Tra vita e scienza nella prospettiva di Kazuo Ishiguro

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Inizia nell’Inghilterra dei tardi anni Novanta il romanzo distopico di Kazuo Ishiguro intitolato “Never let me go” (“Non lasciarmi”), tradotto dall’inglese da Paola Novarese. Il titolo è preso da una canzone alla quale una dei protagonisti, nonché voce narrante, è attaccata sin dall’infanzia:

(…) di qualunque cosa parlasse quella canzone, nella mia testa, mentre ballavo, io conservavo dentro di me la mia versione. Vede, immaginavo parlasse di una donna a cui era stato detto che non avrebbe potuto avere dei bambini. Poi però ne aveva partorito uno, ed era così felice che lo teneva stretto al cuore, ma nello stesso tempo aveva una gran paura che qualcosa potesse separarli, e allora cantava, tesoro, tesoro, non lasciarmi.

Ishiguro propone un tema poco affrontato nella letteratura contemporanea, ma molto attuale e profondamente umano.

Dei bambini chiusi in un istituto, delle vite fatte di cultura, bellezza, arte, amore, sogni, illusioni… inconsapevoli della verità del loro destino. Sentono parlare di “donazioni” senza sapere cosa sarà il futuro, se mai ce ne sarà uno e se mai potrà essere definito davvero tale. La “galleria” dei loro lavori, espressioni artistiche della loro anima, rappresenta un mero esperimento scientifico. Ma nemmeno di questo sono consapevoli. Attanagliati dai dubbi, vivono ingenuamente la loro infanzia, ma non sanno che non avranno libertà di scelta.

Un destino crudele ma tanto realistico se racchiuso nella sua distopia. Un mondo possibile che trascina con sé l’egoismo che il mondo reale fa solo intravedere, sforzandosi di velarlo di bellezza e illusione. Vissuto con spensierata ingenuità, ma nell’insicurezza del dubbio e nel delicato equilibrio della vita. Che nella prospettiva egoistica del mondo vita vera non è, ma tale rimane in quanto vissuta dall’anima umana di chi ne è protagonista. O da una copia, dalla ricreazione analoga e imperfetta del suo “possibile”, dal modello da cui quella vita e quell’anima sono state artificialmente create.

Ciò che colpisce del romanzo è la maestria nell’accompagnare il lettore lungo il percorso di vita di chi narra e delle persone narrate, facendogli scoprire passo dopo passo quanto fossero vere e reali quelle insicurezze nate nell’infanzia, mentre piano piano si fanno certezze nell’età adulta. I sentimenti non si staccano dalla carta, non avvolgono il lettore, ma lo lasciano freddo e chiuso nella paura di scoprire il destino di quelle anime. La narrazione riproduce l’effetto del sentimento del mondo rispetto alla vita.

Vite parallele create per salvarne altre, senza chiedere nulla in cambio, solo il breve soffio di un’esistenza data e definita “fortunata”, e forse bella solo perché breve. Vite “doppie” alle quali non è dato ricrearne altre. L’immagine della speranza di qualcosa di bello che non si realizzerà mai, ma al quale si attacca l’anima umana: un bambino concepito per miracolo che non nascerà mai, e non per libera scelta. La prospettiva di un “rifiuto umano”, del niente che però è vita. Una nuova interpretazione da parte di chi sa e muove le pedine, i guardiani della vita che perpetuano la morte:

Mentre ti osservavo ballare quel giorno, ho visto qualcos’altro. Ho visto un nuovo mondo che si avvicinava a grandi passi. Più scientifico, più efficiente, certo. Più cure per le vecchie malattie. Splendido. E tuttavia un mondo duro, crudele. Ho visto una ragazzina, con gli occhi chiusi, stringere al petto il vecchio mondo gentile, quello che nel suo cuore sapeva che non sarebbe durato per sempre, e lei lo teneva fra le braccia e implorava, che non la abbandonasse.

Duro, crudele, spietato: l’immagine del mondo sovrastato dalla ragione, la natura sconfitta dalla scienza, la lotta dei sentimenti che vincono la realtà ma non il destino. I rifiuti umani che si attaccano alla vita:

Mi ritrovai in piedi davanti ad acri di terreno coltivato. Un reticolato mi impediva di entrare nel campo, dove correvano due strisce di filo spinato, e mi accorsi che quella rete e un gruppetto di tre o quattro alberi di fronte a me erano le uniche cose a interrompere la corsa del vento fin dove l’occhio spaziava. Lungo tutto il reticolato, e in particolare in basso vicino al terreno, erano rimasti impigliati e intrappolati ogni genere di rifiuti. Erano simili ai detriti che si trovano sulla spiaggia: il vento doveva averli trasportati per miglia e miglia, prima di incontrare finalmente quegli alberi e quelle due strisce di filo spinato. Anche sulle fronde si scorgevano svolazzare laceri fogli di plastica e resti di vecchi sacchetti. Fu quella l’unica volta, mentre stavo lì in piedi a osservare quegli strani rifiuti, sentendo il rumore del vento che attraversava quei campi vuoti, che mi feci trasportare da quella piccola fantasia (…). Pensavo ai rifiuti, alla plastica che sventolava tra i rami, alla linea di strane cose intrappolate lungo il reticolato, e allora chiusi quasi gli occhi e immaginai che quello fosse il punto dove tutto ciò che avevo perduto dagli anni dell’infanzia era stato gettato a riva.

Il campo appare duro, freddo, è quello che esiste, è il reale, ed è stato creato da qualcosa di indipendente dalla ragione umana. Ma è l’uomo a doverlo coltivare. Con qualsiasi mezzo, perpetrando il suo oscuro egoismo. E il doppio non riesce a entrare, perché quel filo spinato, quell’ostacolo che fa male, rappresenta sia la crudeltà del mondo che l’egoismo dell’essere umano. Ed è doppio anche il filo, perché l’uomo vero e la sua copia sono al confine tra la vita e la sua illusione. Gli alberi che nascono e crescono su quel terreno coltivato arrestano la corsa del vento, che è il tempo, il destino inesorabile, l’universo spietato. Quegli alberi, quella vita, sono gli uomini, anime reali alle quali si attaccano disperatamente i rifiuti, gli organi vitali, perché in realtà sono loro che cercano appiglio. Si attaccano in basso, perché è da lì che vengono, ma sono al contempo le radici della nuova vita. Così come chi li ha donati, nemici del vento, guerrieri disperati ma destinati a essere sconfitti. E qui si ferma la prospettiva: è fin lì che può spaziare l’occhio umano. Oltre c’è la vita che continua, sconosciuta a chi la osserva. E l’umano si immedesima nel rifiuto, e il rifiuto si fa ricordo. Ricordo di qualcosa che apparteneva e che non appartiene più. Era del mondo dell’infanzia. Ma poi è stato donato. Per distruggere la seconda vita e perpetrare il più a lungo possibile la certezza di un’altra vita, quella naturale, quella arrivata per prima. Quella che, dalla limitata prospettiva umana, è l’unica che merita di vivere e di essere vissuta.

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Ponti tra Oriente e Occidente – Elif Şafak e Marina Fiorato raccontano l’architettura di Mi’mār Sinān e di Andrea Palladio

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Tema sempre più attuale quello dello scontro-incontro di civiltà, rappresentato e descritto in maniera magistrale dal romanzo storico di Elif Şafak e Marina Fiorato: la prima, scrittrice turca nata a Strasburgo, la seconda, scrittrice inglese di padre veneziano.

Nel suo libro del 2013 “The architect’s apprentice” (divenuto famoso in Italia con il titolo “La città ai confini del cielo”), Şafak racconta la Istanbul del XVI secolo, creando un caleidoscopio di personaggi reali e immaginari che intrecciano le loro vicende intorno alla vita di Jahan, un mahout sbarcato nella “città delle sette colline” per portare in dono l’elefante bianco Chota al sultano Solimano, e poi divenuto allievo del capo architetto reale Mi’mār Sinān.

Nel suo libro del 2012 “The Venetian Contract” (non ancora tradotto in italiano), ambientato dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano alla Battaglia di Lepanto del 1571, Fiorato racconta le vicende del medico Feyra, inviata da Costantinopoli a Venezia dalla moglie defunta del vecchio sultano, sua madre e paziente, con la missione di salvare Venezia dalle mire del giovane sultano, il fratellastro di Feyra. Auspicando la redenzione dai peccati, a seguito dei quali la città di Venezia sarebbe stata colpita dalla peste bubbonica, il Doge di Venezia Sebastiano Venier commissiona all’architetto Andrea Palladio la costruzione della chiesa più importante della sua carriera.

L’architettura è un tema centrale di entrambe le opere: il libro di Şafak ricorda la vita e le opere dell’architetto turco Mi’mār Sinān (Cesarea in Cappadocia 1489 – Istanbul 1588), quello di Fiorato menziona l’influenza che l’architetto italiano Andrea Palladio (Padova 1508 – Maser 1580) aveva ricevuto dal “Michelangelo d’Oriente”.

Sinān e Palladio erano i massimi architetti dell’area occidentale e ottomana del Rinascimento: il primo lavorava su commissione dei sultani Solimano il Magnifico, Selim II e Murad III; il secondo era attivo a Vicenza e Venezia, ispirato dall’architettura greco-romana di Vitruvio. Per le loro opere e la loro reciproca influenza, i due architetti rappresentavano un ponte storico e culturale tra Istanbul e Venezia, le due potenze che nel Cinquecento si contendevano il dominio del Mediterraneo. Non si conobbero mai di persona, ma le loro tradizioni architettoniche collegate e le loro assonanze intellettuali e stilistiche rivelavano una reciproca influenza, che ebbe origine da un fitto scambio di lettere e probabilmente dall’intermediazione di Marcantonio Barbaro, ambasciatore veneziano a Istanbul dal 1568 al 1574. Fu questo loro amico in comune che portò a Sinān il trattato di Palladio “I quattro libri dell’architettura” del 1570, opera che definiva con precisione i canoni classici degli ordini architettonici per la progettazione di ville, palazzi e ponti. In seguito alla sua pubblicazione, le moschee di Sinān somigliarono sempre di più alle facciate degli edifici di Palladio, così come la Chiesa del Redentore di Venezia del 1576, con i suoi campanili cilindrici con copertura conica, ricordava due minareti, come quelli di Hagia Sophia.

Di Palladio, la cui fama e il cui movimento (“palladianesimo”) si diffusero nel Regno Unito, in Irlanda, negli Stati Uniti e in Russia, si ricorda il tentativo di sanare la controversia del rapporto tra civiltà e natura, in linea con la dimensione più storica e realistica nella quale il romanzo di Fiorato fa calare il lettore: l’architetto affermava “il profondo senso naturale della civiltà, sostenendo che la suprema civiltà consiste nel raggiungere il perfetto accordo con la natura, senza però rinunciare a quella coscienza della storia che è la sostanza stessa della civiltà”.

Di Mi’mār Sinān si cita una storia che in “The architect’s apprentice” l’architetto raccontava sempre ai suoi allievi, rimanendo in linea con la dimensione più avventurosa e magica nella quale Şafak proietta i suoi lettori:

Di tutte le genti create da Dio e corrotte da Sheitan, furono solo in pochi a scoprire il Centro dell’Universo, dove non esiste né bene né male, né passato né futuro, né io né tu, né guerra né ragione di far guerra, ma solo un infinito mare di calma. Ciò che vi trovarono era così bello che persero la capacità di parlare. Gli angeli, impietositi, diedero loro due possibilità. Se avessero voluto riavere la loro voce, avrebbero dovuto dimenticare tutto ciò che avevano visto, ma una sensazione di vuoto sarebbe rimasta in fondo al loro cuore. Se preferivano ricordare la bellezza, tuttavia, le loro menti si sarebbero così confuse da non distinguere la verità dal miraggio. Così i pochi che si erano imbattuti in quel luogo segreto che nessuna mappa riporta fecero ritorno con un senso di nostalgia per qualcosa che non sapevano definire, o con miriadi di domande da fare. Coloro che ambivano alla completezza vennero chiamati amanti, e coloro che aspiravano alla conoscenza allievi.

Realtà storica e immaginazione, civiltà e magia, conoscenza e fantasia: sullo sfondo del Mediterraneo dell’epoca rinascimentale, lo scontro di due mondi si fa incontro di culture e il passato diventa presente.

“We the living” (1936), A. Rand

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“It’s a curse, you know, to be able to look higher than you’re allowed to reach.”

(“E’ una maledizione, sai, riuscire a guardare più in alto di quanto non si possa arrivare.”)

“There were sharp little blows in the music, and waves of quick, fine notes that burst and rolled like the thin, clear ringing of broken glass. There were slow notes, as if the cords of the violins trembled in hesitation, tense with the fullness of sound, taking a few measured steps before the leap into the explosion of laughter.”

(“C’erano piccoli colpi bruschi nella musica, e onde di note rapide, fini che scoppiavano e rotolavano come il tintinnio sottile, chiaro del vetro rotto. C’erano note lente, come se le corde dei violini tremassero per l’esitazione, cariche di tensione nella pienezza del suono, che facevano passi cadenzati prima di balzare in un’esplosione di risa.”)

“Atlas shrugged” (1957), A. Rand

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Ayn Rand è stata la creatrice della filosofia oggettivista, che ha illustrato ampiamente nel suo capolavoro del 1957 “Atlas shrugged” (“La rivolta di Atlante”). Personalità di spicco del liberalismo americano, più che altro vicina al libertarianismo anglosassone e al miniarchismo, ostile a ogni forma di collettivismo sia socialista che fascista, fu definita una personalità “sociopatica”, in quanto del tutto indifferente alle regole sociali e ai bisogni del mondo esterno.

Va premesso che chi scrive non condivide appieno le sue teorie, soprattutto la critica al “misticismo dello spirito” e l’adesione totale all’ateismo. L’autrice russo-statunitense pone a suo esclusivo oggetto di analisi la realtà oggettiva e materiale, e su di essa basa la sua intera teoria filosofica e sociale, ma rimane cieca a un piano diverso, volendo superiore, di comprensione della realtà che avverrebbe secondo logiche diverse e forse non altrettanto “oggettive”.

Tuttavia, limitando il campo di analisi al piano meramente materiale e oggettivo, si ritiene che il suo capolavoro e la sua filosofia siano assolutamente degni di nota, la sua opera alquanto moderna e anzi eterna nella sua esaltazione della natura umana. I suoi protagonisti sono modelli di individui nuovi, sicuramente un po’ stereotipati ma ideali non del tutto irraggiungibili, per quanto rappresentino tuttora una minoranza sociale nel loro modo di agire.

E’ un’opera illuminante in un periodo di reale crisi di valori, una versione contemporanea del mito di Prometeo che vuole risvegliare le menti alla concretezza della realtà e al valore e ai meccanismi dell’agire umano. Una proposta di possibile comprensione e soluzione di molte delle problematiche del mondo che siamo chiamati a vivere.

“She sat listening to the music. It was a symphony of triumph. The notes flowed up, they spoke of rising and they were the rising itself, they were the essence and the form of upward motion, they seemed to embody every human act and thought that had ascent as its motive. It was a sunburst of sound, breaking out of hiding and spreading open. It had the freedom of release and the tension of purpose. It swept space clean, and left nothing but the joy of an unobstructed effort. Only a faint echo within the sounds spoke of that from which the music had escaped, but spoke in laughing astonishment at the discovery that there was no ugliness or pain, and there never had to be. It was the song of an immense deliverance.”

(“Era seduta ad ascoltare la musica. Era una sinfonia di trionfo. Le note fluivano verso l’alto, parlavano di elevazione ed erano l’elevazione stessa, erano l’essenza e la forma del movimento verso l’alto, sembravano incarnare ogni atto e pensiero umano che avesse per motivo l’ascesa. Era uno sprazzo luminoso di suono, che si liberava dal suo nascondiglio e usciva allo scoperto diffondendosi. Aveva la libertà dell’emancipazione e la tensione della motivazione. Ripuliva lo spazio, senza lasciare nient’altro che la gioia di uno sforzo privo di impedimenti. Solo un vago eco dentro i suoni parlava del luogo dal quale la musica era fuggita, ma parlava con risa di stupore alla scoperta che non esistevano né bruttezza né dolore, e mai avrebbero dovuto esistere. Era la canzone di un’immensa liberazione.”)

“You have been called selfish for the courage of acting on your own judgement and bearing sole responsibility for your own life. You have been called arrogant for your independent mind. You have been called cruel for your unyielding integrity. You have been called antisocial for the vision that made you venture upon undiscovered roads.”

(“Ti hanno chiamato egoista per il coraggio di agire in base alla tua capacità di giudizio e di assumerti la sola responsabilità della tua vita. Ti hanno chiamato arrogante per la tua mentalità indipendente. Ti hanno chiamato crudele per la tua integrità inflessibile. Ti hanno chiamato asociale per la tua visione che ti ha fatto avventurare per strade inesplorate.”)

John Galt, il nuovo Prometeo

In “Atlas shrugged” (“La rivolta di Atlante”), Ayn Rand presenta la sua visione filosofica e nel contempo politica, sociale ed economica, in particolare nel discorso di John Galt al capitolo VII del terzo libro “Atlantis” (“L’Atlantide”) della trilogia.

“I am the man who loves his life. I am the man who does not sacrifice his love or his values.” 

(“Io sono l’uomo che ama la sua vita. Io sono l’uomo che non sacrifica il suo amore o i suoi valori.”)

Con queste parole il misterioso protagonista del romanzo introduce il suo discorso. Lui è una sorta di Prometeo contemporaneo che sottrae alla società gli emblemi della mente umana e i motori del suo funzionamento, per restituire agli uomini la moralità perduta.

Come Prometeo, John Galt incarna lo spirito di iniziativa che eleva l’uomo a modello morale e mette in atto una sfida al degrado della razionalità umana e dei suoi valori naturali. Se il Prometeo di Esiodo favorisce gli uomini restituendo loro il fuoco della saggezza, John Galt di Ayn Rand sottrae agli uomini la fonte del loro benessere sociale per renderli coscienti della perdita dei valori insiti nella natura umana. Così Rand, pur prediligendo la filosofia logica di Aristotele (lo stesso titolo della terza parte del libro è “A is A”, o “A è A”), si avvicina alla versione platonica di Prometeo, il creatore degli uomini.

Prometeo è infatti “colui che pensa prima di agire”, la Mente, l’amante della Vita, l’inventore della scienza e delle arti e l’ispiratore degli uomini, che inganna Epimeteo (la società come ordine statale che rende gli uomini animali) per favorire le qualità umane più alte (l’uomo con la sua ragione naturale). In Eschilo, per ordine del dio Zeus, più volte sfidato e disubbidito da Prometeo, viene incatenato, stesso destino in seguito riservato a John Galt, simbolo dell’opposizione morale alla tirannide sociale e spirituale. Qui si chiarisce la visione filosofica di Rand, da lei stessa definita “una filosofia per vivere sulla Terra”, del tutto avulsa dalla mistica, intesa sia come logica collettivista che religiosa.

Lo sciopero delle menti

John Galt apre il suo discorso alla radio affermando che, in nome di un ritorno alla moralità, il mondo ha sacrificato la giustizia alla pietà, l’indipendenza all’unità, la ragione alla fede, la ricchezza al bisogno, l’autostima all’abnegazione, la felicità al dovere. Lo sciopero delle menti del mondo indetto da Galt è una rinuncia al sacrificio di se stessi, alle ricompense e ai doveri non meritati, alla vita come colpa che nega la ricerca della felicità. Galt vuole rendere la società consapevole di ciò a cui ha rinunciato: la Vita.

L’esaltazione della Vita

Secondo Rand, la Vita appartiene all’uomo e per essere vivi è necessario agire pensando prima alla natura e allo scopo dell’azione. Pensare è un atto di scelta, in quanto l’uomo è un essere dotato di coscienza di volontà. L’uomo è libero di pensare, ma non di sfuggire alla sua natura, al fatto che la ragione è il suo mezzo di sopravvivenza. L’uomo necessita di un codice di valori che ne guida l’azione: il valore è lo scopo, la virtù è azione di fronte a un’alternativa.

L’alternativa nell’universo è soltanto una: esistere o non esistere. L’esistenza della vita non è incondizionata, ma dipende da un corso d’azione specifico, e solo la vita rende possibile il concetto di valore. Poiché l’uomo è più di un animale, non ha un codice di sopravvivenza automatico, ma per dispiegare le possibilità della sua natura creativa egli necessita di agire di fronte ad alternative per scelta di volontà.

Il desiderio di vivere sostituisce nell’uomo l’istinto di autoconservazione animale, ma non gli dà la coscienza necessaria per vivere: l’uomo ottiene coscienza e sceglie come agire tramite il pensiero. In questo l’uomo è libero di scegliere di essere razionale o animale. Lo standard di valori, però, o il bene, per natura resta la Vita, e male è ciò che la distrugge. In questo senso, la paura della morte non è amore per la vita e non dà la conoscenza necessaria per vivere, ma è la ragione che diventa scelta che diventa azione che diventa “achievement” (successo, raggiungimento di uno scopo). La vita stessa è standard di moralità e scopo dell’azione, altrimenti lo standard diventa la non-esistenza, la negazione della vita, la morte.

Condizione di successo è la felicità, lo stato di coscienza che viene dal raggiungimento dei valori; in questo, l’uomo è un fine di per sé e la felicità è il suo scopo morale più alto. Desidera vivere l’uomo che vuole pensare e quindi rispondere a un codice di moralità necessario per la sua autoconservazione.

La logica e la ragione

“A è A”: l’esistenza esiste. In altre parole, esiste qualcosa che qualcuno percepisce ed esiste qualcuno dotato di coscienza (la facoltà di percepire ciò che esiste). Se nulla esiste, non esiste coscienza: gli assiomi randiani sono esistenza (identità) e coscienza (identificazione). Tutto il pensiero è un processo di identificazione e integrazione e la logica è l’arte dell’identificazione non contraddittoria. Giungere a una contraddizione significa dunque confessare un errore di pensiero, il quale nega che A sia A, ed è l’origine del male in quanto abbandono della ragione, negazione della realtà e dell’esistenza. Verità è riconoscimento della realtà e la ragione, l’unico mezzo di conoscenza, è l’unico standard di verità dell’uomo.

La mente, la ragione, è quindi l’unico giudice della verità e lo stesso processo di pensiero è un processo morale, quindi l’atto eroico è compiuto dall’uomo che si assume la responsabilità di pensare. Lo spirito è la coscienza e la libera volontà è libertà della mente di pensare o non pensare, è la scelta che controlla le scelte di vita e che determina il carattere. Ne consegue che il vizio non è ignoranza, ma rifiuto di pensare e sapere per sfuggire alla responsabilità di giudizio, che nega l’esistenza e non riconosce la realtà. La vita è quindi un valore da acquistare e il pensiero è la moneta che lo acquista.

La morale

La morale è una libera scelta razionale che non accetta imposizioni.

Quali sono quindi i valori dell’uomo che sceglie la Vita? La ragione (strumento di conoscenza), lo scopo (la scelta della felicità), l’autostima (la certezza che la mente sa pensare e che il soggetto merita la Vita).

Quali sono le virtù? Razionalità (l’esistenza esiste e nulla può alterare la verità), indipendenza (riconoscimento della propria responsabilità di giudizio), integrità (non è possibile ingannare coscienza ed esistenza, quindi coraggio è essere veri alla propria coscienza), onestà (l’irreale è irreale e nulla è valore se ottenuto con l’inganno; è la virtù più egoista perché è il rifiuto di sacrificare la realtà dell’esistenza alla ridotta cosicenza degli altri), giustizia (non è possibile ingannare il carattere dell’uomo o della natura, quindi un individuo va giudicato e trattato per ciò che è), produttività (accettazione della moralità, scelta di vita, creatività umana che viene da una mente pensante), orgoglio (l’uomo è il suo valore più alto e questo va guadagnato: ogni risultato è aperto, ciò che lo rende possibile è la creazione del proprio carattere; precondizione dell’autostima è l’egoismo dell’anima che desidera il meglio per raggiungere la perfezione morale).

La felicità quindi non deriva dagli altri, ma è possibile solo a un essere razionale. Non esiste obbligo morale verso gli altri se non quello dovuto a se stessi, cioè la razionalità. Il valore che gli altri possono offrire è il lavoro della loro mente e l’arbitro delle controversie è sempre la realtà.

La morale randiana nega l’uso della forza, in quanto interporre questa minaccia tra un uomo e la sua percezione della realtà è negare i suoi mezzi di sopravvivenza, la sua capacità di vivere, quindi forza e mente sono opposti. Rand nega la religione, in quanto presuppone uno standard che va oltre la comprensione, e la società, in quanto presuppone uno standard che va oltre il diritto di giudizio.

Da qui scaturisce una nuova definizione del sacrificio, che non è ottenere uno scopo dopo una lunga lotta, ma è cedere i valori; in altre parole, non è sacrificio rinunciare a ciò che non si vuole e che per sé non ha valore. Per raggiungere la virtù del sacrificio, si deve voler vivere, amare la Vita, bruciare di passione per lo splendore della Terra. La materia è solo uno strumento dei valori umani, quindi virtù non è servire il vizio e immolarsi per chi non la riconosce.

L’amore è espressione dei valori di qualcuno, la maggiore ricompensa che si ottiene per le qualità morali raggiunte, il prezzo emotivo pagato da qualcuno per la gioia che riceve dalle virtù di un altro.

La perfezione morale non è il grado di intelligenza, ma il pieno e costante uso della mente, non la vastità della conoscenza, ma l’accettazione della ragione come assoluto.

In una logica giusnaturalista, i diritti sono concetti morali, condizioni di esistenza richiesti dalla natura umana per la sua sopravvivenza, e non esistono se privati del diritto di essere tradotti in realtà. Ne consegue che i diritti umani non sono superiori ai diritti di proprietà; la fonte dei diritti di proprietà è la legge della causalità: proprietà e ricchezza sono prodotte dalla mente e dal lavoro umano. Non esiste ricchezza senza intelligenza e l’intelligenza non può essere costretta a produrre. I prodotti di una mente si ottengono solo alle condizioni di chi li ha prodotti e li possiede, tramite consenso di volontà nell’atto di scambio.

Intervista all’autrice (1957)

“La mia vita personale è un appendice ai miei romanzi; consiste nella frase: ‘E dico sul serio.’ Sono sempre vissuta secondo la filosofia che presento nei miei libri – e ha funzionato per me, così come funziona per i miei personaggi. Gli aspetti concreti cambiano, le astrazioni sono le stesse.

“Ho deciso di essere una scrittrice all’età di nove anni, e tutto quello che ho fatto è stato per questo scopo. Sono americana per scelta e convinzione. Sono nata in Europa, ma sono venuta in America perché questo era il paese basato sui miei presupposti morali e il solo paese nel quale si potesse essere completamente liberi di scrivere. Sono venuta qui da sola, dopo essermi laureata in un’università europea. La mia è stata una lotta difficile, mi guardagnavo da vivere con lavori strani, prima di poter raggiungere il successo economico con quello che scrivevo. Non mi ha aiutata nessuno, né ho mai pensato che aiutarmi fosse dovere di qualcuno.

“La mia filosofia, in sostanza, è il concetto di uomo come essere eroico, con la sua felicità come scopo morale della sua vita, con la realizzazione della sua capacità produttiva come sua attività più nobile, e la ragione come suo principio morale assoluto.

“L’unico debito filosofico che posso riconoscere va ad Aristotele. (…) La sua definizione delle leggi della logica e dei mezzi della conoscenza umana è un risultato così grande che in confronto i suoi errori sono irrilevanti.

“Sapevo quali valori volevo trovare nel carattere di un uomo. Ho incontrato quest’uomo – e siamo sposati da ventotto anni.

“Confido che nessuno mi dirà che uomini come quelli di cui scrivo non esistono. Il fatto che questo libro sia stato scritto – e pubblicato – è la mia prova che esistono.

“L’arte è una ri-creazione selettiva della realtà secondo i giudizi di valore metafisici di un artista. Sono una romantica nel senso che presento gli uomini per come dovrebbero essere. Sono una realista nel senso che li colloco qui e ora e su questa Terra.”

“The Night Circus” (2011), E. Morgenstern

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“You may tell a tale that takes up residence in someone’s soul, becomes their blood and self and purpose. That tale will move them and drive them and who knows what they might do because of it, because of your words. That is your role, your gift.”

“Puoi raccontare una storia che si insedi nell’anima di qualcuno, ne diventi il sangue, l’essere e lo scopo. Quella storia li muoverà e li guiderà e chissà cosa potrebbero fare per lei, per le tue parole. Quello è il tuo ruolo, il tuo dono.”

“It’s like stepping into a fairy tale under a curtain of stars.”

“E’ come entrare in una fiaba sotto una cortina di stelle.”

Le Cirque des Rêves, il Circo dei Sogni, appare all’improvviso, senza preavviso. Si sa quando e dove esiste solo perché lo si vede, perché c’è, perché è. Avvolto nel suo alone di confuso ma vivace mistero. Un tendone bianco e nero, che “apre al crepuscolo e chiude all’aurora”. Sospeso nell’infinito dello spazio e del tempo, tra realtà, illusione e fantasia.

Le sue attrazioni e i suoi artisti sono realtà che esistono nell’immaginazione umana, ammirata da una folla stupita dalle sue infinite possibilità di creazione e inconsapevole di farne parte.

Un luogo in cui si affrontano e si scontrano le radicali passioni umane, incarnate dagli emblemi dell’intuizione-natura e della razionalità-cultura. Quando lo scontro diventa unione, una scossa mina la vita del sogno che fa da cornice, avvolto nel suo equilibrio delicato, ma stabile ed eterno.

Un luogo sognato e agognato da chi nutre dubbi sul futuro e trova rifugio nell’illusione, scoprendo che l’avvenire trova graduale definizione solo nelle infinite possibilità della vita, nella sua realtà di movimento e di illusione, che nel concretizzarsi si fa percezione.

Il circo è il protagonista, il sogno, l’illusione, la sorpresa, ma anche la vita, in bianco e nero se vista da fuori, un tripudio di colori se vissuta da dentro, con l’agire e con l’unicità dei suoi personaggi, artisti in quanto naturali creatori del proprio destino, illusi di non poterlo definire mentre lo stanno vivendo.

E’ chi legge che vive, che si addentra nel labirinto della vita, sorpreso dalla gioia dell’inatteso e dell’indefinito, e si apre a innumerevoli possibilità e potenzialità, scoprendosi a sua volta protagonista nel salto dal mondo del sogno a quello della realtà.