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Sono Alessandra Checcarelli, interprete di conferenza e di comunità, traduttrice, trascrittrice e sottotitolatrice in tempo reale. Lavoro con le lingue inglese, tedesco e francese in vari ambiti, tra i quali politica internazionale, economia, diritto, scienze naturali e sociali, turismo. Sono membro del direttivo di OnA.I.R., l’Associazione Internazionale di Respeaking costituita per la piena accessibilità e l’inclusione delle persone svantaggiate dal punto di vista sensoriale e linguistico. Per saperne di più, potete visitare il mio sito professionale cliccando qui.

InterGlobArte è una piattaforma di blogging e guest blogging, che ho creato per tentare di offrire ai lettori un quadro più completo e aggiornato di interessi e specializzazioni che nascono da anni di studio e di lavoro con le lingue, le culture e le società straniere.

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Libertari e conservatori nell’America del Novecento

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Nel tentativo di approfondire gli spunti offerti dal prof. Gregory Salmieri (si veda il precedente post di questa sezione “Libertà e stato nella prospettiva liberale e oggettivista”), ci siamo imbattuti in un articolo di Guglielmo Piombini, “Murray N. Rothbard e il movimento paleolibertario” (apparso in “Etica & Politica”, 2003), che riteniamo interessante perché fa luce sulle diverse correnti del pensiero liberale/libertario. Come anticipato da Salmieri, il termine “liberale” può richiamare posizioni politiche sia di destra che di sinistra, e lo stesso dicasi per il termine “libertario”. Stiamo quindi parlando di conservatori o di progressisti? Dipende, e per capirlo non basta distinguere tra la destra e la sinistra, ma dobbiamo anche prestare attenzione ai prefissi o alle parole che seguono i due termini.

Ad esempio, chi sono i paleolibertari? Stiamo parlando di personalità di spicco come Murray N. Rothbard, Llewellyn Rockwell Jr., Hans-Hermann Hoppe e di quelle del prestigioso Ludwig von Mises Institute. La definizione apparve per la prima volta nel 1990 nell’articolo di Rockwell Jr. “The case for paleolibertarianism” per indicare un nuovo movimento libertario il quale, dopo un’iniziale alleanza con la Nuova Sinistra (per la comune opposizione alla guerra del Vietnam) e successivamente alla nascita del Partito Libertario americano negli anni Ottanta (in opposizione alla politica conservatrice di Ronald Reagan), si discostò da quello più vicino a Washington della Nuova Destra neoconservatrice proveniente dalla Sinistra Liberale e dalla militanza trotzkysta (William F. Buckley, James Burnham, Henry Jaffa, Frank S. Meyer, riviste “Reason” e “National Review”, Cato Institute) per riavvicinarsi alla Vecchia Destra libertaria dei primi del Novecento (quella di Robert Taft, Henry Mencken, Albert Jay Nock, Garet Garrett, Frank Chodorov).

Queste spaccature avvennero dunque a causa delle inconciliabili divergenze di vedute interne alla Destra americana. Nel suo tentativo di unificare i conservatori tradizionalisti e i libertari, il neoconservatore Meyer si trovava in disaccordo con Buckley in quanto non voleva escludere dal movimento conservatore gli elementi radicali libertari e randiani, oltre a riconoscere la rilevanza della ragione, della tradizione, della libertà individuale, del libero mercato, del Cristianesimo, dell’oggettività dell’etica, della decentralizzazione, del secessionismo, dell’istruzione privata, tutte caratteristiche che facevano di lui un paleolibertario ante litteram. Tuttavia, Meyer era contrario all’isolazionismo e predicava un fervente anticomunismo, che si esprimeva in un convinto appoggio all’imperialismo e all’interventismo, di contrasto con i paleolibertari in stile Rothbard, i quali opponevano al fusionismo di Meyer un forte antistatalismo e antisocialismo.

I paleolibertari miravano a ristabilire il liberismo economico e l’assolutismo morale dei valori cristiani occidentali tradizionali. Basandosi sul realismo filosofico aristotelico-tomista, il giusnaturalismo liberale di Locke e la Scuola Austriaca di economia, la dottrina paleolibertaria di Rothbard difendeva i diritti naturali alla vita, alla libertà e alla proprietà privata, il libero mercato in economia e l’isolazionismo e l’antimilitarismo in politica estera, condannando radicalmente lo stato moderno. Come Schumpeter e altri conservatori, anche Rothbard credeva nella maggiore sostenibilità e produttività della cultura e dei valori borghesi. Inoltre, si opponeva al New Deal di Roosevelt e disprezzava i “libertari di maniera”, vedendo nella società anarcocapitalista la soluzione ideale, in mancanza della quale proponeva la massima decentralizzazione e localizzazione nelle operazioni di governo, fedele alla regola della previsione dei probabili risultati del mercato.

In questo senso, questo nuovo movimento spaccava trasversalmente le ideologie del Grand Old Party Repubblicano e del Piccolo Partito Libertario e riprendeva sia il tradizionalismo conservatore sia l’antistatalismo libertario, in opposizione all’appoggio del “big government”, del welfare state e del militarismo tipici dell’attuale panorama conservatore americano (tra le sue figure di spicco, si annoverano Irving e William Kristol, Daniel Moynihan, Nathan Glazer, Daniel Bell, Jeane Kirkpatrick, Norman Podhoretz).

Rothbard sosteva che la libertà finiva in seguito alla distruzione degli ordinamenti tradizionali dell’eredità culturale giudaico-cristiana, la quale lasciava spazio alla legge positiva su cui si basa lo stato, in contrapposizione alla legge naturale eterna. Come Hayek, Rothbard riaffermava la tradizione intellettuale cattolica di contrasto con le élite stataliste che sfruttano il potere per distruggere i valori cristiani (famiglia, libero mercato, dignità dell’individuo, proprietà privata, libertà, responsabilità, ragione, legge morale oggettiva, uguaglianza davanti alla legge, anti-nazionalismo, anti-militarismo, contrasto all’oppressione politica), opponendo il cristianesimo liturgico cattolico al protestantesimo millenarista, proibizionista e neopuritano di sinistra. Insieme a Rockwell e Raimondo, Rothbard sostenne la campagna alla presidenza di Patrick Buchanan e per questo fu accusato dai Libertari di Sinistra di essere vicino alla destra religiosa dei paleoconservatori. Alle critiche mosse nei suoi confronti, Rothbard rispose loro di essere eterni adolescenti indissolubilmente legati all’ateismo randiano per mero timore della religione e mantenne sempre una coerenza di pensiero, nonostante le sue varie alleanze politiche di comodo.

Tra queste, l’alleanza dei paleolibertari con i paleoconservatori (Samuel Francis, Tom Fleming, Paul Gottfried, Patrick Buchanan, Allan Carlson, Clyde Wilson), sostenitori dell’isolazionismo in opposizione ai neoconservatori, portò alla nascita di un movimento populista di destra, che combatteva il nuovo ordine mondiale e il militarismo in politica estera, l’anticentralismo in politica interna, la tassazione e l’assistenzialismo in economia, l’immigrazione eccessiva indesiderata e i privilegi legali delle minoranze nella società, il politically correct, il multiculturalismo e il progressismo nella cultura, mantenendo l’eredità cristiana e la morale occidentale tradizionale. Il culmine di questa alleanza si verificò nel 1994, in occasione di una conferenza congiunta sui benefici dell’isolazionismo, ma scemò a partire dall’anno successivo, quando in seguito alla morte di Rothbard, le idee di Buchanan ripresero una china statalista.

Volendo tentare di semplificare il quadro verrebbe da chiedersi: a quali ideologie o partiti politici della storia del nostro paese sarebbero maggiormente assimilabili le tendenze politiche, i partiti o i movimenti liberali/libertari evidenziati in grassetto?

Viaggi per mondi inesplorati: le Isole Hawaii

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Noi abbiamo avuto la vita migliore che si potesse avere, la più lussuosa. Abbiamo viaggiato intorno al mondo, udito molte lingue. Abbiamo vissuto in molti climi. Forse coi nostri sensi abbiamo vissuto più cose di quante gli altri esseri umani osino immaginare.

In queste parole di Duke Kealoha, il compagno di Pono, la veggente e matriarca del clan protagonista del romanzo “Shark dialogues” (“Figlie dell’Oceano”, 1995), si riflette lo spirito avventuriero, libero, selvaggio e profondamente umano che è proprio di questo capolavoro di Kiana Davenport. Un’incredibile saga familiare che cattura per la potenza del racconto, la violenza selvaggia della natura e la forza umana di affrontare le difficoltà della vita. Le vicende delle generazioni di questa famiglia di divinità squalo iniziano nell’Ottocento e ripercorrono tutta la storia di lotte e di volontà di affermazione dei diritti umani degli abitanti delle Isole Hawaii. Un romanzo storico che difende la terra natìa ma che ha come protagoniste donne prive di radici, che inseguono un destino lontano ma sono immancabilmente attratte dalle loro origini, dallo spirito travolgente della nonna Pono e dagli indissolubili legami di sangue che le mantengono attaccate alle loro misteriose e selvagge isole. Una forza tutta femminile che trascina il lettore tra le pagine del romanzo: coraggio invacillabile, lotta violenta, passione fervente, amore indissolubile, primordiale attaccamento alla terra. E la magia e l’immortalità delle enormi perle nere che le donne hawaiiane si trasmettono da una generazione all’altra, testimonianze di un invincibile spirito di lotta per la vita e di autoaffermazione di fronte alle difficoltà del mondo.

Libertà e stato nella prospettiva liberale e oggettivista

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Nella conferenza dal titolo provocatorio “Loving liberty vs. hating government – Lessons from Ayn Rand” (“Amare la libertà vs. odiare lo stato – Lezioni da Ayn Rand”), il prof. Gregory Salmieri dell’Ayn Rand Institute ha presentato una visione della libertà basata sull’oggettivismo di Ayn Rand e sulla tradizione liberale classica, offrendo molti spunti di riflessione, che riproponiamo in questo articolo di blog.

Il prof. Salmieri ha spiegato come molti sostenitori della libertà in politica in realtà non difendevano la vera libertà. Questi aderivano alle ideologie e alle posizioni politiche socialiste più disparate: Locke, Wilde, Bernard-Shaw, e tutte le varie schiere di “eserciti di liberazione”. Anche i loro oppositori, i “liberali”, pur avendo in comune, inter alia, la difesa del libero mercato e l’economia capitalista, non hanno mai avuto un’identità definita, tanto è vero che si possono raggruppare principalmente in tre filoni:

1) i minarchici (sostenitori di uno stato minimo che si limita a sostenere i diritti individuali, es. Rand, Nozick, Mises);

2) gli anarco-capitalisti (sostenitori dell’assenza di stato, es. Rothbard);

3) i libertari (sostenitori di uno stato che non si limita soltanto alla difesa dei diritti individuali, ma si estende anche alle politiche di welfare).

Anche all’interno di questi tre filoni si sono distinte ulteriori correnti del pensiero liberale.

I liberali – In origine, il liberalismo classico era il primo stadio del movimento liberale, non una posizione politica. Alla fine della seconda guerra mondiale, i liberali hanno criticato l’interventismo dello stato nell’economia, esprimendo un orientamento politico di destra. Oggi il termine “liberale” in Europa ha mantenuto questa accezione, ma in America i “Liberals” hanno un orientamento politico di sinistra, tanto che, per mantenere la distinzione, i sostenitori della destra sono spesso definiti “neoliberali”. Ad ogni modo, attualmente i liberali non hanno un’identità politica definita né una solida base filosofica a difesa della libertà.

I libertari – Sempre per ragioni di chiarezza, nel corso degli anni il termine “libertario” è andato a sostituire il termine “liberale” nella sua accezione originaria. Tuttavia, nel corso del tempo anche il significato del termine “libertario” è cambiato, e molti individui e organizzazioni che portano questo nome possono avere idee che si discostano dal significato originario. Lo stesso termine raggruppa infatti più visioni, tra le quali quella soggettivista e priva di una base filosofica strutturata capitanata da Murray Rothbard negli anni Sessanta e Settanta, che si esprime in politica con posizioni anarchiche o anarco-capitaliste ed è caratterizzata da un feroce non-interventismo. Oggi il movimento libertario non ha necessariamente un orientamento antifilosofico, bensì manca di coesione e di una guida intellettuale e organizzativa. Negli ultimi anni, il termine “libertario” ha preso a indicare una vaga tendenza verso la libertà rispetto al controllo statale. Poiché ormai la percezione diffusa è che né i liberali né i conservatori difendono la libertà, il termine “libertario” è usato per indicare chi pende più dalla parte della libertà. Tuttavia, nessuno dei tre termini politici ha un significato chiaramente definito.

Gli oggettivisti – Alla domanda: “E’ una scrittrice o una filosofa?” Ayn Rand rispondeva: “Entrambe le cose.” Si interessava di filosofia per dare corpo alle sue storie e per definire le idee e i principi che guidavano i suoi personaggi. Secondo Rand, i principi filosofici sono imprescindibili, in quanto coinvolgono l’esistenza degli individui, che a loro volta riflettono i principi filosofici. La filosofia è una forza che guida la vita degli individui e il corso della storia, ed è necessaria in quanto offre una visione del mondo e uno scopo di vita. Le premesse filosofiche sono acquisite da una mente e da un pensiero indipendente: in tal senso, l’oggettivismo è “una filosofia per vivere sulla Terra”. Avendo una visione chiara, ben definita e unica dei principi politici, che scaturiscono da basi filosofiche, gli oggettivisti si discostano dalle posizioni liberali, conservatrici e libertarie. Sono pro-capitalisti e sostengono il capitalismo “laissez-faire”: per Rand, il capitalismo è un sistema sociale basato sul riconoscimento dei diritti individuali, compresa la proprietà privata, ma essendo la politica un ramo della filosofia, l’oggettivismo si discosta da una visione politica come obiettivo primario raggiungibile senza un contesto ideologico. In questo senso, gli oggettivisti non sono conservatori, ma sostenitori radicali del capitalismo e fautori della sua base filosofica. Poiché per loro la politica non è indipendente dalla filosofia, raramente sono in completo accordo con le posizioni di altre organizzazioni politiche di pensiero liberale.

Rand criticava i libertari stile Murray Rothbard, che hanno assunto il suo principio di non violenza convertendolo in assioma, negando così la rilevanza dei fondamenti filosofici (la morale, la metafisica e l’epistemologia) e mettendo a nudo l’essenza nichilistica del movimento libertario. Il valore della libertà e il male insito nell’azione di chi inizia la violenza diventano assiomi ovvi, che non necessitano di spiegazione: i concetti di libertà, violenza, giustizia, bene e male rimangono quindi indefiniti. Di contrasto, Rand era avversa ai conservatori, che subordinano la ragione alla fede e sostituiscono la teocrazia al capitalismo, e agli “hippy libertari”, che subordinano la ragione al capriccio e sostituiscono l’anarchismo al capitalismo. Come tale, secondo Rand, il libertarismo è nemico del capitalismo e della libertà.

Torniamo quindi all’intento provocatorio del titolo dell’intervento del prof. Salmieri: i sostenitori dell’assenza di stato sono mossi da un vero amore per la libertà o da un odio verso lo stato? Qual è la motivazione che li spinge, quella di abbattere il sistema, mossi dalla paura, oppure di realizzare un ideale?

Secondo la prospettiva oggettivista, l’amore per la libertà è il rifiuto di una perversione del concetto di stato e la libertà è una ricerca onesta di ciò che è nell’interesse di tutti, mentre la paura è secondaria all’obiettivo da raggiungere. Secondo gli oggettivisti, la libertà è la capacità di vivere in modo indipendente, la possibilità di seguire la ragione e la propria capacità di giudizio senza l’interferenza degli altri. In tal senso, l’essere umano è un individuo, non una parte anonima di un tutto più grande, la società. L’essere umano è in primis dotato di una mente che ragiona, quindi la mente è un attributo dell’individuo. La ragione si pone obiettivi e li persegue, non dà retta agli istinti primari, e ciò distingue l’uomo dall’animale, che segue i propri desideri sulla base di un programma che lo fa vivere e sopravvivere. L’uomo come individuo ha il potenziale di scegliere cosa raggiungere e di costruire la sua felicità e la sua vita senza l’interferenza degli altri. In questo, la persuasione e il commercio sono mezzi di scambio volontario che riflettono una mente razionale e come tali si dispiegano al meglio se sono vantaggiosi per entrambe le parti.

Lo scopo della politica è estrarre la violenza dalla società, in quanto la violenza esclude la libertà d’azione degli individui e quindi il libero mercato. Allo stato di natura, gli esseri umani non sono sicuri dalla violenza dell’altro, pertanto senza uno stato che garantisca la sicurezza dalla violenza, nessun individuo può essere veramente libero. La violenza è ammessa solo come risposta a chi la inizia, ma ciò non basta per rendere gli esseri umani liberi dalla violenza. Infatti, il concetto di violenza può essere soggettivo e la sua percezione può variare da individuo a individuo. Pertanto, di fronte a un individuo che inizia verso di me ciò che io considero violenza, io non sono libero di vivere in modo indipendente. Quindi, è necessario un sistema che stabilisca cos’è la violenza e che ne controlli la risposta. Il diritto umano non è quindi inteso nell’accezione attribuitagli delle politiche di sinistra, ma è il diritto alla libertà d’azione secondo ragione. Cosa si intende per libertà d’azione? Spesso i confini della vita umana non sono ovvi: possiamo prendere e assumere su di noi qualcosa dall’esterno, possiamo creare la proprietà, ma per non violare la libertà dell’altro abbiamo bisogno di un sistema che specifichi norme che non rimangano astratte e di un consenso condiviso, di un codice giuridico che mantenga la pace definendo cos’è il diritto alla vita, alla proprietà e alla libertà. Questo sistema va sottoposto a un rigido limite consensuale ai compiti e all’azione dello stato, affinché esso non espanda la sua sfera di influenza ad altri settori della vita umana e sociale.

Quindi, se lo stato è necessario, cosa succede nel caso di molteplici stati che competono l’uno con l’altro? Tra uno stato e l’altro, le interazioni che vanno oltre lo scambio di merci sono poche, ma ciò che conta di più sono le interazioni tra gli individui vicini all’interno di un territorio più ristretto. In una società anarchica, priva un’istituzione che controlli la violenza, si possono creare gruppi di pressione che non permettono agli individui di vivere liberamente e in modo indipendente. Cosa succede se si devia dalla vera libertà? Nel corso dei secoli, le tesi socialiste “a favore della libertà” hanno iniziato a prendere piede, esprimendo odio nei confronti della ricchezza non acquisita e quindi immeritata dell’aristocrazia e della chiesa. Questo atteggiamento che sembra favorire la libertà è in realtà soltanto espressione di odio nei confronti di certe categorie, che si realizza in politica con una centralizzazione del potere. E se invece i ricchi fossero diventati tali in un sistema libero che garantiva loro la capacità di vivere in modo indipendente dispiegando le possibilità della loro mente razionale? Cosa dire degli industriali del Nord America? Sarebbe il caso di opporvisi o di difenderli in quanto prodotti della libertà? Quindi, amare la libertà o odiare la ricchezza? Nel caso del socialismo, la paura della ricchezza ha vinto sull’amore per la libertà.

Tornando a parlare di stato giusto, qual è la dimensione giusta dello stato? Se ci fosse un solo governo centralizzato nel mondo e questo fallisse, non ci sarebbe via di scampo, quindi sono necessari vari stati. Nella prospettiva oggettivista, la dimensione minima di uno stato corrisponde alla dimensione di un territorio in cui una persona potrebbe vivere la sua vita. Per quanto sia complesso dare e stabilire una definizione di dimensione di uno stato, in un’ottica oggettivista resta comunque positivo il fatto che vi siano stati di dimensioni diverse e che governino nel modo giusto.

Partendo da questi spunti di riflessione e consapevoli che la complessità delle tematiche esposte non si possa esaurire in un articolo di blog, quale potrebbe essere l’idea più giusta di politica e di organizzazione sociale che rispetta la libertà e i diritti umani individuali?

Fede e scienza: “The carrier” di J. Mahjoub

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Con questo unico occhio puoi scrutare il mondo. Al di sopra del burrascoso tambureggiare di onde senza requie, lungo la cerea distesa verde dell’oceano verso quella semplice, perfetta pennellata dell’orizzonte che resta, come sempre, irraggiungibile. Fino ai margini estremi della Terra, e oltre. Lo strumento tubolare, cavo, porta vicino ciò che è lontano. Un condotto lucente che può spingersi in avanti nella distanza e nel futuro, e all’indietro nel passato.

Lo strumento in questione è ingannevolmente semplice. Un cilindro di ottone, aperto alle due estremità, in cui sono fissate dure gocce di cristallo. La luce passa attraverso la lente, si piega – tale è la relazione fra aria e cristallo – e passa, così trasformata, nel lungo tubo d’ottone del tempo. I raggi sono raccolti come altrettanti fili e riuniti come nella narrazione di un racconto. Ciò che prima sembrava lontano adesso diventa vicino. Il tempo è scagliato verso il vuoto e le lontane stelle estinte. Il passato si protende e per un breve, fuggevole istante il presente è appena illuminato.

Con queste parole inizia l’epilogo del romanzo del giornalista e scrittore Jamal Mahjoub “The carrier” (1998), intitolato in italiano “I cristalli del cielo”. Il libro narra le avventure di un astronomo, Rashid al-Kenzy, che dal grande impero della Sublime Porta giunge fino all’estremo Settentrione della terra degli infedeli, alla ricerca di un telescopio per sondare le meraviglie dell’universo. La storia è ambientata nel Seicento, tempo in cui la luce della conoscenza fa fatica ad affermarsi nell’oscurità di una fede buia, imposta, inattaccabile. I rapidi progressi della scienza danno nuova vita al sistema eliocentrico di Copernico, in contrasto con il sistema geocentrico di Tolomeo, appoggiato dalla Chiesa.

Prima del Seicento si riconosceva la validità del modello di Ipparco, che affermava che la Terra era al centro dell’universo e intorno a essa, circolarmente, ruotavano i pianeti e le stelle fisse, ciascuno seguendo la propria orbita. Questo modello, però, non prendeva in considerazione i cosiddetti moti retrogradi, ovvero il fatto che a un certo punto i pianeti tornavano indietro, prima di riprendere il loro verso. Così, Tolomeo immaginò che i pianeti ruotassero, oltre che su un’orbita circolare con la Terra al centro, intorno a un’orbita più piccola (epiciclo), il cui centro si muoveva su un’orbita circolare intorno alla Terra (deferente). Nel 1543 Copernico propose un sistema ancora più semplice: sia i pianeti che la Terra si muovono intorno al Sole, ciascuno a velocità diverse, e le stelle sembrano fisse solo perché lontane dalla Terra. In seguito Tycho Brahe, più volte menzionato nel romanzo tra le figure storiche chiave dello studio dei corpi celesti, iniziò a osservare il cielo con l’ausilio del telescopio e trasmise le sue misurazioni all’allievo Keplero, le cui leggi furono in seguito confermate dalle leggi della dinamica e della gravitazione universale di Newton.

Scardinare il sistema geocentrico significava scardinare la visione antropocentrica della Chiesa e abbracciare una nuova visione della vita: dopo Copernico, l’Uomo, la creatura di Dio, non era più al centro dell’universo. Nel Seicento, le teorie di Keplero e Newton furono supportate dagli scritti (e dalla condanna al rogo per opera dell’Inquisizione) di Galileo Galilei e Giordano Bruno: non esistevano più il Terrestre (il mondo sensibile, con l’Uomo al centro, soggetto al peccato) e l’Etere (il mondo incorruttibile di Dio) di Aristotele, bensì l’universo era diventato relativo, privo di centro, composto da pianeti fatti della stessa materia della Terra. La cultura affermata e diffusa dalla Chiesa venne così scardinata, e tutto ciò che era “altro” veniva messo al rogo. L’esito della rivoluzione scientifica non ha potuto che spaccare la cultura in due: la scienza da una parte e la fede dall’altra.

Ma è proprio vero che scienza e fede sono inconciliabili? Nel 1914, il grande matematico italiano Fantappiè ha sviluppato la “teoria unitaria del mondo fisico e biologico”, introducendo la nozione di “sintropia” associata all’ordine rispetto all'”entropia” associata al disordine. In Fantappiè, la sintropia è inserita nella scienza come conseguenza logica e necessaria della relatività e della meccanica quantistica. Mentre l’essenza del mondo entropico, meccanico, è il principio di causalità, l’essenza del mondo sintropico, vivente, è il principio di finalità. In altre parole, l’essenza della vita è tendere a fini e l’attrazione verso un fine è sentita come amore. Le leggi della natura contengono quindi le stesse leggi dell’amore scritte nei testi sacri delle religioni. Scriveva Fantappiè:

La legge della vita è dunque legge d’amore e di differenziazione, non va verso il livellamento, ma verso una diversificazione sempre più spinta. Ogni essere vivente, modesto o illustre, ha i suoi compiti e i suoi fini che, nell’economia generale dell’universo, sono sempre pregevoli, importanti, grandi.

“The Fountainhead” (1943), A. Rand

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“The Fountainhead” (“La fonte meravigliosa”) è uno dei romanzi più importanti di Ayn Rand e contiene i semi della filosofia oggettivista. E’ la storia di un architetto intransigente e della sua violenta battaglia contro gli standard convenzionali.

Come afferma Leonard Peikoff nella postfazione del libro, Rand scriveva profusamente nei suoi diari circa il tema, i personaggi e la trama dei suoi romanzi e lo faceva solo per se stessa, per fare chiarezza dentro di sé prima di dare forma alla sua creazione definitiva. Il titolo provvisorio di questo romanzo era “Second-hand lives” (letteralmente “Vite di seconda mano”), per porre l’accento sul modo di vivere degli uomini comuni, incapaci di godere della Vita vera (si rimanda all’articolo di questo blog “”Atlas shrugged” (1957), A. Rand”). In seguito, Rand cambia il titolo in “The Fountainhead”, spostando l’enfasi sul protagonista Howard Roark, l’eroe creativo, l’uomo che usa la mente “in prima mano”, diventando così “la fonte meravigliosa” di tutto ciò che raggiunge (“achievement”).

Tra i tanti personaggi che pullulano in “The Fountainhead”, vi sono due estremi morali, che Rand descrive con ricchezza di dettagli sia fisici che morali. Volendoci concentrare sugli aspetti morali dei due personaggi al fine di rendere l’idea dell’individuo ideale secondo la filosofia oggettivista in antitesi con il suo opposto morale, riportiamo alcuni estratti di quanto Rand scriveva nelle sue bozze con uno stile secco, crudo, profondamente oggettivo.

Howard Roark (1936):

“Non combatte né affronta il suo totale egoismo. Non più di quanto possa affrontare il suo diritto di respirare e di nutrirsi. Ha la calma tranquilla, completa, irrevocabile di una convinzione di ferro. Nessun atteggiamento drammatico, isterico, sensibile a tal proposito – perché non vi sono dubbi. Un’accettazione quieta, quasi indifferente, di un fatto irrevocabile.

“Una mente rapida, acuta, coraggiosa e senza timore di essere ferita, ha colto e compreso da tempo che il mondo non è come lui, ma ciò che è esattamente questo mondo. Di conseguenza, non può più essere ferito. Il mondo non ha sorprese dolorose per lui, poiché ha accettato tanto tempo fa cosa può aspettarsi dal mondo…

“Non soffre, perché non crede nella sofferenza. La sconfitta o la delusione fanno semplicemente parte della lotta. Nulla può toccarlo davvero. E’ concentrato solo su ciò che fa. Non su ciò che sente. Come si sente riguarda soltanto lui, e non può essere influenzato da nulla e da nessuno al di fuori di se stesso. Il suo sentimento è una fiamma costante, imperturbata, profonda e nascosta, una profonda gioia di vivere e di conoscere la sua forza, una gioia che non è neanche cosciente di essere gioia, perché è così costante, naturale e inalterabile…

“Sarà se stesso a ogni costo – l’unica cosa che voglia davvero nella vita. E dentro di sé, nel profondo, sa di avere la capacità di rivendicare questo diritto per sé. Di conseguenza, la sua vita è chiara, semplice, soddisfacente e gioiosa – anche se dura all’esterno.

“E’ in conflitto con il mondo in ogni modo possibile – e in completa pace con se stesso. E la sua principale differenza rispetto al mondo è essere nato privo della capacità di considerare gli altri. Per una questione di forma e necessità nel suo percorso, come quando si incontrano i compagni di viaggio – sì. Per una questione di considerazione di base, primaria – no.”

Ellsworth Monkton Toohey (1937):

“L’uomo di seconda mano non creativo per eccellenza – il critico, che esprime e ricalca la voce dell’opinione pubblica, l’uomo medio in generale – condensato, rappresenta le qualità dell’uomo medio più le qualità peculiari del suo genere che lo rendono il leader naturale dell’uomo medio. Una vanità viziosa, innata, messa insieme a un’insana volontà di comandare, una voglia sfrenata di superiorità che può essere espressa solo attraverso gli altri, che pertanto deve dominare, un naturale complesso di inferiorità che porta in maniera subconscia a rendere tutto inferiore.

“E’ entrato nell'”intellettualismo” in maniera eclatante. Due ragioni: innanzitutto, una vendetta subconscia verso la sua palese inferiorità fisica, un mezzo che il suo corpo non potrebbe mai dargli; – in secondo luogo, una scaltra percezione che soltanto il controllo mentale sugli altri è il vero controllo, che se li può dominare nella mente li può dominare in tutto…

“Si è reso conto tanti anni prima dell’enorme potere dei numeri, del potere delle masse che, per la prima volta nel XX secolo, stanno acquistando importanza anche negli aspetti intellettuali della vita. In questo senso, è l’uomo del secolo, il genio della democrazia moderna nella sua accezione peggiore. Il primo fondamento delle sue convinzioni è l’uguaglianza – la sua passione più grande. Questo comprende l’idea che, come creature bipedi, tutti possiedono un certo valore intrinseco per il semplice fatto di essere nati nella forma di uomini, non di scimmie. Qualsiasi contenuto concreto, mentale dentro la forma umana non ha importanza. Una grande mente o un grande talento o un carattere magnifico non hanno importanza se paragonati al valore intrinseco che tutti possiedono in quanto uomini – qualunque esso sia…

“Fintanto che le sue idee sono importanti per lui come mezzi per il suo fine, e questo è fin dove arriva la sua fiducia nelle idee, non è disturbato dalle sue incoerenze, dalla vaghezza e dalla fallacia logica delle sue convinzioni. Esse sono efficienti ed efficaci per garantire i fini che cerca. Loro lavorano – e sono fatti solo per questo…

“Toohey studia voracemente. Ha una memoria sorprendente per i fatti e le statistiche, è conosciuto come “enciclopedia vivente”. Ciò è naturale – perché non ha una mente creativa, solo una mente di seconda mano che ripete, imita e assorbe. Per la stessa ragione – il suo assorbimento nello studio: non ha nulla di nuovo da creare, ma può acquisire importanza assorbendo le opere e i risultati raggiunti dagli altri. E’ una spugna, non una fresca primavera…”