescita del credito è lenta (i consumatori eccessivamente indebitati non vogliono contrarre prestiti), si dà il via alla regolamentazione (Basilea III), si riduce la spesa. In una condizione di inflazione, si attuano politiche di abbassamento o azzeramento del tasso di interesse, si attiva il quantitative easing, scoppia la guerra alle valute e aumenta la quantità di denaro in circolazione.

Le basi mengeriane e la Teoria Austriaca del Ciclo Economico (András Tóth – MTA TK, Ungheria)

Lo sviluppo post-mengeriano ha aperto la strada a due idee contrastanti sul ruolo del credito, quella di Schumpeter e quella di Mises. La riforma della Teoria Austriaca del Ciclo Economico, basata sulla combinazione dell’idea originaria di Menger e dell’idea di Mises, spiega la resistenza e il successo del sistema monetario basato sul credito, ma lancia l’allarme sull’ascesa del potere statale supportato dall’espansione del credito, che è stata enorme a partire dal 1971.

Secondo Wicksell il credito bancario viene liberato da una data disponibilità di risparmi e la creazione di credito non è soggetta alla domanda e all’offerta. Inoltre, in condizioni di inflazione il tasso di interesse è minore del tasso di profitto, mentre in condizioni di deflazione il tasso di interesse è maggiore del tasso di profitto. La situazione ideale sarebbe quella in cui il tasso naturale è uguale al tasso di profitto, quindi una condizione di stabilità dei prezzi.

Secondo Schumpeter le banche creano denaro dal nulla, il credito non è soggetto alla domanda e all’offerta e l’offerta crea la domanda. Inoltre, mentre il credito prestato agli imprenditori crea inflazione solo sul breve termine, il credito prestato ai consumatori crea la vera inflazione. L’ideale sarebbe avere uno stato benevolo capace di regolare l’espansione del credito per risolvere il problema dei continui cicli di espansione e recessione.

Per Mises invece qualsiasi mezzo fiduciario comporta una nuova creazione di credito e un abbassamento dei tassi di interesse, il quale manda in confusione gli imprenditori, che distribuiscono male le risorse e fanno cattivi investimenti spinti dall’illusione del profitto. Inoltre, l’interventismo statale è la principale causa dei cicli di espansione e recessione.

Menger ritiene che un individuo che risparmia è un potenziale imprenditore con bisogni e aspirazioni e che l’attività imprenditoriale è un’abilità umana intrinseca che parte dallo stabilire nuovi nessi causali tra i fenomeni, da nuove scoperte di metodi e prodotti, dal calcolo preventivo, e dall’estensione della conoscenza, che diffondendosi crea concorrenza, la quale disgrega il monopolio iniziale.

Schumpeter e Mises riprendono Menger, ma deviano dalle sue teorie nella definizione della natura e del ruolo dell’imprenditore, la fonte del profitto e la fonte dell’accumulo di capitale. L’imprenditore non è un capitalista, bensì un individuo che contrae un prestito e che in una prima fase è un imprenditore originale, in una seconda fase è un imprenditore mimetico, e dopo una terza fase in cui riesce a ottenere il profitto, passa a una quarta fase in cui emerge un nuovo imprenditore originale che diventa suo concorrente. L’imprenditore anticipa le informazioni di mercato mutevoli e le preferenze dei consumatori e l’accumulazione di capitale è dovuta ai risparmi prima di intraprendere azioni economiche, non all’innovazione.

In conclusione, se è valida la spiegazione di Menger sull’imprenditore originale, il profitto, la produttività del capitale e l’interesse, allora l’attuale sistema monetario non ha effetti così negativi come previsto dalla Teoria Austriaca del Ciclo Economico. Infatti la creazione di credito rende possibile l’innovazione (quindi l’estensione della conoscenza), la quale comporta accumulazione di capitale e l’eliminazione degli incapaci in un’economia di mercato competitiva. Quindi, nel quadro mengeriano la metafora misesiana è che mentre il sistema bancario vende biglietti per entrare nella stanza, gli imprenditori lavorano per allargare la stanza e renderla adeguata agli accresciuti bisogni dei consumatori. Dall’altro lato, il pericolo dell’espansione del credito è la creazione di un circolo vizioso favorevole alla politica e all’interventismo statale nella vita economica, con conseguente corruzione degli elettori e degli imprenditori in politiche neomercantiliste, il soffocamento della creatività imprenditoriale e quindi la distruzione dell’economia.

Una metodologia unica che utilizza i principi della Scuola Austriaca di Economia applicati agli investimenti e al commercio (Richard Bonugli – Cedargold Pte. Ltd., Canada)

Per affrontare le attuali sfide del sistema monetario (programmi di quantitative easing, stampa di denaro, abbassamento artificiale dei tassi di interesse), Bonugli propone una metodologia che può essere applicata ovunque ai mercati dei capitali, basata su 14 fattori beta, dei quali 7 quantitativi (flussi finanziari per le imprese, leva finanziaria e debiti limitati, incremento dei profitti per quota, distribuzione dei rimborsi, operazioni durature, operatori-proprietari, fluttuazioni stabili o decrescenti) e 7 qualitativi (responsabilità sociale aziendale, allineamento ai trend economici, allineamento alle tendenze attuali, unicità e scarsità, innovazione, mitigazione del rischio, mantenimento del valore e potere d’acquisto).

Commissione II

La violazione dello stato di diritto per salvare l’illusione monetaria (Thomas Bachheimer – Bachheimer.com, Austria)

Già dai tempi di Aristotele in molte società prevaleva l’opinione che non sono gli individui a dover governare le società, ma la legge. Ferdinando I è stato forse l’imperatore maggiormente soggetto allo stato di diritto quando ha affermato: “Fiat iustitia, pereat mundus”. Poiché esiste l’imprevisto, nessuna legge è perfettamente adeguata alle sfide quotidiane, e in caso di estrema necessità, un governante è chiamato a intervenire e a operare al di fuori dello stato di diritto. Sono queste decisioni a fare la differenza tra governanti buoni e governanti cattivi. Tuttavia, negli ultimi decenni i governanti sono andati troppo oltre lo stato di diritto; sembra che viviamo in un continuo stato di emergenza. Bachheimer esamina se e quando i rappresentanti delle democrazie moderne non hanno rispettato la legge per salvare l’illusione del sistema monetario a spese dei governati.

Il sistema bancario a riserva frazionaria smascherato (Luis Enrique Ponce Goyochea – SBS Swiss Business School, Argentina)

Nel dibattito sulla riserva bancaria frazionaria o al 100% emerge la causa dell’alternanza tra periodi di espansione e periodi di recessione nel quadro della Teoria Austriaca del Ciclo Economico. Il sistema bancario a riserva frazionaria emerge come fattore inflazionistico principale responsabile di espansioni del credito insostenibili. Dietro questa maschera si nasconde un’insolvenza contabile destinata a essere smascherata una volta che le preferenze temporali diventano evidenti all’insorgere di un’inevitabile recessione.

La regola MV di Hayek (Pavel Potuzak – University of Economics Prague, Repubblica Ceca)

Hayek suggerì che la stabilità dei livelli dei prezzi potrebbe non coincidere con la neutralità della moneta. In un’economia caratterizzata da una produttività naturale in crescita permanente, la stabilizzazione dei livelli dei prezzi richiede un’offerta di moneta in costante aumento. Questa iniezione di liquidità permanente potrebbe essere la vera fonte del ciclo economico, a prescindere dal comportamento del livello generale dei prezzi. Anziché raggiungere la stabilità dei prezzi, si potrebbe raggiungere una crescita economica uniforme con un flusso di moneta costante, rappresentato dalla MV nell’equazione, e un conseguente declino del livello dei prezzi. Potuzak presenta la regola della MV costante di Hayek. I mutamenti della domanda aggregata causati da shock LM e shock IS mettono alla prova la validità della regola di MV insieme agli shock AS. In un’economia caratterizzata da una produttività naturale in espansione, la regola MV è passiva soltanto in circostanze particolari. Pertanto le raccomandazioni di Hayek relative a un’offerta di moneta stabile in un’economia in crescita potrebbero non coincidere con una MV stabile. La deflazione provocata da questa regola può anche deprimere il tasso di interesse nominale fino a livelli molto bassi o fino allo zero. Potuzak analizza anche le similitudini con la regola della quantità di moneta ottimale di Friedman, in quanto entrambe le regole implicano tassi di interesse nominali molto bassi. Le due regole coincidono se l’economia è al livello ottimale di accumulazione di capitale, ma la regola di Hayek è meno deflazionistica rispetto alla regola di Friedman se l’economia è dinamicamente efficiente.

Israel Kirzner sull’efficienza dinamica e lo sviluppo economico (Victor I. Espinosa – Universidad Rey Juan Carlos, Spagna)

Espinosa analizza la nozione di efficienza dinamica proposta da Kirzner, concentrandosi sul ruolo dell’imprenditorialità nella tendenza al coordinamento del processo di mercato. L’efficienza dinamica è l’anello mancante della teoria dell’imprenditorialità di Kirzner e può riuscire a ricreare l’economia dello sviluppo. Kirzner critica il concetto statico di efficienza che caratterizza l’economia dello sviluppo tradizionale, in quanto l’imprenditorialità è un processo creativo che ha un impatto positivo sul progresso economico. Anche le attuali ricerche sull’efficienza dinamica evidenziano l’impatto della psicologia, della cultura e dell’etica nello sviluppo economico.

Commissione III

Un’analisi contemporanea su Ludwig von Mises e sul suo contributo allo sviluppo della moderna teoria liberale (Artenis Peka – University of New York Tirana, Albania)

Le idee di Ludwig von Mises, uno dei maggiori rappresentanti della tradizione filosofica liberale, continuano ad avere un impatto sullo sviluppo della scuola di pensiero liberale moderna. Peka illustra tre aree del pensiero di Mises: la libertà e l’istituto della proprietà privata, l’economia e la critica al socialismo, l’inefficienza dello stato e della burocrazia.

Carl Menger e le sue basi teoriche dell’Economia Austriaca (Stanislaw Rzepka – Mises Institute of Economic Education, Polonia)

Carl Menger è considerato il precursore e il maestro della scuola austriaca. Rzepka illustra i principali elementi della teoria economica austriaca: l’uomo economico, l’incertezza, il tempo e il denaro nei processi economici.

Baumol-Tobin: una prospettiva austriaca (Carlos Alberto Salguero, María Bernarda Salguero – Universidad Nacional del Noroeste de Buenos Aires, Argentina)

Il programma di ricerca dominante di ingegneria sociale si sviluppa sulle basi teoriche dell’economia austriaca. I Salguero analizzano l’origine del pensiero austriaco al centro del modello della domanda di moneta Baumol-Tobin. Il modello, basato sulla teoria delle scorte, consente di determinare la domanda ottimale di moneta liquida per motivo transattivo comparando i benefici e i costi del detenere moneta liquida per le transazioni quotidiane anziché farla fruttare in un deposito per ottenere un tasso di interesse. In questo modello si ottiene l’espressione algebrica della domanda reale di denaro, M^D/P e i risultati vengono generalizzati usando una funzione F nelle sue tre variabili principali: il reddito reale, il tasso di interesse, e il costo di prelievo. L’espressione indica la quantità di moneta da detenere per effettuare le transazioni, cosicché il beneficio sia pari o maggiore della perdita. Il tasso di interesse, considerato prerogativa esclusiva dell’autorità monetaria, è stabilito dalla banca centrale, ma in realtà non è nient’altro che la preferenza temporale, una categoria intrinseca all’azione umana.

La valutazione delle risorse finanziarie: l’approccio della domanda totale (Vytautas Žukauskas – Angers University LFMI, Lituania)

Dopo Wicksteed e Rothbard, Žukauskas analizza il legame tra la politica monetaria e i prezzi delle risorse finanziarie adottando l’approccio della “domanda totale” insieme a nozioni soggettiviste del valore e della formazione dei prezzi. L’analisi dimostra che l’impatto della politica monetaria sui prezzi delle risorse finanziarie è maggiore e più vasto rispetto a quanto ritenuto dal quadro tradizionale dei meccanismi di trasmissione della politica monetaria.

Alla riscoperta di Don Lavoie per combattere le attuali richieste di politica industriale (Veronique de Rugy – Mercatus Center, Francia)

Don Lavoie è stato uno degli economisti moderni più informati in merito al dibattito sul calcolo economico socialista. I suoi due libri Rivalry and Central Planning: The Social Calculation Debate Revisited e National Economic Planning: What Is Left? furono pubblicati nel 1985, un anno in cui l’Europa dell’Est e la Russia erano ancora nella morsa del Comunismo, per spiegare le motivazioni di ciò che ormai stava diventando evidente agli occhi di tutti: il sogno socialista era diventato un incubo ovunque.

La Scuola Austriaca di Economia nel XXI secolo (4)

AES 4

Dopo il precedente post, proseguiamo la nostra serie sull’VIII Conferenza Internazionale The Austrian School of Economics in the XXI century e passiamo alla prima parte della seconda giornata.

SECONDA GIORNATA DI CONFERENZA: 14 novembre (prima parte)

Commissione I

L’illusione del denaro fiat: sull’efficienza economica delle banche centrali moderne (Karl-Friedrich Israel – Università di Lipsia / Institute for Economic Policy, Germania)

Esistono almeno due tesi a favore del denaro fiat non garantito: la presenza di una massa monetaria flessibile che può essere espansa per ragioni sociali, economiche o politiche, e i suoi vantaggi potenziali in termini di costi di produzione (tesi tradizionale). Per quanto la seconda possa essere valida, gli economisti conoscono i rischi di una massa monetaria flessibile (fiat), inoltre la tesi tradizionale non tiene conto del potenziale del denaro fiat negli interventi di politica monetaria, infine gli economisti fanno riferimento ai soli costi di produzione del denaro.

Secondo Adam Smith (1776), sostituire l’oro e l’argento con la moneta cartacea è conveniente e meno costoso, e secondo David Ricardo (1821) la moneta perfetta è una moneta cartacea dello stesso valore dell’oro che sostituisce. Carl Menger (1909) sosteneva i vantaggi del denaro fiat al posto del metallo, in quanto la moneta cartacea lasciava al metallo la possibilità di circolare per le esportazioni o per scopi produttivi. Friedrich von Wieser (1926) riteneva che il denaro fiat fosse efficiente, ma pericoloso; parimenti, Ludwig von Mises (1912/1949) riconosceva i vantaggi del denaro fiat, ma li rifiutava. Altri economisti favorevoli all’uso del denaro fiat cartaceo erano Samuelson e Nordhaus (2009), che affermavano che il metallo era troppo scarso, e Krugman e Wells (2015), che ritenevano che la carta non consumava risorse.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, Milton Friedman aveva fatto una stima annuale dei costi del gold standard, che corrispondeva allo 0,05% del PIL. Questa stima fu rivista negli anni Novanta da Lawrence White, al quale risultava essere 0,025% del PIL. Sarebbe possibile ridurre i costi? Secondo White si potrebbe arrivare a meno dello 0,01% usando i gettoni e secondo Garrison (1985) l’elasticità dei prezzi dell’oro non è perfetta e il tasso di inflazione dei prezzi sarebbe minore di 0. Sarebbe invece possibile aumentare i costi? Il tasso di riserva è troppo basso: Rothbard raccomandava una riserva al 100% e prevedeva un costo dello 0,1875% del PIL; la velocità di circolazione del denaro nell’economia reale è variabile: White prevedeva un costo tra lo 0,05% e lo 0,2% del PIL.

Oggi l’Eurosistema, la Banca d’Inghilterra, la Banca del Giappone e la Federal Reserve hanno costi operativi relativamente elevati che superano i costi stimati del generico gold standard a riserva frazionaria. In particolare, i costi operativi annuali come frazione del PIL nominale dell’Eurosistema e della Banca del Giappone sono cinque volte più elevati di quelli della Federal Reserve e della Banca d’Inghilterra. Anche se il coefficiente di riserva del gold standard stimato venisse aumentato fino al 100%, i costi operativi di questi sistemi moderni delle banche centrali resterebbero simili, per cui non esisterebbero vantaggi in termini di costi. In conclusione, tornare a una massa monetaria almeno parzialmente garantita dall’oro potrebbe essere più efficiente in termini di costi di produzione del denaro.

Altre considerazioni:
– la fiducia delle persone nei mezzi fiduciari non può essere quantificata;
– una moneta è stabile se garantita dalle riserve auree;
– nei costi di produzione del denaro fiat va incluso quello del capitale umano, mentre in regime di gold standard i costi sono quelli dell’estrazione dell’oro e dei macchinari;
– il gold standard può sopravvivere? Sì, in presenza di volontà politica; si potrebbero trovare documenti di casi storici di gold standard con le relative stime rispetto al PIL.

La logica della riforma contenuta nel “sistema del doppio binario” (Zhu Haijiu – Gongshang University, Cina)

Il “sistema del doppio binario” è la riforma economica attuata in Cina. Dalla fine degli anni Settanta, il governo cinese ha allentato i controlli sugli agricoltori, librandoli dal modello produttivo collettivista; da allora i prezzi di mercato sono immediatamente emersi e ciò ha permesso il calcolo economico e la creazione di nuove istituzioni di governo, che hanno guidato lo sviluppo economico senza pianificare dall’alto le riforme, ma aspettando che avvenissero spontaneamente grazie al mercato. Il governo cinese ha riconosciuto ufficialmente l’economia di mercato solo nel 1992, ma il mercato si stava sviluppando già da dieci anni e l’economia stava già crescendo grazie alla deregolamentazione.

Perché non è avvenuto lo stesso nell’Unione sovietica e nell’Europa dell’Est al primo stadio delle riforme? In Cina lo sviluppo del mercato è stato possibile perché le regioni rurali erano meno regolamentate, non esistevano misure assistenziali per gli agricoltori, si era più inclini alla libertà e alle riforme, la base industriale cinese era debole e non era possibile fondare imprese pubbliche sul breve periodo. Inoltre, le imprese furono preservate perché molte persone erano al di fuori del settore pubblico prima della riforma del 1978, cosa che ha impedito la pianificazione economica centralizzata. Invece, nell’Unione sovietica e nell’Europa dell’Est (così come nella Cina nord-orientale confinante con la Russia) le imprese pubbliche furono fondate prima delle riforme, non esisteva l’attività imprenditoriale privata né il libero mercato (non fu possibile crearlo nemmeno con le riforme per la privatizzazione), e gli imprenditori non erano incentivati all’attività imprenditoriale perché la proprietà privata non veniva riconosciuta.

Perché oggi l’economia cinese è stagnante? Il Partito Comunista Cinese ha creato un sistema pubblico di distribuzione del lavoro incompatibile con i principi dell’economia di mercato, che controlla il settore finanziario creando inflazione e recessione e portando con sé il rischio di rivolte sociali, per cui la priorità del governo non sono le riforme, bensì il mantenimento della stabilità sociale. Inoltre, le idee economiche dominanti sono quelle neoclassiche e keynesiane, positiviste e interventiste, che lasciano poco spazio al pensiero di Hayek (il mercato come processo spontaneo) e di Mises (azione razionale). Al contrario, la “riforma” dovrebbe essere un’azione razionale che scopre e conferma la necessità di istituzioni fondate spontaneamente: il “sistema del doppio binario” riconosce la legittimità del prezzo di mercato generato spontaneamente in alcune aree e crea le condizioni per la futura formazione della nuova istituzione, espandendo così l’ordine di mercato.

La Scuola Austriaca di Economia in Spagna: dalla dittatura alla democrazia (Carlos Puente – ex funzionario della Commissione europea, Spagna)

I contributi della Scuola Austriaca di Economia nella Facoltà di Scienze Economiche in Spagna durante la dittatura hanno svolto un ruolo determinante nel formare nuovi economisti liberali e nel gettare le basi del liberalismo e della democrazia: prima Hayek, Röpke, Schumpeter, Eucken, Ullastres, Serer, Paredes, Calvo, Keynes (ispirò Rojo, Fuentes e Varela), Zumalacarregui, Castiella, De Lemus (ispirato da Bortkiewicz e Schmoller); poi Luis Olariaga (studiò Hayek, sostituì i testi di Hansen e Garvey con quelli di Bentham), Heinrich Freiherr von Stackelberg (ispirato da Eucken, fu docente di Sanpecho, Varela, Velarde), Fabián Estapé Rodrigues (ispirato da Schumpeter, Galbraith, Leontief), José Larraz López (ispirato da Menger), Joan Sardá Dexeus (ispirato da Mises), Angel Royo (sostituì i testi di Castañeda con quelli di Lipsey), Lucas Beltrán (studente di Hayek e Robbins, docente di Schwartz, Cabrillo, Rodriguez-Braun, de Soto), Marjorie Grice-Hutchinson (introdusse la Scolastica nella Scuola di Salamanca dopo aver incontrato Hayek a Londra), Jesús Huerta de Soto (l’unico ad aver ottenuto un Master in Economia Austriaca in Spagna e in Europa, ispirato da Mises, Journal of market processes).

Perché il Bitcoin è paleo – Il denaro come memoria (Juraj Karpiš – INESS, Slovacchia)

Nel corso della storia, il denaro ha assunto forme diverse in base alla tecnologia e al materiale disponibile. Qualche esempio: 4.500 anni prima di Cristo l’oro era usato come mezzo di scambio; fino al Settecento, la conchiglia cauri era la valuta internazionale più diffusa; gli Indiani della West Coast utilizzano ogni sorta di conchiglie e in Slovacchia le spose indossano vestiti con attaccate banconote. A partire dal 1913, il gold standard è stato abolito e oggi le istituzioni finanziarie stimolano l’economia stampando nuovo denaro fiat, responsabile dell’inflazione e dei cicli di espansione e recessione. Dalla prospettiva storica, il denaro fiat è una memoria esterna della società particolarmente instabile e incerta. Il frequente interventismo nella produzione del denaro redistribuisce la ricchezza sottraendola dalle mani di chi produce valore, riduce il valore informativo dei prezzi e conduce a cattivi investimenti.

Il Bitcoin rappresenta il maggiore successo degli economisti austriaci. Chi ha creato il Bitcoin ha semplicemente creato un’altra tecnologia capace di contenere la memoria esterna della società, sperando di riprivatizzare e decentralizzare la memoria del denaro, di renderlo più sicuro, e di accrescerne il potere informativo nell’economia. Destituire l’attuale standard fiat non è facile, in quanto vorrebbe dire riprendersi il controllo della funzione dell’unità di conto, che è un aspetto importante. Ad esempio in Somalia la banca centrale non esiste più, ma le persone hanno in mente un’unità di conto, per cui riconoscono alla valuta un certo valore. Il prezzo in Bitcoin, invece, al momento è sconosciuto. In questa fase di transizione solo una criptovaluta veramente anonima (anonimato della controparte e della parte terza), decentralizzata (in realtà distribuita) e ragionevolmente ancorata alla moneta fiat (affinché le persone ne riconoscano il valore) può competere con il denaro fiat. Tuttavia, il passo successivo potrebbe essere una nuova regolamentazione e centralizzazione.

La strada per la schiavitù è spianata con il reddito universale (Antony Sammeroff – Scottish Liberty Podcast, Scozia)

Il reddito di base universale garantito è largamente sostenuto come panacea di tutti i mali sociali ed economici, dall’abolizione della povertà all’emancipazione femminile, fino al mutamento climatico. Rutger Bregman lo definisce un’“utopia per realisti”, ma quanto è realistica e quanto è utopica la proposta del reddito di base universale? Secondo Sammeroff, lungi dal creare un paradiso sulla Terra e dal liberare l’umanità dalla fatica del lavoro, il reddito di base universale apre la strada a una distopia totalitaria nella quale il cittadino diventa vittima di ricatto: chi lo riceve? Quanto ne riceve? In cambio di cosa? Resterà universale?

Commissione II

Dobbiamo avere paura degli zombie? Politica monetaria e distribuzione delle risorse (Arkadiusz Sieroń – Mises Institute of Economic Education, Polonia)

Contrariamente all’idea diffusa che la politica monetaria è neutrale, ovvero che sul lungo periodo un aumento dell’offerta di denaro non influenza le variabili reali bensì solo le variabili nominali, Sieroń dimostra che la politica monetaria influisce sul volume e sulla struttura della produzione. Un importante effetto collaterale dell’inibizione della “distruzione creatrice” con conseguenti ripercussioni sulla distribuzione delle risorse e il rallentamento della produttività economica.

Il mechanism design di Roger Myerson e la sua opinione su Hayek: una reinterpretazione del rischio morale e della selezione avversa (Christoph Klein – Universidad Rey Juan Carlos, Spagna)

Il mechanism design è un campo dell’economia e della teoria dei giochi che adotta un approccio basato su obiettivi per progettare meccanismi o incentivi economici al fine di raggiungere gli obiettivi desiderati in contesti strategici nei quali i giocatori agiscono razionalmente. Nel suo discorso per il Premio Nobel, Roger Myerson afferma che gli strumenti concettuali del mechanism design, o più in generale lo studio della limitazione degli incentivi, consentono ai ricercatori di analizzare le questioni riguardanti l’efficienza istituzionale che andavano oltre la portata analitica della teoria economica dell’epoca di Hayek. In che modo il mechanism design si propone di risolvere i problemi dell’azzardo morale (forma di opportunismo post-contrattuale che può portare una parte a perseguire i propri interessi a spese della controparte) e della selezione avversa (situazione in cui una modifica delle condizioni contrattuali provoca una selezione dei contraenti sfavorevole per la parte che ha modificato le condizioni a suo vantaggio)? Basandosi sui ragionamenti informali intuitivi di Hayek, che secondo Myerson non trovavano espressione formale nei modelli economici dell’epoca, Klein dimostra la compatibilità degli incentivi nei processi di scambio all’interno dei mercati concorrenziali.

Un’idea alternativa del risparmio e dell’investimento dalla prospettiva dell’Economia Austriaca (Youliy Ninov – studioso indipendente, Germania)

Le idee attuali dell’economia austriaca relative al risparmio e all’investimento derivano da un’economia di base in stile Robinson Crusoe. Ciò porta a un’eccessiva banalizzazione. In un’economia capitalista monetaria, il risparmio non presuppone il consumo dei beni accumulati in precedenza o la loro continua produzione affinché avvenga l’investimento. Un’economia possiede una quota di capitale libero autosufficiente che può essere utilizzato esclusivamente per l’investimento e la sostituzione del capitale, evitando così la continua necessità di risparmio da parte degli agenti economici. Secondo Ninov, la crescita economica è quindi possibile in assenza di risparmio netto.

Dalla “teoria positiva” di Böhm-Bawerk alla dinamica di Schumpeter (J. Hanns Pichler – WU Vienna University of Economics and Business, Austria)

La “Teoria positiva del capitale” (1889) di Böhm-Bawerk rappresentava una risposta provocatoria all’interpretazione negativa del processo capitalista da parte di Marx (1867). Secondo Böhm-Bawerk, il capitalismo al suo stadio maturo, con il costo marginale di ogni unità di capitale aggiunto che tende allo zero, annulla le differenze di classe e si contrappone alla dialettica del materialismo storico. In alternativa a questa visione neoclassica statica, la “Teoria dello sviluppo economico” (1912) di Schumpeter propone un’interpretazione dinamica del processo economico che presuppone un cambiamento continuo grazie a una dialettica capitalista che aziona il sistema “dall’interno”.

Risolvere il paradosso di San Pietroburgo – Un trionfo per l’Economia Austriaca (Robert W. Vivian – University of the Witwatersrand, Sudafrica)

Il paradosso di San Pietroburgo fu proposto dal matematico Daniel Bernoulli nel 1738 nei Commentarii Academiae Scientiarum Imperialis Petropolitanae di San Pietroburgo. Nella teoria della probabilità e nella teoria delle decisioni, il paradosso descrive un gioco d’azzardo basato su una variabile casuale con valore atteso infinito, cioè con una vincita media di valore infinito; ciononostante i partecipanti considerano ragionevolmente adeguata solo una minima somma da pagare per il gioco. Sussiste quindi un paradosso tra la teoria delle decisioni, che tiene conto solo del guadagno atteso, e la sua applicazione pratica, che invece tiene conto della ragionevolezza di chi agisce nella realtà. Il paradosso si risolve raffinando il modello di decisione, ovvero prendendo in considerazione il concetto di utilità marginale e il fatto che le risorse dei partecipanti sono limitate.

Applicando il gioco di San Pietroburgo a un mercato concorrenziale nel quale le aziende che tendono a massimizzare il profitto si scontrano con gli operatori che tendono a massimizzare l’utilità, la nozione di utilità cardinale produce la risposta sbagliata. L’economia austriaca ha il merito di aver spiegato le preferenze del consumatore favorendo la nozione di utilità ordinale rispetto a quella di utilità cardinale. L’utilità ordinale è una nozione di utilità in cui i panieri dei beni sono disposti su una scala ordinale senza essere associati ad alcuna grandezza assoluta oggettivamente misurabile (utilità cardinale). L’utilità diventa quindi una grandezza soggettiva, personale e non misurabile in termini assoluti (si vedano le curve di indifferenza, in cui la scelta del consumatore non deriva dalla distanza oggettiva tra una curva di indifferenza e l’altra, bensì soltanto dall’ordine delle preferenze).

Commissione III

La politica dell’adozione in Guatemala. Quando le conseguenze diventano cause (Eduardo Fernández Luiña – Instituto Juan de Mariana / UFM, Spagna)

L’analisi delle politiche pubbliche è il risultato di un processo di competizione e cooperazione in cui c’è chi vince e c’è chi perde. La politica è un processo (non una struttura) che “genera strani compagni di letto” (Yandle e Smith, 2014) e porta a una coalizione (un’associazione strategica o spontanea) tra un gruppo di “battisti” e un gruppo di “contrabbandieri”. La politica dell’adozione attuata in Guatemala è il risultato di un movimento politico di burocrati internazionali e nazionali che difendono i diritti dei bambini. Il risultato di questa politica è stato la riduzione del numero delle adozioni e la limitazione delle opportunità per i giovani che vivono in povertà in Guatemala.

Anche la virtù necessita di limiti (Scott Nelson – Austrian Economic Center, Canada)

Oggi il liberalismo classico è messo sotto assedio sia dalla sinistra che dalla destra, che cercano in misura sempre maggiore soluzioni stataliste. Ciò in parte è dovuto ai liberali classici, che attaccano continuamente lo stato enfatizzando solo i vantaggi materiali della loro filosofia. Per contrastare il pessimismo e l’indignazione della politica moderna e non essere considerati degli spietati individualisti, i liberali classici dovrebbero riprendere le virtù classiche e il senso della misura di Montesquieu e riadottare il linguaggio della compassione, della carità, dell’ottimismo e dell’azione individuale.

Il mercato naturale dell’ordine naturale in contrapposizione al “libero” mercato (Alejandro A. Tagliavini – The Independent Institute, Stati Uniti)

L’”economia” non era una scienza, ma derivava dall’etica: lo studio del comportamento umano (nel mercato) all’interno dell’ordine naturale preesistente. Questo era vero finché il razionalismo non ha deviato la questione verso la costruzione di una “scienza” autonoma creata dalla ragione indipendentemente dall’ordine preesistente. Tale “indipendenza” implica che l’economia non avviene spontaneamente in risposta alla natura della cose, bensì deve essere imposta in maniera coercitiva. Tagliavini ritorna alle origini del mercato naturale, ovvero del mercato dell’ordine naturale.

Il principio della destinazione universale dei beni e il diritto alla proprietà privata (Jacek Gniadek – SVD Society of the Divine Word, Polonia)

Secondo Ludwig von Mises, senza diritto alla proprietà privata non c’è possibilità di calcolo razionale e senza calcolo economico non c’è economia. Ciascun individuo ha libertà di azione nella sfera della proprietà privata e il governo non deve limitare le sue scelte. La Chiesa insegna che il diritto universale all’uso dei beni sulla Terra si basa sul principio della destinazione universale dei beni. Ciò non significa che il governo debba violare i diritti di proprietà. La proprietà privata è interamente legata all’individuo ed è la volontà di Dio a stabilire se l’acquisizione di tali diritti è in linea con i Dieci Comandamenti.

La mente con uno scopo: una conversazione umanistica tra la psicologia e alcuni postulati della Scuola Austriaca di Economia (Silvia Aleman Menduinna – Universidad Catolica Boliviana, Bolivia)

I postulati della psicologia e della Scuola Austriaca di Economia sono molto vicini tra loro: i processi e i meccanismi del comportamento umano legati all’azione umana; i sistemi per lo scambio di azioni, prodotti e servizi; il sistema dei prezzi.

Registrazione live di un podcast, con Tom Woods e Robert Murphy

Conversazione sull’economista Paul Robin Krugman, Premio Nobel per l’Economia 2008.

La Scuola Austriaca di Economia nel XXI secolo (3)

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Dopo il post precedente, proseguiamo con la seconda parte della prima giornata di contributi dell’VIII Conferenza Internazionale The Austrian School of Economics in the XXI century, dalla quale abbiamo ricavato altri interessantissimi spunti.

PRIMA GIORNATA DI CONFERENZA: 13 novembre (seconda parte)

Commissione I

Cosa c’è di sbagliato negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile? (Horacio Miguel Arana – Universidad Abierta Interamericana, Argentina)

Arana analizza dalla prospettiva della Scuola Austriaca di Economia il rapporto del 2019 delle Nazioni Unite sui 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile definiti nel 2015: perché gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile non funzionano?

1) L’ordine spontaneo del mercato è complesso e la conoscenza degli individui è dispersa; solo una conoscenza impiegata per scopi personali può portare al successo, perpetuando l’ordine spontaneo.

2) Vi è una diffusa ignoranza sul funzionamento del sistema dei prezzi di mercato, l’attenzione è tutta concentrata sulle istituzioni, le banche centrali generano bolle speculative e la distorsione dei prezzi, ma il too big to fail è un’illusione.

3) Il sistema fiscale progressivo anziché proporzionale disincentiva la produzione e la concorrenza: secondo Mises, espropria i soggetti più capaci della società, togliendo denaro al capitale privato e destinandolo al consumo pubblico. Secondo Rothbard, le tasse allontanano le persone dal mondo produttivo: anziché essere accumulato per il risparmio, l’investimento e le preferenze temporali, il denaro è destinato al consumo, prevenendo la creazione di nuovo capitale.

4) Gli investimenti pubblici hanno l’obiettivo di salvare il settore privato oppure consentono di adottare misure anticicliche, ma se si crea reddito pubblico, lo si toglie dal privato.

5) Il debito pubblico è dovuto a un’eccessiva spesa pubblica, ovvero gli investimenti pubblici creano un circolo vizioso.

6) Le politiche di assistenza allo sviluppo non funzionano perché riducono i livelli di reddito e interferiscono con i mercati.

7) Gli stati adottano varie misure a favore dei poveri (pacchetti di intervento, reddito minimo e redistribuzione della ricchezza), ma queste politiche non funzionano su scala nazionale, figuriamoci su scala globale! L’unica uguaglianza possibile è quella davanti alla legge e l’unica misura per combattere la povertà è promuovere la libertà economica, abbattendo le barriere commerciali, rispettando l’ordine giuridico e i diritti di proprietà.

La durata come misura del rischio nel capital budgeting nel contesto della Teoria Austriaca del Ciclo Economico (Joanna Kruk – Università di Economia di Cracovia / Jagiellonian University, Polonia)

Kruk estende l’analisi di Fuller (2013) del valore attuale netto (NPV = Net Present Value) e delle variazioni dei tassi di interesse nel contesto della Teoria Austriaca del Ciclo Economico. Durante la fase di espansione del ciclo economico, l’economia si sposta verso il rischio come conseguenza della corsa al profitto. Per quantificare questo rischio è possibile usare la durata, ovvero il numero di periodi che trascorrono prima di ricevere il dollaro di valore attuale medio da un flusso di cassa. Il nuovo valore attuale netto corretto in funzione del rischio si crea dopo aver applicato la durata al capital asset pricing model.

Il vero tasso di interesse di mercato è determinato solo dalle preferenze temporali degli agenti e le preferenze temporali sono sempre positive, in quanto si vogliono sempre soddisfare dei bisogni. Quando il tasso di interesse viene abbassato e mantenuto basso dall’intervento dello stato, si avvia una fase di espansione artificiale, gli agenti pensano erroneamente che aumenta la disponibilità dei risparmi da destinare a progetti di investimento e impiegano più capitale in un periodo di tempo maggiore. Di conseguenza, le aziende incorrono in nuovi debiti e sperperano risorse limitate, in quanto l’abbassamento del tasso di interesse costituisce un incentivo per investire in capitale fisso per mezzo della capitalizzazione dei rendimenti futuri. Più basso è il tasso di interesse, maggiori sono gli investimenti in capitale fisso; più lungo è il progetto, maggiore è il valore. L’NPV è la misura della redditività: la liquidità futura ha un valore minore del valore nominale, l’NPV è maggiore se il tasso di interesse è minore e se il tasso di interesse è minore più progetti sembrano essere redditizi, ma l’NPV diventa piatto se il tasso di interesse scende e si investe in progetti a lungo termine.

Le grandi aziende impegnate in nuovi progetti devono classificare la redditività degli investimenti e in questo l’NPV è utile per confrontare due corsi d’azione diversi, ma l’influenza del tasso di interesse non viene considerata. La misura in grado di calcolarlo è la durata: la durata è il tempo medio che l’investitore attende per poter recuperare dal progetto il capitale speso nell’investimento; misura di quanto varia l’NPV se il tasso di interesse varia di poco (nel tempo nominale e relativo); è breve per progetti brevi e aumenta con progetti lunghi. La durata come misura è tanto più utile quanto migliore è la prevedibilità dei movimenti dei tassi di interesse; in caso di incertezza, è più conveniente investire in progetti più a breve termine, sebbene abbiano un NPV minore.

L’attività imprenditoriale sotto il socialismo – Il caso delle economie ex-sovietiche (Anca Elena Lungu e Gabriel Claudiu Mursa – Università di Iași Alexandru Ioan Cuza / Hayek Institute Romania, Romania)

L’attività imprenditoriale è intrinseca all’azione umana e questo è un assioma in ogni tipo di sistema sociale. Nelle società totalitarie, le risorse scarse sono distribuite in maniera coercitiva, non tramite il coordinamento spontaneo regolato dagli interessi personali tra individui. Questa situazione crea profonde distorsioni tra le preferenze dei consumatori e i prodotti offerti dalle agenzie governative. Ciononostante, nei sistemi pianificati la coercizione non è in grado di fermare del tutto l’azione umana e la sua dimensione imprenditoriale, in quanto le opportunità di profitto generate dalla scoperta di queste distorsioni spingono l’individuo ad assumersi il rischio e l’incertezza generati dall’emergere spontaneo di mercati informali e illegali. Poiché un sistema centralizzato non è in grado di controllare tutto, l’attività imprenditoriale è sempre possibile anche nelle economie pianificate ed è in grado di eliminare in parte le enormi discrepanze causate dall’economia formale, che determina i prezzi dei beni e dei servizi. Durante la dittatura di Nicolae Ceaușescu in Romania, gli imprenditori informali erano dirigenti di imprese pubbliche o persone con precedenti conoscenze e contatti nel mercato, che vendendo i prodotti di base a prezzi maggiori di quelli offerti dall’economia formale, furono l’unica ancora di salvezza per chi viveva sotto il regime.

La bolla del Mississippi (1719-1720). Una spiegazione “austriaca” (Gabriel Mursa e Mihaela Ifrim – Università di Iași Alexandru Ioan Cuza / Hayek Institute Romania, Romania)

Il sistema del Mississippi (o sistema di Law), un sistema monetario e finanziario adottato in Francia durante la reggenza del duca d’Orléans, fu uno dei maggiori esperimenti sociali della storia. I suoi obiettivi erano creare ricchezza, ridurre la disoccupazione, e pagare i debiti del governo francese, ma fallì a causa delle sue basi teoriche erronee. La Teoria Austriaca del Ciclo Economico spiega infatti che un aumento eccessivo della quantità di denaro crea un’espansione illusoria a breve termine e una recessione a lungo termine. Gli stessi eventi economici del sistema del Mississippi dimostrano che l’intervento statale nel sistema economico conduce inevitabilmente al disastro.

Il calcolo del prodotto privato secondo l’approccio di Rothbard (Olga Peniaz – Università Cattolica dell’Occidente, Francia)

Il Prodotto Interno Lordo è l’indicatore più comune delle fluttuazioni e della crescita economica. Tuttavia vi sono molte critiche al PIL come misura, ad esempio Murray Rothbard propose un metodo di calcolo del prodotto privato. Peniaz applica il metodo di Rothbard ai dati macroeconomici francesi relativi all’ultima crisi economica in Francia, dimostrando la validità dell’approccio “austriaco”.

Commissione II

Libertà in e dall’Occidente (Georgiana Constantin-Parke – Liberty University, Romania)

Constantin-Parke prende in esame le idee di libertà e di progresso all’interno delle società non occidentali e il modo in cui il processo di modernizzazione sia legato all’importazione di concetti, pratiche e istituzioni occidentali. Basandosi su un caso studio relativo alla situazione in Romania e presentando due teorie (“forme senza sostanza” e sincronismo), mostra in che modo la libertà e lo sviluppo indipendente possono essere ottenuti tramite e insieme all’Occidente.

Comunicazione, propaganda, e libertà (Leonardo Facco – Movimento Libertario, Italia)

La libertà e la comunicazione sono due facce della stessa medaglia. La lingua è il sistema più importante della comunicazione umana, la principale forma di mediazione simbolica che si realizza attraverso la costruzione di figure articolate per trasmettere il senso di un pensiero, uno strumento con il quale costruiamo e legittimiamo la realtà, nonché la prima fonte di socializzazione. L’innovazione tecnologica delle società moderne ha arricchito la lingua nel corso del tempo e i mezzi di comunicazione di massa ne sono divenuti i protagonisti, offrendo alle autorità strumenti di propaganda fino ad allora sconosciuti.

Modelli ad agenti, intelligenza artificiale, ed economia austriaca (Jeremiah Lasquety-Reyes – Institute for Advanced Study on Media Cultures of Computer Simulation MECS / Leuphana Universität Lüneburg, Germania / Institut für Wirtschaftsforschung, Austria)

Il Modello dell’Economia Austriaca è un tipo di simulazione al computer basata su agenti umani con comportamento indipendente che interagiscono tra loro in una rete virtuale. È ispirato al modello Sugarscape dei raccoglitori di zucchero di Epstein e Axtell, che rappresenta fenomeni complessi come il commercio, la distribuzione della ricchezza, la guerra, l’evoluzione e la trasmissione delle malattie. Gli agenti umani del Modello dell’Economia Austriaca raccolgono risorse naturali per produrre beni più complessi e scambiarli, scegliendo strategie diverse per raggiungere i loro obiettivi economici. L’idea di Lasquety-Reyes è quella di creare economie artificiali credibili che catturino gli aspetti essenziali dell’economia reale, applicando in particolare le idee della Scuola Austriaca.

Alcuni elementi dei modelli ad agenti risultano particolarmente importanti nel Modello dell’Economia Austriaca:

1) Eterogeneità. Gli agenti hanno condizioni fisiche diverse, preferenze soggettive e abilità e capacità naturali proprie. Secondo la Scuola Austriaca, l’economia si crea grazie alle differenze tra individui: gli individui scambiano beni perché ciascuna parte attribuisce ai beni che riceve un valore maggiore rispetto ai beni che dà; la specializzazione del lavoro e dei servizi è possibile perché alcuni individui hanno talenti che altri non hanno; gli imprenditori sono individui creativi che vedono opportunità che altri non vedono.

2) Imperfezione. Gran parte dei modelli economici matematici si basano sull’esistenza di consumatori e produttori perfettamente razionali e onniscenti; questo avviene perché tali costrutti si comportano in modo prevedibile e si adattano alle equazioni degli economisti. Tuttavia, questi individui perfetti non esistono nella vita reale. L’Economia Austriaca riconosce l’esistenza di individui dotati di desideri irrazionali, conoscenze imperfette, e capaci di sbagliare, fallire e imparare dagli errori.

3) Architettura cognitiva BDI (Belief-Desire-Intention). La mente degli agenti è strutturata in base a cosa conoscono/credono, a cosa vogliono/desiderano, e ai progetti che attuano/intendono attuare per realizzare i loro desideri. L’architettura cognitiva BDI è intuitiva perché cattura il modo in cui gli esseri umani pensano di pensare. Nel Modello dell’Economia Austriaca, l’architettura BDI detta un’ampia gamma di azioni che un agente può svolgere, dalla negoziazione dei prezzi alla creazione di un prodotto nuovo.

4) Generazione procedurale. Il mondo non è predeterminato, bensì la geografia, le caratteristiche degli agenti, il tipo di beni, e le possibilità di combinazione dei beni sono generati in modo procedurale in una simulazione; ciò determina configurazioni economiche diverse.

5) Astrazione. Nelle economie generate artificialmente i beni non corrispondono direttamente a beni reali, bensì sono costrutti artificiali con certe proprietà e possibilità di combinazione. Tale grado di astrazione lascia spazio a varie possibilità interpretative e consente al Modello dell’Economia Austriaca di adattarsi a diversi tipi di economie artificiali, non essendo legato a una storia economica o culturale specifica.

Per maggiori informazioni sul progetto: http://www.austrianeconomicsmodel.com/.

Le radici mengeriane del liberalismo conservatore di Hayek (Hannes H. Gissurarson – University of Iceland, Islanda)

Secondo Gissurarson, Friedrich von Hayek fu una delle quattro personalità più influenti del XX secolo, accanto a Lenin, Hitler e Keynes. Fu l’unico economista austriaco ad aver ottenuto il Nobel, ispirò la politica di Thatcher e Reagan e tra i liberali austriaci soggettivisti era probabilmente più mengeriano (evoluzionista) che misesiano (razionalista). Menger rifiutava il liberalismo utilitaristico e si chiedeva perché le istituzioni fossero così utili al bene comune ma non ci fosse la volontà comune di crearle. Come Menger, Hayek considerava il socialismo un errore intellettuale: l’interventismo è conseguenza di una visione della realtà limitata ai casi specifici, non basata su principi generali; il costruzionismo sociale e quindi la sfiducia che la ragione individuale possa fondare la società derivano dall’incapacità di distinguere tra ciò che ha uno scopo e ciò che non lo ha nonché dall’incapacità di riconoscere l’ordine spontaneo. Come Menger, Hayek sottolineava l’importanza di mantenere uno spirito critico, non si definiva un conservatore, ma riconosceva la validità delle tradizioni quando non era necessario cambiarle. Hayek era piuttosto un liberale conservatore: conservatore perché rispettava le tradizioni ed era consapevole dei limiti della ragione individuale, liberale perché accettava la progressiva civilizzazione dell’Occidente basata sulla libertà secondo la legge. Da liberale, Hayek credeva che il coordinamento spontaneo degli individui nel mercato e nella società permetteva agli individui di sfruttare molte più conoscenze di quelle che ciascuno di essi possiede e di creare nuova conoscenza. L’obiettivo della rivoluzione culturale era la nozione di bene e male: la libertà umana non è un principio a priori, ma il prodotto dell’esperienza di molte generazioni. Hayek voleva rendere visibile la “mano invisibile” dell’ordine spontaneo e si poneva in contrapposizione rispetto alle teorie cospirative di Popper e alle spiegazioni della mano invisibile di Nozick.

Il futuro dell’Unione europea visto dalla prospettiva della Scuola Austriaca di Economia (Karl Socher – Innsbruck Universität, Austria)

La storia dell’Unione europea mostra che gli obiettivi fondamentali sono la pace e il benessere economico dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, lo strumento per raggiungerli, ovvero un’unione sempre più forte che porta alla centralizzazione del potere, è stato criticato fin dall’inizio dalla Scuola Austriaca, in quanto riduce la libertà e l’autodeterminazione creando tensioni. Mises era contrario all’idea di creare un’istituzione internazionale che facesse quello che avrebbe potuto fare anche un governo, innanzitutto perché un governo piccolo sa governare meglio, in secondo luogo perché l’istituzione si sarebbe allargata, estendendo le sue funzioni ad altri ambiti. Hayek riteneva che tale centralizzazione del potere avrebbe disturbato il libero mercato. Lo stesso Juncker affermava che l’Unione europea si sarebbe dovuta occupare soltanto delle questioni delle quali nessun governo locale si potrebbe occupare. Per prevenire ulteriori crisi portate dalle politiche del passato e da una cattiva Costituzione (crisi dell’euro, crisi del debito, crisi migratoria), la Scuola Austriaca propone come soluzioni la decentralizzazione e il libero mercato. La regolamentazione deve quindi avvenire a livello locale, mentre la pace deve essere promossa a livello internazionale. Il compito degli economisti è quello di mostrare qual è il livello di governo ottimale.

Commissione III

Biblioteconomia: una prospettiva dalle Scienze dell’Azione Umana e le sue interazioni con la Catallassi (David Chávez Salazar – Revista Estudios Libertarios e Marlene Salazar Ramos – CGA / Servicio Nacional de Aprendizaje, Colombia)

L’intervento si propone di stabilire un dialogo interdisciplinare tra la biblioteconomia e la tradizione misesiana. La biblioteconomia è un nuovo campo delle Scienze dell’Azione Umana per le sue caratteristiche epistemiche uniche. Essa interagisce con la Catallassi: i servizi della biblioteca operano sotto un modello di economia dirigistica inefficiente, per cui vengono proposte alcune alternative del libero mercato e alcuni argomenti di ricerca per rafforzare i legami tra la biblioteconomia e il paradigma misesiano.

La Società Economica di Cracovia come think tank pro-libertà prima della guerra (Marcin Chmielowski – ASBIRO Academy, Polonia)

La Società Economica di Cracovia era un ambiente intellettuale nel quale si dibattevano le teorie economiche dell’epoca, tra cui quelle della Scuola Austriaca di Economia. Fondata nel 1921 ed esistita fino al 1939, l’associazione si proponeva di migliorare la produttività della nazione basandosi sulle idee del libero mercato. Esistono importanti parallelismi tra gli intellettuali della Società di Cracovia e gli studenti di Vienna di Ludwig von Mises.

La Scuola Austriaca di Economia contro gli storici di economia tradizionali: il Methodenstreit (1871-1886) (Facundo Gustavo Corvalán – Universidad Nacional de San Luis, Argentina)

Alla fine del XIX secolo, nel contesto delle divergenze accademiche e politiche tra Berlino e Vienna, divenne visibile la prima manifestazione della difficile convivenza scientifica dei due filoni nell’ambito storico ed economico: il Methodenstreit, il conflitto sul metodo di studio delle scienze sociali.

L’Economia Austriaca come paradigma del pensiero del “giusto mezzo” (Jakub Bożydar Wiśniewski – Università di Breslavia / Mises Institute of Economic Education, Polonia)

La tradizione della Scuola Austriaca è un esempio paradigmatico dell’applicazione del “giusto mezzo” aristotelico al campo della teoria economica, in quanto si appoggia su un’interpretazione chiara delle opere dell’ordine catallattico e considera l’economia una disciplina accademica distinta dalle altre sul piano metodologico e sostanziale.

Preparando la strada alla schiavitù: l’epistemologia dell’utopismo elitario nelle scienze sociali contemporanee (Marc Orlitzky – Università di Varsavia, Polonia)

Le scienze sociali contemporanee sono caratterizzate da una spinta utopistica verso la ricerca normativa, considerata indispensabile per la costruzione di un mondo migliore. La causa non è solo rappresentata dalle tendenze politiche degli scienziati sociali, ma anche dal Modello Standard delle Scienze Sociali, combinato alla rinuncia pragmatista della “ghigliottina di Hume” (la distinzione metodologica tra analisi dei fatti o scienza descrittiva e proposta di valori o etica prescrittiva, che implica che la scienza non può produrre etica). Un campo in cui oggi si manifesta questo problema è la responsabilità sociale aziendale. Un impegno verso i principi libertari rappresenta uno strumento utile per contrastare tali tendenze utopistiche contemporanee.

Evento speciale: Road Show del Libero Mercato – Una visione transatlantica sull’economia, la finanza e il governo

Barbara Kolm (Austrian Economics Center / Österreichische Nationalbank):
– alcuni valori libertari: indipendenza, autostima, competizione, responsabilità, azione volontaria, non intervento, forte sfiducia verso l’autorità, successo

Lawrence Goodman (Center for Financial Stability):
– la storia è una guida utile e gli ultimi 11 anni sono stati senza precedenti
– Bretton-Woods è stata un’importante lezione della storia: ha portato norme monetarie, disciplina al sistema, due istituzioni (FMI e Banca Mondiale) e una visione di lungo periodo
– un focus politico sul breve termine ha gravi conseguenze sul lungo termine
– il bilancio della banca centrale si è espanso con un focus sul breve termine e conseguenze sul lungo termine
– i quantitative easing II e III erano superflui e hanno ridotto l’efficacia della politica monetaria
– l’abbassamento artificiale dei tassi di interesse ha portato a cambiamenti nella distribuzione
– l’FMI rimane il centro del sistema finanziario per 189 paesi, con funzioni tecniche, finanziarie e di consulenza
– il sistema monetario internazionale dovrebbe diventare un sistema basato su regole capace di offrire all’azione politica un’analisi di sistema con una prospettiva di lungo periodo
– il settore privato con le banche e le corporazioni è essenziale per la crescita
– c’è un avanzo di solvibilità perché non c’è crescita

Franz Wenzel (AXA):
– il quantitative easing ha ridotto l’impatto sulla crescita, ma mentre la Federal Reserve è tornata a una politica monetaria normale, la BCE ha dovuto aiutare l’euro a sopravvivere per garantire la pace e i paesi europei mancano di riforme strutturali
– l’aumento della solvibilità riflette la mancanza di crescita e di riforme strutturali
– gli USA sono più flessibili al cambiamento della Germania (recessione tecnica nella produzione)

Michael Jäger:
– la crisi in Europa è dovuta a un utilizzo errato del denaro dei contribuenti
– il mercato delle emissioni è lo strumento per ridurre la CO2
– l’aumento delle imposte comporta il rallentamento della crescita economica

Daniel Kaddik (European Liberal Forum):
– la BCE ha ucciso le banche come istituzioni sociali e il debito pubblico e privato aumenta
– esiste un legame sempre più stretto tra l’economia e la politica
– l’eccessiva pianificazione dall’alto non lascia spazio ad alternative creative
– lo strumento chiave è la cooperazione (es. libero scambio tra UE e USA)
– non c’è un problema di entrate, ma un problema di uscite e di mancanza di riforme strutturali
– in Germania si governa il passato ma non si riforma il futuro
– il problema non sono le perdite, ma gli utili non realizzati
– 15/08/1971: guerra monetaria e commerciale
– se si è soggetti fiscali, quanto si può essere tassati?

Geopolitica, libertà economica e produttività economica (Erich Weede – Bonn Universität, Germania)

La geopolitica e l’economia si sovrappongono nello studio della crescita e del declino delle nazioni. La crescita e il superamento della povertà di massa, avvenuti prima in Europa e in Occidente rispetto alle altre civiltà dominate dai regimi repressivi, sono andati di pari passo con la frammentazione geopolitica e l’elevato grado di libertà economica dell’Europa. La libertà economica o capitalismo, che in Europa è stato possibile con il rispetto dei diritti di proprietà e un basso grado di interventismo statale, implica una distruzione creatrice di imprese e nazioni.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’economia dominante ha promosso la libertà economica su scala globale, con conseguenti miracoli economici nei paesi che hanno perso la guerra (Germania dell’Ovest e Giappone), poi nelle quattro economie dell’Asia orientale e dal 1979 in Cina e in altre nazioni asiatiche. Sebbene l’espansione globale della libertà economica abbia salvato un miliardo di persone dalla povertà negli ultimi quarant’anni, lo stesso processo ha minato il dominio economico americano. L’economia cinese, che nel Medioevo europeo registrava una crescita maggiore di quella promossa da Smith all’inizio della rivoluzione industriale, è già più grande di quella americana e potrebbe raddoppiare fra vent’anni.

Quali sono le ragioni del miracolo economico cinese successivo al fallimento economico delle politiche comuniste di Mao Zedong (1959-1972)? Innanzitutto, la Cina (così come Taiwan e Singapore) ha sfruttato i vantaggi dell’arretratezza nell’economia aperta e globalizzata, imitando le economie di maggiore successo. Questo regime economico globale è stato istituito da Bretton-Woods dopo la guerra, che ha eliminato le barriere imposte dal protezionismo, aprendo la strada alla libertà economica della fine degli anni Settanta. Inoltre, la Cina ha messo in atto il rispetto dei diritti di proprietà, consentendo la distribuzione razionale delle risorse (Mises) e decentralizzando il processo decisionale per sfruttare la conoscenza dispersa dei soggetti economici (Hayek) per incentivare la produzione.

Tuttavia, le prospettive cinesi restano incerte. Attualmente la Cina riscontra problemi di debito nelle aziende statali e nei governi locali, di invecchiamento demografico e di incertezza politica, in quanto l’economia centralizzata cinese è più vulnerabile agli errori rispetto alle economie capitaliste, caratterizzate da un processo decisionale più disperso e frammentato. I vantaggi dell’arretratezza non sono ancora completamente esauriti, ma la Cina ha goduto di maggiore libertà economica in Occidente che a livello interno (il capitalismo è utile ai paesi economicamente liberi ma anche a quelli non liberi) e i recenti rapporti economici tra la Cina e l’America per promuovere la “pace capitalista” sono minati da un crescente protezionismo. Le politiche di Trump minimizzano l’impatto dei vantaggi dell’arretratezza in Cina e minano l’ordine economico liberista, non consentendo ai paesi più poveri di uscire dalla povertà. Se una guerra commerciale tra la Cina e l’America porrà fine all’era della globalizzazione, la prospettiva sarà quella di una riduzione della libertà economica, della prosperità, della stabilità politica e di un più elevato rischio di guerra. Ciò che invece è necessario è promuovere il libero scambio per consentire alla Cina di restare un’economia semi-libera, limitando l’influenza del potere centrale e lasciando spazio alle riforme.

La Scuola Austriaca di Economia nel XXI secolo (2)

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Dopo aver introdotto la Scuola Austriaca di Economia nel precedente post, partiamo con la prima giornata di contributi dell’VIII Conferenza Internazionale The Austrian School of Economics in the XXI century, della quale presentiamo in questo articolo alcuni spunti relativi alla prima parte.  

PRIMA GIORNATA DI CONFERENZA: 13 novembre (prima parte)

Apertura e benvenuto

We believe in the free flow of creativity and innovation. Capitalism is nothing else than the protection of both intellectual and physical property rights. Beware of the arrogance of people who think they are always right. There is no such thing as an “I own the idea”, we want an academic dispute.

(Barbara Kolm – Austrian Economics Center / Österreichische Nationalbank)

“Noi crediamo nel libero flusso della creatività e dell’innovazione. Il capitalismo non è nient’altro che la tutela dei diritti di proprietà sia intellettuale che fisica. Stiamo attenti all’arroganza di coloro che credono di avere sempre ragione. Non esiste “io ho l’idea giusta”, noi vogliamo un dibattito accademico.”

We are not only bringing Austrian Economics back to Austria, we are also creating a freer world.

(Federico N. Fernández – Austrian Economics Center / Fundación Bases International)

“Non stiamo solo riportando l’Economia Austriaca in Austria, stiamo anche creando un mondo più libero.”

La rilevanza attuale dell’economia misesiana (Robert Murphy – Mises Institute, Stati Uniti)

Tra i contributi principali di Ludwig von Mises alla teoria economica vi sono:

1) La definizione di uno schema per la classificazione del denaro. Nel suo libro Theorie des Geldes und der Umlaufsmittel (“Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione”, 1912) Mises si distanzia dalla definizione di denaro come bene produttivo e bene di consumo e lo definisce un bene di scambio universalmente accettato. Partendo dal significato più ampio, Mises distingue tra il denaro in senso stretto (merce, credito, fiduciario) e i sostituti del denaro, ovvero i mezzi fiduciari (monete, depositi scoperti + banconote) e i certificati.

2) L’aver incorporato il denaro nella teoria soggettiva del valore di Menger. Mises risolse il problema del ragionamento circolare dei primi economisti: il potere d’acquisto del denaro è spiegato dal suo valore soggettivo → il denaro è valutato soggettivamente per il suo potere di acquisto → il denaro ha valore perché ha valore. Mises introdusse l’elemento temporale con il teorema regressivo del denaro: il denaro ha potere d’acquisto oggi perché ci si aspetta che avrà potere d’acquisto domani perché si è visto che aveva potere d’acquisto ieri, e così via tornando indietro nel tempo, fino al momento in cui per la prima volta una merce iniziò a essere richiesta come mezzo indiretto di scambio (applicazione a ritroso nel tempo della teoria sulla nascita evolutiva del denaro di Menger).

3) La teoria del credito circolante. Il credito circolante si ha quando le banche emettono credito con mezzi fiduciari, portando il tasso di interesse al di sotto del “tasso naturale” (Wicksell) e distorcendo la struttura produttiva (Menger e Böhm-Bawerk).

4) L’impossibilità di calcolo economico nel socialismo. Poiché l’azione umana è basata su una conoscenza dispersa, un sistema pianificato non può possedere tutti gli elementi che consentono di determinarla, per cui il calcolo economico è possibile solo in presenza di proprietà privata e denaro, grazie ai quali avviene lo scambio volontario dei beni e la formazione dei prezzi in un sistema di libero mercato.

Attualmente l’economia misesiana riesce a spiegare il potere predittivo della curva del rendimento (che si inverte prima della recessione, quando una banca espande il credito per abbassare i tassi di interesse sul breve termine, comportandone un aumento sul lungo termine), la dinamica del ciclo congiunturale, e l’inefficienza delle agenzie governative.

Commissione I

Teoria monetaria dinamica e la curva di Phillips con pendenza positiva (Adrián O. Ravier – ESEADE, Argentina)  

La curva di Phillips è un’analisi macroeconomica degli anni Cinquanta che mette in relazione inversa il tasso d’inflazione dei prezzi e dei salari nominali con il tasso di disoccupazione. Negli anni Ottanta Don Bellante e Roger Garrison misero a confronto due spiegazioni alternative della dinamica monetaria (quelle derivate dalla curva di Phillips verticale nel lungo periodo e quelle derivate dall’analisi dei triangoli hayekiani), concludendo che l’unico fattore che differenziava i due modelli era il processo in cui la causa finale è convertita nell’effetto finale neutrale. Ravier dimostra che l’effetto a lungo termine della politica monetaria non è mai neutrale: dopo il ciclo di espansione e contrazione, l’economia ritorna al tasso naturale di disoccupazione, ma il “tasso naturale” alla fine del ciclo è diverso da quello iniziale. Una curva di Phillips “austriaca” avrebbe quindi una pendenza positiva.

Una prospettiva austriaca sulla pianificazione politica del traffico (Anders Ydstedt – Svensk Tidskrift, Svezia)

La specializzazione del lavoro (Adam Smith) ha reso i prodotti migliori e meno costosi e la portata del mercato è aumentata grazie a modalità di trasporto migliori e più veloci. Oggi la limitazione alla libera circolazione dei beni e dei servizi è un fenomeno ampiamente accettato e le autorità tendono a sostituire la mobilità con l’accessibilità. Tuttavia, per farlo è necessario conoscere i bisogni di tutti. Hayek spiegava che poiché la conoscenza è dispersa nella società, la pianificazione centrale è destinata a fallire.

Il free banking e la struttura del capitale della produzione (Karol Zdybel – Mises Institute of Economic Education, Polonia)

Al contrario di quanto afferma Huerta de Soto, il sistema monetario a riserva frazionaria con l’emissione competitiva di banconote e depositi (teoria dell’equilibrio monetario) è compatibile con una struttura equilibrata del capitale della produzione (teoria austriaca del capitale) ed è in grado lo stesso di prevenire i cicli economici di espansione e recessione.

Le indagini moderne nella struttura della produzione: una critica (Krzysztof Turowski – Università di Gdansk, Polonia)

L’intervento critica le indagini di Reisman (1998) relative al “denaro invariabile” (in un’economia con una quantità di denaro invariabile, è tecnicamente impossibile per tutti guadagnare più denaro nel corso del tempo, per cui lo standard di vita non aumenta guadagnando di più, bensì aumenta se il denaro guadagnato ha un potere d’acquisto maggiore) nella struttura della produzione, adducendo a motivazione i cambiamenti delle preferenze personali. Viene confutata la validità della possibilità di accorciare la struttura della produzione e del crollo del tasso di interesse.

La fattibilità pratica del Programma hayekiano-buchaniano di Reddito di Base Universale (Otto Lehto – King’s College London, Finlandia)

Il reddito di base è un pagamento in denaro periodico che viene elargito incondizionatamente a tutti su base individuale, senza previa verifica dei mezzi o dei requisiti lavorativi. Nonostante le critiche di Böttke e Martin, secondo alcuni economisti l’introduzione di un reddito di base universale è teoricamente compatibile con l’economia politica austriaca, purché sia costituzionalmente limitato, in modo da facilitare un adattamento complesso spontaneo restringendo l’influenza del welfare state.

Secondo Friedman della Scuola di Chicago, l’elargizione di denaro liquido è più efficiente dei benefici in natura e più rispettoso dell’autonomia, della libertà, delle preferenze e delle scelte individuali (teoria della scelta razionale).

Hayek della Scuola di Vienna sosteneva la fattibilità del reddito di base garantito ed era a favore di un programma di supporto condizionale, adducendo argomentazioni pragmatiche e teoriche in linee guida generali. Secondo Hayek il reddito di base universale è una tutela legittima contro un rischio comune ed è necessario per costruire la Grande Società e il suo ordine spontaneo. I presupposti sono: l’uniformità (tutti devono ricevere lo stesso importo), lo stato di diritto (norme generali universalmente applicabili), l’universalità (con eccezioni minime), la Grande Società (ordine legislativo che supporta un ordine di mercato interconnesso e in continua evoluzione).

Buchanan della Scuola della Virginia propose un constitutional demogrant (trasferimento di denaro uguale per tutti finanziato da un’imposta forfettaria sui redditi di tutti), stabilendo come presupposti: la generalità (imposizione forfettaria), l’universalità (garanzie e benefici costituzionali), l’uguaglianza (stesso importo per tutti), l’assenza di discriminazione, la democrazia non discriminatoria.

Commissione II

Intellectual Dark Web – Una serie di note a margine ad Hayek (Žiga Turk – Università di Ljubljana, Slovenia)

Poiché la natura umana cambia lentamente, nel corso del tempo si sono accumulati costumi, istituzioni e insegnamenti tradizionali che rappresentano il modo giusto di pensare dell’uomo, della società e della loro evoluzione. Di contrasto, il moderno pensiero progressista ha introdotto la nozione di progresso. Ma qual è l’idea di progresso?

Edmund Burke metteva in guardia dall’”ingerente istinto che pretende di interferire nella misteriosa marcia di Dio nel mondo” e riteneva che la missione del conservatorismo fosse tutelare questa eredità di saggezza contro l’arroganza del moderno razionalismo illuminato.

Gli studi sul meccanismo di formazione dei prezzi, la dispersione della conoscenza, e l’ordine spontaneo portarono Hayek a sviluppare una teoria dell’evoluzione sociale che cercava di giustificare a livello scientifico le affermazioni di Burke: il ruolo essenziale dei costumi e delle istituzioni tradizionali nel mantenimento dell’evoluzione di un ordine esteso dal quale dipendono la prosperità e il progresso. Hayek sosteneva che “l’ordine esteso è nato da un conformismo volontario a certe pratiche tradizionali e ampiamente morali, molte delle quali gli uomini tendono a non condividere”.

Marx e Engels ritenevano che “fino ad allora i filosofi avevano solo interpretato il mondo in vari modi; il punto era cambiarlo”, cioè se gli uomini fossero nati come tabula rasa il progresso non avrebbe limiti, ma non è così, per cui l’individuo non è in grado di portare progresso. Secondo Steven Pinker: “in assenza di tabule rase, vi sono limiti a quanto i filosofi possono cambiare il mondo” e “quando si tratta di spiegare un pensiero e un comportamento umano, la possibilità che in questo l’eredità svolga un ruolo ha ancora il potere di sconvolgere le persone”.

Secondo Richard Dawkins non soltanto i geni vengono selezionati dall’evoluzione, ma anche i memi: un meme è “un’idea, un comportamento o uno stile che si diffonde da un individuo all’altro all’interno di una cultura”, l’oggetto della selezione culturale di Hayek. Secondo Jordan Peterson la cultura è un insieme di memi, ovvero l’ordine esteso di Hayek o l’ordine naturale delle cose predisposto da Dio di Burke. Jonathan Haidt descrisse le basi morali dell’ordine naturale e dell’ordine esteso.

Oggi gli intellettuali dell’Intellectual Dark Web sono quasi giunti a offrire una rivendicazione razionale della visione del mondo dei vecchi conservatori, secondo la quale il moderno pensiero progressista è discutibile e fuorviante e porta a risultati regressivi. Se i conservatori rispettano la “marcia di Dio nel mondo” e preservano i risultati dell’evoluzione sociale, i liberali considerano la libertà un risultato dell’evoluzione e l’elemento chiave dell’ordine esteso (perciò Burke era liberale perché conservatore e Hayek era conservatore perché liberale). Il punto è stabilire cosa è rilevante e cosa no, chiedendosi: il cambiamento che auspichiamo porta più libertà e diritti oppure contribuisce alla sopravvivenza? Secondo Nassim Taleb “ciò che è razionale è ciò che permette la sopravvivenza”.

Il problema della guerra dell’informazione nel quadro del diritto naturale – il paradosso della tolleranza rivisto alla luce della propaganda sovietica (Agnieszka Plonka – Mises Institute of Economic Education, Polonia)

La definizione di aggressione può essere estesa al diritto naturale? I diritti inalienabili non possono essere modificati dagli uomini.

Karl Popper è stato ingenuo a definire il paradosso della tolleranza? Tollerare gli intolleranti può distruggere il principio di tolleranza: la libertà di espressione può essere autodistruttiva in quanto dà spazio di manovra a coloro che cercano di abolirla. Un’importante conseguenza dell’intolleranza verso gli intolleranti è mantenere chiara la distinzione tra attacco e difesa.

È necessaria una maggiore difesa contro la sovversione ideologica? La sovversione ideologica agisce indebolendo la cultura del nemico facendogli credere l’opposto di quello che è. Le tappe della sovversione: demoralizzazione, destabilizzazione, crisi, normalizzazione. Le tappe della rivoluzione: corrompere i giovani, dividere delle persone, scardinare la fiducia nei leader nazionali, predicare la democrazia ma prendere il potere, incoraggiare del governo alla stravaganza, incitare scioperi non necessari, causare la fine delle virtù. In questo quadro, non sarebbe etico estendere la definizione di aggressione alla guerra dell’informazione.

La soluzione proposta è la massima decentralizzazione per evitare il potere su larga scala, la dissoluzione della struttura centralizzata, la libertà economica e uno stato di diritto forte.

Città private libere – Esiste un’alternativa (Titus Gebel – “Free Private Cities”, Germania)

Immaginiamo un furto di bicicletta e la vittima che chiede ai due ladri: “Perché mi avete rubato la bicicletta?”; uno di loro: “Non l’abbiamo rubata, abbiamo formato una democrazia”, e l’altro: “Essendo la maggioranza, stabiliamo per legge che la tua bicicletta è nostra”. Il Contratto Sociale di Rousseau stabiliva che “ogni regola della maggioranza è soggetta a previo accordo e richiede il consenso iniziale di ogni singolo individuo”: su questa base, quante società avrebbero il diritto di esistere?

Come funziona il ciclo democratico? Gli individui vogliono innalzare il loro standard di vita → decidono di prendere dagli altri → si rivolgono allo stato → i politici realizzano il loro volere o vengono estromessi → altri gruppi sociali scoprono il meccanismo → lo stato diventa lo strumento principale per innalzare lo standard di vita → meno individui lavorano nel settore produttivo → la lotta per la distribuzione della ricchezza si intensifica e il debito pubblico aumenta → lo stato diventa l’industria più grande del mondo, ma è concentrata e inefficiente e di difficile accesso → soluzione: vincere le elezioni o fare la rivoluzione.

Ora immaginiamo che un’azienda privata ci offra gli stessi servizi di base di uno stato (tutela della vita, della libertà e della proprietà in un certo territorio) in cambio di una quota forfettaria annuale. I nostri diritti e doveri sarebbero sanciti da un accordo scritto volontario tra noi e l’azienda. Per il resto, facciamo ciò che vogliamo. In sostanza, saremmo una parte contraente posta con una posizione legale garantita e potremmo far parte dell’accordo solo se ci piace l’offerta. Quali sarebbero i vantaggi? L’operatore che offre il servizio saprebbe cosa fare perché conoscerebbe la realtà da vicino; l’operatore sarebbe incentivato a trattare bene il cliente e non ci sarebbe spreco di risorse; non ci sarebbe alcuna imposizione di volontà perché si tratterebbe di un contratto bilaterale; l’operatore potrebbe essere ritenuto direttamente responsabile; ci sarebbero prodotti diversi piuttosto che nemici politici.

Blockchain – Il nuovo campo di battaglia intellettuale nell’economia (Max Rangeley – Cobden Centre / Ludwig von Mises Institute Europe, Regno Unito)

La tecnologia Blockchain ha il potenziale di trasformare grandi settori dell’economia ed è pienamente in linea con i principi della Scuola Austriaca, in quanto permette la circolazione di valute digitali private e di reti di scambio decentralizzate libere dal controllo. Inoltre, permette di ridurre gli strumenti di politica monetaria delle banche centrali favorendo l’economia, a scapito degli economisti ortodossi che considerano assiomatico che le banche centrali stimolino l’economia stampando moneta.

Secondo Hayek, il monopolio statale sul denaro ha gli stessi difetti di tutti i monopoli, ovvero se le banche centrali stabiliscono i tassi di interesse, causano inflazione e distorcono la struttura del capitale: “il curioso compito dell’economia è dimostrare all’uomo quanto poco conosce di ciò che immagina di poter creare”.

In base alla teoria del ciclo economico di Mises e Hayek:

– le banche centrali stabiliscono i tassi di interesse distorcendo l’economia,

– la definizione dei prezzi dall’alto si è rivelata fallimentare ovunque,

– tassi di interesse troppo bassi generano una creazione di credito che non è giustificata dai risparmi nell’economia reale,

– ciò causa una distorsione delle preferenze temporali,

– la struttura del capitale si plasma intorno a segnali di prezzo erronei.

Vantaggi della creazione privata di denaro:

– i tassi di interesse devono essere stabiliti dalle funzioni di domanda e offerta dei meccanismi di formazione dei prezzi del libero mercato,

– indebolimento dell’intervento delle banche centrali nella politica monetaria,

– mercati alternativi del denaro e del credito,

– il libero mercato stabilisce i tassi di interesse per la ripresa economica,

– la maniera più affidabile per garantire una solida politica monetaria è la concorrenza,

– secondo l’FMI, l’attuale generazione di valute virtuali non consente un’espansione dell’offerta di denaro in risposta a shock negativi della domanda.       

Assistenza, dignità umana ed economia (María de Lourdes Moutin – Universidad Católica Argentina, Argentina)

L’assistenza finanziaria pubblica tocca vari aspetti dell’economia. Secondo gli economisti austriaci lo stato assistenziale non danneggia soltanto l’economia (Mises), ma anche la dignità umana, portandola a una condizione di schiavitù (Hayek). Al contrario, l’iniziativa privata risolve il problema della povertà perché crea ricchezza senza danneggiare l’economia o la dignità umana; le ONG si potrebbero occupare dei meno privilegiati, insegnando loro l’economia e le abilità imprenditoriali.

Commissione III

Il ruolo delle istituzioni non democratiche in una democrazia secondo Montesquieu, Tocqueville, Acton, Popper e Hayek applicato all’UE (Jitte Akkermans – KU Leuven, Belgio)

Montesquieu, Tocqueville, Acton, Popper e Hayek ritenevano che le istituzioni che non riflettono l’opinione di maggioranza (istituzioni non democratiche) svolgono un ruolo importante nella democrazia in quanto possono garantire un sistema di pesi e contrappesi alla base di uno stato moderato.

Il sodalizio intellettuale di Hayek e Popper (Rafe Champion – studioso indipendente, Australia)

Il recente libro di Pete Böttke traccia il viaggio di Hayek dall’economia tecnica alle correnti di pensiero basate su modelli matematici e keynesiani. Insieme a lui, Karl Popper cercava di contrastare lo scientismo e l’abuso della ragione degli economisti positivisti per promuovere l’analisi istituzionale della scienza e della società.

Legge e prasseologia (Alessandro Fusillo – Movimento Libertario, Italia)

La legge è un’azione verbale che regola l’interazione sociale e una funzione della lingua. La lingua è un atto legislativo che stabilisce le regole della comunicazione. L’autocoscienza razionale è l’atto di essere padroni del proprio corpo, che implica la proprietà di sé e la non aggressione. Un sistema giuridico che difende la proprietà di sé necessita di leggi che tutelano la vita e la proprietà. La produzione di tali leggi andrebbe lasciata al mercato, a differenza degli attuali sistemi giuridici, che consentono violazioni del principio di non aggressione per i privilegiati e disgregano la società.

Liberalismo economico e prassi (Dario Monasterio – Instituto de Ciencia, Economía, Educación y Salud, Bolivia)

Ludwig von Mises diceva che l’alternativa è tra lo stato e il mercato. Senza dubbio il mercato è la soluzione migliore per distribuire le risorse nelle condizioni in cui c’è un certo livello di concorrenza. Cosa succede in caso di squilibri come asimmetria di informazioni, monopoli, monopoli naturali, oligopoli, duopoli… oppure quando le quantità ottimali offerte dal mercato sono minori delle quantità richieste dalla società (istruzione, sanità, acqua)?

La sanità e il fallimento del fallimento del mercato (Marc Fouradoulas, MD – studioso indipendente, Svizzera)  

Il fallimento del mercato si verifica quando l’allocazione dei beni e dei servizi da parte del libero mercato non è efficiente. Fouradoulas affronta il problema del fallimento del mercato nell’economia sanitaria e la sua rilevanza nel sistema sanitario pubblico, delineando le peculiarità del settore e dei servizi sanitari e spiegando la teoria del fallimento del mercato. Oltre a non essere priva di errori di logica, la “medicina organizzata” interferisce con il concetto di fallimento del mercato. Fouradoulas discute quindi la possibilità di affidare i servizi sanitari al libero mercato separatamente rispetto alla struttura della medicina organizzata.

La Scuola Austriaca di Economia nel XXI secolo (1)

L’Hayek Institut, l’Austrian Economics Center e la Fundación Internacional Bases hanno organizzato l’VIII Conferenza Internazionale The Austrian School of Economics in the XXI century presso la Banca Nazionale Austriaca a Vienna il 13 e 14 novembre 2019.

PRE-CONFERENZA

AES1

Durante l’Austrian Walking Tour del 12 novembre una guida turistica e un attore hanno ripercorso le tappe storiche della Scuola Austriaca di Economia, partendo dall’Università di Vienna fino ad arrivare all’Hayek Institut, dove si è celebrato il XV anniversario della Fundación Internacional Bases.

Cos’è la Scuola Austriaca

La Scuola Austriaca (Scuola di Vienna o Scuola Psicologica) è una scuola di pensiero economico eterodosso che prende il nome dal fatto che molti dei suoi esponenti principali erano austriaci ed ex-studenti dell’Università di Vienna.

Benché la scuola austriaca fosse nata a Vienna nella seconda metà del XIX secolo, alcuni suoi esponenti trassero molti spunti dalla Scuola di Salamanca del XV secolo e dai fisiocrati francesi del XVIII secolo. Nel XV secolo i seguaci tardo-scolastici di San Tommaso d’Aquino che insegnavano all’Università di Salamanca in Spagna, cercando una spiegazione all’azione umana e all’organizzazione sociale, scoprirono l’esistenza di leggi economiche e di forze di causa-effetto che operavano come le altre leggi naturali: le leggi della domanda e dell’offerta, le cause dell’inflazione, il funzionamento dei tassi di cambio e la natura soggettiva del valore economico. Gli Scolastici di Salamanca sostenevano il libero mercato, la proprietà privata, la libertà commerciale e contrattuale, invitando i governi a obbedire a un’etica rigorosa.

L’approccio della scuola austriaca è di tipo razionalista (kantiano e aristotelico) e si distingue sia dall’approccio platonico/positivista dell’economia classica e neoclassica (David Hume, Adam Smith, David Ricardo, Nassau Senior, John Elliot Cairnes) sia dallo storicismo della scuola storica tedesca e degli istituzionalisti americani. Si basa sull’individualismo metodologico, sull’interpretazione dei singoli eventi storici e sulla convinzione che l’unica teoria economica valida deriva logicamente dai principi basilari dell’azione umana (prasseologia), in analogia alla scuola britannica e ai tardo-scolastici. La scuola austriaca auspica un intervento minimo (o assente) dello stato sull’economia e la protezione della proprietà privata come diritto fondamentale. A livello politico, la scuola ha ispirato i gruppi e i movimenti libertari, liberisti e oggettivisti.

Gli economisti austriaci furono i primi a criticare apertamente e duramente le teorie marxiste e la dottrina hegeliana. Sebbene le tesi della scuola austriaca siano controverse e opposte a quelle classiche e neoclassiche nonché a molte delle idee di John Maynard Keynes, essa ha avuto una grande influenza anche sul pensiero economico neoclassico per aver posto l’accento sulla creatività umana come base della produttività economica, l’elemento tempo e la teoria del comportamento umano.

Mentre gli economisti classici avevano incentrato la loro analisi sul concetto di valore, derivato dalla quantità di lavoro necessaria a produrre i beni (valore lavoro), nel 1871 il libro di Carl Menger Principles of Economics spostò l’attenzione sui concetti di utilità marginale e costo marginale, dando il più importante contributo alla rivoluzione marginalista e all’approccio soggettivista all’economia. Inoltre, Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek diedero enfasi al sistema dei prezzi derivante dal libero scambio in presenza di proprietà privata, sul quale si basa la possibilità di calcolo economico.

Dopo l’avvento al potere di Adolf Hitler in Germania, molti economisti austriaci fuggirono dall’Austria e gran parte di loro, tra cui Ludwig von Mises, si stabilì negli Stati Uniti. Nel corso del tempo si crearono due filoni: quello hayekiano, ispirato a Friedrich von Hayek, che manifesta diffidenza nei confronti dei concetti neoclassici ma fa ampio uso dei suoi metodi e modelli matematici; quello misesiano e rothbardiano, ispirato a Ludwig von Mises e Murray Rothbard, che rifiuta le teorie neoclassiche e sostiene l’inapplicabilità dei metodi statistici e matematici all’economia.

I maggiori contributi dei precursori

Precursori: Frédéric Bastiat, Richard Cantillon, Étienne Bonnot de Condillac, Jules Dupuit, Jean-Baptiste Say, Louis Say, Anne Robert Jacques Turgot.

Frédéric Bastiat – i beni e i servizi sono sottoposti alle stesse leggi economiche; “fallacia della finestra rotta”.

Richard Cantillon – economia come area di ricerca indipendente; metodo dell’astrazione per la formazione dei prezzi; mercato come processo imprenditoriale; creazione di moneta (il denaro entra nell’economia reale gradualmente distorcendo i prezzi lungo la via).

Jean-Baptiste Say – metodo economico basato sulla comprensione di fatti e assunti universali e le loro implicazioni logiche; teoria della determinazione dei prezzi delle risorse; ruolo del capitale nella divisione del lavoro; “Legge di Say” (non può esservi prolungata “sovrapproduzione” o “sottoconsumo” sul libero mercato se ai prezzi è consentito di aggiustarsi in modo naturale).

Anne Robert Jacques Turgot – le origini della moneta e la natura delle scelte economiche riflettono la posizione soggettiva delle preferenze individuali; soluzione al paradosso dell’acqua e del diamante; legge dei rendimenti decrescenti; critica delle leggi sull’usura; abolizione dei privilegi delle industrie pubbliche.

I maggiori contributi degli esponenti principali

Esponenti principali: Carl Menger, Eugen von Böhm-Bawerk, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, Murray Rothbard, Ludwig Lachmann, Israel Kirzner.

Carl Menger – approccio scolastico (l’economia è la scienza della scelta individuale e dell’azione umana basata sulla logica deduttiva); teoria soggettiva del valore; legge dell’utilità marginale (maggiore è il numero di unità di un bene che un individuo possiede, minore sarà il valore che egli attribuirà ad ogni data unità); creazione della moneta (nasce in condizioni di libero mercato quando la merce più commerciabile è desiderata come mezzo di scambio); opposizione alla scuola storica tedesca (per la quale l’economia è accumulazione di informazioni al servizio dello stato).

Eugen von Böhm-Bawerk – approccio mengeriano a valore, prezzo, capitale e interesse (il tasso di interesse non è una costruzione artificiale e data, ma parte integrante del mercato che riflette la “preferenza temporale”, cioè la tendenza delle persone a preferire la soddisfazione di bisogni nel presente piuttosto che nel futuro); teoria positiva del capitale (il tasso “normale” di profitto è il tasso di interesse: i capitalisti risparmiano, pagano i lavoratori e attendono la vendita del prodotto finale per ricevere il loro profitto; il capitale non è una struttura omogenea, bensì una struttura intricata e diversificata dotata di una dimensione temporale; un’economia in crescita non è solo conseguenza di un aumento del capitale investito, ma anche di processi di produzione sempre più lunghi); opposizione all’interventismo.

Ludwig von Mises – teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (applicazione della legge dell’utilità marginale alla moneta, “teorema regressivo”, il denaro non ha solo origine dal mercato, teoria del ciclo economico); teoria sull’economia di guerra; aspra opposizione al socialismo (non consente proprietà privata o scambi di beni capitali, quindi non c’è modo, per le risorse, di essere allocate nel modo migliore; l’economia pianificata ha condotto alla fine della civiltà); difesa del metodo deduttivo in economia (“prasseologia” o “logica dell’azione umana”); fondazione dell’Istituto Austriaco per la Ricerca sul Ciclo Economico.

Friedrich von Hayek – tassi di cambio; teoria del capitale; riforma monetaria; ripresa del movimento liberale classico in America; approccio tardo-scolastico al diritto.

Murray Rothbard – approccio tardo-scolastico; scienza economica applicata in un contesto di diritti naturali di proprietà; difesa di un ordine sociale capitalistico privo di stato basato sulla proprietà e la libertà associativa e contrattuale; applicazione della teoria austriaca del ciclo economico (il crollo del mercato azionario e la crisi economica furono causati da una precedente espansione creditizia bancaria); etica della libertà; logica dell’azione; storia del pensiero economico.

Economisti austriaci: Benjamin Anderson, William L. Anderson, William Barnett II, Gérard Bramoullé, Walter Block, Peter Boettke, Gene Callahan, Tony Carilli, Jean-Pierre Centi, Enrico Colombatto, Christopher Coyne, Gregory Dempster, Thomas DiLorenzo, Richard Ebeling, Karel Engliš, Frank Fetter, Jacques Garello, Roger Garrison, David Gordon, Gottfried Haberler, Henry Hazlitt, Hans-Hermann Hoppe, Robert Higgs, Hans Sennholz, Steven Horwitz, Jörg Guido Hülsmann, William Harold Hutt, Israel Kirzner, Ludwig Lachmann, Don Lavoie, Peter T. Leeson, Henri Lepage, Peter Lewin, Margit von Mises, Oskar Morgenstern, Fritz Machlup, Robert P. Murphy, Gerald O’Driscoll, Ernest C. Pasour, Ralph Raico, George Reisman, Kurt Richebächer, Jacques Rueff, Mario Rizzo, Lew Rockwell, Paul Rosenstein-Rodan, Mark Thornton, Joseph Salerno, Pascal Salin, Josef Síma, Mark Skousen, Jesús Huerta de Soto, Nicholas G. Tam, Richard von Strigl, Frederick Nymeyer, Friedrich von Wieser, Gottfried Haberler, Fritz Machlup, Lionel Robbins, Wilhelm Röpke, Joseph Schumpeter, Knut Wicksell.

A 50 anni dallo sbarco sulla Luna

Apollo11

Mercoledì 16 luglio 1969, alle ore 13:32 UTC (15:32 CET, ora italiana), il razzo Saturno V viene lanciato dal Kennedy Space Center per compiere la missione spaziale Apollo 11 della NASA: lo sbarco dell’uomo sulla Luna. Dodici minuti dopo, il razzo entra nell’orbita terrestre, dirigendosi verso il nostro satellite, e il modulo lunare della navicella Eagle arriva sulla Luna il 20 luglio alle 20:17 UTC (22:17 CET), completando la discesa il 21 luglio alle 02:56 UTC (04:56 CET). Sono 650 milioni le persone che seguono l’evento dalla Terra, 400.000 le persone ad aver lavorato alla missione spaziale e tre gli astronauti a volare nello spazio, guidati dal team di Houston che indica loro le traiettorie grazie a tre antenne della NASA che ruotano intorno alla Terra: il comandante Neil Armstrong e Edwin “Buzz” Aldrin nel modulo lunare Eagle e Mike Collins nel modulo di comando Columbia, che li riporterà sulla Terra il 24 luglio prima dell’alba, atterrando sull’Oceano Pacifico, a 2.660 km a est dell’Isola di Wake.

Oggi, 20 luglio 2019, Buzz Aldrin e Mike Collins partecipano alle celebrazioni del 50° anniversario della missione Apollo 11, definita dal loro compagno di viaggio Neil Armstrong appena atterrato sulla Luna con queste parole:

That’s one small step for a man, one giant leap for mankind.

“Questo è un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità.”

In mezzo al gruppo di ospiti invitati dalla NASA a partecipare al lancio spaziale, funzionari di governo, dignitari stranieri, scienziati, industriali e qualche intellettuale, spicca una figura nota al mondo filosofico americano dell’epoca, Ayn Rand, che nell’uscita di settembre 1969 di The Objectivist descrive la sua esperienza, poi antologizzata nel 1989 in The Voice of Reason: Essays in Objectivist Thought.

Questi sono i 7 minuti del lancio di Saturno V descritti da Ayn Rand (per la descrizione completa si veda “Apollo 11”):

“All’inizio ci fu un ampio sprazzo di fiamma luminosa giallo-arancio sparata di lato da sotto la base del razzo. Sembrava una fiamma normale e avvertii una scossa di tensione istantanea, come se fosse un edificio che stava prendendo fuoco. Nell’istante successivo la fiamma e il razzo furono nascosti da una tale ondata di fuoco rosso scuro che la mia tensione svanì: tutto questo non faceva parte di un’esperienza normale e non avrebbe potuto essere paragonato con nulla. Il fuoco rosso scuro si divise in due ali gigantesche, come se un idrante stesse sparando dei getti di fuoco verso l’esterno e in alto, in direzione dello zenit – e tra le due ali, contro un cielo nero pece, il razzo salì lentamente, così lentamente che sembrava rimanesse sospeso in aria, un cilindro bianco pallido con un ovale accecante di luce bianca nella parte inferiore, come una candela rovesciata con la fiamma diretta sulla Terra. Poi mi resi conto che tutto questo stava accadendo in totale silenzio, perché avvertii gli schiamazzi degli uccelli che sbattevano freneticamente le ali per allontanarsi dalle fiamme. Il razzo stava salendo più velocemente, era leggermente inclinato, con la sua fiamma bianca tesa che lasciava dietro di sé una spirale lunga e sottile di fumo bluastro. Era salito nel cielo aperto, di colore blu, e il fuoco rosso scuro si era trasformato in flutti enormi di fumo marrone, quando il rumore giunse alle nostre orecchie: era un crocchio lungo e violento, non un rollio, ma piuttosto uno scricchiolio, un suono stridulo, come se lo spazio si stesse spaccando, ma sembrava essere irrilevante e insignificante, perché era un rumore che veniva dal passato e da quel momento il razzo si stava tranquillamente allontanando nella sua corsa – sebbene fosse strano rendersi conto che erano trascorsi solo pochi secondi. Mi ritrovai a salutare involontariamente il razzo con la mano, sentii la gente applaudire e mi unii agli applausi, poiché compresi che eravamo spinti da una motivazione comune; era impossibile rimanere passivi, si doveva necessariamente esprimere, con qualche azione fisica, una sensazione che non era di trionfo, ma qualcosa di più: la sensazione che la libera scia di movimento di quell’oggetto bianco era l’unica cosa che avesse importanza nell’universo. Il razzo era quasi sopra le nostre teste quando un improvviso bagliore di fuoco dorato sembrò avvolgerlo – avvertii un colpo di tensione, mi balenò il pensiero che qualcosa fosse andato storto, poi sentii uno scroscio di applausi e capii che si trattava del secondo lancio. Quando l’assordante crocchio giunse alle nostre orecchie, il fuoco era diventato un piccolo sbuffo di vapore bianco che fluttuava via. Al terzo lancio, il razzo fu appena visibile; sembrò farsi più sottile e scendere giù; ci fu una breve scintilla, uno sbuffo di vapore bianco, un crocchio lontano – e quando lo sbuffo bianco si dissolse, il razzo era scomparso.”

Riprendendo le parole di Rand, la missione Apollo 11 è stato un trionfo della razionalità umana, “un successo della ragione, della logica, della matematica, della totale dedizione all’assolutismo della realtà”, “una magnifica opera d’arte – uno spettacolo che rappresenta un unico tema: l’efficacia della mente dell’uomo”.

Qui è possibile seguire il momento del lancio in tempo reale: https://apolloinrealtime.org/11/.