Villa d’Este a Tivoli, oasi paradisiaca del Cinquecento

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1560: in seguito a una campagna di espropri di terreni e abitazioni nella “Valle Gaudente”, il cardinale di Ferrara Ippolito d’Este (1509-1572), divenuto governatore di Tivoli nel 1550, commissionò all’architetto Alberto Galvani la ristrutturazione del convento benedettino di Santa Maria Maggiore. L’ideazione del giardino e dei giochi d’acqua di quella che sarebbe rimasta famosa come Villa d’Este fu dovuta rispettivamente a Pirro Ligorio e a Tommaso Ghinucci.

Il giardino fu in seguito rinnovato dal cardinale Alessandro d’Este (1568-1624), che commissionò la realizzazione di nuove fontane, due delle quali a Gianlorenzo Bernini.

Nel ‘700 la villa fu abbandonata e nell’ ‘800 passò in proprietà prima degli Asburgo e poi del cardinale Gustav Hohenlohe (1823-1896).

Dopo la prima guerra mondiale, Villa d’Este divenne proprietà dello Stato italiano.

Ecco come bisogna essere! Bisogna essere come l’acqua. Niente ostacoli – essa scorre. Trova una diga, allora si ferma. La diga si spezza, scorre di nuovo. In un recipiente quadrato, è quadrata. In uno tondo, è rotonda. Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa. Niente esiste al mondo più adattabile dell’acqua. E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei.

(Lao Tzu)

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Agostino d’Ippona: tra retorica e fede

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Agostino d’Ippona era nato a Tagaste, in Algeria, il 13 novembre 354, ed è morto a Ippona il 28 agosto 430. Africano di nascita e romano di lingua e cultura, anima tormentata e ricca di profondi contrasti interiori, percorse un’evoluzione che da filosofo e maestro di retorica lo portò a scoprire la sua fede.

Nell’antichità classica, la retorica era l’eloquenza intesa come disciplina del parlare o dello scrivere, la base dell’educazione letteraria. Tradizionalmente, la retorica è intesa come l’arte della persuasione per mezzo della parola. Esempi di retori oggi sono gli attori, gli avvocati, gli interpreti.

Persuadere interpretando, per convincere, trascinare, affascinare. Mossi dalla passione per le cose terrene, attaccati alla realtà del mondo, spinti dal desiderio di sanarne i contrasti o di crearne di nuovi. Il retore parte dal sé, si cala nell’altro, si espande, coinvolge, travolge, stravolge e riporta a sé. Così, l’uomo di fede parte da sé, si cala nella spiritualità del mondo, espande il suo sé fino a fonderlo con una dimensione superiore, si fa coinvolgere, travolgere, stravolgere, e ritorna a sé e in sé. Movimenti uguali di espansione dell’Io e di ritorno alla propria dimensione, ma profondamente opposti nell’intenzione della scoperta profonda del mondo.

Anche noi in bilico tra retorica e fede, oggi 28 agosto, giorno di Sant’Agostino, citiamo alcune delle sue frasi più belle.

Tardi ti ho amato, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori: lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle tue creature. Eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di te; ti gustai ed ora ho fame e sete di te; mi toccasti, e arsi dal desiderio della tua pace.

Insegnami la dolcezza ispirandomi la carità, insegnami la disciplina dandomi la pazienza e insegnami la scienza illuminandomi la mente.

Il mondo è come un libro e chi non viaggia ne conosce una pagina soltanto.

E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, e i flutti vasti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri, e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi.

I tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Questi tre tempi sono nella mia anima e non li vedo altrove. Il presente del passato, che è la storia; il presente del presente, che è la visione; il presente del futuro, che è l’attesa.

La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle.

Vivi ogni giorno della tua vita come se fosse l’ultimo.

Dio fornisce il vento ma l’uomo deve alzare le vele.

Essere calmo e capire, perché ti preoccupi e dentro di te attenui la luce.

Errare è umano, perseverare diabolico.

Supera te stesso e supererai il mondo.

Ama e fa’ ciò che vuoi.

La misura dell’amore è amare senza misura.

L’amore uccide ciò che siamo stati perché si possa essere ciò che non eravamo.

Non si perdono mai coloro che amiamo, perché possiamo amarli in Colui che non si può perdere.

Ponti tra Oriente e Occidente – Elif Şafak e Marina Fiorato raccontano l’architettura di Mi’mār Sinān e di Andrea Palladio

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Tema sempre più attuale quello dello scontro-incontro di civiltà, rappresentato e descritto in maniera magistrale dal romanzo storico di Elif Şafak e Marina Fiorato: la prima, scrittrice turca nata a Strasburgo, la seconda, scrittrice inglese di padre veneziano.

Nel suo libro del 2013 “The architect’s apprentice” (divenuto famoso in Italia con il titolo “La città ai confini del cielo”), Şafak racconta la Istanbul del XVI secolo, creando un caleidoscopio di personaggi reali e immaginari che intrecciano le loro vicende intorno alla vita di Jahan, un mahout sbarcato nella “città delle sette colline” per portare in dono l’elefante bianco Chota al sultano Solimano, e poi divenuto allievo del capo architetto reale Mi’mār Sinān.

Nel suo libro del 2012 “The Venetian Contract” (non ancora tradotto in italiano), ambientato dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano alla Battaglia di Lepanto del 1571, Fiorato racconta le vicende del medico Feyra, inviata da Costantinopoli a Venezia dalla moglie defunta del vecchio sultano, sua madre e paziente, con la missione di salvare Venezia dalle mire del giovane sultano, il fratellastro di Feyra. Auspicando la redenzione dai peccati, a seguito dei quali la città di Venezia sarebbe stata colpita dalla peste bubbonica, il Doge di Venezia Sebastiano Venier commissiona all’architetto Andrea Palladio la costruzione della chiesa più importante della sua carriera.

L’architettura è un tema centrale di entrambe le opere: il libro di Şafak ricorda la vita e le opere dell’architetto turco Mi’mār Sinān (Cesarea in Cappadocia 1489 – Istanbul 1588), quello di Fiorato menziona l’influenza che l’architetto italiano Andrea Palladio (Padova 1508 – Maser 1580) aveva ricevuto dal “Michelangelo d’Oriente”.

Sinān e Palladio erano i massimi architetti dell’area occidentale e ottomana del Rinascimento: il primo lavorava su commissione dei sultani Solimano il Magnifico, Selim II e Murad III; il secondo era attivo a Vicenza e Venezia, ispirato dall’architettura greco-romana di Vitruvio. Per le loro opere e la loro reciproca influenza, i due architetti rappresentavano un ponte storico e culturale tra Istanbul e Venezia, le due potenze che nel Cinquecento si contendevano il dominio del Mediterraneo. Non si conobbero mai di persona, ma le loro tradizioni architettoniche collegate e le loro assonanze intellettuali e stilistiche rivelavano una reciproca influenza, che ebbe origine da un fitto scambio di lettere e probabilmente dall’intermediazione di Marcantonio Barbaro, ambasciatore veneziano a Istanbul dal 1568 al 1574. Fu questo loro amico in comune che portò a Sinān il trattato di Palladio “I quattro libri dell’architettura” del 1570, opera che definiva con precisione i canoni classici degli ordini architettonici per la progettazione di ville, palazzi e ponti. In seguito alla sua pubblicazione, le moschee di Sinān somigliarono sempre di più alle facciate degli edifici di Palladio, così come la Chiesa del Redentore di Venezia del 1576, con i suoi campanili cilindrici con copertura conica, ricordava due minareti, come quelli di Hagia Sophia.

Di Palladio, la cui fama e il cui movimento (“palladianesimo”) si diffusero nel Regno Unito, in Irlanda, negli Stati Uniti e in Russia, si ricorda il tentativo di sanare la controversia del rapporto tra civiltà e natura, in linea con la dimensione più storica e realistica nella quale il romanzo di Fiorato fa calare il lettore: l’architetto affermava “il profondo senso naturale della civiltà, sostenendo che la suprema civiltà consiste nel raggiungere il perfetto accordo con la natura, senza però rinunciare a quella coscienza della storia che è la sostanza stessa della civiltà”.

Di Mi’mār Sinān si cita una storia che in “The architect’s apprentice” l’architetto raccontava sempre ai suoi allievi, rimanendo in linea con la dimensione più avventurosa e magica nella quale Şafak proietta i suoi lettori:

Di tutte le genti create da Dio e corrotte da Sheitan, furono solo in pochi a scoprire il Centro dell’Universo, dove non esiste né bene né male, né passato né futuro, né io né tu, né guerra né ragione di far guerra, ma solo un infinito mare di calma. Ciò che vi trovarono era così bello che persero la capacità di parlare. Gli angeli, impietositi, diedero loro due possibilità. Se avessero voluto riavere la loro voce, avrebbero dovuto dimenticare tutto ciò che avevano visto, ma una sensazione di vuoto sarebbe rimasta in fondo al loro cuore. Se preferivano ricordare la bellezza, tuttavia, le loro menti si sarebbero così confuse da non distinguere la verità dal miraggio. Così i pochi che si erano imbattuti in quel luogo segreto che nessuna mappa riporta fecero ritorno con un senso di nostalgia per qualcosa che non sapevano definire, o con miriadi di domande da fare. Coloro che ambivano alla completezza vennero chiamati amanti, e coloro che aspiravano alla conoscenza allievi.

Realtà storica e immaginazione, civiltà e magia, conoscenza e fantasia: sullo sfondo del Mediterraneo dell’epoca rinascimentale, lo scontro di due mondi si fa incontro di culture e il passato diventa presente.

Sapori dalla Grecia (parte 1)

Un po’ di storia

Fin dall’antichità, la tradizione gastronomica greca è stata influenzata e ha influenzato le culture limitrofe, fino ad essere esportata presso i popoli latini e a diffondersi in tutto il bacino del Mediterraneo.
Le origini dei vari piatti della cucina greca risalgono a diversi periodi storici: dall’antica Grecia al periodo ellenistico e bizantino, passando per la cucina ottomana con nomi di piatti dalle origini turche, arabe e persiane.
A dimostrazione dell’importanza che la cività greca attribuiva alla cultura culinaria, degno di nota è il culto di Adefagèa, la dea della gastronomia. Sin dall’epoca dell’occupazione romana, la cucina greca si trasfuse a Roma, le cui ricette divennero greche.
Alla stessa maniera, la cucina greca dell’Impero bizantino si ramificò in Italia ed in tutta Europa, prima tramite le repubbliche marinare e dopo grazie alla fantasia gastronomica dei cuochi italiani e francesi.

Oggi proponiamo un menù tipico della cucina greca: KOLOKITHOKEFTEDES CON SALSA TZATZIKI, PITA E INSALATA GRECA.

La ricetta delle kolokithokeftedes, polpette fritte con feta e zucchine

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500 grammi di zucchine – 60 grammi di formaggio Feta – 2 spicchi di aglio – 2 cipollotti – 1 mazzetto di erbe aromatiche (aneto, prezzemolo e menta) – 2 uova – sale e pepe – farina – pangrattato – olio per friggere

Tagliare a strisce sottili le zucchine, strizzarle e asciugarle. Affettare i cipollotti e sminuzzare le erbe aromatiche. Triturare la feta. Mettere gli ingredienti in una terrina, aggiungendo le uova condite con sale e pepe e lentamente il pangrattato e la farina, fino a ottenere un composto non troppo asciutto. Infarinare le polpette e friggerle in olio bollente. Guarnire con salsa tzatziki.

La ricetta del tzatziki, salsa di yogurt greco e cetrioli

400 grammi di yogurt greco – 4 spicchi di aglio – 1 cetriolo – 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva – 2 cucchiai di aceto bianco – aneto o menta – sale

Lavare e grattugiare il cetriolo con la buccia, asciugarlo e strizzarlo. Tritare e pestare gli spicchi d’aglio. Mettete lo yogurt in una terrina e mescolarlo con i cetrioli e l’aglio. Versare l’olio e l’aceto, aggiungere il sale e l’aneto (o menta) tritato.

La ricetta della pita, il tipico pane greco

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500 grammi di farina (di cui metà 00 e metà manitoba) – 1,5 bicchieri d’acqua tiepida – 1 cucchiaio di sale – 1 cucchiaino di malto (o zucchero) – 4 grammi di lievito di birra secco (o 12 grammi di lievito fresco) – 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva

Mettere in una terrina il lievito di birra, aggiungere un po’ di acqua tiepida e il malto (o lo zucchero) e mescolare per far sciogliere tutti gli ingredienti. Unire la farina setacciata e impastare. Sciogliere il sale in acqua tiepida e mescolare con l’olio, versare il liquido nel composto e impastare. Lavorare l’impasto su un piano da lavoro finché sarà liscio ed elastico e modellarlo come una palla. Lasciare lievitare l’impasto in una ciotola oliata e ricoperta con la pellicola trasparente nel forno spento ma con la luce accesa per due ore. Dividere l’impasto in otto parti e fate otto palline. Stenderle con un matterello fino ad ottenere delle sfoglie leggermente ovali di circa 2 mm di spessore e 20 cm di diametro. Sistemare le pita su una leccarda foderata con carta forno e spennellarle leggermente con olio e acqua. Lasciarle lievitare coperte con la pellicola in forno spento con la luce accesa per almeno 40 minuti. Spruzzare le pita con olio e acqua e spostarle insieme alla carta forno su un’altra leccarda già riscaldata in forno statico a 250 gradi. Infornare per 5 minuti le pita, che devono risultare dorate sotto e bianche sopra. Per aumentare lo spessore delle pita, evitare di bagnarle prima della cottura.

La ricetta dell’insalata greca

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200 grammi di formaggio Feta – 150 grammi di lattuga iceberg – 8 olive nere greche – 1 cipolla rossa – 2 cetrioli – 2 pomodori piccoli – origano – sale – 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva

Lavare, asciugare e tagliare l’insalata. Lavare, sbucciare e tagliare a fettine i cetrioli. Lavare e tagliare in quarti i pomodori. Sbucciare, lavare e tagliare a fette la cipolla. Tagliare a cubetti la feta. In una ciotola porre l’insalata, i cetrioli, le cipolle, i pomodori e le olive. Alla fine aggiungere la feta, l’origano, il sale e l’olio.

καλή όρεξη (kalí órexi)

Unione Europea – Che cos’è il sistema TARGET2?

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Il sistema TARGET2 è stato introdotto nell’area euro nel 2007, in sostituzione del sistema TARGET (Trans-european Automated Real time Gross settlement Express Transfer system), che è entrato in vigore nel 1999. Si tratta di un sistema interbancario congiunto formato dall’interconnessione dei sistemi di regolamento lordo delle banche centrali degli Stati dell’area euro e della Banca Centrale Europea.

L’economista Philipp Bagus nel suo libro La tragedia dell’euro sostiene che l’unione monetaria è diventata da tempo un’unione dei trasferimenti e un sistema di salvataggio dei paesi periferici. Ciò che cosa comporta?

Come funziona il TARGET2

Nell’Unione europea, la Banca Centrale Europea fa capo alle banche nazionali, le quali fanno capo alle banche minori.

In uno scambio di mercato nel quale un soggetto è un venditore e un altro soggetto è un acquirente, il venditore registra un credito bancario, mentre l’acquirente o attinge dal suo deposito o registra un debito bancario di pari importo, a fronte di una richiesta di prestito alla banca in cambio della garanzia di un bene collaterale che tuteli la banca dal rischio di insolvenza. Se l’acquirente non è in grado di produrre un altro bene per venderlo e ripagare così il suo debito, la banca ha la possibilità di stampare moneta a corso legale corrispondente a quel valore. Tuttavia, il nuovo denaro è creato dal nulla e ha soltanto un valore nominale, al quale non corrisponde un bene reale prodotto.

Nell’eurosistema, se l’acquirente riceve un prestito dalla sua banca minore, questa aumenta il suo rifinanziamento presso la banca nazionale. Viceversa, se la banca minore del venditore registra un credito, questa riduce il suo rifinanziamento presso la sua banca nazionale. Quindi, mentre la banca nazionale del paese del venditore riceve un credito dalla BCE, la banca nazionale del paese dell’acquirente riceve un debito di pari importo nei confronti della BCE.

Seguendo la stessa logica, un paese può acquistare merci importate tramite la sua banca nazionale, che crea nuovo denaro da concedere in prestito: si accende così un debito TARGET2 per questa banca a fronte di un credito TARGET2 per la banca nazionale del paese venditore.

Non trattandosi di denaro fisico con un valore reale ma solo nominale, questi crediti (o debiti) verso la BCE sono potenzialmente illimitati, per cui non si estinguono mai, ma circolano all’interno di un sistema di compensazione. Per estinguere i debiti dell’acquirente sul mercato privato dei capitali, il venditore può importare beni o acquistare bond o contrarre un prestito dall’acquirente. Se non vi fosse il TARGET2, nelle transazioni pubbliche sarebbe un soggetto economico a dover finanziare il debito tramite investitori privati. Invece, in presenza di TARGET2 si attiva un sistema di salvataggio che evita ai paesi l’onere di rendere il proprio sistema competitivo. In tal modo, nell’eurosistema i debiti e i crediti non si estinguono perché i debiti non sono garantiti da crediti reali, ma si crea credito nominale dal nulla.

Per evitare perdite, i depositanti di un paese debitore dell’aera euro possono aprire un conto in un paese più ricco e trasferirvi denaro. In tal modo, la loro banca perde le riserve e aumenta il rifinanziamento presso la sua banca nazionale, mentre la banca del paese più ricco riduce i prestiti ottenuti dalla sua banca nazionale. Si è creato così un debito TARGET2 presso la banca nazionale del paese debitore a fronte di un credito TARGET2 presso la banca nazionale del paese più ricco. In un sistema interdipendente, il rischio di default del paese debitore è condiviso dai risparmiatori del paese più ricco tramite il credito TARGET2. Quindi, se il paese debitore dovesse andare in default, le sue perdite avrebbero conseguenze anche sul bilancio della BCE.

Le conseguenze dell’interdipendenza

Se una banca creasse denaro per acquistare un titolo del governo, il governo riceverebbe un credito, che utilizzerebbe aumentando la spesa pubblica, i sussidi e i salari pubblici, il che ridurrebbe la competitività del paese. Il deficit della banca può essere ad esempio compensato dal prestito da parte di un’altra banca tramite i risparmiatori. Tuttavia, con il tempo la prima banca non riesce più a trovare collaterali a garanzia del prestito, quindi la qualità del suo debito si riduce e gli investitori privati scelgono di non finanziarla più. Invece, con il TARGET2 le banche possono usare cattive garanzie e rifinanziarsi presso la banca nazionale, che accetta queste garanzie o titoli di stato in cambio di nuovi prestiti. Di conseguenza, i debiti TARGET2 presso la BCE aumentano e i collaterali (cattivi rischi) vengono socializzati nell’eurosistema.

Se fosse un paese debitore a uscire dall’euro, esso non ripagherà mai i debiti nei confronti della BCE in valore o beni reali, per cui la BCE registrerebbe una perdita che ricadrebbe anche sui contributi in conto capitale delle banche nazionali.

Se fosse un paese creditore a uscire dall’euro, la sua banca nazionale subirebbe comunque delle perdite, in quanto i suoi attivi sono crediti TARGET2 e non vi è garanzia che i paesi debitori ripagheranno il debito in beni reali, soprattutto se resteranno non competitivi.

Se a quel credito non corrisponde un valore reale, in conseguenza della stampa di nuovo denaro si crea inflazione. Inoltre il default dei paesi debitori causa il crollo della qualità degli attivi della BCE che non può ridurre la quantità di moneta in circolazione e la moneta si svaluta. Con il tempo, l’unico modo per ricapitalizzare la BCE con attivi di qualità diventa l’espropriazione del capitale privato, a cui corrisponderebbe l’ulteriore incapacità di produrre per creare nuova ricchezza reale.

Dreaming about Singapore

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Singapore, la Città del Leone del Sud-est asiatico definita anche Città Giardino, si estende su circa 700 km2 (42 km da est a ovest e 23 km da nord a sud) e si sviluppa su un arcipelago di altre 60 isole; è una città-stato cosmopolita e futuristica ma allo stesso tempo radicata nelle tradizioni del passato della penisola malese.

Un intreccio di storie e culture del mondo

Il simbolo della città è il Merlion, un animale con la testa di leone (singa pura) e il corpo di pesce (a ricordare che Singapore era un villaggio di pescatori). Il fondatore della moderna Singapore nonché il padre della patria è Sir Stamford Raffles, al quale è dedicato il Raffles Hotel, un hotel storico risalente al 1899 simbolo della Singapore dell’epoca coloniale. La giornata nazionale dell’indipendenza (1965) si festeggia il 9 agosto.

Il bello di Singapore è il suo essere variegata e poliedrica nel riunire più culture: una delle città più cosmopolite per eccellenza, è suddivisa in quartieri o micro-mondi, specchio delle etnie cinese, indiana e malese. Per la parte cinese vi è l’immancabile Chinatown, costruita nel 1828 e caratterizzata da strade strette, case basse e colorate e i tipici shop house nel quartiere Katong. La zona ospita il Thian Hock Kheng Temple dedicato a Mazu la dea del mare, l’antico tempio hindu Buddha Tooth Relic Temple, il Sri Mariamman Temple del 1827, la Jamae Mosque del 1826 e Emerald Hill, l’area cinese barocca, per un’immersione nella cultura Peranakan. La parte araba e il fulcro della street art locale è Kampong Glam (kampong = villaggio, gelam = pianta per costruire navi), con la Sultan Mosque del 1824 dedicata al sultano Hussein Shah. La parte indiana ospita Little India nelle vie intorno a Serangoon Road, con il tempio induista Sri Veeramakalioamman Temple costruito nel 1881 da manovali bengalesi e dedicato alla dea Kali.

Questa ricchezza culturale si esprime anche nel cibo, che è possibile degustare nei tipici chioschi hawker center: il Maxwell Food Centre, il Chinatown Food Complex con l’Hong Kong Soya Sauce Chicken Rice & Noodle e i ristoranti della Guida Michelin. Simbolo dello street food e della cucina locale è il Mercato di Lau Pa Sat, costruito in una struttura di ferro nell’800; tra i festival, vi sono il Singapore Food Festival di luglio, oltre al Savour (nelle versioni Gourmet, Wines e Christmas), alla Singapore Restaurant Week e al World Gourmet Summit che si svolge tra marzo e aprile.

Una poliedricità di arte e stile

Un mix di stili architettonici si può osservare nel Civic District, sede della National Gallery e cuore dell’eredità storica, architettonica e culturale della città, progettato da Sir Raffles. Fanno parte di quest’area l’ex sede del parlamento, l’attuale The Arts House, con il Victoria Theatre and Victoria Concert Hall risalente al 1862 e restaurato in stile neo-classico. Un esempio di stile neogotico inglese è invece la St. Andrew’s Cathedral, la più grande e antica cattedrale anglicana di Singapore, ricostruita nel 1862.

Assaggi di arte moderna e contemporanea si trovano inoltre rispettivamente nell’ArtScience Museum, un complesso circolare di 10 strutture disposte a forma di fiore di loto nel quartiere di Marina Bay, e nell’edificio coloniale Gillman Barracks, per non parlare poi del National Museum, sede della storia e della cultura passata e presente, per poi finire con il Peranakan Museum, sede delle tradizioni locali. Da non perdere la Singapore Art Week che si tiene a gennaio.

Una sintesi tra avanguardia e natura

È possibile immergersi completamente nel verde visitando i Gardens by The Bay nel quartiere avveniristico di Marina Bay: tre giardini futuristici di 101 ettari con 18 Supertrees, alberi artificiali alti tra i 25 e i 50 metri, uniti dalla passerella OCBC Skyway alta 22 metri.

Imperdibili il Flower Dome, la più grande serra al mondo che ospita piante e fiori di cinque continenti, il Cloud Forest, il giardino verticale di 35 metri con la sua cascata artificiale, i Botanic Gardens del 1859, che racchiudono il National Orchid Garden con la più grande collezione al mondo di orchidee tropicali, e la Riserva Naturale di Bukit Timah.

Per gli appassionati degli ambienti acquatici vi è inoltre il SEA Aquarium a Sentosa, che ospita 100.000 creature marine, oltre agli Universal Studios, il parco a tema dedicato al cinema di Hollywood, per gli appassionati della modernità.

L’avanguardia dell’avventura e della modernità

Per chi ama invece le viste panoramiche, vi sono l’imperdibile Singapore Flyer, la ruota panoramica più grande dell’Asia a 165 metri di altezza, e i rooftop bar: il Cé la Vi sullo Skypark del Marina Bay Sands, l’1-Altitude, un locale all’aperto a 282 metri, e il micro-birrificio LeVeL33. Per i party lungo fiume o sulla spiaggia, vi sono il Clarke Quay, il club Attica e lo Zouk (il ZoukOut è un party enorme organizzato a dicembre sulla spiaggia dell’isola di Sentosa). C’è poi l’immancabile Marina Bay Sands, un complesso di tre edifici sormontati da una piattaforma a nave, che ospita l’infinity pool, un’enorme piscina a 200 metri di altezza, luogo in cui si svolge il Marina Bay Countdown a fine anno.

Inoltre, per gli adrenalinici Singapore offre l’iFly, sempre sull’Isola di Sentosa, un simulatore di galleria del vento per essere lanciati da 12.000 a 3.000 piedi, il G-Max reverse Bungy a Clarke Quay, per essere catapultati in alto a 120 km/h, e il Mega Adventure Park, il parco divertimenti immerso nella natura.

Infine, anche i fanatici dello shopping troveranno ciò che cercano: l’Orchard Road, The Shoppers at Marina Bay Sands con 170 boutique di lusso, Chinatown per le stoffe e gli oggetti di antiquariato, Little India per la bigiotteria, gli incensi e l’arte sacra, e  Haji Lane nel quartiere di Kampong Glam per il design contemporaneo.

“Singapore è una giungla ammaestrata, addomesticata. Dappertutto questa forza mostruosa della giungla esplode, trasformata in prati, in parchi, in culture, in campi di orchidee. È il porto più salubre dell’Asia.”

“Non si addomesticano impunemente luoghi che si esprimono per mezzo del cobra e della tigre. I prati, il tennis, le banche non impediscono a Singapore di ansimare come il ventre di una bestia feroce vicino all’Equatore. È l’estremo limite dell’Asia.”

“Quest’isola elegante, questa città elegante possiedono ancora facoltà segrete che deformano il tempo e lo investono, come il peytol deforma la prospettiva e inventa i colori.”

(citazioni di Jean Cocteau)

Gli interpreti e il principio di riservatezza dopo il vertice di Helsinki 2018

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Il recente vertice di Helsinki rischia di entrare nella storia dell’interpretariato di conferenza in ambito diplomatico. Perché?

La particolarità del vertice di Helsinki: tra segretezza e controversie

Partiamo dai fatti: lo scorso 16 luglio 2018, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Presidente russo Vladimir Putin hanno avuto un colloquio a porte chiuse durato novanta minuti. Ci sono vari elementi che hanno colpito l’attenzione dei media:

  • Trump non ha richiesto la presenza né del Segretario di Stato né del Consigliere per la Sicurezza Nazionale;
  • al termine del vertice, i funzionari della Casa Bianca non hanno organizzato alcun briefing per la stampa;
  • la successiva conferenza stampa ha scatenato non poche controversie: in un primo momento, il Presidente americano ha sminuito l’influenza russa nelle elezioni del 2016, smentendo quanto dichiarato dai servizi di intelligence; in un secondo momento, lo stesso Presidente ha ritrattato le sue dichiarazioni;
  • l’unica persona “estranea” presente al vertice per la parte americana è stata l’interprete Marina Gross, dipendente a tempo pieno del Dipartimento di Stato americano.

Tutto questo ha suscitato la curiosità e il dibattito della stampa e dell’opinione pubblica: che Trump abbia sfruttato la sua posizione per perseguire i suoi interessi finanziari nell’incontro con Putin? Quale è la futura rotta che il Presidente ha intenzione di tracciare per il suo paese? Il Congresso ha il diritto di conoscere gli impegni presi da Trump in materia di sicurezza?

La proposta dei Democratici: interrogare l’interprete

Con una lettera aperta indirizzata ai membri dello House Committee on Oversight and Government (il comitato della Camera dei Rappresentanti del Congresso per la governance e il controllo), il deputato democratico Bill Pascrell del New Jersey ha espresso la proposta dei legislatori democratici (in primis Jeanne Shaheen, New Hampton) di chiamare a testimoniare davanti al Congresso l’interprete Marina Gross, qualora si rifiutasse di esporre volontariamente le informazioni apprese oppure se la Casa Bianca non rivelasse i dettagli del vertice. Tale proposta, già bloccata dai Repubblicani dello House Intelligence Committee, troverà difficilmente approvazione, data la minoranza democratica al Congresso e la dichiarazione dei funzionari USA, che affermano che, non trattandosi di reato, la testimonianza dell’interprete sarebbe un evento senza precedenti.

Il codice etico degli interpreti: perché mantenere la riservatezza

Con ogni probabilità, Marina Gross non rilascerà dichiarazioni volontarie. Infatti, l’interprete è tenuta al rispetto di un codice di deontologia professionale, che include tra i suoi principi cardine quello della riservatezza: ciò significa che l’interprete non può rivelare i dettagli e le informazioni apprese prima, durante e dopo una riunione. Vi sono tuttavia delle eccezioni, basate sul principio do no harm (“non arrecare danno”): le informazioni sono richieste tramite un’ordinanza di un tribunale, in caso di sospettato abuso nei confronti di persone, in caso di minaccia di violenza o reato. Di fatto, se il caso in questione non rientra in due di queste circostanze, la convocazione dell’interprete sarebbe l’unico modo che il Congresso avrebbe a disposizione per costringere l’interprete a parlare.

Secondo le principali associazioni di professionisti, quali l’AIIC (Association Internationale des Interprètes de Conférence) e l’ATA (American Translators Association), gli interpreti sono tenuti al più stretto riserbo relativamente alle informazioni acquisite nel lavoro, nel caso specifico nelle riunioni private (si veda questo articolo). Come afferma inoltre Barry Slaughter-Olsen, già interprete del Dipartimento di Stato, in questa intervista, la violazione del principio di riservatezza comporterebbe la perdita di fiducia del cliente nei confronti del suo interprete, distruggendo anche la credibilità degli interpreti e mettendoli a rischio nei settori in cui sono maggiormente esposti, come nelle zone di conflitto.

Detto ciò, è ragionevole ritenere che Marina Gross non debba essere costretta a testimoniare, e comunque, non lo farebbe di certo spontaneamente “per ragioni di coscienza o di responsabilità verso la verità”, come è stato affermato.

Gli appunti dell’interprete: una miniera d’oro o una richiesta insensata?

L’ex consulente di sei Segretari di Stato nei negoziati in Medio Oriente Aaron David Miller e il Senatore Bob Corker hanno spostato l’attenzione sull’unico strumento di prova a testimonianza della verità: gli appunti presi da Marina Gross durante la riunione. Entrambi hanno ribadito che l’interprete non dovrebbe essere esposta alla procedura auspicata dal Congresso, in quanto creerebbe un precedente, oltre a costituire una violazione dell’executive priviledge (il diritto del Presidente di non divulgare informazioni riservate), stando alle parole dell’ex Ambasciatore russo Alexander Vershbow. In ogni caso, la richiesta di visionare gli appunti dell’interprete è del tutto infondata. Perché?

Nel suo intervento “Notes on an interpreter’s notes”, Ewandro Magalhaes, già capo interpreti all’ONU, adduce tre motivazioni, rappresentando il punto di vista degli interpreti professionisti:

  • al termine di un incarico, gli interpreti eliminano gli appunti;
  • gli interpreti non sono stenografi: i simboli che utilizzano non sostituiscono parole, ma sono casuali e assumono senso e significato solo per l’interprete che li ha prodotti in quel contesto, perché sono soltanto un supporto alla memoria a breve termine. L’interprete veicola un messaggio e un intento e si serve di questa mappa mentale semantica solo per ricostruire la logica del discorso, ma non è il resocontista ufficiale dell’evento (per maggiori informazioni sulla tecnica di presa di appunti degli interpreti consecutivisti, si veda questo articolo);
  • l’interprete, anche se chiamata a testimoniare, probabilmente non ricorderebbe quanto tradotto: il compito di un interprete, infatti, non è concentrarsi sul contenuto di una conversazione, ma comprendere le singole unità di significato e il linguaggio del corpo per rielaborare questo messaggio originale nella lingua e nella cultura verso la quale “traduce”.

L’opinione di un’interprete

Avendo riassunto il nocciolo della questione e spiegato le motivazioni pratiche per le quali costringere l’interprete a violare il codice etico non servirebbe ad alcuno scopo, vorrei aggiungere la mia opinione, ponendo la questione su altri tre piani:

  • il non rispetto dei principi democratici;
  • la strumentalizzazione dei servizi professionali per scopi politici;
  • il rispetto dei contratti stipulati tra un professionista e il suo cliente.

Punto primo: che Trump non sia di gradimento dell’opinione pubblica e della stampa non è una novità. Che vi siano buone ragioni e motivazioni sarà anche vero, ma resta il fatto che il Presidente è stato eletto, per cui la sfiducia nei suoi confronti in merito al suo modo di condurre i negoziati lascia il tempo che trova, almeno sul piano pratico.

Punto secondo: i professionisti esistono per servire i committenti. Che la politica possa ricorrere a ogni mezzo per fare valere la sua posizione di forza per scopi politici strumentalizzando la professionalità degli individui crea un precedente grave, che va oltre il non rispetto dei principi di un codice etico. Esistono delle eccezioni secondo le quali il codice etico degli interpreti può essere violato per ragioni di sicurezza e incolumità, ma non sulla base di un presupposto di sospetta sfiducia nei confronti dell’operato di qualcuno, fermo restando che in tal modo si metterebbe anche a rischio la sicurezza e l’incolumità dei professionisti stessi.

Punto terzo: la stipula di un contratto tra un professionista e un committente è già di per sé vincolante per le parti. Qui stiamo addirittura parlando di un’interprete che ha firmato un contratto con il Dipartimento di Stato americano, che come minimo include già un accordo di riservatezza esteso a vita. Inoltre, Marina Gross non si trova lì per caso: il suo percorso professionale e la sua scelta di vita vanno ben oltre il già arduo percorso che un interprete di conferenza affronta per diventare tale. L’interprete diplomatico è una figura particolare, che combina alle abilità di un interprete, tra le altre, anche spiccate abilità etiche, diplomatiche e interpersonali (per maggiori informazioni sulla figura dell’interprete diplomatico, si veda questo articolo di Tony Rosado).

In conclusione, Marina Gross, in seguito alla sua mancata testimonianza volontaria, se sarà chiamata a testimoniare lo farà, ma sempre nel rispetto degli impegni presi e dei contratti stipulati, almeno finché vige l’executive priviledge. Tutto questo non è un segreto, non lo è per alcun vertice politico e tantomeno deve esserlo per la stampa.