Il lavoro dell’interprete: una professione, molteplici contesti

di Sergio Paris

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Quando in ambito accademico e non solo si parla della figura dell’interprete, la prima idea che viene in mente è la persona seduta all’interno di una cabina che, ascoltando il discorso originale in cuffia, traduce al microfono simultaneamente in un’altra lingua. Si tratta di un’associazione mentale più che lecita che ovviamente rientra tra le modalità di interpretazione più utilizzate nella maggior parte dei convegni e dei meeting a livello internazionale.

La simultanea è, tra le modalità di interpretazione, una delle più impegnative, in cui il livello di concentrazione deve rimanere alto e l’improvvisazione non ha scampo. Nessun interprete professionista si azzarderebbe mai a cimentarsi in una pratica così altamente tecnica senza un’adeguata preparazione.

Tuttavia, in questo articolo, vorrei parlare invece di cosa accade quando l’interprete viene chiamato a lavorare “fuori dalla cabina”. Non mi riferisco tanto all’interpretazione consecutiva che, seppur non in cabina, ha una definizione del proprio raggio di azione e quindi, come per la simultanea, anche la modalità consecutiva presenta un percorso formativo specifico e soprattutto condizioni di lavoro ben definite.

Cosa succede tuttavia quando si esce dalla cosiddetta “comfort zone”, se così la vogliamo definire? Personalmente svolgo questo lavoro da quasi 18 anni e dopo molte giornate sia come simultaneista che come consecutivista, in questi ultimi 5/6 anni spesso mi sono ritrovato a lavorare anche in molte situazioni al di fuori della summenzionata “comfort zone”, soprattutto in ambito tecnico, un settore al quale non si può sfuggire quando si lavora con una lingua come il tedesco. Corsi di formazione tecnica, visite aziendali, trattative tecnico-commerciali sono tutte situazioni che vedono l’interprete essere fisicamente il “trait d’union” dei soggetti parlanti lingue diverse. Tuttavia, ci sono anche forme di interpretazione simultanea anche in questi casi con l’utilizzo del cosiddetto bidule; ovvero si esce fuori dalla cabina che rappresenta da sempre, come ho già avuto modo di dire, la nostra “comfort zone” prediletta.

Quali sono però le difficoltà che l’interprete potrebbe trovarsi di fronte? Che sia una simultanea in bidule, una consecutiva davanti a un macchinario o una trattativa all’interno di un’officina particolarmente rumorosa, la concentrazione e lo sforzo mentale vengono sempre messi a dura prova. Dal mio punto di vista, devo ammettere che è proprio grazie a queste esperienze più tecniche e meno ordinarie che poi riesco a gestire meglio sia psicologicamente che linguisticamente qualsiasi tipo di difficoltà in cabina o al di fuori di essa. L’accavallarsi delle voci, lo spostamento fisico e l’improvvisazione delle battute che i due interlocutori si scambiano sono elementi che vanno a rendere la resa dell’interprete ancor più difficoltosa e non per questo meno gratificante.

Per alcuni anni ho insegnato interpretazione consecutiva e simultanea di lingua tedesca in una scuola universitaria privata per interpreti e traduttori e in occasione di alcuni momenti di dialogo con i miei studenti già allora facevo presente che non andava screditata nessuna forma di interpretazione. Il mio messaggio era ed è ancora questo: si è sempre interpreti, in qualsiasi ambito siamo chiamati a operare. Non è giusto pensare che il simultaneista è più interprete del trattativista. Si possono svolgere entrambe le modalità nel pieno rispetto del rigore professionale che ne compete.

Ancora oggi il mio approccio professionale è esattamente lo stesso, come anche il tipo di preparazione che vado ad affrontare. Se dovessi spezzare una lancia a favore del contesto lavorativo “fuori cabina”, potrei dire che quando si lavora più a contatto con gli interlocutori, ci si sente decisamente più parte attiva dell’atto comunicativo nel quale ci troviamo a svolgere il nostro servizio. L’intenzione, lo scopo, le emozioni e soprattutto il messaggio sono più immediati e la stessa vicinanza fisica ci permette anche di recuperare quella parte del messaggio che magari non siamo riusciti a cogliere al primo ascolto. E poi, cosa fondamentale, si percepisce più empatia che a mio modesto parere è essenziale, soprattutto in determinati contesti come il “community interpreting” e non solo. Difficilmente si può esperire la stessa empatia quando si è per così dire rinchiusi in una cabina insonorizzata.

In ultimo, lasciatemelo dire, fuori dalla cabina gli interlocutori e i fruitori del nostro servizio ci vedono e si accorgono di noi e nella maggior parte dei casi ci ringraziano per la qualità del nostro servizio, anche in maniera più diretta.

Mi rallegra il fatto che da qualche anno a questa parte anche il mondo accademico e della formazione si è accorto della necessità di addestrare figure professionali in tal senso che sappiano andare anche oltre le classiche forme di interpretazione simultanea e consecutiva. Non è assolutamente vero che se si è in grado di affrontare una simultanea, allora si possa far fronte a un corso di formazione su un macchinario o a una semplice trattativa commerciale. Ci sono regole e dettagli ben precisi da osservare anche in questi ambiti lavorativi.

In conclusione, anche la classica figura dell’interprete simultaneista, oramai posta di fronte alla sempre più imperante innovazione tecnologica come il “Remote Simultaneous Interpreting”, sta cambiando in termini di flessibilità e operatività, proprio perché sono sempre più i contesti comunicativi in cui è necessaria la sua presenza. La pratica è da sempre la migliore scuola, ma se anche la formazione fosse più attenta a queste nuove esigenze, saremmo sicuramente più preparati e meno restii a svolgere determinati servizi che possono sembrare meno gratificanti, ma che in realtà meritano la stessa attenzione di qualsiasi altro servizio di interpretazione simultanea e consecutiva.

Non è mia intenzione dare più o meno valore a una o all’altra forma di interpretazione. Come dicevo, anzi lo specifico ora, non esistono interpreti di serie A o interpreti di serie B. Nelle mie numerose giornate mi è capitato spesso di passare da una cabina a un macchinario, da una tavola rotonda al sedile posteriore di un auto aziendale con a bordo un incontro informale di un certo livello e a metà di una scala con sopra e sotto di me i due interlocutori da mediare. Situazioni queste che possono verificarsi anche nell’arco di pochi giorni, situazioni queste in cui l’interprete esprime al meglio la sua dote principale ovvero la flessibilità mentale e quindi, in virtù di quanto sopra descritto, fisica.

N.d.R.: Il presente articolo non ha alcuna pretesa formativa, né tanto meno si basa su dati scientifici. È solo frutto della mia esperienza sul campo in qualità di interprete e traduttore di madrelingua italiana per le lingue tedesco e inglese (dal 2002).

 

Informazioni sull’autore:

Mi chiamo Sergio Paris e dal 2002 lavoro come interprete di conferenza e traduttore freelance per le lingue italiano, tedesco e inglese. Risiedo in Umbria ma per motivi di studio e di lavoro sono sempre stato in giro per l’Europa. Da bambino la grande passione per la geografia si è subito trasformata in un amore smisurato per le lingue e le culture straniere, soprattutto germaniche. Nel tempo libero adoro leggere, correre all’aria aperta in mezzo alla natura e godere di qualsiasi forma d’arte l’uomo sia in grado di esprimere. Per maggiori informazioni su di me, date un’occhiata al mio sito web: www.sergioparis.it

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L’interpretazione consecutiva: 5 miti da sfatare

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L’interpretazione consecutiva è una modalità di traduzione orale. È detta interpretazione consecutiva perché l’interpretazione avviene dopo l’intervento dell’oratore. L’interprete è vicino all’oratore e ascolta il suo discorso prendendo appunti. Quando l’oratore finisce di parlare (dopo cinque o dieci minuti al massimo), l’interprete riproduce quanto ha detto in un’altra lingua.

(definizione tratta dal sito https://www.interpretetraduttricesimultanea.com)

Già nell’articolo di questo blog “Gli interpreti e il principio di riservatezza dopo il vertice di Helsinki 2018” si era fatto cenno a questa modalità quando si parlava della tecnica di presa di appunti degli interpreti in ambito diplomatico.

Provando ora a calarci nei panni di qualcuno che non è esperto del settore, è abituato ad ascoltare gli interpreti di conferenza e sta assistendo a questa modalità di interpretazione, potremmo affermare che:

  • l’interpretazione consecutiva è più semplice dell’interpretazione simultanea;
  • essendo più semplice, è meno costosa della simultanea;
  • se l’oratore si dilunga, l’interprete può riassumere ciò che ha detto;
  • i simboli che usa l’interprete nei suoi appunti sono quelli degli stenografi;
  • dagli appunti dell’interprete è possibile ricostruire il discorso dell’oratore.

Proviamo ora a spiegarvi perché tutti e cinque sono dei miti da sfatare.

Come vedete, non prendiamo in considerazione il punto di vista di un fruitore del servizio che non ha mai avuto a che fare con gli interpreti e non ne conosce il percorso formativo e professionale. Se così fosse, dovremmo aggiungere un altro luogo comune piuttosto diffuso: per fare l’interprete basta conoscere due (o più) lingue. Evitiamo l’argomento in quanto fin dall’inizio abbiamo affermato che l’interpretazione presuppone la conoscenza e l’applicazione di una tecnica, il che significa che non è un’attività che si può improvvisare. Analizziamo quindi le tre affermazioni.

L’interpretazione consecutiva è più semplice dell’interpretazione simultanea

Falso.

Ascoltare con attenzione un discorso, saperne creare mentre lo si ascolta una mappa mentale e scritta che ne riproduca le singole unità, il filo logico che le lega e i dettagli precisi richiede varie abilità e competenze. Infatti, se è vero che il discorso va tradotto consecutivamente, esso va compreso e strutturato simultaneamente. È quindi necessaria innanzitutto un’elevata capacità di concentrazione, così come è richiesta nell’interpretazione simultanea; inoltre l’interprete deve conoscere bene la struttura linguistica della lingua di partenza e della lingua di arrivo, al fine di strutturare mentalmente e sul foglio le unità del discorso; ancora, l’interprete deve conoscere l’argomento o almeno sapere di cosa si sta parlando, al fine di riprodurre i nessi logici tra le varie unità; infine, all’interprete è richiesta una grande attenzione al dettaglio, oltre alla velocità e alla capacità di analisi e di sintesi.

Queste abilità sono anche richieste nell’interpretazione simultanea, con la differenza che in questo caso la mappa mentale si crea e il filo logico si segue contemporaneamente al discorso, per cui l’interprete simultaneista (abituato a condividere l’attenzione tra il testo che ascolta e il testo che produce e a sentire parlare allo stesso tempo l’oratore e se stesso), a differenza del consecutivista, se riesce a mantenere la velocità e la concentrazione, non rischia di perdersi i dettagli in quanto li rende subito nella lingua di arrivo.

Per finire, mentre il simultaneista è (solitamente) nascosto in una cabina insonorizzata, il consecutivista è direttamente esposto al contatto con il pubblico che lo ascolta, per cui è maggiormente chiamato all’interazione e alla messa in atto di abilità empatiche e “recitative” (si veda l’articolo “Gli interpreti: attori invisibili?”).

Essendo più semplice, è meno costosa della simultanea            

Vero e falso.

Rispetto alla tariffa dell’interprete simultaneista, quella del consecutivista è più alta, in quanto dal suo punto di vista le difficoltà del servizio sono maggiori.

Tuttavia, mentre il simultaneista lavora sempre con un collega, con il quale si alterna ogni 20 o 30 minuti, il consecutivista è in grado di lavorare da solo, poiché la natura del servizio gli consente di distribuire lo sforzo mentale senza concentrarlo in un’attività che prevede simultaneamente l’ascolto, la rielaborazione e la resa.

Questo significa che complessivamente il cliente pagherà di meno un servizio di interpretazione consecutiva, in quanto assumerà un interprete anziché due, ma in ogni caso dovrà tenere presente che i tempi della consecutiva si allungheranno rispetto a quelli della simultanea.

Se l’oratore si dilunga, l’interprete può riassumere ciò che ha detto

Falso.

Un’interpretazione consecutiva non è un riassunto. È vero che il fruitore del servizio (il pubblico) è interessato a conoscere il contenuto del messaggio originale, ma poiché un interprete professionista non è un tuttologo, non è compito suo selezionare le informazioni importanti e scartare quelle che ritiene inutili.

Ci sono lingue come l’italiano che nella pratica sono spesso usate per fare degli interventi molto prolissi ma riassumibili in poche parole. In questo caso, se è possibile rendere il contenuto del testo di partenza con meno parole, soprattutto in lingue come l’inglese o il tedesco, l’interprete è tenuto a fornire una consecutiva più breve dell’originale, ma ciò non significa affatto riassumere, bensì “interpretare” il messaggio ai fini di una resa chiara e fedele.

I simboli che usa l’interprete nei suoi appunti sono quelli degli stenografi 

Falso.

I simboli servono per velocizzare la presa di appunti, che avviene simultaneamente all’ascolto del discorso. Esistono dei simboli standard, ma l’interprete non è obbligato a utilizzarli: alcuni ricordano meglio le informazioni scrivendo le parole, altri usano abbreviazioni, altri simboli inventati che rimandano a parole o concetti, altri non prendono appunti e altri ancora combinano tutte queste possibilità insieme, magari utilizzando parole nella lingua di partenza, nella lingua di arrivo, in entrambe o in un’altra lingua! La tecnica di presa di appunti è quindi molto personale e soggettiva e ogni interprete usa la sua, l’importante è che riesca a ricostruire il messaggio di partenza per poterlo interpretare correttamente nella lingua di arrivo.

Dagli appunti dell’interprete è possibile ricostruire il discorso dell’oratore

Falso.

Va da sé che qualsiasi richiesta rivolta a un’interprete di sottoporre i suoi appunti all’attenzione e all’analisi di terzi si rivelerà inutile: nessuno può capire quello che l’interprete ha scritto e a volte nemmeno lui lo sa!

Alcuni riescono a riprodurre una mappa molto strutturata che segue l’analisi logica delle frasi, per cui potrebbero essere anche in grado di reinterpretare quegli appunti a distanza di tempo, ma difficilmente succede, in quanto per ragioni di riservatezza nei confronti del cliente l’interprete distrugge gli appunti subito dopo il convegno. Altri invece usano queste mappe solamente a supporto della memoria, per cui sul foglio si possono vedere solo frecce, cerchi, quadrati o altri segni incomprensibili a chiunque, quindi non ricostruibili nemmeno dall’interprete subito dopo averli usati per interpretare il discorso e tantomeno a distanza di giorni o settimane. Infine, lavorando su unità di senso per ricostruire il contenuto e non sul contenuto stesso, l’interprete non ricorda mai quello che ha detto. Per queste ragioni sarebbe del tutto inutile chiamarlo a testimoniare!

Ora che abbiamo sfatato cinque miti comuni sull’interpretazione consecutiva vista da un fruitore medio, vorremmo fare un’ultima considerazione che esprime il punto di vista di molti interpreti: sebbene la consecutiva possa adattarsi maggiormente a personalità estroverse ed empatiche (e nemmeno questo va dato per scontato!), resta sempre un compito estremamente complesso che spesso passa al secondo posto nelle preferenze degli interpreti abituati a lavorare anche come simultaneisti.

La ricompensa del consecutivista è il maggiore riconoscimento che ottiene alla fine, qualora sia riuscito a fare un buon lavoro. A rendergli merito è il calore del pubblico e un dubbio che attanaglia la mente di chi lo ha visto e ascoltato: “Ma… quello era uno stenografo o un attore?”.

Gli interpreti: attori invisibili?

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Il 16 aprile si è celebrata la Giornata Mondiale della Voce. Dedichiamo questo articolo agli interpreti, i professionisti della lingua che fanno della voce lo strumento principale del loro mestiere.

Ribadiamo ancora una volta che l’uso delle parole è importante: infatti, preso fuori contesto, il termine “interprete” può fare riferimento anche ai professionisti della recitazione (a proposito di confusione terminologica, si veda anche l’articolo “L’uso delle parole nel giornalismo: si dice “traduttori” o “interpreti”?”). In realtà, non è un caso che in certe lingue si usi lo stesso termine per indicare le due figure: effettivamente esistono dei parallelismi.

Nel video “The skills of an actor in interpreting”, Matthew Perret spiega che sia gli interpreti che gli attori trasmettono un messaggio e per farlo è richiesta a entrambi, oltre alla conoscenza pratica di tecniche sofisticate, anche una certa dose di “invisibilità”. In che modo l’interprete deve calarsi nei panni dell’oratore, così come un attore si cala nei panni del personaggio? Il segreto per veicolare con successo il messaggio sarebbe trovare il giusto equilibrio tra l’espressione dell’ego e l’espressione dei sentimenti del personaggio o dell’intenzione dell’oratore. Infatti, un ego eccessivo rischierebbe di far concentrare il pubblico sulla resa dell’interprete, mentre una scarsa immedesimazione avrebbe l’effetto di far sembrare la resa insicura o poco professionale. Invece, una combinazione equilibrata di immedesimazione e resa scorrevole e quanto più vicina al registro del personaggio/oratore sarebbe il parametro ideale per una buona performance.

In the beginning was the Word. In the beginning was… the Voice. Perhaps.

“In principio era il Verbo. In principio era… la Voce. Forse.”

Con queste parole, Perret ci vuole dire che nel mestiere dell’interpretariato non sono (soltanto) le parole a fare la resa, ma anche l’intonazione. Ovviamente (sottolinea Perret in un altro esempio), l’interprete non è un attore: se l’oratore urla e sbatte i piedi arrabbiato, l’interprete simultaneista che lavora in una cabina insonorizzata (ma anche l’interprete consecutivista che lavora vicino all’oratore) non può fare lo stesso: sarebbe inutile, innanzitutto perché il pubblico vedrebbe già l’oratore, in secondo luogo perché si avvertirebbe dalla cabina un fastidioso trambusto.

Quanto è importante quindi la voce nel mondo dell’interpretariato? E se un professionista avesse tutte le caratteristiche per poter svolgere il mestiere ma non avesse un timbro vocale gradevole? Nell’articolo “Serve una bella voce per fare l’interprete?”, Emanuela Cardetta spiega come sia possibile rimediare, lavorando su alcuni aspetti: mantenere la fluidità e la scorrevolezza dell’eloquio, dare un’intonazione al discorso, eliminare le pause piene, il respiro affannoso e gli accenti regionali, e fare attenzione al volume mantenendo una distanza adeguata dal microfono.

Ora che abbiamo svelato alcuni trucchi del mestiere… è davvero possibile per un interprete mantenersi invisibile? Nessuno ne parla apertamente, ma fin dagli anni Novanta il mondo accademico, le associazioni professionali e gli stessi interpreti vedono aleggiare nell’aria l’inquietante spettro dell’invisibilità. Nell’articolo “Finding and critiquing the invisible interpreter – A response to Uldis Ozolins”, Jonathan Downie cita il codice AIIC (AIIC Practical Guide for Professional Conference Interpreters, 1993), che non parla di invisibilità, ma ne incoraggia la pratica:

(…) make them [the audience] forget they are hearing the speaker through the interpreter.

“(…) far loro [al pubblico] dimenticare che ascoltano l’oratore attraverso l’interprete.”

In altre parole, l’interprete è il portavoce dell’oratore e come tale non è tenuto a dare spiegazioni e chiarimenti o a prendere decisioni indipendenti. Ciò è anche giusto se l’obiettivo è incoraggiare il rispetto di un’etica professionale di fedeltà al messaggio, altrimenti si rischia di suscitare nel pubblico un effetto di alienazione: l’ego dell’interprete porterebbe chi lo ascolta a vederlo come unico soggetto attivo rilevante della comunicazione.

Tuttavia, nella pratica, gli interpreti di conferenza omettono le ridondanze, adattano le strutture linguistiche, sostituiscono od omettono le battute; gli interpreti di tribunale adeguano anche il registro; gli interpreti di comunità o di trattativa consigliano gli oratori, coordinano i turni tra i parlanti, spiegano processi e problemi, evitano faux pas culturali.

La figura dell’interprete rimarrebbe quindi sospesa a metà tra un attore invisibile e un mediatore versatile che si adatta al contesto comunicazionale, che più che invisibile deve essere necessariamente “imparziale”, termine introdotto da Uldis Ozolins come sinonimo di “neutrale” o (secondo Daniel Gile) fedele a entrambi gli oratori, “bi-parziale”, in continuo equilibrio dinamico a partire dalla sua posizione centrale.

Successivamente, queste posizioni “intermedie” hanno avuto seguito e hanno portato a vedere la figura dell’interprete come mediatore o oratore indipendente (si vedano i contributi alla ricerca di Ebru Diriker).

In realtà, gli interpreti raccontano le parole dell’oratore, ma usano la voce e le loro abilità di mediazione per prendere decisioni indipendenti, ed è anche questo che rende il loro mestiere dinamico e versatile. Questo intervento arbitrario e strategico dell’interprete, spesso impercettibile anche a quei clienti-utenti che reputerebbero indispensabile la sua invisibilità, è essenziale a causa della presenza di culture, lingue e persone diverse che interagiscono nella comunicazione (si veda anche l’articolo di Jonathan Downie “Invisible interpreting is dead; long live added-value interpreting”).

In fondo, come diceva Peadar Ó Guilín in The Inferior:

Changing words isn’t so hard. Recognizing a particular sound, swapping it for another – that was easy even for your ancestors. Reading what happens in your head and the heads of all the beings around you, now that is difficult. Finding equivalents in one culture for the basic concepts of another – that is really difficult.

“Cambiare le parole non è così difficile. Riconoscere un suono particolare, scambiarlo per un altro – questo era facile anche per i nostri antenati. Leggere quello che succede nella mente tua e di tutti gli esseri umani intorno a te, questo è difficile. Trovare in una cultura equivalenti per i concetti basilari di un’altra – questo è davvero difficile.”

Il mondo degli interpreti – Intervista alla radio

Intervista integrale del 24 ottobre 2018 ad Alessandra Checcarelli, ospite del programma Live Social in onda su Radio Roma Capitale il 20 novembre 2018.

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Buonasera, bentrovati. La confidenza, la conoscenza di una lingua non è sufficiente, certamente, per essere una brava o un bravo interprete, perché già nella parola “interpretare” c’è molto di più, c’è anche l’aspetto diciamo paraverbale, se non a volte anche non verbale. Anche se, quando assistiamo magari ad una conferenza o semplicemente a una persona che viene accompagnata dall’interprete, ci rendiamo conto di quanto sia, soprattutto nella traduzione quella simultanea, complicato stare al passo di una persona che magari non è neanche abituata ad avere l’interprete vicino. Comunque a un certo punto del discorso magari si dimentica che quella è la situazione nella quale si trova e naturalmente comincia a parlare anche con la velocità e con la modulazione che gli è propria nella vita di tutti i giorni. Allora oggi andiamo a conoscere proprio la figura dell’interprete e della traduttrice, quindi, di conseguenza. Ne abbiamo scovata una grazie alla redazione, una professionista che ha qui sito operativo a Roma, ma che naturalmente lavora in tanti contesti. Vi presento Alessandra Checcarelli. Buonasera, Alessandra, bentrovata!

Buonasera.

Oh, devo dire la verità: tanti anni che faccio questa trasmissione, tante (inevitabilmente) professioni che vado a conoscere, no? Perché poi è vero che parliamo di tanti argomenti, però si appoggiano sempre ai professionisti e alle professioni. Questa è la prima volta che mi capita di conoscere direttamente vis à vis (questo è bolognese: vis à vis) un’interprete. Un’interprete nel senso tecnico della parola. Ho avuto modo di parlare con i traduttori, ma il traduttore appunto lavora per lo più su roba scritta e quindi…

Esatto.

…è tutt’altro mestiere. Allora, ti faccio una domanda a ampio raggio: però quali sono i segreti, o meglio, le difficoltà anche, che incontra un traduttore?

Allora…

…un interprete, pardon? 

Un interprete. Allora, iniziamo con il dire che in realtà la parola “traduttore” di suo è molto spesso utilizzata per designare entrambe le professioni, anche se in realtà la vera denominazione è appunto per chi traduce la lingua orale “interprete”, per chi traduce la lingua scritta appunto “traduttore”. Io svolgo entrambe le professioni, ma prevalentemente ho una formazione da interprete di conferenza e lavoro soprattutto come interprete di conferenza. Quali sono le difficoltà? Dunque, un po’, un paio le hai nominate: la velocità, il fatto di calarsi nei panni di chi parla, e quindi rendere le sfumature linguistiche, l’intenzione…

Esatto, l’intenzione…

…più che le parole, l’intenzione del messaggio.

Esatto.

Esatto.

Perché poi quando parliamo noi inevitabilmente rimarchiamo un parola, una frase piuttosto che un’altra per far capire…

Esatto.

…per mandare un determinato messaggio, no? E anche…

Esattamente.

…come dicevi tu prima il tono che si usa ci fa capire anche se c’è, come dire, una lettura possibilmente ironica…

Esatto, e quindi…

…della cosa stessa.

…l’interprete cosa fa? Deve rendere tutta quell’ironia, deve rendere l’ironia, deve rendere la tristezza, deve rendere… è un po’ diciamo un “attore dell’ordinario”, perché comunque le situazioni ordinarie sono tante e l’interprete un po’…

Esatto.

…per poter svolgere appieno il suo mestiere deve un po’ calarsi nei panni…

Bravissima.

…un po’ essere attore.

È un po’, sai, come nel doppiaggio, dove sì, è importantissimo, fondamentale, avere una dizione perfetta, avere un buon timbro di voce, una buona gestione anche, come dire, della voce stessa, ma molti dei doppiatori italiani (non so, abbiamo una scuola importante in Italia) sono anche, se non prima di tutto, degli attori.

Esatto, esatto.

Eh capisci, quindi…

Esatto.

…bisogna entrare proprio nel personaggio e nella vicenda, è necessario.

C’è chiaramente un’affinità, anche se non siamo dei doppiatori.

Certo…

C’è un’affinità…

Sì sì sì, chiaro.

…ma ci sono chiaramente delle differenze, perché non è per forza richiesto un timbro particolare all’interprete.

Nooo, è chiaro! È chiaro, è chiaro!

Questo c’è da dire.

Anche perché voi traducete o in simultanea o in modo…

Consecutiva.

…consecutivo non film o serie televisive, ma quello che succede nella realtà con persone…

Esatto, diciamo così, sì.

…che non stanno lì a recitare, diciamo, tra virgolette.

Più che altro lo facciamo sul momento…

Ecco…

…quindi…

Allora, simultanea e consecutiva…

…e consecutiva.

Perché? Perché simultanea è come se tu dovessi tradurre adesso quello che io ti sto dicendo.

Esattamente, io parlerei sopra la tua voce e tradurrei esattamente, anzi, interpreterei…

Sì.

…detto nella maniera corretta, quello che tu stai dicendo, nel modo in cui lo dici, cercando prima di calarmi nei tuoi panni. Consecutiva vuol dire che, invece, lo farei dopo, cioè tu parli, fai il tuo discorso, dopo un po’, dopo qualche minuto, mentre io prendo appunti, mi rielaboro il messaggio e poi lo rendo dopo la fine del tuo discorso.

Infatti. Infatti spesso, quando assistiamo a questa seconda tipologia di interpretazione, ci rendiamo conto che a volte quello che il traduttore dice dura meno tempo rispetto a quello che ha detto la persona stessa.

A volte capita e personalmente io credo che sia anche un fatto soggettivo…

Ah, ok.

…nel senso che non è una professione che, nonostante abbia chiaramente delle regole… non è una professione che stabilisce esattamente come devi interpretare, cioè è anche un po’ soggettiva, diciamo, in un certo senso. Può essere più breve la resa, semplicemente perché quello che si intende fare è trasmettere un messaggio. Di conseguenza, se l’oratore, magari nella sua cultura, è abituato a parlare di più… facciamo finta, la lingua italiana)…

Sì.

…si parla tantissimo, si utilizzano tante frasi, tante parole, magari per dire un concetto molto più riduttivo, che ad esempio nella lingua inglese si tradurrebbe con molte meno parole, e quindi in quel caso non è magari un riassunto, ma è una maniera diversa di rendere lo stesso messaggio in un’altra cultura.

Assolutamente. Allora, Alessandra, veniamo un po’ alle lingue. Quante ne parli? Quali parli, soprattutto?

Allora, se consideriamo l’italiano, che è la mia lingua madre, parlo l’inglese, il tedesco e il francese…

Ok.

…quindi sono quattro complessivamente.

Certo, assolutamente. I contesti dove solitamente finora ti sei trovata a lavorare quali sono stati, quali sono?

Tantissimi, tanti e i più diversi e disparati, molto distanti anche l’uno dall’altro, tant’è che ogni volta sembra una prima volta. Ogni volta è un riadattarsi a una situazione nuova, che è anche la cosa bellissima, a mio avviso, di questo mestiere, cioè trovarsi ogni volta davanti ad una cosa completamente diversa ed è come se tu non l’avessi mai fatto. Conferenze istituzionali, conferenze aziendali, meeting, riunioni, televisione… ambito religioso, ad esempio, quindi anche lì siamo sempre in conferenza, però…

Il latino, lei traduce…

Ha ha ha.

Sto scherzando, naturalmente.

Ha ha ha. No.

No no, nel senso, lei parla il latino, cioè loro fanno la messa in italiano… no, scherzo… in italiano e lei traduce, come una volta, in latino…

Beh, le congregazioni diciamo…

Eh va beh, va beh…

…sono un po’ sparse per il mondo, quindi anche loro costituiscono…

Certo…

…diciamo…

…assolutamente.

…una committenza.

Assolutamente. Insomma, si può vedere qualcosa dei tuoi lavori, delle tue partecipazioni sul tuo sito: www.interpretetraduttricesimultanea.com; questo è il sito. Alessandra, ecco, prima ne parlavamo anche fuori onda, si immagina sempre dall’esterno che il vostro sia un lavoro dove bisogna sempre continuare un po’ ad esercitarsi…

Sì…

Eh…

Sì, è un esercizio…

…ad allenare anche l’orecchio…

Esatto. Diciamo che chi sceglie di fare questo mestiere sceglie di farsi assorbire completamente la vita da questo lavoro. Perché? Perché è impossibile pensare di poter svolgere questo lavoro senza un costante aggiornamento, senza una costante formazione personale, riformazione personale, perché chiaramente il percorso di studi non basta… esercizio continuo, esercizio che continua e che si continua a svolgere lavorando, perché il lavoro è la migliore pratica, diciamo.

Assolutamente. Senti, una conferenza a cui partecipi o un qualsiasi altro contesto similare insomma, che ti ha visto protagonista quanto dura solitamente? Cioè, hai anche tradotto… non so se hai anche interpretato… perché io immagino una conferenza, qualcuno che parla, magari che è invitato che parla quei 50 minuti, un’ora, un’ora e mezza… anche più.

Sì, allora…

Quanto si può tenere botta? Questo mi chiedo…

Quanto si tiene botta? Allora, chiaramente le conferenze o gli incarichi in generale hanno ciascuno una sua durata.

Sì.

Quello televisivo molto spesso, se si tratta ad esempio di conferenze stampa, un’ora, e allora in quel caso tieni botta per forza, perché è così. Altrimenti, quando si tratta di conferenze dal vivo, in cui la tua voce viene trasmessa direttamente nell’aula dove tu sei…

Sì.

…ma anche per esempio in una modalità remota…

Sì.

…anche a distanza, visto che adesso è una modalità abbastanza gettonata, si tiene botta 20 minuti, poi c’è il collega…

Mmm.

…che in simultanea ti sostituisce per gli altri 20 minuti…

…e poi ritocca a te?

…e poi ritocca a te.

Ho fatto caso a questo, non ricordo veramente, se no ne farei menzione, lo direi… sì, una conferenza di quelle che, sai, durano due o tre giorni, che poi esce magari il video, il filmato, è tutto, diciamo, compresso in cinque-sei ore. Io me la sono vista, questa conferenza interessante, un po’ a pezzetti. Ricordo che c’erano tre speaker (tre speakers, tre voci), appunto, che poi ogni… sì, forse mezz’ora…

…mezz’ora…

…20 minuti, si alternavano.

Ci alternavamo.

Caspita… caspita!

Per una questione di concentrazione, perché chiaramente…

Eh, per quello, per quello, no, era da lì che nasceva un po’ la mia curiosità, perché comunque…

Certo.

…è un lavoro importante, proprio fisico, direi, non solo mentale…

Sì sì.

…proprio fisico.

Sì sì, è esattamente tutte e due.

Eh…

Molto fisico, anche.

Bene. Come si diventa interpreti? Esiste una scuola?

Allora… esiste una scuola…

Adesso dice: “La mia scuola!”.

No… no no.

No?

Assolutamente.

Ancora no?

Assolutamente… no, non lo dico, perché non è così, perché adesso ce ne sono tante, diciamo che il mercato si è molto allargato, quindi le scuole interpreti sono tante. Si chiamano scuole interpreti, ma in realtà sono dei percorsi di laurea, delle facoltà, che sostituiscono quelle che una volta erano le famose scuole interpreti. Continuiamo a chiamarle così, anche perché molto spesso ci scambiano per dei laureati in lingue, cosa che non è, perché si tratta di percorsi di studio molto diversi. Quindi esistono quelle che ancora chiamiamo scuole interpreti o facoltà di traduzione e interpretariato o meglio lauree specialistiche in interpretariato di conferenza o in traduzione. Quindi, come si diventa interpreti? Così, ma non basta. Questo è un percorso di formazione basilare, a cui segue, ovviamente, il percorso professionale, la pratica professionale, che si acquista facendo, con tutte le difficoltà del caso, perché all’inizio, essendo un mercato competitivo, è anche un mercato di difficile accesso, un mercato in cui è necessaria molta pazienza, molta costanza, tantissima passione, perché altrimenti è un lavoro che non si farebbe mai, se non fosse per la passione. E quindi si diventa interpreti un po’ con la formazione e un po’ con la pratica, ma soprattutto con la pratica.

Molto bene. E allora io ricordo: Alessandra Checcarelli, la trovate anche su Facebook, vediamo un po’, perché ho qualche problema di diottria. È questa pagina: Alessandra Checcarelli… respeaker, giusto?

Anche.

Translator… scusate, conference interpreter… come si pronuncia bene, fammelo tu?

Conference interpreter, translator, respeaker.

Ecco, giustamente mi sono servito della tua pronunzia. www.interpretetraduttricesimultanea.com: questo è il tuo sito, c’è anche il numero: 3200363892. Grazie, Alessandra, per essere stata con noi!

Grazie a voi!

Grazie!

Grazie!

Andiamo avanti qui su Live Social, e aspettiamo ancora tanti ospiti, tante interviste e sorprese. Rimanete con noi! 

 

Il video integrale dell’intervista è disponibile su YouTube al link: https://youtu.be/YEk-BtF6d0E

Il video ridotto dell’intervista è disponibile su Facebook al link: https://www.facebook.com/intervisteestorie/videos/2206301889611067/ 

I primi interpreti della storia

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Schiavi, religiosi, cristiani convertiti, dragomanni, militari, diplomatici, commercianti, navigatori… erano loro i primi interpreti della storia del mondo, costretti all’improvvisazione, talvolta alla conversione religiosa, allo studio delle lingue, ai viaggi d’oltreoceano.

Quello dell’interprete è uno dei mestieri più antichi della storia, ma raramente queste figure hanno goduto di riconoscimento e di dignità professionale: erano spesso intermediari scelti a caso e molte volte non conoscevano nemmeno due lingue.

Chi erano questi personaggi misteriosi, questi attori improvvisati ma indispensabili per le sorti degli imperi e delle più svariate strutture sociali e politiche del mondo?

Gli interpreti nel mondo antico

Prima della nascita di Cristo, già alcuni bassorilievi ritrovati nella tomba di un principe dell’Antico Egitto risalente al III millennio a.C. attestavano la presenza e l’impiego di interpreti nella società. Le Storie di Erodoto raccontavano che in Egitto i bambini ai quali si insegnava il greco affinché interagissero con le comunità di lingua greca furono i precursori della futura classe professionale degli interpreti. All’epoca queste figure venivano riconosciute a volte implicitamente, a volte in maniera più esplicita, altre volte erano accusate di tradimento e uccise. Lo stesso Erodoto le lasciava anonime, tranne Temistocle, il generale ateniese che imparò il persiano perché non si fidava dei suoi interpreti.

Nell’Antica Roma gli interpreti comparivano nelle lettere di Cicerone (Claudio e soprattutto Marcilio erano due figure di spicco tra gli interpreti degli ambasciatori che si rivolgevano al Senato romano) e nei racconti di Giulio Cesare sulla conquista della Gallia (uno degli interpreti di Giulio Cesare fu Procillo) . All’epoca, benché fossero figure invisibili e menzionate soltanto in circostanze eccezionali, gli interpreti erano necessari per la presenza di numerosi dialetti diversi dal latino e di lingue straniere nelle varie nazioni con cui i Romani erano quotidianamente a contatto.

Gli interpreti nel Medioevo

Nel IX secolo d.C. Historiae o De dissensionibus filiorum Ludovicii pii di Nitardo rappresentava un documento fondamentale per raccontare un’epoca in cui dominava il multilinguismo e scarseggiavano le fonti storiche. Sin dai tempi del Giuramento di Strasburgo coesistevano lingue come il latino, la lingua romanza e quella germanica.

Nel X secolo d.C. gli ambasciatori di Cordova venivano da gruppi minoritari ebrei e cristiani e fungevano da intermediari naturali nei negoziati tra il Califfato Omayyade e i paesi cristiani, data la loro duplice lingua e cultura. In questa epoca di intensi rapporti diplomatici tra Bisanzio e l’Europa medievale, ricordiamo gli interpreti Hasday ibn Shaprut, il capo della comunità ebraica di Cordova, e Recemund, un funzionario cristiano di corte. All’epoca, in Iberia e in Nord Africa coesistevano musulmani, ebrei e cristiani, e gli interpreti erano figure che conoscevano le tradizioni musulmane, vivevano in paesi cristiani oppure erano ufficiali dell’esercito al confine. Le comunità mercantili cristiane nel Maghreb parlavano arabo e i mercenari cristiani (Frendji) erano al servizio dei sultani come truppe di élite. Ricordiamo anche Père Robert, che svolse un ruolo chiave presso la corte di Giacomo II d’Aragona nello scambio della corrispondenza in arabo e in aragonese, e Renegade Anselm Turmeda, un frate francescano che conosceva il catalano e l’arabo.

Gli interpreti popolavano il mondo diplomatico e militare anche intorno all’anno 1000, presso il regno di Alexios I Komnenos negli accordi con i Normanni e i Turchi. Erano anche attivi nello scambio di corrispondenza in lingua greca, nell’esercito, come guardie imperiali dei contingenti nordici, turchi o franchi, o nelle basi navali nel Mare Adriatico e nel Mare Ionio per la difesa di Costantinopoli.

Ai tempi di Papa Urbano II e della Prima Crociata, dominavano lo scenario interpreti di lingua latina tra i bizantini e i crociati, tanto che le classi politiche erano abituate a servirsi di intermediari nelle questioni miliari e amministrative. Interpreti di spicco all’epoca erano Herluin e Bohemond.

Ai tempi della conquista normanna dell’Inghilterra, lo stesso Guglielmo il Conquistatore si serviva di questi mediatori linguistici e culturali, ma solo di pochi privilegiati si faceva menzione nella documentazione ufficiale. Nei territori in cui dominavano l’anglosassone e il latino, si aggiunsero gli interpreti di danese o Wealhstodas. L’anglosassone era la lingua del governo, mentre il latino e il francese divennero le lingue ufficiali del nuovo regno: il latino divenne la lingua della chiesa e dei tribunali, il francese quella di corte, dei campi di battaglia, e forse anche dei tribunali. Nel Galles, gli interpreti di allora erano definiti Latimers.

Gli interpreti dei primi esploratori

Facciamo ora un salto storico verso l’epoca dei grandi esploratori del globo, ai quali abbiamo dedicato un capitolo a parte (“Il primo viaggio intorno al mondo”).

Nel Quattrocento, i portoghesi esploravano la costa occidentale dell’Africa (Costa della Guinea, Fiume Senegal, Angola meridionale) in cerca di avorio, oro e schiavi e in quell’occasione si sviluppò una classe di intermediari per facilitare le negoziazioni. Schiavi berberi presi dal Sahara furono portati a Lisbona per imparare il portoghese, che divenne lingua franca nel Cinquecento. A proposito di schiavi, nel Settecento il paese che vantava il loro più grande commercio nella Costa della Guinea era la Gran Bretagna, che li acquistava in cambio di beni. Questi stessi schiavi venivano poi portati nelle Americhe fino a sbarcare in Europa; un famoso interprete dell’epoca era Buttenoe.

Cristoforo Colombo portò gli intermediari dai Caraibi alla Corte di Spagna per insegnare loro lo spagnolo. Famosi erano Diego Colòn e Juan Pèrez, quest’ultimo uno schiavo indiano che mediava con gli indigeni della costa dell’Honduras.

Magellano assunse Enrique come interprete di malese durante l’assedio di Malacca e lo portò nel suo viaggio verso le isole delle spezie. Enrique seguì Magellano a Siviglia e poi nelle Filippine, dove il malese era la lingua franca della diplomazia e del commercio, e fu attivo come intermediario durante la missione di conversione degli indigeni al cattolicesimo.

Francisco Hernández de Córdoba fece imparare lo spagnolo agli schiavi Melchor e Julián per assumerli come interpreti nella spedizione verso quello che poi sarebbe diventato il Messico. Non assunse gli indiani, che parlavano la lingua dei Maya e dei Taino, finché non giunse nello Yucatan, dove gli interpreti Pedro Barba e Julián furono il primo esempio di relais o “traduzione doppia” (termine attribuito a Hugh Thomas per indicare la traduzione tra due lingue passando per un’altra).

Il relais fu poi riadottato da Hernán Cortés nello Yucatan durante la sua spedizione verso il Messico, con l’interprete Géronimo de Aguilar. Figura di spicco dell’epoca era Marina, figlia di mercanti aztechi e parlante di lingua nahuatl venduta ai mercanti maya, che in seguito imparò lo spagnolo presso la corte di Hernán Cortés. Era chiamata Malintzin in lingua nahuatl e Malinche in spagnolo; anch’essa lavorò in relais insieme a Géronimo de Aguilar e fu indispensabile durante il viaggio di Cortés verso l’Honduras nella comunicazione in lingua spagnola e maya.

Altre figure di spicco dell’epoca delle prime esplorazioni erano Gaspar Antonio Chi, Felipillo, Squanto ed Estevanico. Gaspar era un interprete indiano dello Yucatan che nel tardo Cinquecento facilitò la comunicazione tra gli spagnoli di Carlo V e i Maya. Felipillo era nativo di un’isola al largo della costa dell’Impero Inca e fu catturato dagli spagnoli per fungere da intermediario nella conquista del Perù. Squanto era un nativo americano della tribù Patuxet che aiutò i padri pellegrini a comunicare nel Nuovo Mondo; rimase famoso anche per aver attraversato l’Oceano Atlantico per ben sei volte. Estevanico, infine, era uno schiavo del Marocco e fu probabilmente il primo musulmano a giungere in Nord America. Partecipò alla spedizione del capitano Dorantes alla conquista della Nuova Spagna e giunto in Messico fu venduto al primo viceré della Nuova Spagna per ulteriori spedizioni verso nord.

Gli interpreti dell’Impero Ottomano

Nel Cinquecento, l’Impero Ottomano comprendeva l’Europa Centrale, la Crimea, il Medio Oriente e l’Africa. Gli intermediari tra l’impero e l’Europa erano allora chiamati dragomanni (dal turco tercüman, dall’arabo tarjuman ovvero “interprete” o “guida”) e dopo la caduta di Costantinopoli molti di loro lavoravano con il greco e l’italiano. Con la crescita del commercio, le lingue di corte divennero l’arabo, il persiano e il vernacolare turco. I primi dragomanni erano schiavi italiani, greci, austriaci, tedeschi, ungheresi e polacchi catturati in battaglia e convertiti all’islam, ma ben presto le autorità musulmane sostituirono gli infedeli con dragomanni musulmani di madrelingua turca.

Gli interpreti in Giappone

Nel Giappone del XVI e XVII secolo, la missione gesuita favorì l’impiego di intermediari per la Società. Tra questi, João Rodrigues Tçuzzu era un gesuita che da Lisbona fu inviato in Giappone, dove imparò il giapponese e contribuì alla liberazione della fede cristiana dalle caratteristiche europee. In seguito partecipò come interprete anche alla missione gesuita nelle Indie e in varie missioni diplomatiche con l’Europa. Come lui, molti portoghesi si recarono in Asia per lavorare come intermediari anche negli scambi commerciali. In questo ambito, l’interprete gesuita divenne una figura di profilo elevato, a metà tra la sfera temporale e quella spirituale.

Gli interpreti del colonialismo

Nel 1584, la Regina Elisabetta I inviò vari esploratori nel nuovo continente: Walter Raleigh si insediò nella costa sud-orientale del Nord America, mentre i Capitani Philip Amadas e Arthur Barlowe si stabilirono in Virginia. Si esprimevano a gesti nelle negoziazioni commerciali, ma in ambito diplomatico impiegarono due indigeni che poi li seguirono in Inghilterra: Wanchese e Manteo. Lì essi impararono l’inglese e successivamente seguirono Sir Richard Grenville e Ralph Lane all’Isola Roanoke. In particolare, Manteo fu interprete di Francis Drake e di John White.

Nei primi anni del Seicento, gli inglesi giunsero fino a Jamestown, e allora quella dell’interprete divenne una professione affermata nel nuovo mondo: ricordiamo Thomas Savage, Henry Spelman e Robert Poole.

L’avanzata degli inglesi proseguì nel Settecento, quando il Capitano James Cook fu spedito a Tahiti per osservare il transito di Venere attraverso il Sole e in seguito in cerca della Terra Australis, il continente più a sud del mondo. James Cook esplorò il Pacifico meridionale con l’aiuto dell’interprete Tupaia, prete polinesiano nonché navigatore.

Altre due figure di spicco del Settecento erano Sacagawea e Sarah Winnemucca. La prima era figlia di un capo tribù dell’Idaho che conosceva le lingue hidatsa e shoshoni e fu venduta al mercante di pellicce Toussaint Charbonneau, che parlava hidatsa e francese. Sacagawea fu la prima donna ad aver partecipato alla prima spedizione americana di Louis e Clark alla scoperta della costa del Pacifico via terra. Sara Winnemucca fungeva invece da intermediario con le lingue inglese e spagnolo tra le famiglie bianche in California. In seguito fu interprete militare durante le guerre tra nativi americani e coloni.

Gli interpreti diplomatici tra Ottocento e Novecento  

La figura dell’interprete professionista non esisteva ancora all’inizio dell’Ottocento, ma il mondo diplomatico iniziava gradualmente ad avvertirne la necessità. Durante il Congresso di Vienna nel 1815, il principe di Metternich fu chiamato a fungere da interprete di francese e tedesco, lingue che aveva appreso sin dall’infanzia.

Più tardi, alla fine dell’Ottocento, Eleanor Marx fu chiamata come interprete del padre Karl Marx durante le prime conferenze internazionali socialiste. Conosceva l’inglese e lo yiddish da bilingue e aveva studiato il francese. Pur non essendo interprete di professione bensì traduttrice letteraria, fu forse la prima donna ad aver lavorato come interprete di conferenza.

Alla Conferenza di Algeciras del 1906, Elie Cohen, membro della comunità ebraica di Tangeri, interpretò dal francese all’arabo per il visir marocchino Mohamed Ben Abdessalem El-Mokri. Nemmeno in questo caso si trattava di un’interprete professionista: si dovette attendere fino al 1919 per vedere gli albori della professione così come la conosciamo oggi.

La nascita dell’interpretazione di conferenza moderna

Il 18 gennaio 1919 fu convocata la Conferenza di Pace di Parigi (Versailles) per stabilire i termini di pace con la Germania dopo la vittoria degli alleati nella Seconda Guerra Mondiale. Lo storico della rivoluzione industriale britannica Paul Mantoux, nonché insegnante e già interprete militare, interpretò gli interventi dal francese in inglese per Woodrow Wilson e David Lloyd George, e fu anche l’unico interprete al Consiglio dei Quattro per i leader delle principali delegazioni alleate (Gran Bretagna, Francia, Italia, Stati Uniti). Grazie a Paul Mantoux, personalità dalle spiccate potenzialità linguistiche, mnemoniche e interpretative, nacque l’interpretazione consecutiva di conferenza, una tecnica usata per tradurre discorsi lunghi con l’ausilio della presa di appunti. Tuttora in uso, l’interpretazione consecutiva rimase la forma di interpretazione di conferenza più utilizzata fino al Processo di Norimberga.

Nella Norimberga del 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, tre gruppi di interpreti erano presenti al processo dei principali criminali di guerra davanti al Tribunale militare internazionale: gli interpreti di tribunale, i testimoni e la difesa. Allora la figura dell’interprete divenne importante di pari passo con la necessità di portare avanti processi il più possibile equi e veloci. Nacque così l’interpretazione simultanea, grazie a poliglotti chiamati a svolgere un compito mai svolto prima, così come in passato prima di loro avevano fatto Enrique, Marina, Tçuzzu, Manteo o Tupaia. In seguito, l’interpretazione simultanea fu impiegata anche dall’allora Lega delle Nazioni, con Léon Dostert e Antoine Velleman; quest’ultimo fu anche il primo direttore della famosa scuola interpreti di Ginevra.

La professione dell’interprete rimase esclusivamente face-to-face fino agli anni Settanta del secolo scorso, ovvero fino all’avvento delle nuove tecnologie di interpretariato telefonico e in remoto. Queste vanno via via integrando il settore dell’interpretariato di conferenza, nato di recente ma in continua evoluzione grazie ai rapidi progressi del mondo contemporaneo.

L’origine del linguaggio tra evoluzionismo e romanticismo

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A cosa serve il linguaggio e perché si è sviluppato? Le parole sono etichette arbitrarie create dall’uomo o entità naturali dotate di un’anima? Il linguaggio è un’invenzione umana o un riflesso del cosmo?

La teoria evoluzionista

La visione dominante che spiega l’origine del linguaggio è quella sostenuta dallo psicologo evoluzionista Robin Dunbar, che sostiene che il linguaggio sarebbe nato per permettere agli esseri umani di scambiarsi informazioni relative al mondo fisico, al fine di facilitare i legami sociali e aumentare le possibilità di sopravvivenza. In seguito, secondo lo storico Yuval Noah Harari, il linguaggio si sarebbe evoluto per consentire all’uomo di trasmettere informazioni su oggetti che non esistono e concetti astratti. In altre parole, i versi dei nostri antenati primitivi con il tempo sarebbero diventati parole e grammatica, invenzioni arbitrarie della mente umana. Successivamente, la maggiore complessità della lingua avrebbe permesso la creazione delle metafore e la descrizione degli oggetti astratti, fino alla letteratura come espressione creativa del mondo umano interiore.

La teoria romantica

Esiste tuttavia una visione più “romantica” dell’origine del linguaggio, la quale riconosce alle parole un’anima. Tra i sostenitori di questa teoria figurano lo psicoterapeuta Mark Vernon, il poeta Simon Armitage e il filosofo Owen Barfield, che affermano che le parole e la grammatica sono suggerite all’uomo dalla Terra, per cui sono dotate di una vitalità che esprime e rispecchia la vita interiore del cosmo.

Secondo i romantici, il linguaggio non può essere un mezzo per parlare di finzioni, altrimenti ciò che si dice sulla scienza sarebbe falso. Inoltre, se le parole non avessero una carica poetica aborigena, le metafore non avrebbero potere su chi le legge o le ascolta, ma avrebbero un significato solo per chi le usa. Invece, le metafore combinano i significati in modo nuovo, esprimendo la poesia innata e insita nelle parole e nel cosmo. Così, gli oggetti fisici e gli oggetti astratti indicati dalla stessa parola hanno un’affinità e possiedono la stessa anima. Ad esempio, la parola “cuore” in origine indicava la sede delle emozioni e soltanto nel 17° secolo ha iniziato a indicare l’organo, quindi il significato immateriale è nato prima di quello materiale.

Il sociologo Robert Bellah rafforza la teoria romantica parlando di “teoria offline”: le attività offline sono quelle rituali, il gioco e la musica, contrapposte alle attività online, ovvero i bisogni materiali. In quanto tali, le attività offline non hanno un vantaggio competitivo utile legato alla sopravvivenza, ma esprimono il desiderio umano di partecipare alla vita del cosmo. L’evoluzione del linguaggio si sarebbe quindi verificata in modo opposto rispetto a quanto affermato dalla teoria evoluzionista: le parole sono nate dalla musica e dai rituali primitivi cosmici, si sono evolute nelle storie e nei miti, poi nel pensiero e nella letteratura e infine hanno indicato gli oggetti materiali.

Rimanendo in bilico tra le due teorie, ci limitiamo semplicemente a esprimere il fascino rivoluzionario della teoria romantica del linguaggio con le parole di Alexander von Humboldt, che affermava che “ovunque la natura parla all’uomo con una voce familiare alla sua anima”.

L’uso delle parole nel giornalismo: si dice “traduttori” o “interpreti”?

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Nel luglio scorso ha suscitato scalpore la notizia della richiesta di citare in giudizio Marina Gross affinché comunicasse i segreti appresi nel corso del vertice di Helsinki tra i presidenti Trump e Putin. Molte testate americane hanno ampiamente discusso l’argomento, usando il più delle volte la parola translator (“traduttore”) per definire il ruolo di Marina Gross, incaricata di trasporre la conversazione dalla lingua russa alla lingua inglese.

Tuttavia, un professionista del mondo della traduzione non è necessariamente un “traduttore”, o meglio, il ruolo del traduttore propriamente detto è solo ed esclusivamente quello di tradurre un testo scritto. Nel caso specifico del vertice di Helsinki, Trump e Putin stavano parlando, per cui Marina Gross stava traducendo un testo orale. La sua professione non è “traduttrice”, bensì “interprete”. Non si tratta né di finezza linguistica né di pignoleria voluta, ma di due professioni diverse, con percorsi di formazione diversi e funzioni diverse. Così come diversa è la funzione della lingua scritta rispetto a quella della lingua orale.

Sicuramente non è una novità il fatto che nel linguaggio comune si impieghi più spesso la parola “traduttore” per riferirsi indifferentemente all’una o all’altra figura professionale. Tuttavia un professionista della comunicazione, quale è un giornalista, dovrebbe usare le parole con cura, soprattutto nella lingua scritta, che al contrario di quella orale, lascia il tempo per riflettere. Invece ciò non accade. Così, bande furiose di interpreti scaricano la loro frustrazione davanti alle tastiere e agli schermi di computer e cellulari, riempiendo di post e tweet i profili di ignari giornalisti, che nonostante tutto, ancora si ostinano a non voler capire.

Nel suo articolo “Stop inter’plaining me!” (dove per inter’plaining si intende la fastidiosa abitudine propria degli interpreti di correggere i giornalisti che osano definirli “traduttori”), l’interprete Alexander Drechsel si cala ironicamente nei panni di un giornalista che ha commesso l’errore di usare la parola “traduttori” e difende la posizione dei giornalisti sfruttati e tormentati dai tweet minacciosi degli interpreti che piuttosto che lavorare o farsi una vita, si sentono come Nicole Kidman nel film The interpreter.

In risposta a questa ironia, l’interprete Jonathan Downie pubblica l’articolo “A Defence of Inter’plaining”, sottolineando giustamente la differenza tra le due professioni e difendendo gli interpreti lamentosi per diverse ragioni:

  • se un giornalista usasse un nome piuttosto che un altro per riferirsi a una persona, risulterebbe meno credibile;
  • per una questione di riconoscimento: così come scrivere un articolo seduti a una scrivania non è lo stesso che fare interviste viaggiando, un traduttore ha delle abilità diverse rispetto a quelle di un interprete, anche se non per questo inferiori;
  • i giornalisti hanno un grande potere, che è quello di condizionare la visione del mondo, legittimando o emarginando i ruoli in base al linguaggio che usano. Molto spesso i giornalisti lavorano a fianco degli interpreti, dunque perché non chiamarli con il loro nome?

Motivo di sollievo per i combattivi interpreti è la sezione “Corrections and clarifications” di The Guardian, nella quale i giornalisti correggono l’errore con riferimento agli articoli sul vertice di Helsinki, precisando che quello che intendevano era “interpreti” e non “traduttori”, in quanto i professionisti in questione lavorano con la lingua orale.

Tuttavia, come se questo non bastasse, la diffusione di questa bella notizia nei gruppi di interpreti e traduttori ha addirittura suscitato il fastidio dei colleghi, che accusano i loro omologhi di pignoleria o di spreco di energie nel voler educare le persone all’uso corretto delle parole! Forse l’uso del termine corretto al posto di quello errato richiede un eccessivo sforzo fisico o mentale? Forse farsi chiamare con il proprio nome è una pretesa troppo grande? Forse la comunicazione non è più davvero così importante? Va bene, dunque visto che noi siamo pignoli (e voi non siete pigri, buonisti o rassegnati), a questo punto avete ragione: che si lasci spazio al relativismo. Evviva i professionisti, evviva i dilettanti… chiamiamoli come vogliamo, tanto diciamo sempre la stessa cosa.