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Sono Alessandra Checcarelli, interprete di conferenza e di comunità, traduttrice, trascrittrice e sottotitolatrice in tempo reale. Lavoro con le lingue inglese, tedesco e francese in vari ambiti, tra i quali politica internazionale, economia, diritto, scienze naturali e sociali, turismo. Sono membro del direttivo di OnA.I.R., l’Associazione Internazionale di Respeaking costituita per la piena accessibilità e l’inclusione delle persone svantaggiate dal punto di vista sensoriale e linguistico. Per saperne di più, potete visitare il mio sito professionale cliccando qui.

InterGlobArte è una piattaforma di blogging e guest blogging, che ho creato per tentare di offrire ai lettori un quadro più completo e aggiornato di interessi e specializzazioni che nascono da anni di studio e di lavoro con le lingue, le culture e le società straniere.

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Il primo viaggio intorno al mondo

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Tu che sei in viaggio
sono le tue orme la strada
nient’altro
Tu che sei in viaggio
non sei su una strada
la strada la fai tu andando
Mentre vai si fa la strada
e girandoti indietro
vedrai il sentiero che mai più calpesterai
Tu che sei in viaggio
non hai una strada, ma solo scie nel mare.

(Antonio Machado)

Viaggiare e scoprire nuovi sentieri inseguendo nuove mete. Per necessità di sopravvivenza, curiosità verso ciò che è altro, instabilità dell’anima, apertura all’infinito. Da sempre l’uomo si è evoluto muovendosi nello spazio, ma chi ha iniziato e compiuto per primo il viaggio intorno al mondo?

Facciamo un salto indietro nel tempo. Siamo nel 1453: i Turchi conquistano Costantinopoli, rendendo pericolosa e instabile l’attività commerciale nel Mediterraneo orientale, che fino ad ora è stata la principale rotta commerciale degli europei per l’importazione di beni di lusso e spezie dall’Oriente. Venezia e Genova, i maggiori porti commerciali di accoglienza delle navi provenienti dall’Adriatico, rimangono isolati, e l’Europa è costretta a cercare altre rotte per il commercio con l’Asia. Nel frattempo, anche le miniere del Nord Africa si esauriscono, le monarchie nazionali europee sono disposte a finanziare le esportazioni e la cultura umanistica lascia spazio alla convinzione che la terra non è piatta, ma sferica.

Bartolomeo Diaz, Vasco da Gama, Cristoforo Colombo, Pedro Cabral, Amerigo Vespucci e Ferdinando Magellano sono i primi a superare la concezione tolemaico-aristotelica correndo il rischio di avventurarsi intorno al mondo. Diaz giunge al Capo di Buona Speranza, l’estremità del Sud Africa. Da Gama arriva a Calicut, in India. Cristoforo Colombo, finanziato da Isabella di Spagna, si avventura alla ricerca delle Indie partendo da Los Palos de la Frontera, ma arriva a San Salvador nei Caraibi. Pedro Cabral, alla ricerca di una via di collegamento tra il Portogallo e l’India, a causa di una tempesta oceanica finisce in Brasile. Amerigo Vespucci, partito anche lui dal Portogallo, è il primo a capire di essere finito in un nuovo continente, che per questa ragione prenderà il suo nome. Ma tra i primi esploratori passati alla storia, è Ferdinando Magellano a circumnavigare per primo la Terra.

Magellano, finanziato da Carlo V di Spagna, parte da Siviglia con cinque caravelle seguendo il corso del Guadalquivir. Vuole arrivare in Asia passando a occidente, così giunge in Sud America scoprendo nel 1520 lo stretto che prenderà il suo nome e denominando quel mare Oceano Pacifico. Arriverà fino alle Filippine, dove resterà ucciso, ma la sua esplorazione si concluderà in Spagna nel 1522, grazie ai diciotto superstiti della nave Vittoria.
Queste le principali tappe del viaggio di Magellano:

  • Isole Canarie sull’Oceano Atlantico, davanti alla costa nord-occidentale dell’Africa;
  • costa sudamericana, con soggiorno alla baia di Santa Lucia (attuale Rio de Janeiro), per raggiungere l’Oceano Pacifico;
  • Rio de la Plata (attuale Buenos Aires) fino alla Baia di San Julian in Patagonia;
  • Stretto di Magellano: durante la traversata dello stretto che le porterà dall’Oceano Atlantico al Pacifico, le navi si trovano a destra la Patagonia e a sinistra la “Terra del Fuoco”, un promontorio, un’isola o forse un arcipelago;
  • Isole Molucche (attuale Indonesia): qui Magellano dimostra finalmente che la Terra è sferica. Ma non riesce a raggiungere le isole d’Oriente in un mese, bensì in tre mesi e venti giorni, dimostrando anche che l’estensione dell’Oceano Pacifico supera quella di tutti i continenti della Terra messi insieme;
  • Isole Marianne fino alle Filippine, dove trova l’area linguistica malese lasciata dodici anni prima;
  • Isola di Cebu fino all’Isola di Mactan, dove rimane ucciso durante la ribellione delle popolazioni locali all’opera di conversione al cristianesimo tentata dai suoi marinai;
  • Borneo fino alle Isole Molucche, dove l’equipaggio riesce a riportare un carico di spezie, ma la nave Trinidad rimane bloccata per poi ripartire verso oriente per raggiungere l’Europa;
  • la nave Vittoria fa una sosta alle Isole di Capo Verde mentre è in viaggio verso il Capo di Buona Speranza, con l’intento di risalire verso la Spagna attraverso l’Atlantico;
  • dalle Azzorre all’imbocco del Guadalquivir fino a Siviglia.

Da allora il famoso stretto a sud della Patagonia che ha preso il nome di Magellano non viene più percorso a causa della pericolosità della rotta, almeno fino ai tempi del pirata inglese Francis Drake, che lo sfrutta per derubare i coloni spagnoli dell’area. Nel 1914 viene riaperto anche il Canale di Panama, rendendo ormai inutile la traversata tra l’Atlantico e il Pacifico attraverso lo stretto.

Forte spirito di avventura, irrefrenabile curiosità, cieco coraggio:  i grandi esploratori della storia hanno iniziato così i loro viaggi e così hanno scoperto il mondo. E come diceva Lao Tse:

Un viaggio di mille miglia ha inizio sotto la pianta dei tuoi piedi.

L’uso delle parole nel giornalismo: si dice “traduttori” o “interpreti”?

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Nel luglio scorso ha suscitato scalpore la notizia della richiesta di citare in giudizio Marina Gross affinché comunicasse i segreti appresi nel corso del vertice di Helsinki tra i presidenti Trump e Putin. Molte testate americane hanno ampiamente discusso l’argomento, usando il più delle volte la parola “translator” o “traduttore” per definire il ruolo di Marina Gross, incaricata di trasporre la conversazione dalla lingua russa alla lingua inglese.

Tuttavia, un professionista del mondo della traduzione non è necessariamente un “traduttore”, o meglio, il ruolo del traduttore propriamente detto è solo ed esclusivamente quello di tradurre un testo scritto. Nel caso specifico del vertice di Helsinki, Trump e Putin stavano parlando, per cui Marina Gross stava traducendo un testo orale. La sua professione non è “traduttrice”, bensì “interprete”. Non si tratta né di finezza linguistica né di pignoleria voluta, ma di due professioni diverse, con percorsi di formazione diversi e funzioni diverse. Così come diversa è la funzione della lingua scritta rispetto a quella della lingua orale.

Sicuramente non è una novità il fatto che nel linguaggio comune si impieghi più spesso la parola “traduttore” per riferirsi indifferentemente all’una o all’altra figura professionale. Tuttavia un professionista della comunicazione, quale è un giornalista, dovrebbe usare le parole con cura, soprattutto nella lingua scritta, che al contrario di quella orale, lascia il tempo per riflettere. Invece ciò non accade. Così, bande furiose di interpreti scaricano la loro frustrazione davanti alle tastiere e agli schermi di computer e cellulari, riempiendo di post e tweet i profili di ignari giornalisti, che nonostante tutto, ancora si ostinano a non voler capire.

Nel suo articolo “Stop inter’plaining me!” (dove per inter’plaining si intende la fastidiosa abitudine propria degli interpreti di correggere i giornalisti che osano definirli “traduttori”), l’interprete Alexander Drechsel si cala ironicamente nei panni di un giornalista che ha commesso l’errore di usare la parola “traduttori” e difende la posizione dei giornalisti sfruttati e tormentati dai tweet minacciosi degli interpreti che piuttosto che lavorare o farsi una vita, si sentono come Nicole Kidman in “The interpreter”.

In risposta a questa ironia, l’interprete Jonathan Downie pubblica l’articolo “A Defence of Inter’plaining”, sottolineando giustamente la differenza tra le due professioni e difendendo gli interpreti lamentosi per diverse ragioni:

  • se un giornalista usasse un nome piuttosto che un altro per riferirsi a una persona, risulterebbe meno credibile;
  • per una questione di riconoscimento: così come scrivere un articolo seduti a una scrivania non è lo stesso che fare interviste viaggiando, un traduttore ha delle abilità diverse rispetto a quelle di un interprete, anche se non per questo inferiori;
  • i giornalisti hanno un grande potere, che è quello di condizionare la visione del mondo, legittimando o emarginando i ruoli in base al linguaggio che usano. Molto spesso i giornalisti lavorano a fianco degli interpreti, dunque perché non chiamarli con il loro nome?

Motivo di sollievo per i combattivi interpreti è la sezione “Corrections and clarifications” di “The Guardian”, nella quale i giornalisti correggono l’errore con riferimento agli articoli sul vertice di Helsinki, precisando che quello che intendevano era “interpreti” e non “traduttori”, in quanto i professionisti in questione lavorano con la lingua orale.

Tuttavia, come se questo non bastasse, la diffusione di questa bella notizia nei gruppi di interpreti e traduttori ha addirittura suscitato il fastidio dei colleghi, che accusano i loro omologhi di pignoleria o di spreco di energie nel voler educare le persone all’uso corretto delle parole! Forse l’uso del termine corretto al posto di quello errato richiede un eccessivo sforzo fisico o mentale? Forse farsi chiamare con il proprio nome è una pretesa troppo grande? Forse la comunicazione non è più davvero così importante? Va bene, dunque visto che noi siamo pignoli (e voi non siete pigri, buonisti o rassegnati), a questo punto avete ragione: che si lasci spazio al relativismo. Evviva i professionisti, evviva i dilettanti… chiamiamoli come vogliamo, tanto diciamo sempre la stessa cosa.

Villa d’Este a Tivoli, oasi paradisiaca del Cinquecento

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1560: in seguito a una campagna di espropri di terreni e abitazioni nella “Valle Gaudente”, il cardinale di Ferrara Ippolito d’Este (1509-1572), divenuto governatore di Tivoli nel 1550, commissionò all’architetto Alberto Galvani la ristrutturazione del convento benedettino di Santa Maria Maggiore. L’ideazione del giardino e dei giochi d’acqua di quella che sarebbe rimasta famosa come Villa d’Este fu dovuta rispettivamente a Pirro Ligorio e a Tommaso Ghinucci.

Il giardino fu in seguito rinnovato dal cardinale Alessandro d’Este (1568-1624), che commissionò la realizzazione di nuove fontane, due delle quali a Gianlorenzo Bernini.

Nel ‘700 la villa fu abbandonata e nell’ ‘800 passò in proprietà prima degli Asburgo e poi del cardinale Gustav Hohenlohe (1823-1896).

Dopo la prima guerra mondiale, Villa d’Este divenne proprietà dello Stato italiano.

Ecco come bisogna essere! Bisogna essere come l’acqua. Niente ostacoli – essa scorre. Trova una diga, allora si ferma. La diga si spezza, scorre di nuovo. In un recipiente quadrato, è quadrata. In uno tondo, è rotonda. Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa. Niente esiste al mondo più adattabile dell’acqua. E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei.

(Lao Tzu)

Agostino d’Ippona: tra retorica e fede

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Agostino d’Ippona era nato a Tagaste, in Algeria, il 13 novembre 354, ed è morto a Ippona il 28 agosto 430. Africano di nascita e romano di lingua e cultura, anima tormentata e ricca di profondi contrasti interiori, percorse un’evoluzione che da filosofo e maestro di retorica lo portò a scoprire la sua fede.

Nell’antichità classica, la retorica era l’eloquenza intesa come disciplina del parlare o dello scrivere, la base dell’educazione letteraria. Tradizionalmente, la retorica è intesa come l’arte della persuasione per mezzo della parola. Esempi di retori oggi sono gli attori, gli avvocati, gli interpreti.

Persuadere interpretando, per convincere, trascinare, affascinare. Mossi dalla passione per le cose terrene, attaccati alla realtà del mondo, spinti dal desiderio di sanarne i contrasti o di crearne di nuovi. Il retore parte dal sé, si cala nell’altro, si espande, coinvolge, travolge, stravolge e riporta a sé. Così, l’uomo di fede parte da sé, si cala nella spiritualità del mondo, espande il suo sé fino a fonderlo con una dimensione superiore, si fa coinvolgere, travolgere, stravolgere, e ritorna a sé e in sé. Movimenti uguali di espansione dell’Io e di ritorno alla propria dimensione, ma profondamente opposti nell’intenzione della scoperta profonda del mondo.

Anche noi in bilico tra retorica e fede, oggi 28 agosto, giorno di Sant’Agostino, citiamo alcune delle sue frasi più belle.

Tardi ti ho amato, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori: lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle tue creature. Eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di te; ti gustai ed ora ho fame e sete di te; mi toccasti, e arsi dal desiderio della tua pace.

Insegnami la dolcezza ispirandomi la carità, insegnami la disciplina dandomi la pazienza e insegnami la scienza illuminandomi la mente.

Il mondo è come un libro e chi non viaggia ne conosce una pagina soltanto.

E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, e i flutti vasti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri, e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi.

I tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Questi tre tempi sono nella mia anima e non li vedo altrove. Il presente del passato, che è la storia; il presente del presente, che è la visione; il presente del futuro, che è l’attesa.

La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle.

Vivi ogni giorno della tua vita come se fosse l’ultimo.

Dio fornisce il vento ma l’uomo deve alzare le vele.

Essere calmo e capire, perché ti preoccupi e dentro di te attenui la luce.

Errare è umano, perseverare diabolico.

Supera te stesso e supererai il mondo.

Ama e fa’ ciò che vuoi.

La misura dell’amore è amare senza misura.

L’amore uccide ciò che siamo stati perché si possa essere ciò che non eravamo.

Non si perdono mai coloro che amiamo, perché possiamo amarli in Colui che non si può perdere.

Ponti tra Oriente e Occidente – Elif Şafak e Marina Fiorato raccontano l’architettura di Mi’mār Sinān e di Andrea Palladio

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Tema sempre più attuale quello dello scontro-incontro di civiltà, rappresentato e descritto in maniera magistrale dal romanzo storico di Elif Şafak e Marina Fiorato: la prima, scrittrice turca nata a Strasburgo, la seconda, scrittrice inglese di padre veneziano.

Nel suo libro del 2013 “The architect’s apprentice” (divenuto famoso in Italia con il titolo “La città ai confini del cielo”), Şafak racconta la Istanbul del XVI secolo, creando un caleidoscopio di personaggi reali e immaginari che intrecciano le loro vicende intorno alla vita di Jahan, un mahout sbarcato nella “città delle sette colline” per portare in dono l’elefante bianco Chota al sultano Solimano, e poi divenuto allievo del capo architetto reale Mi’mār Sinān.

Nel suo libro del 2012 “The Venetian Contract” (non ancora tradotto in italiano), ambientato dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano alla Battaglia di Lepanto del 1571, Fiorato racconta le vicende del medico Feyra, inviata da Costantinopoli a Venezia dalla moglie defunta del vecchio sultano, sua madre e paziente, con la missione di salvare Venezia dalle mire del giovane sultano, il fratellastro di Feyra. Auspicando la redenzione dai peccati, a seguito dei quali la città di Venezia sarebbe stata colpita dalla peste bubbonica, il Doge di Venezia Sebastiano Venier commissiona all’architetto Andrea Palladio la costruzione della chiesa più importante della sua carriera.

L’architettura è un tema centrale di entrambe le opere: il libro di Şafak ricorda la vita e le opere dell’architetto turco Mi’mār Sinān (Cesarea in Cappadocia 1489 – Istanbul 1588), quello di Fiorato menziona l’influenza che l’architetto italiano Andrea Palladio (Padova 1508 – Maser 1580) aveva ricevuto dal “Michelangelo d’Oriente”.

Sinān e Palladio erano i massimi architetti dell’area occidentale e ottomana del Rinascimento: il primo lavorava su commissione dei sultani Solimano il Magnifico, Selim II e Murad III; il secondo era attivo a Vicenza e Venezia, ispirato dall’architettura greco-romana di Vitruvio. Per le loro opere e la loro reciproca influenza, i due architetti rappresentavano un ponte storico e culturale tra Istanbul e Venezia, le due potenze che nel Cinquecento si contendevano il dominio del Mediterraneo. Non si conobbero mai di persona, ma le loro tradizioni architettoniche collegate e le loro assonanze intellettuali e stilistiche rivelavano una reciproca influenza, che ebbe origine da un fitto scambio di lettere e probabilmente dall’intermediazione di Marcantonio Barbaro, ambasciatore veneziano a Istanbul dal 1568 al 1574. Fu questo loro amico in comune che portò a Sinān il trattato di Palladio “I quattro libri dell’architettura” del 1570, opera che definiva con precisione i canoni classici degli ordini architettonici per la progettazione di ville, palazzi e ponti. In seguito alla sua pubblicazione, le moschee di Sinān somigliarono sempre di più alle facciate degli edifici di Palladio, così come la Chiesa del Redentore di Venezia del 1576, con i suoi campanili cilindrici con copertura conica, ricordava due minareti, come quelli di Hagia Sophia.

Di Palladio, la cui fama e il cui movimento (“palladianesimo”) si diffusero nel Regno Unito, in Irlanda, negli Stati Uniti e in Russia, si ricorda il tentativo di sanare la controversia del rapporto tra civiltà e natura, in linea con la dimensione più storica e realistica nella quale il romanzo di Fiorato fa calare il lettore: l’architetto affermava “il profondo senso naturale della civiltà, sostenendo che la suprema civiltà consiste nel raggiungere il perfetto accordo con la natura, senza però rinunciare a quella coscienza della storia che è la sostanza stessa della civiltà”.

Di Mi’mār Sinān si cita una storia che in “The architect’s apprentice” l’architetto raccontava sempre ai suoi allievi, rimanendo in linea con la dimensione più avventurosa e magica nella quale Şafak proietta i suoi lettori:

Di tutte le genti create da Dio e corrotte da Sheitan, furono solo in pochi a scoprire il Centro dell’Universo, dove non esiste né bene né male, né passato né futuro, né io né tu, né guerra né ragione di far guerra, ma solo un infinito mare di calma. Ciò che vi trovarono era così bello che persero la capacità di parlare. Gli angeli, impietositi, diedero loro due possibilità. Se avessero voluto riavere la loro voce, avrebbero dovuto dimenticare tutto ciò che avevano visto, ma una sensazione di vuoto sarebbe rimasta in fondo al loro cuore. Se preferivano ricordare la bellezza, tuttavia, le loro menti si sarebbero così confuse da non distinguere la verità dal miraggio. Così i pochi che si erano imbattuti in quel luogo segreto che nessuna mappa riporta fecero ritorno con un senso di nostalgia per qualcosa che non sapevano definire, o con miriadi di domande da fare. Coloro che ambivano alla completezza vennero chiamati amanti, e coloro che aspiravano alla conoscenza allievi.

Realtà storica e immaginazione, civiltà e magia, conoscenza e fantasia: sullo sfondo del Mediterraneo dell’epoca rinascimentale, lo scontro di due mondi si fa incontro di culture e il passato diventa presente.

Sapori dalla Grecia (parte 1)

Un po’ di storia

Fin dall’antichità, la tradizione gastronomica greca è stata influenzata e ha influenzato le culture limitrofe, fino ad essere esportata presso i popoli latini e a diffondersi in tutto il bacino del Mediterraneo.
Le origini dei vari piatti della cucina greca risalgono a diversi periodi storici: dall’antica Grecia al periodo ellenistico e bizantino, passando per la cucina ottomana con nomi di piatti dalle origini turche, arabe e persiane.
A dimostrazione dell’importanza che la cività greca attribuiva alla cultura culinaria, degno di nota è il culto di Adefagèa, la dea della gastronomia. Sin dall’epoca dell’occupazione romana, la cucina greca si trasfuse a Roma, le cui ricette divennero greche.
Alla stessa maniera, la cucina greca dell’Impero bizantino si ramificò in Italia ed in tutta Europa, prima tramite le repubbliche marinare e dopo grazie alla fantasia gastronomica dei cuochi italiani e francesi.

Oggi proponiamo un menù tipico della cucina greca: KOLOKITHOKEFTEDES CON SALSA TZATZIKI, PITA E INSALATA GRECA.

La ricetta delle kolokithokeftedes, polpette fritte con feta e zucchine

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500 grammi di zucchine – 60 grammi di formaggio Feta – 2 spicchi di aglio – 2 cipollotti – 1 mazzetto di erbe aromatiche (aneto, prezzemolo e menta) – 2 uova – sale e pepe – farina – pangrattato – olio per friggere

Tagliare a strisce sottili le zucchine, strizzarle e asciugarle. Affettare i cipollotti e sminuzzare le erbe aromatiche. Triturare la feta. Mettere gli ingredienti in una terrina, aggiungendo le uova condite con sale e pepe e lentamente il pangrattato e la farina, fino a ottenere un composto non troppo asciutto. Infarinare le polpette e friggerle in olio bollente. Guarnire con salsa tzatziki.

La ricetta del tzatziki, salsa di yogurt greco e cetrioli

400 grammi di yogurt greco – 4 spicchi di aglio – 1 cetriolo – 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva – 2 cucchiai di aceto bianco – aneto o menta – sale

Lavare e grattugiare il cetriolo con la buccia, asciugarlo e strizzarlo. Tritare e pestare gli spicchi d’aglio. Mettete lo yogurt in una terrina e mescolarlo con i cetrioli e l’aglio. Versare l’olio e l’aceto, aggiungere il sale e l’aneto (o menta) tritato.

La ricetta della pita, il tipico pane greco

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500 grammi di farina (di cui metà 00 e metà manitoba) – 1,5 bicchieri d’acqua tiepida – 1 cucchiaio di sale – 1 cucchiaino di malto (o zucchero) – 4 grammi di lievito di birra secco (o 12 grammi di lievito fresco) – 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva

Mettere in una terrina il lievito di birra, aggiungere un po’ di acqua tiepida e il malto (o lo zucchero) e mescolare per far sciogliere tutti gli ingredienti. Unire la farina setacciata e impastare. Sciogliere il sale in acqua tiepida e mescolare con l’olio, versare il liquido nel composto e impastare. Lavorare l’impasto su un piano da lavoro finché sarà liscio ed elastico e modellarlo come una palla. Lasciare lievitare l’impasto in una ciotola oliata e ricoperta con la pellicola trasparente nel forno spento ma con la luce accesa per due ore. Dividere l’impasto in otto parti e fate otto palline. Stenderle con un matterello fino ad ottenere delle sfoglie leggermente ovali di circa 2 mm di spessore e 20 cm di diametro. Sistemare le pita su una leccarda foderata con carta forno e spennellarle leggermente con olio e acqua. Lasciarle lievitare coperte con la pellicola in forno spento con la luce accesa per almeno 40 minuti. Spruzzare le pita con olio e acqua e spostarle insieme alla carta forno su un’altra leccarda già riscaldata in forno statico a 250 gradi. Infornare per 5 minuti le pita, che devono risultare dorate sotto e bianche sopra. Per aumentare lo spessore delle pita, evitare di bagnarle prima della cottura.

La ricetta dell’insalata greca

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200 grammi di formaggio Feta – 150 grammi di lattuga iceberg – 8 olive nere greche – 1 cipolla rossa – 2 cetrioli – 2 pomodori piccoli – origano – sale – 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva

Lavare, asciugare e tagliare l’insalata. Lavare, sbucciare e tagliare a fettine i cetrioli. Lavare e tagliare in quarti i pomodori. Sbucciare, lavare e tagliare a fette la cipolla. Tagliare a cubetti la feta. In una ciotola porre l’insalata, i cetrioli, le cipolle, i pomodori e le olive. Alla fine aggiungere la feta, l’origano, il sale e l’olio.

καλή όρεξη (kalí órexi)

Unione Europea – Che cos’è il sistema TARGET2?

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Il sistema TARGET2 è stato introdotto nell’area euro nel 2007, in sostituzione del sistema TARGET (Trans-european Automated Real time Gross settlement Express Transfer system), che è entrato in vigore nel 1999. Si tratta di un sistema interbancario congiunto formato dall’interconnessione dei sistemi di regolamento lordo delle banche centrali degli Stati dell’area euro e della Banca Centrale Europea.

L’economista Philipp Bagus nel suo libro La tragedia dell’euro sostiene che l’unione monetaria è diventata da tempo un’unione dei trasferimenti e un sistema di salvataggio dei paesi periferici. Ciò che cosa comporta?

Come funziona il TARGET2

Nell’Unione europea, la Banca Centrale Europea fa capo alle banche nazionali, le quali fanno capo alle banche minori.

In uno scambio di mercato nel quale un soggetto è un venditore e un altro soggetto è un acquirente, il venditore registra un credito bancario, mentre l’acquirente o attinge dal suo deposito o registra un debito bancario di pari importo, a fronte di una richiesta di prestito alla banca in cambio della garanzia di un bene collaterale che tuteli la banca dal rischio di insolvenza. Se l’acquirente non è in grado di produrre un altro bene per venderlo e ripagare così il suo debito, la banca ha la possibilità di stampare moneta a corso legale corrispondente a quel valore. Tuttavia, il nuovo denaro è creato dal nulla e ha soltanto un valore nominale, al quale non corrisponde un bene reale prodotto.

Nell’eurosistema, se l’acquirente riceve un prestito dalla sua banca minore, questa aumenta il suo rifinanziamento presso la banca nazionale. Viceversa, se la banca minore del venditore registra un credito, questa riduce il suo rifinanziamento presso la sua banca nazionale. Quindi, mentre la banca nazionale del paese del venditore riceve un credito dalla BCE, la banca nazionale del paese dell’acquirente riceve un debito di pari importo nei confronti della BCE.

Seguendo la stessa logica, un paese può acquistare merci importate tramite la sua banca nazionale, che crea nuovo denaro da concedere in prestito: si accende così un debito TARGET2 per questa banca a fronte di un credito TARGET2 per la banca nazionale del paese venditore.

Non trattandosi di denaro fisico con un valore reale ma solo nominale, questi crediti (o debiti) verso la BCE sono potenzialmente illimitati, per cui non si estinguono mai, ma circolano all’interno di un sistema di compensazione. Per estinguere i debiti dell’acquirente sul mercato privato dei capitali, il venditore può importare beni o acquistare bond o contrarre un prestito dall’acquirente. Se non vi fosse il TARGET2, nelle transazioni pubbliche sarebbe un soggetto economico a dover finanziare il debito tramite investitori privati. Invece, in presenza di TARGET2 si attiva un sistema di salvataggio che evita ai paesi l’onere di rendere il proprio sistema competitivo. In tal modo, nell’eurosistema i debiti e i crediti non si estinguono perché i debiti non sono garantiti da crediti reali, ma si crea credito nominale dal nulla.

Per evitare perdite, i depositanti di un paese debitore dell’aera euro possono aprire un conto in un paese più ricco e trasferirvi denaro. In tal modo, la loro banca perde le riserve e aumenta il rifinanziamento presso la sua banca nazionale, mentre la banca del paese più ricco riduce i prestiti ottenuti dalla sua banca nazionale. Si è creato così un debito TARGET2 presso la banca nazionale del paese debitore a fronte di un credito TARGET2 presso la banca nazionale del paese più ricco. In un sistema interdipendente, il rischio di default del paese debitore è condiviso dai risparmiatori del paese più ricco tramite il credito TARGET2. Quindi, se il paese debitore dovesse andare in default, le sue perdite avrebbero conseguenze anche sul bilancio della BCE.

Le conseguenze dell’interdipendenza

Se una banca creasse denaro per acquistare un titolo del governo, il governo riceverebbe un credito, che utilizzerebbe aumentando la spesa pubblica, i sussidi e i salari pubblici, il che ridurrebbe la competitività del paese. Il deficit della banca può essere ad esempio compensato dal prestito da parte di un’altra banca tramite i risparmiatori. Tuttavia, con il tempo la prima banca non riesce più a trovare collaterali a garanzia del prestito, quindi la qualità del suo debito si riduce e gli investitori privati scelgono di non finanziarla più. Invece, con il TARGET2 le banche possono usare cattive garanzie e rifinanziarsi presso la banca nazionale, che accetta queste garanzie o titoli di stato in cambio di nuovi prestiti. Di conseguenza, i debiti TARGET2 presso la BCE aumentano e i collaterali (cattivi rischi) vengono socializzati nell’eurosistema.

Se fosse un paese debitore a uscire dall’euro, esso non ripagherà mai i debiti nei confronti della BCE in valore o beni reali, per cui la BCE registrerebbe una perdita che ricadrebbe anche sui contributi in conto capitale delle banche nazionali.

Se fosse un paese creditore a uscire dall’euro, la sua banca nazionale subirebbe comunque delle perdite, in quanto i suoi attivi sono crediti TARGET2 e non vi è garanzia che i paesi debitori ripagheranno il debito in beni reali, soprattutto se resteranno non competitivi.

Se a quel credito non corrisponde un valore reale, in conseguenza della stampa di nuovo denaro si crea inflazione. Inoltre il default dei paesi debitori causa il crollo della qualità degli attivi della BCE che non può ridurre la quantità di moneta in circolazione e la moneta si svaluta. Con il tempo, l’unico modo per ricapitalizzare la BCE con attivi di qualità diventa l’espropriazione del capitale privato, a cui corrisponderebbe l’ulteriore incapacità di produrre per creare nuova ricchezza reale.