L’uomo e la tolleranza: lezioni di saggezza dal XX secolo

di Gianluca Sorrentino

In un tempo incerto, in cui le inquietudini collegate al disordine globale si affastellano a temi di genesi locale, gli umori entrano in subbuglio. E con essi valori e certezze consolidate. L’effetto prodotto dall’incertitudine a tutti i livelli si traduce in affannosa protezione della frontiera culturale e del limes spaziale che ci distanzia dall’Altro. La frontiera torna ad assumere vigore e assurge ad avamposto della forza della propria cultura e geografia dei valori. Le conseguenze che tale giocoforza di attrazione e repulsione dell’Altro da sé generano nell’immaginario collettivo le raccontano due blouson noir del Novecento in una prosa complessa, con gusto retrò e una scrittura anticonvenzionale. Si tratta del tedesco Günter Grass e del giapponese Kenzaburō Ōe.

Contro le vecchie certezze: il tributo di Kenzaburō Ōe

Tra i protagonisti dello scisma culturale tra un paese colmo di incertezze e il Giappone del sempreverde, tronfio di progresso e in un perenne affanno provocato dalla tenuta di tradizioni secolari e sviluppo robotico del tardo Novecento, si colloca Kenzaburō Ōe. Voce critica della ricostruzione culturale nel dopoguerra giapponese, Ōe rivendica il potere evocativo dell’immagine e della parola. Una cospicua parte della sua produzione fino agli anni Ottanta indaga la relazione “animistica” fra l’autentico spirito nipponico entrato in crisi con la capitolazione del 1945, l’oggettivismo bellico e la necessità di generare una scala di valori in un paese costretto a fare i conti con lo scempio prodottosi nel day after. In una posizione scomoda rispetto alle destre alle prese con il revisionismo dei fatti storici e delle responsabilità collegate all’invasione cinese e ad altre imprese belliche a firma giapponese, Ōe richiama l’attenzione sulla corruzione che ha invaso l’autentico spirito di Yamato. I suoi attributi assumono una connotazione peggiorativa con la scalata del Giappone per acquisire lo status di seconda potenza mondiale. In circa trenta anni, dal 1869 al 1900, Ōe denuncia come la base culturale si affranchi da una tradizione millenaria centrata sul rispetto di sé e dell’identità altrui. Le leggi del profitto cambiano il volto della società giapponese, dettando i nuovi equilibri su cui, di lì a poco, si sarebbe fondata la cultura capitalista del Sol Levante. In questa temperie, senz’altra critica e per nulla incline a fare sconti alla Corte imperiale e alla classe intellettuale, si colloca la scrittura di Ōe.

Oe
I precetti di Kenzaburō Ōe, maestro del realismo grottesco e di una forma antesignana di Anti-Bildungsroman veicolano tutta la loro attualità in un secolo, il Ventunesimo, pregno di rancori, crisi di identità, crescente xenofobia e disprezzo dell’Altro.

La transizione verso l’uomo nuovo: dalla follia al sogno 

Nella scrittura degli esordi non vi è spazio per la dimensione onirica. Il realismo grottesco intride le pagine di racconti come “Insegnaci a superare la nostra pazzia”. Un’assennata critica al paternalismo nipponico si alterna alla veemenza con cui Ōe ne riconosce e condanna le propaggini all’interno delle comunità, del centro come della periferia. La periferia, un tempo presidio contro le mode bislacche e l’avanzare del centrismo urbano lesivo dell’individuo e dei suoi valori, finisce presto sotto la lente di ingrandimento. Negli anni Sessanta lo scrittore dello Shikoku si convince che le “forze centripete” restie a tutti i fenomeni global sono destinate a soccombere. Opere come “Il grido silenzioso” (1963) restituiscono la consapevolezza che, silente, prende quartiere nello spirito del torvo scrittore: gli spazi arcadici che fino a pochi decenni prima hanno ospitato un uomo serafico e incline al “pacifismo irenico” della specie di Yamato esistono solo nello storytelling materno. Dopo aver maturato la consapevolezza dell’assenza nell’uomo e nella donna giapponese delle nozioni più elementari per vivere in una comunità democratica, Ōe trasforma la parabola discendente dell’uomo-vittima della storia in un’iperbole di crudeltà e di atti nefasti che macchiano la coscienza dell’uomo comune. Ōe assume una postura sempre più critica e comincia a tracciare un quadro debilitante del Giappone, diametralmente opposto alla dimensione kawaii e all’edulcorazione spinta da Kawabata Yasunari e dagli scrittori della contemporaneità più recente. Il suo personaggio prediletto è un picaro in grado di smontare gli equilibri consolidati, entrare nelle stanze del potere e denunciare le storture politiche e di una società che arranca sotto i primi colpi della globalizzazione e della competizione asiatica. Inoltre, Ōe si avvale di un eroe debole par excellence, dimostrando che la vera forza di un uomo si misura con gli atti di cui egli si rende protagonista, non con il vigore fisico e l’autoritarismo propagandato dal fascismo strisciante del primo Novecento. Riprendendo le migliori qualità inscritte nel corredo genetico giapponese, Ōe esalta la “resilienza” dell’uomo di Yamato, i tratti comuni all’individuo emancipato dall’urbanitas e a coloro che vivono all’ombra del progresso di Tōkyō o della grande città. La fede di Ōe nei confronti della rinascita culturale in Giappone e nel mondo intero non è smisurata, né egli vaticina soluzioni confortevoli e per le quattro stagioni. Ōe non crede nel materialismo storico né ritiene che il motore propulsore della storia sia la hybris, una forza che con la sua tracotanza si scaglia contro l’uomo e ne azzera l’evoluzione a individuo con responsabilità, pieni diritti e doveri (shutaisei). Nell’autonomia e nel “libero arbitrio” risiede la piena evoluzione dell’uomo del Novecento, in ciò risiede anche la migliore eredità. Ha, dunque, un bel dire Ronald Dore nel 2011 quando, confutando la tesi difesa in un saggio del 1970, “Dobbiamo ancora prendere sul serio il Giappone”, muta la propria postura critica e invita a fare i conti con un nuovo cominciamento epocale. In Giappone e nel resto del mondo.

Grass
“Anestesia locale” (Örtlich betäubt: 1969) è l’opera che consacra Grass alla maturità e all’impegno intellettuale e politico nelle file della SPD.

Una società diversa: il sogno di Günter Grass

Sin dagli anni Cinquanta, nel pensiero di Günter Grass (1927-2015), Premio Nobel 1999 e autorevole figura della letteratura novecentesca, prende forma un precetto fondamentale: l’attualità del Diverso, la centralità dell’Altro da Sé. L’esperienza del poliedrico artista di Danzica, equilibrista sospeso tra due universi culturali, la Casciubia e la Germania, non facilita la sua condizione. Lo scrittore, mai a disagio nei confronti dell’ibridismo culturale, ammette di non sentirsi più a casa propria nella Germania postbellica e nell’Europa delle élite. Il vero motivo non risiede, peraltro, nel ritardo con cui i governi affrontano la questione del confine orientale (Oder-Neisse), né in una riunificazione dettata da esigenze più monetarie che culturali. Grass ritiene che la cultura dell’oblio e la paura del passato (German Angst) abbiano prevalso e si spinge a imprimere tale messaggio prima nei tre romanzi della “Trilogia di Danzica”, poi nel romanzo post-sessantottino par excellence: “Anestesia locale” (1969). Proprio questo scritto costituisce la base e la sintesi più feconda del credo postbellico: il mondo è governato da un opportunismo crescente, da interessi settari e dalle leggi del più forte. Quello stesso opportunismo che Grass è pronto a riconoscere e denunciare nella propria vicenda personale: un uomo di successo che rifiuta di consegnarsi al pubblico e mente sulla propria partecipazione alla guerra e alle SS. Anche Grass mette la maschera e continua a farneticare, descrivendo fino agli anni Novanta un mondo oltraggioso, in mano ai ricchi, alle lobby e in caduta libera verso gli inferi. In più, Grass colora le pagine dei suoi romanzi non soltanto del realismo grottesco sperimentato dal coevo Ōe, bensì anche del senso di un decadimento incipiente, sotto le mentite spoglie di una hybris pronta a capovolgere gli equilibri e dilaniare i successi conseguiti. Il vero tema nell’opera del casciubo è l’assenza di un ordinamento statuale in grado di sancire l’egalitarismo di matrice illuminista invocato negli anni: tutti hanno un potere fondativo rispetto alla società democratica e non vi è uomo cui, de jure, sia riconosciuta supremazia sull’altro. Da citoyen engagé, Grass lancia un monito ai più deboli e alle classi operaie: sottrarsi alle grinfie degli “imbonitori” del popolo. Appello che gli varrà l’etichetta anarcoide del “sobillatore” delle masse. Un precetto tratto dal suo manuale sulla vita resta valido tutt’oggi: una coscienza civica giunta alla piena maturità è la chiave per riscrivere la storia, abrogare l’editto del più forte e remare nel verso di quel progressismo rivendicato dai Padri fondatori. L’esercizio della libertà e della democrazia non costituiscono un fait accompli. Esse vanno rinfocolate alla stessa stregua di un bene materiale. Il loro esercizio va spiegato come in un foglio illustrativo, affinché nessuno possa obliterare la lezione del passato: il genere umano è uno e uno soltanto! E noi siamo tutti uguali.

 

Informazioni sull’autore:

Gianluca Sorrentino, traduttore e interprete, consegue il dottorato in Letteratura e Media. Si occupa delle relazioni tra immaginario postbellico e scrittura. Vicino alla tradizione narrativa giapponese, attualmente si occupa di temi gender-oriented e dell’asincronia tra donna imperante e donna in declino nella letteratura giapponese contemporanea.

L’eredità di Günter Grass: una lezione sulla carnevalizzazione della storia e dell’uomo moderno

di Gianluca Sorrentino

Scrittore eclettico, conosciuto al grande pubblico grazie al “Tamburo di latta” (1959), Grass si consegna al lettore odierno come un poliedrico scrittore, in grado di abbattere ogni frontiera tra letteratura, politica e lucida analisi antropologica dei “mali” del XXI secolo. In questo articolo affiora il decadere ultimo di ogni attesa riposta nel picaro, l’eccentrico outsider che ha in dote la capacità di dare impulso ad un reale rispettoso dell’uomo, dei suoi doveri e diritti fondamentali.                

Grass e l’uomo moderno

Da più parti bollata come opera sconclusionata e priva di un filo conduttore, l’opera del drammaturgo e scrittore Günter Grass (1927-2015) si presenta al pubblico odierno tutt’altro che come sentina di umori repressi. Fin dalla celebre “Trilogia di Danza”, il letterato cresciuto in una terra di confine ammette il valore aggiunto dell’ibridismo, dell’Alterità e della diversificazione culturale. Attaccato dalla sinistra più bacchettona per il carattere invettivo e inconcludente della sua retorica, dagli ambienti clericali per il carattere pornografico della sua scrittura, dalla destra per i ditirambi fastidiosi contro i rigurgiti nazionalistici, Grass invoca la nemesi del personaggio più caro al suo Io onnisciente: l’Uno contro Tutti. Risalire la china dell’esistenza, tornare al grado zero dell’umanità è l’unica operazione in grado di restituire l’uomo al tempo presente, sottraendolo al vortice di alienazione e inconcludenza in cui versa oggi. Tale passivismo si scontra con quel progetto di trascrizione identitaria, di cui l’Europa pare tutt’oggi invocare il bisogno collettivo.

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“Il Tamburo di Latta” è l’opera che meglio riassume lo spirito picaresco dell’avventura letteraria grassiana. Oskar, personaggio centrale del romanzo, scruta il reale con sguardo amaro e beffardo. Votato alla sconfitta, è l’unico in grado di appellarsi contro le storture del tempo presente e declinarle con il loro vero nome. 

La carnevalizzazione della storia

In tale inconcludenza Grass riconosce la genesi del male odierno, in una società incapace di venire a patti con il dinamismo e il fervore culturale. Come si è giunti a tanto? Da un lato, il letterato tedesco ci apre gli occhi rispetto ad una sottomissione secolare al “potere del più forte”. Tale stratificazione ha posto gli uni contro gli altri, i detentori del potere contro gli inetti, colpevoli di non essere saliti sul carro del vincitore o avere occupato gli scranni del potere dopo la restaurazione postbellica. Vi è di più. L’uomo medio ha accettato tale processo di “carnevalizzazione” della storia, non ha battuto ciglio contro il ripetersi goffo della storia, contro il patriarcato, la falsa morale borghese ipostatizzata nell’Ottocento e indottrinata poi in ogni giovane di buona famiglia. Per tale ragione, ognuno oggi si riconosce in un ruolo, nell’appartenenza settaria ad un gruppo, ad un partito, incapace com’è di generare un pensiero autonomo e vincente. Alla paura del confronto con l’Io è venuta a sommarsi l’ansia della socialità.

In una comunità ove solo in apparenza si può aderire ad una manifestazione democratica del pensiero, statuire un’esistenza libera e indipendente è chimerico. Non si è qualcuno, si vive per qualcuno. Per tale ragione, il personaggio goffo e bizzarro che per trenta anni Grass porta sulle scene, un diciassettenne leggermente deforme, astratto dal reale e intenzionato a fare la differenza, oggi resterebbe sepolto, nel migliore dei casi, sotto le ceneri dell’indifferenza, nel peggiore vittima della gogna mediatica. Fiaccato dall’apriorismo concettuale di una società avvezza ad inquadrare il reale in categorie astratte – danaro, successo, scalata sociale –, il vero abbindolato dalla storia è l’uomo medio, incapace come è stato di sottrarsi alla logica del gruppo in un’agora, poi del partito, infine del mondo social o virtuale.

Il picaro oggi: scomparsa e disillusione

Sessanta anni dopo “Il Tamburo di latta” (1959), il “picaro” in grado di intrufolarsi nelle stanze del potere e criticare gli intrugli della loggia massonica, esce clamorosamente di scena per manifesta incapacità dell’uomo odierno di rendersi citoyen partecipe e responsabile della vita coeva. Con esso si infrange l’ultima speranza di Grass, ché la temperie neoilluminista possa riscattare l’uomo dal sogno della ragione, riportarlo in mezzo ai propri pari e fronteggiare la tracotanza della storia, la hybris, e la logica inarrestabile dei corsi e dei ricorsi.

La scomparsa del picaro non è un fatto culturale privo di conseguenze. Per un verso, esso decreta il venir meno di una motrice sociale in grado di esercitare pressione o fungere da forza attrattiva nei confronti della cittadinanza dormiente. Il bizzarro uomo che veste i panni dello sfigato credulone è, d’altronde, colui che ha aperto gli occhi contro l’esasperazione di un nazionalismo risorgente. In più, sempre il goffo ometto in prima linea per i diritti dell’uomo ha insegnato il significato del rispetto e il valore aggiunto dell’Alterità. I tedeschi stessi hanno esercitato un’attenta opera di scavo psicologico, quel mea culpa in grado di renderli oggi più sensibili alla democrazia e allo stato di diritto di molti altri Europei. Eppure, quella rivoluzione tanto attesa in Germania come nel resto del mondo si è assopita sotto i colpi del capitalismo imbonitore, della società multipolare e della globalizzazione. Per effetto diretto di questi sviluppi, il picaro, se esistesse oggi, faticherebbe a conquistarsi gli spazi concessi dalla società novecentesca. Faticherebbe a trovare un luogo e una cittadinanza pronta ad ascoltare la sua voce. Se il Novecento tenta di comprare il suo silenzio, il picaro del XXI finirebbe per rendersi un accattone dell’ascolto in mezzo ad una comunità silente.

dipartita di Grass
Con la dipartita di Grass, si spegne la voce critica della Germania postbellica. Contrario al neoliberalismo, invoca il ritorno ai precetti della socialdemocrazia. Collaborerà con il Cancelliere Willy Brandt e con la SPD per attuare il sogno di una Germania più democratica, avversa al capitalismo dilagante e alla riunificazione graduale del paese.

La storia: una parabola discendente fino ai nostri giorni

La parabola storica discendente tracciata dal danzichiano si è compiuta. E nel peggiore dei modi. Grass aveva solo predetto taluni fenomeni collaterali rispetto alla chiusura di orizzonti ideologico-cultuali. Di certo, non poteva presagire quanto astio si sarebbe accumulato negli interstizi più bui della società odierna, né la sua lungimiranza avrebbe previsto il disgregarsi di una Europa dei popoli in una Europa contro i popoli. Ché il capitale avrebbe messo gli uni contro gli altri si era capito leggendo le opere composte a partire dalla fine degli anni Sessanta, ma ché la condizione umana sarebbe arretrata di secoli risulta, per chi ha coscienza di intendere, un fatto abnorme.

Emulando l’allure un po’ disfattista di Grass, questo articolo non prende di mira la politica, né la società o l’uomo. Esso ritrae tutto e tutti, rifiutando la categorizzazione del reale in entità dotate di vita autonoma. L’uomo è la società, vive la politica ed è infine molto più che un ruolo o una monade asservita a interessi settari. A tale intuizione Grass era arrivato alcuni decenni orsono; pertanto ha cercato di parteciparla con sconveniente lucidità, sicuro che un risveglio della coscienza globale avrebbe aiutato ad aborrire future guerre, slanci nazionalistici e l’apartheid culturale in cui ci dibattiamo oggi. E noi, uomini medi, abbiamo afferrato l’ennesima lezione della storia tracotante?

 

Informazioni sull’autore:

Gianluca Sorrentino, traduttore e interprete, consegue il dottorato in Letteratura e Media. Si occupa delle relazioni tra immaginario postbellico e scrittura. Vicino alla tradizione narrativa giapponese, attualmente si occupa di temi gender-oriented e dell’asincronia tra donna imperante e donna in declino nella letteratura giapponese contemporanea.

“We the living” (1936), A. Rand

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We the living è il primo romanzo di Ayn Rand e la sua opera più autobiografica. Lo scrisse per esprimere la sua violenta condanna della dittatura, vissuta prima da lei nei primi anni della sua vita trascorsa nella Russia sovietica e poi dai suoi personaggi, specchi dei suoi familiari, amici e amori. Il titolo originale dell’opera era Airtight (“ermetico”, “a tenuta d’aria”) e indicava in maniera emblematica l’impossibilità per l’uomo di sopravvivere alla dittatura.

Leonard Peikoff racconta che il marito Frank O’ Connor e il fratello Nick spinsero Ayn Rand a scrivere il romanzo per far conoscere agli americani gli orrori della dittatura. Fu la prima russa ad aver scritto un romanzo sulle condizioni di vita della nuova Russia. Giovane immigrata in America e non ancora pronta a cimentarsi in un romanzo che racchiudesse il mondo adulto e i suoi ideali di libertà ancora privi di struttura, la scrittrice racconta la vita di tre giovani: Kira, una studentessa universitaria di ingegneria indipendente e appassionata della vita, Leo, un nobile controrivoluzionario, e Andrei, un funzionario del regime idealista che nonostante la sua adesione al comunismo aiuta i due amici.

Per quanto la protagonista assoluta sia Kira per levatura intellettuale e morale, tutti e tre i personaggi incarnano modelli di individui ideali per atteggiamenti e valori. Costretti a vivere in un regime dittatoriale, tre sono le possibilità che spettano a questo genere di individui: scegliere il suicidio dopo aver scoperto la depravazione del proprio ideale (come fa Andrei), abbandonarsi all’autodistruzione cercando di rendere sopportabile il divario tra la mente e la forza bruta annullando una delle due per vivere da morti viventi (come fa Leo), fuggire di nascosto all’estero per rimanere fedeli a se stessi rischiando la morte (come fa Kira). Nessuna delle tre scelte è vista dall’autrice in maniera negativa, ma cambia la caratterizzazione del personaggio: Andrei viene conquistato dall’ideale ed è sconfitto quando rimane disilluso; Leo si spezza ed è sconfitto perché non essendo in grado di piegarsi al compromesso cede; Kira si spezza ma non si rompe perché muore combattendo per rimanere fedele a se stessa.

Rand terminò il romanzo nel 1933, ma per tre anni fu rifiutato dagli editori americani. In seguito, quando incontrò il meritato successo, fu trasposto dall’autrice in una pièce teatrale e rappresentato a Broadway con il titolo The Unconquered (“l’imbattuta”). L’attrice Bette Davis amò il copione fin da subito, ma il suo agente le negò la parte della protagonista per paura che le avrebbe distrutto la carriera. Nel 1942 in Italia ne uscì un film pirata dal titolo Noi vivi (si veda l’articolo di questo blog “”Noi vivi” (1942), G. Alessandrini” per alcune citazioni tratte dall’opera originale), nel quale Kira era interpretata da Alida Valli. Nel 1986, a quattro anni dalla morte dell’autrice, seguì il film in America, che riscosse maggiore successo di The Fountainhead (tratto dall’omonimo libro: si veda l’articolo ““The Fountainhead” (1943), A. Rand”).

Come sempre, la scrittrice colpisce per la sua potente rappresentazione della vita come assioma e più alto valore dell’uomo. Le ultime righe del romanzo descrivono la morte della protagonista colpita in lontananza dal fucile di una guardia sovietica, durante il suo ultimo disperato tentativo di oltrepassare a piedi il confine con la Lettonia. Il fragile sogno dell’alba di una nuova vita libera si infrange di fronte all’infinita distesa di una terra ricca di possibilità ma trasformata in un regno di morte, distruzione e desolazione. La speranza è la nuova primavera a cui si aggrappa un albero sottile che non sopporta più la neve, è la visione di una luce di vita a cui si attacca il gracile corpo di chi ha lottato ma è rimasto sconfitto dalla dittatura. E nonostante questo, sorride davanti all’immagine di un’alba nuova che è la prova che la vita, profondamente nascosta nell’anima, esiste perché è stata possibile.

“La musica era stata una promessa; una promessa all’alba della sua vita. Ciò che le era stato promesso allora non poteva esserle negato adesso. Doveva andare avanti.

“Andò avanti, una ragazza gracile dentro il morbido abito medievale di una sacerdotessa, con macchie rosse che si espandevano sul laccio bianco.

“All’alba, cadde sul versante della collina. Restò immobile, perché sapeva che non si sarebbe potuta rialzare.

“Giù in lontananza, sotto di lei, un’infinita piana di neve si estendeva fino all’alba. Il sole non c’era ancora. Un fascio di rosa, pallido e giovane, come un soffio di colore, come la nascita di un colore, si alzò sopra la neve brillando, tremando, scorrendo verso un celeste pallido, un’immensità celeste di scintille che luccicavano sotto un velo sottile, come il vago fantasma di un lago che si dissolve nel sole d’estate, come la superficie liscia di un lago con un sole affogato lontano nelle sue profondità. E la neve, al sorgere di quella fiamma liquida, sembrava tremolare, respirare, splendere delicatamente. Lunghi fasci che si estendevano attraverso la collina, ombre che sembravano la luce stessa, una luce più azzurra, più pesante, con angoli pronti a scoppiare in fuochi danzanti.

“Un alberello solitario si ergeva in lontananza sulla pianura. Non aveva le foglie. I suoi ramoscelli sottili e radi non avevano raccolto la neve. Si stendeva, carico della vita di una futura primavera, con i suoi fini rami neri, come braccia, verso l’alba che nasceva sopra una terra infinita dove così tanto era stato possibile.

“Lei era stesa sul versante di una collina e guardava il cielo sotto di sé. Una mano, bianca e immobile, penzolava sopra il pendio, e delle piccole gocce rosse rotolavano lentamente nella neve, giù dal pendio.

“Sorrise. Sapeva che stava morendo. Ma non importava più. Aveva conosciuto qualcosa che le parole umane non avrebbero mai potuto raccontare e adesso lo sapeva. L’aveva aspettata e la sentiva, come se fosse stata, come se l’avesse vissuta. La vita era stata, anche solo perché lei aveva saputo che poteva esistere, e la sentiva ora come un inno senza suono, in profondità sotto il piccolo foro che perdeva gocce rosse nella neve, ma più in profondità rispetto a quello dal quale venivano le gocce rosse. Un attimo o un’eternità – che importanza aveva? La vita, imbattuta, esisteva e poteva esistere.

“Sorrise, il suo ultimo sorriso, a tutto quanto era stato possibile.”

Viaggi per mondi inesplorati: il Congo

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Pensa a una disgrazia talmente assurda da essere impossibile.

Per prima cosa, immagina la foresta. Devi essere la sua coscienza, gli occhi negli alberi. Gli alberi sono colonne di corteccia scivolosa e striata simili a possenti animali cresciuti oltre misura. Ogni spazio è pieno di vita: delicati rospi velenosi dipinti con disegni a forma di scheletro, avvinghiati nell’amplesso e impegnati a deporre le loro preziose uova sulle foglie gocciolanti. Viticci che strangolano i loro simili nella lotta senza fine per la luce. Il respiro delle scimmie. Il ventre di un serpente che occhieggia lucido tra i rami. Un esercito di formiche che polverizza il tronco di un albero gigantesco e lo trasporta sottoterra dalla sua famelica regina. E, in risposta, un coro di germogli che spunta da ceppi marciti, succhiando vita dalla morte. Questa foresta mangia se stessa e vive in eterno.

The Poisonwood Bible (“L’albero velenoso della fede”, 1998) è il titolo del romanzo di Barbara Kingsolver tradotto in italiano da Alessandra Petrelli che inizia a raccontare le vicende di una famiglia battista in Congo dalla prospettiva della foresta di Kilanga. “Gli occhi degli alberi” doveva essere il titolo originale dell’opera, con riferimento a muntu, tutto ciò che è vivo e che è morto, che vive, muore e torna a vivere nella foresta eterna che mangia se stessa. L’ambientazione è l’Africa, il Congo liberato dai colonizzatori belgi appena precipitato del gioco delle potenze della guerra fredda e meta di avventurieri e missionari di fede di tutto il mondo. Tra questi, la famiglia Price, Nathan, Orleanna e quattro figlie, arrivata da Bethlehem, Georgia, sceglie di restare nella natura primitiva e pericolosa, e di vivere in una cultura così lontana da quella occidentale, quasi dimenticata dal mondo, e forse da un Dio a loro sconosciuto. La prospettiva femminile del romanzo racconta una devozione religiosa maschile così forte da superare l’amore per la famiglia e da rimanere cieca ai pericoli del mondo e alla cultura di una parte di umanità che conosce una vita non evoluta, che non sa, non conosce, ma vive istintivamente dei frutti e delle tragedie della sua terra, pronta a nascere e a farsi annientare, a sognare e a lasciarsi capovolgere, in una lotta incosciente dettata dalla pura sopravvivenza, ma pronta all’inesorabile morte e alla sua spirituale rinascita sotto forma di muntu. Un ciclo di vita e morte perpetrato da una natura velenosa, che scaccia la fede o è essa stessa il Dio la cui forma non si vuole vedere o non si vuole vivere appieno. Così il mondo occidentale si fonde inesorabilmente con il mondo primitivo di un’Africa ambita e desiderata ma sconosciuta e inarrivabile. Le sorti dei bambini sono segnate dalla cecità e dall’arroganza degli adulti, incapaci di trarli in salvo dalla crudeltà del mondo nella loro spinta verso l’invisibile. Gli occhi degli alberi visibili sono quelli dei serpenti, emblemi del male che si insinua nell’uomo, che chiamano a sé i muntu vivi, innocenti e stupiti, quasi a volerli trascinare e inconsapevolmente salvare da una vita terrena crudele e a volerli portare in una dimensione spirituale dove non esistono più agli occhi del mondo, ma diventano essi stessi lo sguardo della foresta, osservano i vivi e gli insegnano il perdono.

Il ventre che scivola su un ramo. La bocca spalancata, blu cielo. Sono tutto ciò che è qui. Gli occhi negli alberi non sbattono mai. Implori me tua figlia sorella sorella per il perdono, ma non sono una bestiolina e non ho motivo di giudicare. Né denti né ragione. Se senti un morso nelle ossa, sei tu, affamata.

Io sono muntu Africa, muntu un bambino e un milione, tutti perduti lo stesso giorno. Sono la tua bambina cattiva diventata buona, perché quando i bambini muoiono erano solo buoni. Ecco il nostro guadagno alla lunga e la tua perdita. Una madre piange ciò che ricorda, ma ricorda il prezioso fanciullo già colto dal tempo e la morte non ha colpa. Vede l’innocenza, il regno inviolato il grande capo giustiziato il grande buco vuoto a forma di bambino che cresce e diventa immenso. Ma non è ciò che siamo. La bambina potrebbe essere cresciuta per diventare cattiva o buona, ma quasi sicuramente normale. Avrebbe commesso errori, causato dolori divorato il mondo in un boccone. Ma tu ci mandi nel regno dell’altrove, dove ci muoviamo inviolati nella foresta e nessun albero è abbattuto dalla scure e tutto è come non potrebbe mai essere.

Sì, voi siete tutti complici della caduta e sì, noi siamo andati per sempre. Andati in una disgrazia così strana che dev’essere chiamata con un altro nome. Chiamala muntu: tutto ciò che è qui.

Madre, stai zitta, ascolta. Ti vedo che accompagni le tue figlie all’acqua, e la chiami una storia di disgrazia. Ecco quello che vedo io: prima, la foresta. Alberi come animali muscolosi cresciuti a dismisura. Viticci che strangolano i loro simili nella lotta per la luce. Il ventre di un serpente che scivola su un ramo. Un coro di germogli che inarca il collo dai tronchi marciti, succhiando la vita dalla morte. Io sono la coscienza della foresta, ma ricorda che la foresta si divora e vive per sempre.

(…)

Madre, puoi ancora farcela, ma perdona. Perdona e ammetti, per tutto il tempo che vivremo, che io ti perdono, madre. Rivolgerò i cuori dei padri verso i figli e i cuori dei figli verso i padri. I denti nelle ossa sono i tuoi, la fame è tua, il perdono è tuo. I peccati dei padri appartengono a te e alla foresta e persino agli incatenati e tu sei qui a ricordare le loro canzoni. Ascolta. Lascia scivolare il peso dalle tue spalle e vai avanti. Hai paura di dimenticare, ma non succederà. Perdonerai e ricorderai. Pensa al virgulto che cresce dal piccolo quadrato che un tempo fu il mio cuore.

È l’unica lapide che ti serve. Avanti. Cammina nella luce.

“Je connais des bateaux”: inno alla vita o all’amore?

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“Je connais des bateaux” (“Conosco delle barche”) è una canzone della cantautrice francese Marie Annick Retif (Mannick) tratta dall’album Le temps de l’amour (1977) e dedicata al poeta Jacques Brel, al quale viene spesso attribuita erroneamente. La traduzione ufficiale ne farebbe un inno alla vita, ma in realtà (traduzione in grassetto) la canzone insegna a vivere l’amore.

Je connais des bateaux qui restent dans le port

de peur que les courants les entraînent trop fort.

Conosco delle barche che restano nel porto

per paura che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che restano nel porto

per paura che le correnti le trascinino via troppo forte.

Je connais des bateaux qui rouillent dans le port

à ne jamais risquer une voile au dehors.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto

per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto

per non aver mai rischiato di spiegare una vela fuori.

Je connais des bateaux qui oubliant de partir

ils ont peur de la mer à force de vieillir,

et les vagues, jamais, ne les ont séparés,

leur voyage est fini avant de commencer.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire

hanno paura del mare a furia di invecchiare,

e le onde non le hanno mai portate altrove,

il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche che dimenticandosi di partire

hanno paura del mare a forza di invecchiare,

e le onde non le hanno mai separate,

il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Je connais des bateaux tellement enchainés

qu’ils en ont désappris comment se regarder.

Conosco delle barche talmente incatenate

che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche talmente incatenate

che non sanno più come guardarsi.

Je connais des bateaux qui restent à clapoter

pour être vraiment sûrs de ne pas se quitter.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare

per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare

per essere davvero sicure di non lasciarsi.

Je connais des bateaux qui s’en vont deux par deux

affronter le gros temps quand l’orage est sur eux.

Conosco delle barche che vanno in gruppo

ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che se ne vanno due a due

ad affrontare il brutto tempo quando la tempesta si abbatte su di loro.

Je connais des bateaux qui s’égratignent un peu

sur les routes océans ou les mènent leurs jeux.

Conosco delle barche che si graffiano un po’

sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche che si graffiano un po’

sulle rotte dell’oceano dove le portano i loro giochi.

Je connais des bateaux qui n’ont jamais fini

de s’épouser encore chaque jour de leur vie,

et qui ne craignent pas, parfois, de s’éloigner

l’un de l’autre un moment pour mieux se retrouver.

Conosco delle barche che non hanno mai smesso

di uscire una volta ancora ogni giorno della loro vita,

e che non hanno paura, a volte, di lanciarsi

fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche che non hanno mai smesso

di sposarsi ancora ogni giorno della loro vita,

e che non hanno paura, a volte, di allontanarsi

un attimo l’una dall’altra per meglio ritrovarsi.

Je connais des bateaux qui reviennent au port

labourés de partout mais plus graves et plus forts.

Conosco delle barche che tornano in porto

lacerate dappertutto ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche che tornano in porto

lacerate dappertutto ma più segnate dalle difficoltà e più forti.

Je connais des bateaux étrangement pareils

quand ils ont partagé des années de soleil.

Conosco delle barche straboccanti di sole

perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche stranamente simili

dopo aver condiviso anni di sole.

Je connais des bateaux qui reviennent d’amour

quand ils ont navigué jusqu’à leur dernier jour

sans jamais replier leurs ailes de géants,

parce qu’ils ont le coeur à taille d’océan.

Conosco delle barche che tornano sempre

quando hanno navigato fino al loro ultimo giorno

e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti,

perché hanno un cuore a misura di oceano.

Conosco delle barche che si innamorano di nuovo

quando hanno navigato fino al loro ultimo giorno

senza mai ripiegare le loro ali di giganti,

perché hanno il cuore grande come l’oceano.

 

Il Grande Fratello, Prometeo e l’antifona della libertà

1984Anthem

Now I will tell you the answer to my question. It is this. The Party seeks power entirely for its own sake. We are not interested in the good of others; we are interested solely in power, pure power. What pure power means you will understand presently. We are different from the oligarchies of the past in that we know what we are doing. All the others, even those who resembled ourselves, were cowards and hypocrites. The German Nazis and the Russian Communists came very close to us in their methods, but they never had the courage to recognize their own motives. They pretended, perhaps they even believed, that they had seized power unwillingly and for a limited time, and that just around the corner there lay a paradise where human beings would be free and equal. We are not like that. We know that no one ever seizes power with the intention of relinquishing it. Power is not a means; it is an end. One does not establish a dictatorship in order to safeguard a revolution; one makes the revolution in order to establish the dictatorship. The object of persecution is persecution. The object of torture is torture. The object of power is power. Now you begin to understand me.

(George Orwell, 1984, 1949)

“Ora vi darò la risposta alla mia domanda. È questa. Il Partito cerca potere solo per se stesso. Non ci interessa il bene degli altri; ci interessa soltanto il potere, il puro potere. Cosa significa puro potere lo capirete adesso. Noi siamo diversi dalle oligarchie del passato in quanto sappiamo cosa facciamo. Tutti gli altri, anche coloro che somigliavano a noi, erano dei codardi e degli ipocriti. I nazisti tedeschi e i comunisti russi si sono avvicinati molto a noi nei metodi, ma non hanno mai avuto il coraggio di riconoscere le loro motivazioni. Fingevano, forse credevano anche, di aver conquistato il potere involontariamente e per un tempo limitato, e che appena dietro l’angolo vi fosse un paradiso nel quale gli esseri umani sarebbero stati liberi e uguali. Noi non siamo così. Noi sappiamo che nessuno conquista mai il potere con l’intenzione di rinunciarvi. Il potere non è un mezzo; è un fine. Non si instaura una dittatura per salvaguardare una rivoluzione; si fa la rivoluzione per instaurare la dittatura. L’oggetto della persecuzione è la persecuzione. L’oggetto della tortura è la tortura. L’oggetto del potere è il potere. Ora iniziate a comprendermi.”

Strange are the ways of evil. We are false in the faces of our brothers. We are defying the will of our Councils. We alone, of the thousands who walk this earth, we alone in this hour are doing a work which has no purpose save that we wish to do it. The evil of our crime is not for the human mind to probe. The nature of our punishment, if it be discovered, is not for the human heart to ponder. Never, not in the memory of the Ancient Ones’ Ancients, never have men done that which we are doing. And yet there is no shame in us and no regret. We say to ourselves that we are a wretch and a traitor. But we feel no burden upon our spirit and no fear in our heart. And it seems to us that our spirit is clear as a lake troubled by no eyes save those of the sun. And in our heart – strange are the ways of evil! – in our heart there is the first peace we have known in twenty years.

(Ayn Rand, Anthem, 1938)

“Strane sono le vie del male. Noi siamo falsi di fronte ai nostri fratelli. Noi stiamo sfidando la volontà dei nostri Consigli. Noi da soli, tra le migliaia che camminano su questa terra, noi da soli in questo momento stiamo facendo un lavoro che non ha altro scopo se non quello che siamo noi a desiderare di farlo. Il male del nostro crimine non può dimostrarlo la mente umana. La natura della nostra punizione, se sarà scoperta, non può valutarla il cuore umano. Mai nella memoria degli Antenati degli Antenati, mai gli uomini hanno fatto quello che stiamo facendo noi. E tuttavia in noi non c’è paura né pentimento. Diciamo a noi stessi che siamo dei miserabili e dei traditori. Ma non sentiamo alcun peso sul nostro spirito e alcuna paura nel nostro cuore. E ci sembra che il nostro spirito sia chiaro come un lago, turbato solo dagli occhi del sole. E nel nostro cuore – strane sono le vie del male! – nel nostro cuore per la prima volta avvertiamo una pace che non abbiamo mai conosciuto in vent’anni.”

George Orwell e Ayn Rand sono stati miti della letteratura anglofona nati e cresciuti in paesi e contesti diversi, con ideologie opposte, socialista il primo e oggettivista la seconda, eppure erano entrambi votati alla libertà ed entrambi misero su carta l’idea di un futuro distopico nel quale una realtà dittatoriale avrebbe dominato la vita, la coscienza e i sentimenti dell’uomo. Già nel 1937 Rand scrisse il romanzo breve Anthem (“Antifona”) e lo pubblicò nel 1938; esattamente dieci anni dopo, nel 1948, Orwell si cimentò nella scrittura del romanzo 1984, che poi pubblicò nel 1949.

Nell’immaginario di Orwell, nell’anno 1984 la Terra, governata dal Socing, una versione estrema e corrotta del socialismo, è suddivisa in tre grandi potenze totalitarie, Oceania, Eurasia ed Estasia, perennemente in lotta per stabilire un unico potere centrale. A dominare è il Partito con a capo un personaggio misterioso e sconosciuto, il Grande Fratello, un misto tra un dittatore sovietico e un dittatore nazista, che attraverso le telecamere spia costantemente i cittadini per mettere in atto misure totalitarie per il controllo della coscienza, dei sentimenti e del linguaggio. Uno dei servitori dello stato è il trentanovenne Winston, un personaggio apparentemente malleabile che in realtà non comprende i condizionamenti del regime: inizialmente scrive un diario per conservare la memoria del suo periodo di lucidità, poi osa innamorarsi di Julia, altra sostenitrice di comodo del Partito. I due entrano a far parte di un’organizzazione ribelle clandestina; in seguito Winston, tradito dai funzionari del Partito, sconta un periodo di prigionia durante il quale è sottoposto a un lavaggio del cervello. Alla fine sia lui che Julia aderiscono totalmente al regime del Grande Fratello.

Nell’immaginario di Rand, in un futuro indefinito l’umanità sopraffatta dal collettivismo perde le tracce della scienza e della civiltà. Il mondo è dominato dalla ristretta ideologia di un sistema totalitario che organizza e controlla tutte le sfere della vita umana. Non esiste più alcun tipo di individualità e anche i pronomi singolari vengono eliminati dal linguaggio: ogni individuo si riferisce a se stesso con il pronome “noi” e viene chiamato con un nome attribuitogli dallo stato. Il protagonista ventunenne Uguaglianza 7-2521, come gli altri allontanato dai genitori biologici e cresciuto in una casa collettiva, ha un’intelligenza superiore che però viene disconosciuta dallo stato, il quale sceglie per lui il lavoro dello spazzino. Uguaglianza 7-2521 lo accetta, ma iniziando a ribellarsi ai dettami dello stato e ai moniti dell’amico Internazionale 4-8818, si nasconde ogni sera sotto un tunnel illuminato solo dalla luce di una candela e lì scrive il suo diario e conduce i suoi esperimenti scientifici. Sul lavoro incontra e si innamora di Libertà 5-3000, scappa dalla casa comune e sconta un periodo di prigionia a causa del suo atteggiamento ribelle. Scappato anche di prigione, Uguaglianza 7-2521 scopre l’elettricità e vuole condividere la sua scoperta con l’umanità, ma incontra l’opposizione del Consiglio Mondiale degli Esperti. Così scappa nella foresta, dove nessuno lo insegue perché è un luogo proibito, e lì ritrova Libertà 5-3000. I due trovano rifugio in una casa di montagna dei Tempi Innominabili, dove grazie ai libri scoprono il pronome “io” e assumono nomi nuovi: Prometeo e Gea. Il romanzo si conclude con l’esaltazione del valore dell’individuo, riassunto nella parola che aveva dato inizialmente nome al romanzo, “la parola che non può mai morire su questa terra, perché ne è il cuore, il senso e la gloria. La parola sacra: EGO”.

Volendoci concentrare sulla soluzione ottimistica offerta da Rand, come riportato nell’articolo di questo blog ““Atlas shrugged” (1957), A. Rand”, “Prometeo è (…) la Mente, l’amante della Vita, l’inventore della scienza e delle arti e l’ispiratore degli uomini, che inganna Epimeteo (in Rand, la società come ordine statale che rende gli uomini animali) per favorire le qualità umane più alte (l’uomo con la sua ragione naturale)”, le quali permettono all’uomo di vivere sulla Terra (Gea). L’Ego esaltato dal Prometeo di “Antifona” è quindi il Sé dell’Individuo, la facoltà della ragione, dalla quale derivano tutte le altre caratteristiche distintive dell’uomo: sentimenti, valori, volontà, individualità, in opposizione a chi è Self-less, letteralmente “senza Sé” (o “altruista”). Il concetto estetico-morale di “Antifona” non è dunque una resa al misticismo, bensì l’esaltazione del culto dell’individuo, il sacro rispetto dell’uomo e del suo valore che si deve alla vita sulla Terra. Ne consegue che l’ideale di Uguaglianza si realizza paradossalmente e implicitamente solo nel rispetto della diversità tipica della vita e nella Libertà di esprimerla e dispiegarla.

Viaggi per mondi inesplorati: le Isole Hawaii

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Noi abbiamo avuto la vita migliore che si potesse avere, la più lussuosa. Abbiamo viaggiato intorno al mondo, udito molte lingue. Abbiamo vissuto in molti climi. Forse coi nostri sensi abbiamo vissuto più cose di quante gli altri esseri umani osino immaginare.

In queste parole di Duke Kealoha, il compagno di Pono, la veggente e matriarca del clan protagonista del romanzo Shark dialogues (“Figlie dell’Oceano”, 1995), si riflette lo spirito avventuriero, libero, selvaggio e profondamente umano che è proprio di questo capolavoro di Kiana Davenport. Un’incredibile saga familiare che cattura per la potenza del racconto, la violenza selvaggia della natura e la forza umana di affrontare le difficoltà della vita. Le vicende delle generazioni di questa famiglia di divinità squalo iniziano nell’Ottocento e ripercorrono tutta la storia di lotte e di volontà di affermazione dei diritti umani degli abitanti delle Isole Hawaii. Un romanzo storico che difende la terra natìa ma che ha come protagoniste donne prive di radici, che inseguono un destino lontano ma sono immancabilmente attratte dalle loro origini, dallo spirito travolgente della nonna Pono e dagli indissolubili legami di sangue che le mantengono attaccate alle loro misteriose e selvagge isole. Una forza tutta femminile che trascina il lettore tra le pagine del romanzo: coraggio invacillabile, lotta violenta, passione fervente, amore indissolubile, primordiale attaccamento alla terra. E la magia e l’immortalità delle enormi perle nere che le donne hawaiiane si trasmettono da una generazione all’altra, testimonianze di un invincibile spirito di lotta per la vita e di autoaffermazione di fronte alle difficoltà del mondo.